Demetrio STRATOS maestro della voce – di Luigi METROPOLI

UN OMAGGIO A
VOCATIVO
CHE FESTEGGIA I SUOI PRIMI TRE ANNI DI VITA

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Maestro della voce

Negli ultimi giorni mi capita di scegliere la “voce”. Inevitabilmente spazio tra Francesco Di Giacomo e Demetrio Stratos: per scoprire cosa sia il potenziale delle corde vocali non si può non ascoltare le funamboliche esecuzioni dei due. Tempo fa scrivevo su questo blog che Tim Buckley è “la voce che lascia la linea melodica per farsi pura armonia”. Con Di Giacomo e, ancor più, con Stratos questo processo si radicalizza: la voce non è più nemmeno armonia, ma è spazialità corporea, espansione verticale. Per semplificare il concetto, si può prendere ad esempio (mi si perdonerà la banalizzazione) il rapporto tra musica sinfonica europea e il jazz, i cui andamenti sono caratterizzati da uno sviluppo armonico sinuoso ed orizzontale nel primo caso ed un andamento decisamente verticale e tellurico dello strumento, su una partitura di base molto più povera, ma ossessiva, nel secondo. L’arte di Stratos e Di Giacomo, rispetto ad un canto che privilegia la linea melodica, è decisamente assimilabile al secondo caso.

La voce di Di Giacomo è una lama affilata, di una capacità d’estensione furiosa, contrassegnata da una pulizia di esecuzione sbalorditiva: s’inerpica in moti ascensionali che ricorderebbero le evoluzioni di un rapace. È un’occupazione di uno spazio, una direzionalità verticale con accelerazioni improvvise.

Stratos concepisce la voce come uno strumento che rientra nel piano dell’esecuzione e non come un omaggio alla cantabilità. Le corde vocali sono muscoli e in quanto tali vanno allenati per offrire la migliore performance possibile. Stratos è non solo il “maestro della voce”, ma l’esploratore del suo dispositivo. Per lui il canto è, com’ebbe a dire in un’intervista, un modo per allenare il cervello a comunicare con la divinità. Tutto questo, tuttavia, attraverso uno scavo, più che un’elevazione.

La funzione pilota del canto in un brano musicale si perde nelle fenditure carsiche della voce di Stratos, per farsi pura espressione materica, affioramenti magmatici di composti sonori, borborigmi, ululati che risuonano da cavità sulfuree. Messo in questi termini, il contatto con la divinità passa attraverso una dimensione soggettiva alle soglie del trans-mentale: un’apertura all’esterno. Il miracolo, se si vuole, è la metamorfosi di un grumo sonoro, sibillino, una pulsione, un ritmo interiore che dalla reclusione nelle carceri di carne del corpo si manifesta come fatto esteriore, udibile: abbiamo a che fare con un atto motorio, un movimento dall’interno all’esterno. Tuttavia non è un rivestire l’esterno di interiorità, tutt’altro: è come dare compimento ad un processo che da potenza diventa atto (e performance).

La voce in Stratos è significante più che significato, puro fatto sonoro: suono-materia, suono-corpo, fonetismo vocale. Più che di musicalità si dovrebbe parlare di sonorizzazione. Davvero si tratta dell’estensione del corpo che si protende nello spazio.

Ribadisco: questo tipo di processo non è solo uno sviluppo nel tempo, ma nello spazio o se vogliamo in una quadridimensionalità. La figura di Stratos per le sue sperimentazioni nell’ambito vocale potrebbe essere assimilata a quella di un Cage nella musica tout court.

