Riti di passaggio (II) – Lorenzo CARLUCCI

    Nel 2001, nel primo anno di Dottorato in Matematica a Siena, ho scritto una brevissima raccolta a tema, “Cane”. L’ho scritta a Castellina in Chianti in una casa isolata e aperta (entrava il vento dalla cantina, come un cinghiale) che mi avevano prestato per andare a dormire quando ero a Siena. I “cani di coscienza” sono le persone meschine, poco oneste con loro stesse. Nel testo il “cane” è la coscienza mia.

Da “Cane” (2001)

Cane 7 –

Ecco sì, another cigarette…
My love…
Dev’essere spettacolo ben tristo
vedermi qui ad attendere un quadrupede,
cane io stesso con il muso al vento
vento che falla vento
che svia che svicola e scantona
cane io stesso a quattro zampe attento
a che si dìstrichi il filo della pioggia

che si spalanchi la vanità del cielo,
si apra la quinta del firmamento!

Cane 9 –

Allora è forse a te che devo darmi, amore mio?
Seguire ogni tuo passo,
e porre il piede nell’ammaccatura
che fai sul viso della terra,
o sulla schiena
del colle
che sale
e ridiscende
Ma un piede così piccolo tu hai,
e un peso così lieve,
che ad ogni passo avrò il mio fiato corto
e l’equilibrio incerto

Forse basterà che tu mi guardi,
capretta, che avanzi a testa bassa,
di tra le zampe
masticando erba

E poi e poi
E poi!

Mi piacerà l’odore di quell’erba.
Ed il tuo fiato.

Cane 10 –

Sì ma così il cane perderà le tracce
di questo mio corpaccio spento e cavo!
A meno ch’io, seguendo il tuo cammino,
non versi stilla a stilla il mio liquore
rosso, – che dici? – si vedrà abbastanza?
Su questa terra nera in cui procedi,
specchio del cielo nero,
fornace d’alte stelle!

Cane 11 –

Al fine eccomi giunto!
Al mio portone!
Fornace d’alte stelle!
Sì!
Cane, cagnolino, aspetta ancora un poco:
ch’io faccia un bel bambino e lo nasconda
ch’io rubi ancora un po’ di grano al padre.
Dormi, cagnolino, dormi ancora, nel giardino
Davanti casa.

    Tra il 2003 e il 2004 (ma quasi tutta nel 2003) ho scritto una raccolta lunga, “La Comunità Assoluta”. L’ho scritta mentre stavo in un paesetto piccolo piccolo negli Stati Uniti (Newark, DE) a fare un Ph.D. in informatica teorica. Lì stavo da solo, e molto bene, e male un po’. La mia casa era piuttosto vuota e mangiavo sempre la stessa cosa. Più o meno ero come l’eroe di questa canzone di Cohen: “I chose the rooms that I live in with care. The windows are small and the walls almost bare. There’s only one bread and there’s only one prayer. I listen all night for your steps on the stairs“. Soltanto che nessuno veniva su per le scale e alla fine ho cominciato a leggere cose di teatro (in particolare Strindberg e Sarah Kane) e poi a fare dialoghi da solo, perché non parlavo con nessuno. Si è sbloccato qualcosa e sono venuti via un mucchio di testi. Ne metto qui uno solo perché dovrei pubblicare l’intera raccolta entro Gennaio prossimo.

enespace5

mi siedi vicino
anche se non ci sei.
prendiamo il caffè
e nessuno ti nota.

    Un po’ di quello che ho scritto in questa raccolta – una donna con il cappello rosso, che mi amasse, e un figlio da generare insieme – si è semplicemente avverato (ma era già vero), poco dopo, quasi durante: in mia moglie, in mio figlio. Dopo “La Comunità Assoluta” non ho scritto niente di che. Da una parte ho una serie di testi coevi a quella raccolta, quasi scritti in calce ad essa. Come questi qui sotto.

