Paesaggi in attesa di sguardo – Pierluigi LANFRANCHI

Pierluigi Lanfranchi

SETTE SONETTI PER UNA CITTÀ
a Kees Verheul

I.

La pioggia fa da terza dimensione
a questo paesaggio altrimenti
del tutto piano, una composizione
monocroma di linee e gradienti

creata da un Mondriaan divino.
Sulla campagna un silenzio compatto.
Soltanto l’elica di un mulino
eolico apre l’aria con esatta

cadenza. Poi la pioggia si arresta.
Il sole scopre la trama d’argento
dei canali. Nell’occhio di chi osserva
da un treno questi raggi convergenti
fanno girare come una ruota
di bicicletta l’orizzonte vuoto.

II.

La pioggia sferza le torri neogotiche
della stazione. L’ago nel quadrante
dell’anemometro ondeggia avanti
e indietro attratto da un nord dispotico.

Sembrano tendere tutti i passanti
a un punto, ma secondo caotici
disegni o lungo linee asintotiche,
quindi restando tra loro distanti.

Come uno dei martiri a Sebaste,
al supplizio del gelo non resiste
l’ombra che il trabocchetto di una porta
girevole sottrae alla scena.
Nessun altro di certo si è accorto
del vacuo che ha lasciato la sua pena.

III.

La pioggia scroscia obliqua contro i vetri
e la stella dell’insegna, illustrando
ai clienti seduti in veranda
la teoria del clinamen. Da scheletrici

rami e dalle ciglia delle grondaie
sgocciola senza posa. Al selciato
s’incolla il fogliame come al palato
la lingua. Dai tombini le caldaie

alitano vapore. Un nessuno
in impermeabile entra nel fumo
del caffé per sottrarre al paesaggio
ogni traccia di sé: autonegazione
significa che non c’è distinzione
tra prima e dopo il nostro passaggio.

IV.

Nell’acqua dei canali si riflettono
capovolti i frontoni dei palazzi
come spalliere in fila di letti
barocchi. Attorno alle barche guazzano
le folaghe. È immobile lo specchio
su cui aleggia dal principio un occhio

liquido. O quasi. Le cose rifratte
nell’H2O perdono i contorni
netti, anche la pietra si deforma,
l’acqua inarca le linee rette

per effetto dell’onda e le spezza.
La città tiene i piedi a mollo fino
alla caviglia in questo catino
dove il flusso intacca la saldezza.

V.

Non è più alto il sole a mezzogiorno
né più lucente dei rari lampioni
che si alonano di arancione
nel cielo inallusivo e disadorno.

I corvi a scatti si guardano attorno
zampettanti sui fili in tensione.
Dall’immobilità dei cornicioni
si scioglie in volo una schiera di storni.

Anche per gli uccelli una retta
è la linea più breve che unisce
il davanzale al vertice del tetto,
ma nelle nubi senza superficie
come in un vetro coperto di polvere
la prospettiva sfuma, si dissolve.

VI.

La pioggia riga i cristalli del tram
con gocce in tutto simili a flagelli
di semi. Ad ogni svolta una scintilla
illumina il cielo di Amsterdàm.

Sopra la strada i lampioni oscillano
sospesi ai fili che il vento sgronda
ora allungando ora scorciando l’ombra
dei passanti aggrappati ai loro ombrelli.

Si aprono i ponti, i bracci levati
come in atto di arrendersi all’inverno.
La pioggia ammolla le ossa all’interno
come l’olio il midollo di patate
fritte. Un corpo trascina l’ombra fradicia
fino a casa, entra, appende il soprabito.

VII.

Parlano un identico linguaggio
la città e la pioggia, geometrico
elementare. L’occhio dietro ai vetri
impara a guardare il paesaggio

nel suo luogo natale. Millimetrico
lo sguardo. Inutile ogni personaggio
osservatore incluso. Il coraggio
è sapere sparire nella metrica,

svoltare all’angolo. Mandano ancora
riflessi i vetri anche se le tende
sono tutte calate a quest’ora.
Dentro si scorgono sagome intente
a qualcosa – sui fogli segni, forme.
Sotto la palpebra l’occhio non dorme.

***

da Stanze per Giuseppe Scaligero

I.