Vocativo (7 luglio 2007)

Demetrio Stratos

demetrio stratos

Nasce il 22 aprile del 1945 da famiglia greca.
Studia Architettura a Milano, ma già nel 1967 entra far parte de “I ribelli” gruppo beat italiano con cui incide “Pugni Chiusi“.
Nel 1972 fonda gli Area che hanno un immediato successo e partecipano a numerosi festival internazionali.
Compie ricerche di etnomusicologia ed estensione vocale in collaborazione con il Cnr di Padova.
Nel 1978 lascia gli Area per dedicarsi alla sola ricerca vocale.
Il 30 marzo 1979 l’ultimo concerto a Monza.
Muore di leucemia a New York il 13 giugno 1979.
Il giorno seguente all’Arena di Milano si tiene un concerto in suo onore con 100000 spettatori.

Demetrio studia le modalità canora dei popoli asiatici. Grazie ai suoi già notevoli requisiti, alle tecniche acquisite ed agli studi del Cnr riesce a raggiungere risultati ancora ineguagliati. Demetrio riesce a emettere doppi, tripli, talora quadrupli suoni simultanei, raggiunge frequenze di 7000 hertz. Frutto di queste esperienze sono “Metrodora” (1976) e “Cantare la voce” (1978).

Demetrio studia anche le connessioni tra canto e psiche, studia e insegna la psicanalisi e l’etnomusicologia alle Università di Padova e di Milano.

Discografia

Cantata Rossa per Taal al Zaatar (1976)
Metrodora (1976)
O’Tzitziras O’Mitziras (1978)
Cantare la voce (1978)
Recitarcantando (1978)
Le Milleuna (1979)

***

Area (International POPular Group)

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Patrizio Fariselli: Tastiere
Giulio Capiozzo: Batteria
Demetrio Stratos: Voce, Organo
Paolo Tofani: Chitarra
Ares Tavolazzi: Basso

Victor Hugo Busnello: Sax (1mo album)
Patrick Djivas: Basso (1mo album)

Luglio, agosto, settembre (nero)
(Area, Arbeit Macht Frei, 1973)

بالسلام حطيت ورود الحب ادّامك
بالسلام مسحت بحور الدم علشانك
سيب الغضب
سيب الالم
سيب السلاح
سيب السلاح وتعال
تعال نعيش
تعال نعيش يا حبيبي
ويكون غطانا سلام
عايزاك تغني يا عيني
ويكون غناك بالسلام
سمع العالم يا قلبي وقول
سيبوا الغضب
سيبوا الالم
سيبوا السلاح
وتعالوا نعيش
تعالوا نعيش بسلام
مصرية *

Giocare col mondo facendolo a pezzi
bambini che il sole ha ridotto già vecchi

Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all’omertà.
Forse un dì sapremo quello che vuol dire
affogare nel sangue con l’umanità.

Gente scolorata quasi tutta uguale
la mia rabbia legge sopra i quotidiani.
Legge nella storia tutto il mio dolore
canta la mia gente che non vuol morire.

Quando guardi il mondo senza aver problemi
cerca nelle cose l’essenzialità
Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all’umanità.

(Di FrankensteinGianni Sassi)

Questo brano degli Area del 1973, pensato contro ogni guerra, è stato scritto da Frankenstein (Gianni Sassi), art director, poliedrico artista ed operatore culturale di fondamentale importanza sulla scena italiana ed internazionale (contatti con il movimento Fluxus e con artisti come John Cage, ideatore di Milano Poesia, co-fondatore della rivista Alfabeta…). Frankenstein è stato il sesto uomo degli Area, talvolta autore dei testi, spesso creatore delle copertine dei loro album, e soprattutto l’ideatore e il fondatore di Cramps Records, l’etichetta con la quale esordisce il gruppo di Stratos.

Come lo stesso Stratos spiegò in un’intervista: «Il contenuto politico secondo me c’è anche senza che io dica: “Noi facciamo un pezzo per i compagni palestinesi…”. In radio non ci hanno mai trasmessi, chiaramente tutti avevano dei blocchi morali, si scandalizzavano perché abbiamo fatto un pezzo che si chiamava “Settembre Nero“».

La prima parte, in arabo, dal tono inequivocabilmente pacifista, fu registrato, senza autorizzazione, al museo del Cairo.