Olimpia (2004)

lamento i tempi d’olimpia, i giorni passati al mare, gli aghi di pino tra le pieghe delle vesti, a sera, lo scorrere del tempo percepito come la crescita inaudita di una pianta, non come un sequent toil ma come un immobile riordinamento di granelli di sabbia, in una omogeneità. ed io seduto al bar posso guardare olimpia sulla spiaggia, e lo spazio tra noi, e il tempo che le ci vorrebbe per raggiungermi, qualora volesse, qualora smettesse di giocare coi ragazzi e chiacchierare o solo di essere distratta da risacche, il tempo che le ci vorrebbe per raggiungermi, stirred by la sabbia che scotta le fette, sono già riempiti dalla loro stessa sostanza, ossia dall’aria tra me, al bar, che bevo e saluto i transessuali, e olimpia in riva al mare, che non ci pensa neanche a tornare.

[…]

olimpia mi spiega, guidando su questa strada interstatale, i segreti della numerazione delle highways. come pari significhi nord-sud, dispari est-ovest. come pari significhi ancora intorno, dispari attraverso. mi spiega anche, senza parlare, muovendo il sorriso come un radar della polizia lungo la circonferenza del paesaggio che scorre, come il sentimento del bello che proviamo anche in posti del tutto anonimi nel nostro paese sia in larga parte, e forse del tutto, determinato dalla famigliarità dei luoghi che vediamo, un tessuto di segnali che non riconosciamo apertamente, ma che ci battono come i tasti di una macchina da scrivere su un foglio già scritto. mi viene in mente allora che vi sono poeti che scrivono come se si battessero a macchina sugli occhi, sorrido, e sono felice come un bambino quando allunga la mano in un freezer per prendere un ghiacciolo, e ha il braccio troppo corto, tenendo tra le dita il lembo della gonna di olimpia.

Prenatura (2004)

Ancora, vicino agli occhi. Mordendo l’uva mi sembra di mordere la testa di una grossa formica. Il formaggio è cattivo, mio padre fa il buffone iniziando la danza. Il tuo corpo è un cielo solido come Philadelphia una concrezione di cielo una concrezione azzurra di torri. Del male, non parliamo, andiamo a cavallo. Del tempo che ci insidia i denti, ridiamo coi denti. “O lima sorda”, pur senza una condanna. Cambiamoci le suole prima dell’invasione. Prima che sulle nostre sponde appaiano i figli senza nome, tanti come gabbiani. Perché le sponde non sono più nostre, ed è per questo che vengono invase. Perché le sponde non sono più nostre perché noi non siamo noi stessi. Siamo bianchi, e senza sponda. Andiamo bianchi alla liberazione del diventare schiavi.

I bambini lottano nei prati, e noi ridiamo. Anche se poi non siamo loro padri né a loro è dato di riconoscerci come tali. Anche se da questi figli riceviamo soltanto il rifiuto.

Voi avete detto una parola di troppo, e siete stati presi. Avete detto una parola di troppo a voi stessi. Di stanza in stanza, senza pensare ossia senza guardare. Una parola di troppo avete detto, voi con la barba o senza, e quella parola ha desolato il cuore.

Quando eravamo bambini cadevamo dagli alberi e la madre ci raccoglieva. Cadevamo come le nespole, il cuore forte come un nocciòlo. Il cuore che non batteva, era un nòcciolo pieno e non batteva, e la madre ci raccoglieva.

La desolata terra, la deforme, il dietro-le-vetrine, l’obesa libertà, l’obeso amore, la diffusione dell’affanno e del respiro, per le strade, il tentativo, la desolata animalesca angoscia di un popolo che è insieme primitivo e decadente (“nato soltanto a morire”). Oh! qui è la porta! Venite qui! Da qui si esce! Da qui si esce!

Quando ancora tua madre era bella, chinava un sorriso al vitello, lavorava tutto il giorno e la sera, lavorava il tuo cuore con uno scalpello. Spiava gli affanni della tua piccola carne. Se non li avesse spiati, sarebbero ancora? Sarebbero stati? Oh, l’essere visti! Il vedere!