Fuori la pioggia sfrigola come olio in pentola.
Cigola un cancello. Sbatte. Il platano sventola
un sacchetto di plastica, ma non placa il tormento

delle raffiche. Indica il lunario il ventuno
marzo: anche quest’anno, senza avviso alcuno,
la primavera ha perso il momento opportuno

per cominciare. Dura nelle tane il letargo,
nei termometri dorme il mercurio, nei bar
appannati la gente cerca scampo all’embargo

dell’inverno bevendo ginepro e acquavite.
Gira sopra la porta del barbiere la vite
perpetua dell’insegna su se stessa, reitera

la propria tripla elica con effetto ipnotico
(è la stessa vertigine che spalanca il vuoto
del tempo), riavvolge le spire monotona,

ma non incanta i refoli che secchi come schiaffi
schiantano i rami morti, squassano siepi, graffiano
i vetri delle auto in fila in mezzo al traffico.

Più di questa tempesta è la storia, Scaligero,
che infuria e tra i generi continua a prediligere
quello tragico, come quando – qui tra indigeni

e profughi – dei secoli raccoglievi i tesori
e ne emendavi i calcoli. Confondere la storia
col tempo è stato il più grave dei tuoi errori.

Te ne sei reso conto solo dopo che ha smesso
per sempre il cigolio delle vertebre, adesso
che per te il verso (avanti/indietro) è lo stesso.

da Cartoline greche
(ad Alfonso)

I.

Non tira un filo di vento a Dodona
e per questo ci si sente perduti
nel labirinto di pietre inutili,
denti rotti, frammenti che abbandona

a quest’ora anche l’ombra. Pur sapendo
bene che non si tratta della stessa
quercia, comunque ho, come promesso,
posto all’oracolo la tua domanda.

Significava di sicuro ‘sì’
ciò che ho sentito. Sì – ci giurerei.
D’altra parte il segreto con gli dèi
sta nel modo in cui formuli il quesito.

II.

Se ti affacci certi giorni limpidi
senz’afa – qui estremamente rari –
dal nostro balcone in via Gounari
puoi vedere i contorni dell’Olimpo.

Ma c’era scarsa visibilità
quando l’imperatore a Tessalonica
come si scioglie un’orchestra sinfonica
congedò tutte le divinità.

Se anche i templi furono distrutti
non per questo gli dèi sono scomparsi.
Ripeto questi versi. Sì, può darsi,
ma è difficile ignorare l’editto.

IV.

Sui marmi dorsi ruvidi di rospi
come certe verruche sulla pelle.
Nella palude coppie di libellule
sbirciano unirsi i loro doppi: ospiti

e custodi di questo tempio semi-
sommerso. Un corpo di pietra smembrato
eroso, steso sott’acqua su un prato
di fibre scure. Metterne insieme

tutti pezzi per lei sarebbe un gioco:
Isis elementorum omnium domina,
victrix, regina, dea dai mille nomi
inutili se nessuno li invoca.

VIII.

Sulle soglie gli uomini di Ianina
fumano e sgranano scacciapensieri.
Deposita il caffè dentro i bicchieri,
l’alga nel lago, il tempo nell’anima.

Nella sua gabbia di ferro Ali Pasha
si riposa dagli infiniti amplessi
con le sue spose e concubine adesso
che è ostaggio di un’unica bagascia.

Al bagno turco è crollato il tetto.
Il tempio è chiuso anche di shabbat.
Qui le campane continuano a battere
ma non coniugano più il perfetto.

Esiodo II

Se escludi le zanzare diurne
e il ronzio del frigo, tutto il resto
dorme in cucina, chiuso in un’urna
di calore. Si anneriscono presto

pesche e susine. Poi sarà il turno
dell’altra frutta che inscena nel cesto
una natura morta. Puoi dedurne
il presagio che vuoi purché funesto.

Contro il vetro un insetto si accanisce.
Il sifone boccheggia come un pesce.
Non potendo dilatare lo spazio
l’afa espande i secondi in minuti
– questi in ore – e prolunga lo strazio
dell’estate. Resisterle è inutile.

22 pensieri riguardo “Paesaggi in attesa di sguardo – Pierluigi LANFRANCHI”

  1. Non lo conoscevo Lanfranchi poeta. Grazie Francesco per questa opportunità.
    E’ in uscita o uscito su cartaceo? Mi piacerebbe saperne qualcosa di più…

    Un saluto caro

  2. Ringrazio molto Francesco dell’ospitalità, del bel titolo e del mulino di Mondriaan.
    E grazie a Luca Ariano della lettura.
    I ‘Sette sonetti’ sono usciti su LiberInVersi e su Nazione Indiana, ma non su carta. Il resto è tutto inedito. ‘Esiodo II’ fa parte di un libretto a quattro mani che sto scrivendo con Alfonso Petrosino. Abbiamo testi, titolo, copertina. Ci manca l’editore.
    Anche il resto non so se e quando verrà pubblicato. Per il momento circola qui. Ed è già molto.
    Ciao,
    P.

