Segni del perturbante (II) – Flavio ERMINI

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(Gottfried Ecker, o. T., 2001)

Segni del perturbante

[Tratto da Flavio Ermini, Antiterra, premessa di Marco Ercolani, Novi Ligure, “I Libri dell’Arca”, 2006, pag. 65–67; già in Anterem, XXVIII, n. 66, Giugno 2003. // Qui è possibile leggere “Il perturbante” (I)]

Mi addosso alla sua ombra
raccolgo il suo silenzio tra le mani.

                               JACCOTTET

    Ogni processo approfondito di conoscenza non porta che alla scansione di strati sempre più profondi e abissali d’incomprensibilità.
    Nei suoi sforzi cognitivi, l’uomo segue un itinerario paradossale e contraddittorio nel corso del quale l’attività della mente si manifesta nel sentire e nel pensare contro, giungendo a volgere ogni emozione e concetto nel loro contrario, fino alla sperimentazione dell’indifferenziato. I segni del perturbante ne sono una testimonianza.

     Nel suo rimettersi all’oscurità come a una forma più profonda del sapere, il pensiero entra in un processo di lacerazione e dissoluzione che lo porta a identificarsi con la natura; o meglio: con l’ombra stessa della morte che la natura distende sulla vita.
    «Questa montagna ha il suo doppio nel mio cuore» scrive Jaccottet. «Mi addosso alla sua ombra / raccolgo il suo silenzio tra le mani.»
    Questa è la nostra esistenza. Noi viviamo una vita in cui il silenzio e l’ombra divengono la scienza stessa di un pensiero che si pone in fondamentale rapporto con ciò che si rifiuta a ogni inchiesta e si sottrae a ogni risposta.
    Non lo ignora Bernhard quando annota: «Noi domandiamo, ma non riceviamo alcuna risposta. Noi continuiamo a domandare. Tutta la vita consiste di domande e noi esistiamo soltanto per il fatto che precisamente domandiamo, ma non riceviamo una risposta… ognuno è un incubo abbandonato a se stesso».

    L’uomo non viene al mondo per rispecchiarlo col suo linguaggio e con i suoi sistemi simbolici. Sarà anche vero che questi gli consentono di resistere alla pressione altrimenti insostenibile dell’esistere. Ma va detto con chiarezza che difficilmente con essi potrà accedere alla propria essenza.

    Il dato di fatto della nostra vita non è l’esistenza che vediamo e descriviamo, ma l’impossibilità di vederla così come essa è e di descriverla secondo logica.
    L’esercizio del pensiero nel sentire e nel pensare contro è l’arte di far emergere quanto una concezione cristallizzata e gerarchica del sapere ci impedisce ormai di cogliere.

    Il centro geometrico che l’uomo si è costruito come abitazione per proteggersi dal mondo a cui è stato consegnato, va trasformandosi in un presente fatto di ingombri, sbarrato: esito di una forma mentale fondata esclusivamente sulla ragione.
    Secondo Wittgenstein va presa coscienza che la nostra cosiddetta comprensione è soltanto una forma di cecità rispetto alla nostra incomprensione: «La difficoltà è riconoscere l’infondatezza della nostra credenza». Quell’infondatezza è l’unica condizione che ci fa essere.
    Solo chi ha confidenza con la parola poetica tenta di spingersi oltre lo spazio fisiopsichico che lo trattiene e di farsi ricettore di segni «indicativi di una cosa oscura», come avevano per primi formulato gli stoici.

    Eppure non c’è grazia, ma solo dolore e sgomento nel congedarsi dalle cose ridotte a merce e nello spingersi fuori dalla luce, verso la propria notte, camminare dentro se stessi parola dopo parola, segno dopo segno discendere verso ciò che sembra rivelare qualcosa alla sensibilità.
    Questa esposizione investe tutto l’essere da noi sperimentato. E per parlarne la lingua si priva di ogni ornamento. Solo così potrà dire ciò che è essenziale: l’assenso al silenzio e alla voce che nel silenzio è custodita. Perché, come in Hölderlin secondo Heidegger, «questo dire non è l’espressione del pensiero, ma è il pensiero stesso, il suo cammino e il suo canto».