Da “rifiuto” (2005)

oh la mala scrittura               la malattia,
il non aver nulla da dire          e continuare a dire!
la nuda infanzia dell’uomo       mi scoppia nella testa

attimo della storia, istante,
termina adesso, vita             terminata

*

tutto è così palese, le intenzioni, dell’uomo le povere combinazioni, i desideri, povere perché percepite nella forma, povere perché paragonate ad altre forme, possibili, rese possibili dalle stesse forme che fanno desolate. desolazione di una strada, delle mura che la disegnano, dell’incommensurabilità del cielo che la irradia. desolazione di un percorso, dei passi in successione, del moto da luogo a luogo, desolazione della misura. ahi poco saggio, ahi malvagio! inganno della dismisura, inganno desolante, delusione della disproporzione. in numero e misura, da innumerabile e smisurato.

poveri passi d’uomo
sulla strada
la sera ed al mattino
e nuovamente
la sera ed al mattino

poveri passi d’uomo
nella bocca
poveri denti d’uomo
povera voce

    Oltre a queste cose ho scritto diversi testi sparsi, diseguali, non organici, tendenti ciascuno in una direzione differente. Tipo questi qui sotto.

senza titolo (2005)

lui viene e va, viene e poi va, è come è sempre
tu morirai piangendo, per tutte le bugie
per ogni falsità e peccato che hai commesso

lui viene e va, mi svuota il frigo ed esce
io morirò da vecchia in casa e sola
col latte in mano

apri la porta ed entra: prènditi i mobili
svuota il salone e svuota la cucina
vieni con il tuo amico, amica,
quello col camioncino –
prendi le cose gratis di questa casa vuota.

su questo tavolo ha giocato il mio bambino
ha giocato tra i fiori, a nascondino

scendi a comprar la droga e poi risali
vieni qui a rantolare
– piastrelle fredde contro le caviglie
fatti una sega steso accanto al muro.

tu morirai piangendo, per tutte le bugie
per ogni falsità e menzogna non svelata

su questo tavolo giocava il mio bambino
a nascondino, dietro le rose rosse.

per pauline (2006)

when pauline had me she used to burn me
with cigarettes and feed me beer as a baby

when pauline had me she used to burn me
with cigarettes and feed me beer as a baby

when pauline had me she used to burn me
with cigarettes and feed me beer as a baby

ora sono una donna – posso adottare i figli
farmi considerare. voglio adottare i figli
degli sconsiderati

qui ero piccina ancora
poi sono diventata una
giovane donna

when pauline had me she used to burn me
with cigarettes and feed me beer as a baby

mamma la vedo ancora
ma non la chiamo più
mia mamma è la sua mamma
quella che mi ha tenuta.

da quando ho diciott’anni
sono giovane donna
non una giovinetta
e non ho tempo – per i diletti

voglio prima adottare. poi, forse, figliare.
non posso creare un altro male,
prima di averne riparato uno esistente.

when pauline had me she used to burn me
with cigarettes and feed me beer as a baby

voglio adottare i figli
degli sconsiderati

tu mio fratello intanto,
tu ti suicidi, per essere
non amato.

soddisfa l’anima mia,
soddisfa l’anima mia.

nonna parla italiano
a volte la capisco

voglio farmi scopare tanto
così, a lungo

when pauline had me she used to burn me
with cigarettes and feed me beer as a baby

la scuola dei dottori
ora ci vado pure
così potrò curare
figli dei disgraziati.

curare i vecchi parlare con mia nonna

dopo trent’anni sono la prima:
femmina della famiglia.

nonna parla italiano
nonno odia pauline

mi vuole prendere con sé
portarmi giù in Sicilia
dove si semina, ma per finta.

raccogli il grano dei miei capelli.
soddisfa l’anima mia.

when pauline had me she used to burn me
with cigarettes and feed me beer as a baby

mi ebbero. e tu fratello muori,
per esser non amato.

io e te.
tu portami nel prato
a far l’amore.

raccogli il grano dei miei capelli.
placa l’anima mia.

mio padre con pauline
non ha mai più parlato
ci parlo io
ma non la chiamo mamma.

voglio adottare i figli
dei disgraziati.

raccogli fratello il grano anima mia.

glossolalia d’amore (10 aprile) (2006)

lalla ha il cuore d’oro, scoppia come una spora
ciliegio bianco in fiore, qualcuno t’ha piantato
chi prevedeva allora            la forma tua di oggi?