Il testo in italiano, invece, è una dura accusa ad una società dominata da un pensiero unico: presenta slanci rivoluzionari ed esorta ad una presa di coscienza che agisca nella direzione di uno smascheramento dei processi di occultamento (ormai sempre più vistosi, sebbene “invisibili”, al giorno d’oggi).

La musica, di Patrizio Fariselli, è basata su un motivo popolare della Macedonia (si tratta in Italia di uno dei primi casi di consapevole ripresa di tradizioni popolari, quasi antesignano della futura musica “etnica”), ed è all’insegna della commistione stilistica (come spesso accadeva con gli Area), pur sempre poggiante su una base progressive.

Il rimando al settembre nero del titolo non è un omaggio al gruppo armato palestinese, bensì una commemorazione della sanguinosa vicenda del 1970 che vide la morte in Giordania di numerosi Palestinesi sotto il governo di Re Hussein.

Traduzione del testo arabo:

Amore mio
Con la pace ho messo i fiori dell’amore davanti a te
Con la pace ho cancellato i mari di sangue per te
Lascia la rabbia
Lascia il dolore
Lascia le armi
Lascia le armi e vieni
Vieni che viviamo
Vieni che viviamo o amore mio e la nostra coperta sia la pace
Voglio che canti o mio caro
E che il tuo canto sia per la pace
fai sentire al mondo o cuore mio e di’
Lasciate la rabbia
Lasciate il dolore
Lasciate le armi
Lasciate le armi e venite,
Venite a vivere in pace.

Vocativo (13 ottobre 2007)

***

Cometa rossa

Άνοιξε χείλι μοι, ̉άνοιξε,
γλικά νά τραγουδήσω.
̉Άνοιξε τήν καρδιά.
Κομήτη κλει̃̃σε
τό στόμα στούς ποιητές.
Κομήτη κλει̃σε
τό στόμα καί φύγε.
̉Άνοιξε τά μάτια στνή ̉έλευτερια.

Apri le mie labbra, aprile
Dolcemente.
Aiuta il mio cuore.
Cometa cuci
La bocca ai profeti.
Cometa chiudi la bocca e
Vattene via.
Lascia che sia io a trovare
La libertà.

Cometa Rossa è uno dei brani più “semplici” degli Area, ciò nonostante è di gran lunga uno dei più rappresentativi del gruppo. Semplice nella simmetria delle parti: apertura con tastiera synth (dal suono man mano più “lunare”) orientaleggiante che calamita tutti gli altri strumenti in un crescendo e un’accelerazione tipici del progressive. All’improvviso il suono si placa, rallenta e lascia spazio a pochi accordi di organo (sorretto dal basso e con minima intrusione di chitarra), diffusi, che contribuiscono a creare un’atmosfera riccamente evocativa, in palese contrasto con il suono spaziale della prima parte. È qui che si compie il miracolo: Stratos comincia a cantare nello splendido isolamento della voce in uno spazio atemporale. Il canto è in greco e davvero sembra che il maestro della voce diventi un demiurgo, un punto nel quale il suono si condensa per poi essere emesso in una verticalità e profondità che collega cielo e terra ad un tempo. Nella splendida partitura per (quasi) sola voce è possibile apprezzare lo “strumento” di Stratos, in un’esecuzione da brividi che annulla qualsiasi melodia per far posto ad un grumo di articolazioni foniche che hanno del miracoloso. La tecnica di Stratos è impareggiabile, e non ostacola il godimento che se ne può trarre nell’ascolto. Nonostante l’atonalità cercata, la disposizione frammentata del canto, il tutto risulta avvolgente (nonché sconvolgente).

Il brano è l’apertura dell’album Caution Radiation Area, secondo della band, ma in questo caso ho optato per l’ascolto della versione dal vivo al Parco Lambro del ’75, confluito poi nel lavoro live Area(A)zione.

