Elle – di Giorgio MORALE

Pirulin, Pirulin piangeva

“Ho scoperto un locale vicino via Torino. Si può bere e ascoltare musica” disse Elio.
Fu una sera dopo il pasto alla mensa universitaria, prima che il gruppo s’abbandonasse alla solita deriva. Andarono anche Vincenzo e Mariarosa, Cecè, Lux ed Elle. Le stradine erano strette e potevano camminare solo appaiati.
I contorni di quella sera sfumano. I discorsi, aggrovigliati, si succedettero senza ordine apparente. Forse ci fu un rimprovero a Paolo, al suo essere taciturno. Forse, in contrasto con la vivacità del rimprovero, o come proiezione della tristezza di Paolo, prese vita la seguente confessione.

“Quando nacqui i parenti di mio padre portarono a mia madre una gallina marcia: la loro riconoscenza per la nascita di una femmina. Ho pochi ricordi dell’infanzia e dei suoi giochi. Crebbi senza rendermi conto della diversità del mio sesso. Ragazzina, quando vedevo i maschi pisciare, allargavo le gambe e facevo come loro. Più avanti, le mie compagne cercavano il loro essere donne ispezionandosi con uno specchio in mezzo alle gambe. Io fuggivo quei passatempi oziosi, odiavo gli specchi e le foto ricordo. Mio padre, accecato dalla religione, mi aveva chiusa in collegio. Mi dava della visionaria e negava l’evidenza: che persino la superiora, vicino al confessore, dimenticava la prudenza”.

A questo punto Elle fece una giravolta, assunse le pose di una marionetta e cantilenò:

Quando t’incontra suor del Gesù
Ti guarda sempre da sotto in su.
Suor Serafina, felice e serena,
canta e seduce come una sirena.
E suora Chiara, ch’è vecchia e lesta,
spolvera e spazza col velo in testa.
Suora Francesca, che fa l’infermiera,
ti usa le grazie di una fiera.
Nella cucina, sai che fetore!,
suor Bernardina cuoce il pastone,
che suor Giovanna fa poi passare
per una sostanza alimentare.
Col volto angelico, madonna pia,
suor delle Grazie sembra una spia.
Nostra filosofa, suor Giuseppina,
le sue scolare manda in rovina.

S’allentarono i fili e la marionetta ritornò la Elle di prima.

“Il mio sviluppo fu precoce, a dispetto della mia ignoranza. Avevo dieci anni e partecipavo a un ritiro spirituale. Guardavo dalla finestra della mia camera un cimitero e meditavo sulla morte, quando vidi sangue colare dalle ginocchia e pensai a un segno del cielo. Temetti un sortilegio del luogo, una meditazione troppo intensa. Non era forse il succo dei miei pensieri?”.

Come cieco Paolo seguiva le ombre degli altri, contento di lasciarsi guidare; lieto quando, indecisi sulla strada, si fermavano a chiedere. Come avrebbe desiderato, strana mosca, non districarsi dalla rete delle strade!

“Mio padre faceva tutto in nome di Dio. Anche quando, mentre miaccompagnava in collegio dopo una festa, mezzo ubriaco, fermò la macchina e cominciò a mettermi le mani addosso. Io scesi e gridai.
‘Se non la smetti urlo ancora di più. E ti schiaccio la testa con un sasso’.
Lui disse solo:
‘Zitta, in nome di Dio!’.
Risalì in macchina e tornò alla guida”.

Avevano imboccato un budello e dovevano procedere in fila indiana. Quando si ritrovarono appaiati Elle sorprese Paolo con una domanda:
“Sai cos’è il bosco?”.
“L’unico bosco che conosco è quello di Cappuccetto Rosso”.
“Allora non conosci il vento del bosco?”.
“No”.
“Quello sì, è democratico. Quando passa fra le foglie le accarezza tutte, una a una”.
Poi gli puntò l’indice sul petto.
“Cosa conosci tu, filosofo?”.
“Conosco il mare”.
“E dal mare nasce la montagna, come Venere dalle acque”.
E assunse una posa che alludeva alla Venere del Botticelli.

Gli occhi di Paolo non avevano ancora messo a fuoco l’immagine, che essa si scompose, sull’onda di una nuova domanda:
“Sai cos’è la montagna?”.
Come Paolo non rispondeva, riprese.
“E’ la terra che sale, sale, sale; e poi scende, scende, scende, corteggiando i cieli per tutti i punti cardinali. A una svolta ti sembra di raggiungerla, ma dalla cima parte un altro crinale, e da quella un altro, in girotondo. E’ come l’essere. Ti sembra lo stesso, ma è sempre diverso. Impara, filosofo!”.

“Perché stai con Elle?” gli chiese qualche giorno dopo Elio.
“Perché con lei mi diverto. Lei mi fa ridere”.