  3. Grazie Pierluigi. Siccome mi piace avere i libri di poesia che leggo ero solo curioso di sapere se si poteva trovare qualcosa.
    Bella l’idea del libro a quattro mani. E’ un progetto che ho anche io in cantiere ma siccome è in fieri non mi pare il caso di parlarne nè nominare le altre due mani…
    Nel caso usciate anche su cartaceo fatemelo sapere.
    Di Petrosino ho letto più cose poi mi pare di averlo conosciuto al Festival di poesia di Pavia.
    Scusate la digressione…

    Un caro saluto

  4. Solo una domanda a Pierluigi: perchè le cose rifratte/nell’H2O?
    Non era più semplice, e meno stridente, acqua?
    Spero non me ne voglia per questa domanda, già ho una scortesia (involontaria) da farmi perdonare.
    Grazie.
    liliana

  5. una poesia che tiene insieme (emotivamente e metricamente) il frigo e la teoria del clinamen, il barbiere e i martiri a Sebaste, evidenzia la personalità complessa dell’autore e la sua maestria tecnica. Forse, il passo successivo potrebbe essere quello di sciogliere ancor più in canto, l’attrito naturale del verso chiuso.

    un caro saluto a tutti

  6. Grazie ancora a Luca, a Luigi per aver ricordato ‘Canicula’ (e per averla voluta, curata e pubblicata), a Liliana e Stefano per i loro commenti.
    Dunque, perché H2O? Forse per variare (‘acqua’ già compare nel primo verso di questo sonetto rovesciato). La domanda, Liliana, è del tutto legittima e non ricordo alcuna scortesia da parte tua!
    Stefano, in effetti nei miei versi l’attrito è ancora troppo forte. Spero davvero di poterlo ridurre al minimo, di scrivere versi in ‘caduta libera’.
    Pierluigi

  7. “scrivere versi in caduta libera”, la liberazione che aspettano molti poeti dell’età nostra. e quelli che non l’aspettano dovrebbero aspettarla. tu sei cosciente di aspettarla. le belle poesie che scrivi vi tendono dolorosamente. come ti prepari? ti prepari?

    lorenzo

  8. pulitissime, nitide, forse più aforismatiche che poetiche, c’è un qualcosa che manca e non nel registro formale, manca passione?? (“almen dall’alto cadere ruinando”). Comunque oneste, il che di questi tempi non è poco, un saluto, Viola

  9. Lorenzo, l’unico modo che si ha sulla Terra per sottrarsi alla gravità è quello di abbandonarsi alla gravità stessa. Ho letto una volta che la Nasa prepara gli astronauti ad affrontare l’assenza di gravità nello spazio usando un jet (chiamato Vomit Comet) che raggiunge periodicamente momenti di caduta libera. Se vuoi, il mio Vomit Comet sono i miei versi, la mia lingua. I momenti di caduta libera sono necessariamente brevi, altrimenti mi sfracellerei al suolo. Ma mi preparo così, nell’atmosfera, per un viaggio nello spazio che non farò mai.

    Viola, grazie della lettura e del commento. Non sei la prima a rimproverarmi una mancanza di passione. Mi piacerebbe poterti rispondere con una frase dai Cahiers di Valéry che fa più o meno (vado a memoria, che nel mio caso è pessima): “Io ci metto la ragione, che i sentimenti li metta il lettore”.
    Ciao,
    P.

  10. beh, direi, sperare una cosa sapendo che non avverrà mai (il volo senza gravità, la perdita d’attrito dei tuoi versi, la tua liberazione di poeta) è già passione e non ragione… (?)

    lorenzo

  11. Anche la “febbre calma”, da incisore, con cui tenta una materia costituita dalle linee di confine tra immagine e immagine, è “passione”. Ne ricava una struttura che è il tempo “unicamente” del verso: non appartiene né alla mano, né all’occhio, né all’immagine, pur inglobandoli tutti e regalando ad ognuno una “astrattezza” che, forse, non è altro che una nuova scansione, mai definitoria, del movimento, della pupilla e della visione.