Appena poche note sul testo, la cui chiarità rende superflui i commenti. Farò qualche cenno ai sottotesti presenti (intrecciati alla musica, poiché il testo in questo caso è scritto per la musica e non può essere letto come un corpo autonomo e separato).*

La Cometa Rossa, simbolo del comunismo, è ibridata da riferimenti cristologici (l’incipit orientaleggiante della tastiera synth evocherebbe giustappunto l’avvento da Oriente della Cometa). Tuttavia lo spirito libertario e assolutamente adogmatico non tarda ad emergere dalle parole. I profeti che annuncerebbero la venuta di un’epoca migliore, tramite un uomo, sono latori fin da subito di un destino ineluttabile che imbriglia la scelta individuale del singolo essere umano. Da ciò l’esortazione alla cometa: “cuci la bocca ai profeti” e l’opposto “apri le mie labbra”. Allo stesso modo, un comunismo di stampo sovietico, rigido e monolitico, risulterebbe distante dal credo della canzone, non riconducibile a schemi precostituiti. “Lascia che sia io a trovare la libertà” è anche un monito che oggi andrebbe rimarcato, un invito a diffidare da quel “regime della visibilità” che crea falsi profeti (si veda un articolo apparso tempo fa su Dissidenze).

* Si legga questo passo di Northrop Frye: «la distinzione tra i generi è basata, in letteratura, sul radicale della presentazione. Le parole possono essere recitate di fronte ad uno spettatore, dette a un ascoltatore, cantate o declamate, scritte per un lettore […] il genere è determinato dal tipo di rapporto stabilito tra il poeta e il suo pubblico». N. Frye, Anatomy of Criticism, Princeton University Press, 1957; Anatomia della critica, [trad. di P. Rosa-Clot e S. Stratta] Einaudi, Torino, 2000, p. 328.

Vocativo (22 novembre 2007)

15 pensieri riguardo “Demetrio STRATOS maestro della voce – di Luigi METROPOLI”

  1. Grazie davvero, Francesco. Commosso e felice che la scelta dei passo sia caduta su quelli che ho dedicato a Stratos e agli Area.

    Ho a casa un fumetto rarissimo e bellissimo sugli Area e Stratos: me ne fece dono Adriano Padua oltre un anno fa. La strana coincidenza è che lui non sapeva del mio amore per questo gruppo.

    Grazie ancora

  2. Segnalo un bel libro+CD:
    Janete El Haouli, “Demetrio Stratos. Alla ricerca della voce-musica”, Milano, Auditorium, 2003.
    Un caro saluto a Francesco e Luigi,
    L.

  3. Area un gruppo che ancora oggi sembra avanti anni luce. Ha anticipato un sacco di roba che poi è diventata cosa comune. Stratos poi un vero virtuoso dello strumento vocale.
    Anche io ho amato e amo ancora gli Area alla follia. Anche perché sono un pezzo della mia storia, vedi Parco Lambro, il festival della poesia a Ostia, gli indiani metropolitani, umbria jazz e tanti ricordi bellissimi e disperati allo stesso tempo.
    Un abbraccio a entrambi i Luigi a Giacomo e soprattutto all’amico Francesco.
    pepe

  4. Ciao Gabriele: “ricordi bellissimi e disperati”, dici bene, ma anche pezzi veri e importanti della nostra storia: che non saranno mai svenduti, perché non saranno mai in vendita.

    Un abbraccio grandissimo a te.

    fm

  5. Bellissimo omaggio e testimonianza, cari!
    Ricordi incancellabili, in anni in cui le domande volavano alto, e la musica ne rendeva conto. la voce di demetrio era un miracolo enigma della natura e segnava ” l’esatto battito del secolo al minuto…” o qualcosa del genere. sic.

    Maria Pia Quintavalla

  6. molto bello quello che viene detto su Stratos, ma trovo abbastanza urticante questa semplificazione della musica classica che ora viene eseguita come rassicurante insieme tonalmente piacevole mentre sempre quella di qualità ha sperimentato e rischiato le stesse cose di Stratos, e magari sono molli interpreti che la rendono orizzontale

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