* * *

Paolo ed Elle si buttarono nelle strade con lo stesso ardore con cui si cercavano. Ridisegnavano nella città i loro punti cardinali.
“Vedi quel portone? Non ti pare che abbia un’aria sinistra?” domandò un giorno Elle.
Paolo non sapeva che rispondere. Era un portone come tanti.
“Cosa immagini dentro?”.
“Un androne, una scala a destra e una a sinistra, un cortile interno, forse del verde”.
“Proprio così. E al primo piano c’è uno studio ginecologico dove si praticano aborti”.
Solo a quel punto Paolo si accorse della targa accanto al portone.

Elle tacque per sincerarsi che Paolo avesse capito, poi riprese.
“Non ricordo niente. Sono salita con le gambe vacillanti e la mente frastornata, un fracasso nelle orecchie. Sono scesa barcollando subito dopo l’intervento. Passata dall’anestesia al cardiotonico: roba da far scoppiare il cuore. Lui mi ha fermata.
‘Dove stai andando?’.
Non l’avevo neppure visto. Era rimasto lì sotto quattro ore. Quattro ore di vuoto. Ho cancellato tutto”.
Tante domande s’affollavano in Paolo.
“Perché?” le riassunse tutte.
Elle non rispose subito, pareva cucire mentalmente una parola con l’altra. Poi cominciò a parlare con l’aria di chi sa di averla combinata grossa.
“Figurati che a quest’ora sarei dovuta essere sposata da un anno. Lui aveva preparato la casa al paese, mi aveva portata a scegliere i mobili. Era già fissata la data, erano già all’erta le famiglie”.
“E poi cos’è successo?”.
“Quell’inverno scoppiò la gelosia. Lui era operaio, io universitaria. Ne soffriva e non mi dava pace. Era geloso del mio mondo, ma l’orgoglio gli impediva di entrarvi. A sera andavo ad aspettarlo all’uscita dal lavoro e poi tornavamo insieme. A casa cominciava l’interrogatorio. Voleva il rendiconto dei miei spostamenti, dalle lezioni, alla mensa, alla biblioteca. Quando e dove e con chi ero stata. Come se saperlo potesse ripagarlo del non esserci. Confessargli una passeggiata o un caffè al bar equivaleva all’ammissione di un reato: la volontà di escluderlo, il prologo di un tradimento. Dovevo dirgli tutto dei miei amici: dati anagrafici, descrizione fisica, inclinazioni. Però non voleva conoscerli né frequentare i loro luoghi. La nostra vita, la vita vera, doveva essere un’altra, costruita da noi due, al riparo da qualsiasi interferenza. Da una parte lui, dall’altra gli altri, in competizione. Così il divario cresceva. Intanto il matrimonio s’avvicinava. Qualcosa ogni giorno me lo ricordava: le tendine, gli oggetti, gli addobbi. Vedevo il futuro che mi preparava: un cerchio chiuso da lui. Il suo piano era relegarmi in paese. Cominciarono le menzogne, le scuse, i silenzi. Lui sentiva che andavo via e non riusciva a tenermi. Diventava sempre più sospettoso, collegava episodi, calcolava i tempi. Sul momento taceva, ma teneva il conto e poi mi rinfacciava tutto. Era un inferno. Accuse, scenate, insinuazioni. Da parte mia, dinieghi e ripicche. Quando sono rimasta incinta mi ha chiesto:
‘Sei sicura che sia mio?’.
‘Questa me la paghi!’ gli ho detto.
Deve averlo scottato come uno sputo. Ho deciso di abortire e lui non si è opposto. Anzi ha cercato il medico, ha procurato i soldi. Finito l’intervento, mi ha portata a casa in taxi. E’ stato bravo.
‘Basta, non ne posso più!’ gli ho detto un giorno, dopo aver fatto l’amore”.
“E lui?”.
“Pensava scherzassi. Dopo sette anni!”.
“Dopo l’hai più visto?”.
“Una volta, tornando dai miei. A fine settimana prendevamo sempre lo stesso treno, ma l’ho incontrato una volta sola. Mi affaccio in uno scompartimento e lo vedo. Mi sono messa a sedere.
‘Puoi sedere, se vuoi’ mi fa.
‘Lo so’ dico io. ‘Il treno è di tutti’.
Mi siedo e apro un libro.
‘Ti ho pensato molto’ mi dice. ‘M’aspettavo tornassi. Hai una volontà di ferro. Non si potrà mai dire che tu abbia fatto qualcosa senza averlo scelto’.
Io ho cominciato a leggere. Dopo un po’ lui fa:
‘Non ce la faccio a star qui’.
E ha cambiato scompartimento”.
“Perché non me ne hai parlato prima?”.
“Non avessi visto quel portone, non ne avrei parlato”.

* * *

Elle disse a Paolo:
“Se vuoi, considera questa la tua casa”.
Paolo si trasferì, armi e bagagli.