    fm

  12. Ad ogni lettura i sonetti su Amsterdam guadagnano spessore. Scene che non avevo focalizzato adeguatamente ritornano più forti.
    Ad esempio la resa dei ponti all’ (generale?) inverno; in che relazione è con il ritardo della primavera delle Stanze di Scaligero?
    Io non ci vedo attrito (pur consapevole che l’affetto rosicchi le diottrie) e i versi più riusciti e più memorabili mi sembra che siano quelli più regolari (“puoi dedurne/ il presagio che vuoi purché funesto” o “sta nel modo in cui formuli il quesito”).
    Apprezzo molto il programmatico coraggio di “sparire nella metrica”: ciò nonostante l’autore andrebbe denunciato all’Inquisizione per manifesto paganesimo.
    alfonso

    P.S.: ringrazio con commozione per la dedica delle cartoline.

  13. Mi trovi perfettamente d’accordo.

    Nonostante gli altri inediti presentino una maturità, una consapevolezza e una sicurezza molto più accentuate, i “Sonetti” hanno un fascino tutto loro, potente e lieve, che invoglia a ripetute letture, alla ricerca di quegli “squarci d’imperfetto” che sono il segno più evidente della “visione” che il “paesaggio” si aspetta dallo sguardo che dovrà venire.

    D’accordissimo anche sul fatto che “l’autore andrebbe denunciato all’Inquisizione per manifesto paganesimo”…

    Ben approdato da queste parti.

    fm

  14. Alfonso e Francesco, vi ringrazio.
    Le imperfezioni dei sonetti non sono programmatiche, ma solo frutto di imperizia. Però la lettura che ne fa Francesco (gli ‘squarci d’imperfetto’) mi piace molto. Anche i versi mi sembrano subire quella deformazione che l’acqua impone all’occhio che osserva questo paesaggio.

    Il reato di paganesimo è caduto in prescrizione, no?
    Ciao,
    P.

  15. I sonetti li conoscevo, ma gli inediti acquisiscono una pulizia di resa e una fluidità, pur nella prigione della forma, che trasuda grecità, non solo per i riferimenti.
    Non credo siano “freddi”, stefano. C’è molta carne dentro, altro se c’è…

    Mi complimento con Pierluigi. Mi sembra un poeta in crescita vertiginosa.

  16. @ Pierluigi

    Il “reato di paganesimo” in Italia non cade mai in prescrizione, quindi… riguardati. Lo stesso discorso vale, a quanto leggo e ho letto in giro di suo, anche per Alfonso. A buoni intenditori…

    @ Luigi

    Credo che “vertiginoso” sia l’aggettivo più adeguato, lo sottoscrivo pienamente.

    fm

  17. Grazie, Luigi, del tuo generoso commento. Sono contento che si percepisca un avanzamento, una progressione in ciò che scrivo. E sono contento che tu vi scorga qualcosa di greco. Ricordo che anche Francesco, quando uscirono le mie prime cose su LiberInVersi, fece riferimento ai lirici greci.
    P.

  18. Tra l’altro, Francesco, in uno dei commenti alle mie poesie su LiberInVersi un anonimo postò una bella poesia, il cui primo verso faceva ‘Paese d’ombre’. Erano versi tuoi?
    P.

  19. Pierluigi, sono andato a controllare, non me ne ricordavo nemmeno.
    Sì, il testo è mio (“Paese d’ombre”, in “Alfabeti di esilio” del 1990), ma non so assolutamente chi l’abbia postato. Può essere solo qualcuno che possiede una copia del libro. Nel caso passasse da queste parti, gli chiedo se può farmelo avere fotocopiato.

    Nei giorni scorsi ho anche riletto quello che avevo scritto allora sui “Sonetti”, e sono sempre più convinto di aver visto giusto. Ricordo anche che c’erano altri notevoli commenti e che ne venne fuori una bella discussione. Oggi, per quel che mi riguarda, e anche alla luce di questi nuovi testi e di altri che ho letto, amplierei il discorso, soprattutto per quanto riguarda il rapporto “paesaggio/sguardo” vs “assenza” (il “visto dall’alt(r)o”), anche a una prospettiva “dall’interno”, nel senso che l’occhio che al paesaggio si ingloba ne modifica comunque struttura e linguaggio: ne è una evidenza il “precipitare” degli ultimi versi in uno “smottamento” che non si risolve solo in cambi di ritmo ma, in alcuni casi, in un cambio di prospettiva totale. Cfr. in particolare I, III, VII, e, per i nuovi testi, il bellissimo “Esiodo II”.

    fm

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