    Chi si affida ai livelli inconcepibili del sentire e del pensare non ci consegna alcuna certezza. Ma ci stimola all’interrogazione ininterrotta e ci ricorda che la radice dell’angoscia non è inscrivibile solo all’esistenza come possibilità, ma anche al grido che avvertiamo dentro di noi e che usa la nostra mente come semplice cassa di risonanza, per chiamarci.
    Il cammino verso la profondità dell’essere, e dunque del suo fondamento, si compie in un continuo digradarsi della luce verso l’oscurità della materia.
    Nel suo volgersi a ciò che esclude ogni rapporto, si espone ai segni del perturbante e, in uno scompiglio di limiti e conoscenze, costituisce un banco di prova per la scrittura.

 

***

 

Philippe Jaccottet tradotto da Antonella Anedda
(Tratto da Anterem, XXVIII, n. 66, Giugno 2003)

Le don, inattendu, d’un arbre éclairé par le soleil bas de la fin de l’automne; comme quand une bougie est allumée dans une chambre qui s’assombrit.

Pages, paroles cédées au vent, dorées elles aussi par la lumière du soir. Même si les a écrites une main tavelée.

Violettes au ras du sol: «ce n’était que cela», «rien de plus»; une sorte d’aumône, mais sans condescendance, une sorte d’offrande, mais hors rituel et sans pathétique.
Je ne me suis pas agenouillé, ce jour-là, dans un geste de révérance , une attitude de prière; simplement pour désherber. Alors, j’ai trouvé cette tache d’eau mauve, et sans même que j’en reçoive le parfum, qui d’autres fois m’avait fait franchir tant d’années. C’est comme si, un instant de ce printemps-là, j’avais été changé: empêché de mourir.

Il faut désembuer, désencombrer, par pure amitié, au mieux: par amour. Cela se peut encore, quelquefois. A défaut de rien comprendre, et de pouvoir plus.

A la lumière de novembre, à celle qui fait le moins d’ombre et qu’n franchit sans hésiter, d’un bond de l’oeil.

*

Il dono inatteso di un albero illuminato dal sole basso di fine autunno, come quando una candela viene accesa in una stanza che s’imbruna.

Pagine, parole al vento, anche loro dorate dalla luce serale. Benché scritte da una mano chiazzata dagli anni.

Viole raso terra: «non era che questo», «non era nulla di più», un’elemosina ma senza degnazione, un’offerta ma senza sentimentalismo, fuori da ogni rituale.
Mi sono inginocchiato quel giorno, non in gesto di rispetto o di preghiera; ma semplicemente per diserbare. Allora, ho trovato quella macchia di acqua viola, e senza neppure riceverne il profumo che altre volte mi aveva fatto varcare tanti anni. Come se, in un istante di quella primavera io fossi stato trasformato: trattenuto dal morire.

Dovremmo dissipare ogni nebbia svuotare ogni spazio, per pura amicizia, meglio: per amore. Qualche volta si può ancora. Pur non capendo nulla, pur non potendo nulla di più.

Alla luce di novembre, quella che non fa quasi ombra e si oltrepassa senza esitare, con un balzo dell’occhio.

***

Paroles, à peine paroles
(murmurées par la nuit)
non pas gravées dans la pierre
mais tracées sur des stèles d’air
comme par d’invisibles oiseaux,

paroles non pas pour les morts
(qui l’oserait encore désormais?)
mais pour le monde et de ce monde.

*

Parole, appena parole
(mormorate dalla notte)
non certo incise sulla pietra
ma tracciate su delle steli d’aria
come da invisibili uccelli,

parole non per i morti
(chi mai oserebbe ancora?)
ma per il mondo, di questo mondo.

***

La main tenant la rampe
et le soleil d’hiver dorant les murs

le soleil froid dorant les chambres fermées

la gratitude envers l’herbe des tombes
envers les rares gestes de bonté

et toutes les roses éparses des nuages
les braises laineuses des nuages
éparpillées avant que la nuit ne tombe

*

La mano sulla ringhiera
e il sole d’inverno sui muri

l’oro del sole freddo sulle stanze chiuse

la gratitudine per l’erba delle tombe
e per i vari gesti di bontà

e tutte le rose sparse delle nubi
le loro braci di lana
disperse prima che la notte cada

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