nude le braccia avorio, tatuate primavere
donna d’argento e nero contro i ciliegi in fiore

filo di lana bruno busto di uomo nero
fatto di pane e denti dammi una sigaretta,
tumori delle piante contro l’aria
in cima ai morti stiamo come i fiori
in cima alle radici

poi tu cadrai tra i chiodi della vita
ombra del tronco e d’oro, il riso tuo:
tra i monti curvano i delfini

donna la grande e donna
donna piccola e verde che interrompe
con la sua veste verde il verde addormentato
il verde spastico del prato digitale

su piccoli cotùrni verso una gran tragedia

dov’è la radice, dov’è la radice
di questa mia terra?

piccolo intrìco d’ombra cespuglio non ancora
pieno di fiori invece            nudo ed incomprensibile
e come un cagnolino, idrante giallo e muto (già capito),
le braccia nude e il fumo, presso la biblioteca

lejàndra aspetta a casa con il vestito rosso
il cuore mio ne è scosso, fino a scoppiare

cane al guinzaglio guidami, camelia in cima al ramo
destino d’occhi e mossa, dal vento bello

le scimmie a spasso con i cardinali

    Un solo testo recente mi sembra avere una direzione più chiara, ed è questo qui sotto. Probabilmente mi sbaglio, perché tutti quelli che lo leggono dicono che non si capisce niente non si capisce cosa vuole dire. Vorrei diventasse il primo di una piccola serie di “Lamentazioni Primitive”. L’ho iniziato a Bologna (davanti a Santa Lucia, sede dell’Aula Magna dell’Università), e nel convento dei Domenicani, poi finito a Liverpool (“pozza-fegato”) a Rathsbone Hall (quasi “ossa-di-topi”), nel campus dell’Università, che sta in una tenuta espropriata a non so quale Lord. Il testo risente dell’influenza immediata di un testo recente di Luigi Nacci (“Dirottiamo aeroplani di carta nei giorni di festa”), letto di fresco su www.absolutepoetry.org, e di una discussione avuta con lui in quel periodo. “Mazrèm” per gli ebrei è un sangue-misto, insomma un bastardo. La tradizione prevede che un “mazrèm” possa diventare più sapiente di un rabbino e farlo impallidire per dottrina. Il “nome cucito” nel braccio è il nome di Dio e l’immagine pure viene da una storiella ebraica che adesso non ricordo.

N B è A

chiesa mia chiesa impaurita
chiesa incompiuta santa lucia
noi abbiamo spodestato il padre
mangiamo nella casa sua noi siamo quelli
che hanno cacciato i signori dai parchi all’inglese
e non ci rimane niente, e vuota è la mano
lui ci ha spodestato dalla verità

nei conventi a bologna speighiamo la logica
ai domenicani, e non ci rimane niente restiamo
con le mani vuote come le mani belle della negra
chiuse intorno a un cuore che non c’è

mia chiesa chiesa mia chiesa incompiuta
chiesa mia bella, senza facciata

fumiamo le sigarette insieme agli impiegati […]
facciamo la spesa con loro […]
noi camminiamo al fianco degli asini
pensando pensieri asinini
scansando le donne che in posa di cane
ci aspettano ai bordi di via.

noi siamo una parte di quelli che hanno cacciato i signori
dai parchi all’inglese noi abbiamo svuotato le chiese
i parchi di volpi e conigli
facciamo la guarda sui figli dei ricchi
che passano qui a maturare
camminano con le ciabatte
abbracciano
si lavano i denti in fila
organizzano tristi canzoni
dietro tristi tendine
noi siamo i cani da guardia i cani dei cacciatori
guardiamo
le file dei panni piccini sui fili
la gara che fanno col bianco
dei fiori di Giuda sui rami

noi i nostri padri li abbiamo affrontati in ritratti
noi abbiamo svuotato le chiese occupato i soggiorni
predandone le biblioteche
e senza bruciare una riga né torcere un solo capello
copiandoci tutto sui palmi di mani
non noi ma qualcuno ci ha messi qui dentro
una mano segreta, quando lui si è nascosto
come una talpa dentro la tana quando qualcuno – mazrèm –
si è cucito nel braccio il suo nome
lasciandoci senza parole
messi qui come fiori
che non hanno di meglio da fare che lasciarsi cadere
fare specchio di sé in pozze di rosa ai suoi piedi

tutto questo e le nostre mani restano vuote
norimberga non vuole riempire
la bibbia in caratteri piccoli piccoli e fitta sui palmi
lo specchio per leggerla senza doverci ritorcer la testa
senza orribili strabuzzamenti degli occhi ci è tolto
si è rotto oppure il suo enigma è dissolto
presso i saloni dei parrucchieri
nelle scatole da trucco delle bimbe
negli ascensori degli uffici – e lei vi si specchia felice

e non di passaggio ma soltanto se è per dimora
di un tempo di vita.