Paolo amava la pelle di Elle, dov’era più spirituale. Vicino alle tempie, ad esempio, dove la trasparenza lasciava vedere le ramificazioni di vene azzurre. A Paolo sembrava di sorprendere l’intrecciarsi dei pensieri.

Appoggiava il capo sul ventre di Elle e auscultava i suoi borborigmi: una macchina al lavoro. Allora ammirava il congegno fervido di vita e dichiarava di amarlo tutto: compresi cuore e budella, fegato e milza.

Finalmente Paolo seppe l’etimologia di “Elle”.
“Viene da Eleonora. Solo che io da bambina dicevo Elle”.
“Con un nome così” disse Paolo “sarai sempre bambina”.

Dondolandosi nel letto Elle cantava filastrocche infantili.

Pirulin, Pirulin piangeva,
voleva l’insalata.
Insalata non ce n’era,
Pirulin, Pirulin piangeva.
A mezzanotte e punto…

“Sarà ‘mezzanotte in punto’ ”.
“No! Vuoi saperlo meglio di me ? ‘Mezzanotte e punto’.

A mezzanotte e punto
Passò un aroplano…

“Vuoi dire ‘aereoplano’ ”.
“No, ‘aroplano’. Io ho sempre detto così”.

… passò un aroplano
e sopra c’era scritto:
Pirulin, Pirulin, sta’ zitto.

Erano orgogliosi del loro amore. Dicevano una volta ch’era stato il più bello; un’altra, il più intenso.
“Che strano!” commentavano. “E’ sempre lo stesso, eppure è sempre diverso”.
La fiamma della candela diceva sì, assecondando i movimenti dell’amore.

Paolo immaginava di vederla da lontano, la loro finestra accesa nella notte. Gli sembrava di essere sulla torre di Ero e Leandro. Attorno c’era l’Ellesponto urlante.

Così, finché fiorì l’albicocco. Nel cortile l’albero faceva buona guardia.

Fu tutto luce: vento, nubi, pioggia.

Il polline turbinava come una strana neve; vincendo la gravità, portava la primavera su posate e lenzuola.

Paolo ed Elle facevano gran passeggiate nei parchi.
“Mi piace il vento” diceva Elle, aprendo le braccia a croce. “Raccoglie gli odori e te li porta”.
“Il verde rilassa” diceva anche.
“E’ vero” diceva Paolo, guardandola negli occhi verdi spalancati. E gli sembrava nel verde si riassumessero tutte le attrattive del mondo.
Elle si toglieva le scarpe, sollevava la gonna e si stendeva sull’erba, invitando Paolo.
“Vieni giù, cittadino!”.
Poi gli confidava:
“Ho sempre desiderato essere presa in un prato”.
Allora Paolo l’abbracciava forte.

(dall’inedito Elle)

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10 pensieri riguardo “Elle – di Giorgio MORALE”

  1. Una storia – per quanto se ne evince in questo estratto, senza tempo e, dunque, per ogni tempo; in uno stile pulito e controllato dal nitore classico; belli e persuasivi i dialoghi e le descrizioni, dentro un ritmo blando che è quanto di più salutare ci possa essere, considerata la molta narrativa che taglia qua e là e non approfondisce, non lascia il tempo al lettore di avvicinarsi ed entrare nella storia; testi che sembrano più sceneggiature che romanzi o racconti.
    Auguri a Giorgio per l’uscita – si spera prossima – del romanzo.

    Giovanni

  2. Grazie, Francesco, e grazie a Giovanni e a Francesco Sasso per la lettura e i commenti: mi fa molto piacere che “Elle” prenda un po’ d’aria, è la sua prima uscita pubblica, mi pare, se non ricordo male…

  3. Giorgio è uno scrittore maturo. Ha ormai capito come scrivere, probabilmente ci ha lavorato per anni, in segreto, in silenzio. Non ha sbavature. Questo è il segno, appunto, che ha raggiunto una sua maturità.
    Sebastiano

  4. Sì, stiamo parlando di uno scrittore maturo, che fa della parola “essenziale”, pronunciata e scritta in vampate di chiarore come se dovesse ridare alle cose i loro lineamenti più veri, la cifra peculiare di uno stile che, prima di essere variante estetica, è innanzitutto sostanza etica della persona e del suo sguardo.

    fm

  5. io nel leggere questo racconto sono stata rapita dalla delicatezza con cui il mondo interno, il sentire dei personaggi interagisce con il mondo esterno, mi piace il taglio delle immagini, che a me appaiono essenziali, non scontate e nel contempo determinanti, se fosse un quadro sarebbe un acquerello sul quale ci si soffermerebbe più volte con lo sguardo per scoprire che più dimensioni dell’immagine, più immagini, si intersecano, interagiscono, ma anche i vuoti, le trasparenze i colori più tenuiriescono a trasmettere con dignità e densità la loro legittima compresenza tra toni più accesi.

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