e tutti di noi si lamentano – anche i nostri cani –
siamo sconosciuti nessuno ci ha mai incontrati
siamo come un fantasma senza immaginazione
siamo come una apparizione – sulla piazza maggiore
non conserviamo nessuna parola e non ci interessa la verità.
marciamo di fianco ai muli da soma
pensando pensieri asinini.

10 pensieri riguardo “Riti di passaggio (II) – Lorenzo CARLUCCI”

  1. Le iniziazioni variano da cultura a cultura, ma segnano sempre. E qui felicemente. Questo excursus di formazione prosegue qui quieto, con l’abbandono dell'”ipertestualità” . Non c’è più, nella scrittura, il “peso” di ciò che si sa, né – soprattutto – il timore. C’è il lasciarsi andare, il metabolizzare, la ricerca di una parola, eliminando quel che di volta in volta si sente superfluo per la propria. Così in “cani” ci sono echi alla Saba ma carlucciani e dalla “comunità assoluta” la sezione del *rifiuto* è secondo me calibratissima e molto riuscita.
    “e senza bruciare una riga né torcere un solo capello
    copiandoci tutto sui palmi di mani”
    mi sembra infine una dichiarazione di poetica di Lorenzo e di tutta una generazione di poeti che cresce, cresce, l’iniziazione ormai alle spalle.
    Con molti auguri, Viola

  2. Ben tornata, Viola, e grazie ancora per le tue puntualissime analisi.

    “La comunità assoluta”, a quanto mi risulta, dovrebbe essere in dirittura d’arrivo. E sarà un bel leggere, perché si tratta davvero di un gran bel libro.

    fm

  3. grazie mille viola, francesco! il libro sì, dovrebbe essere pronto tra poco. delle cose qui sopra soltanto “enespace5” è nella raccolta che verrà pubblicata. le altre cose, anche il “rifiuto” che piaceva a viola, sono testi ancora sparsi.

    saluti!
    lorenzo

  4. beh grazie a emanuel ride. la parola “importante” mi ha fatto saltare in mente questo:

    “l’Idée, qui seule importe,
    en la Vie est éparse”,

    da rené ghil, traité du verbe.

    lorenzo

  5. Caro Lorenzo, posso assicurarti che difficilmente il prof. Ride si spende in complimenti, se non è davvero convinto profondamente di quello che scrive.

    Io, se può interessare, la penso esattamente come lui.

    fm

  6. Beh, Francesco, mi interessa eccome il tuo parere, è per questo che ti chiedo tantospesso di leggere la mia roba. Grazie ancora per tutto l’incoraggiamento.

    Merci beaucoup, Prof. Ride, je suis flatté par votre attention.

    Bello sapere d’essere letto a Tolosa (“viva tolosa”), terra dei puri e della tradizione, e:

    “Peire Vidal era de Tolosa e era filh d’un pelissier”

    Au revoir,
    Lorenzo

  7. Quando lessi la Comunità Assoluta ebbi l’impressione di aver avuto accesso a un luogo di visioni e storie difficili da trattenere e, proprio per questo, ancor più affascinati. Niente di definitivo nei soliloqui pieni di domande, l’assenza non si colma mai, è un pieno di vuoto. Eppure a volte arriva un vento smeraldo e allora tutto diventa magnifico. I cani che guaiscono trovano pace e i vetri sul terrazzo non feriranno i piedi dei bambini.

    Mi è piaciuta sopra, fra le altre, N B è A. Mi pare ci sia qui uno spostamento dell’ago della bussola che dava la direzione alla produzione precedente. Appaiono altri temi, si guarda fuori della Comunità Assoluta, al mondo che c’è fuori. Poeti(non piccoli) crescono.

    Mille auguri

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