Non possiamo abituarci a morire – di Luigi DI RUSCIO

Da Non possiamo abituarci a morire
(Milano, Schwarz Editore, 1953)

1

Raccolgono la neve
con le mani coperte di sangue guasto
la mettono sulla bocca
per tutti i gelati
che quest’estate non hanno avuto
montano su pezzi di legno
e scivolano per tutti i sogni che non hanno fatto
e sarà giorno di festa anche per loro
fuori dalle case
con le vesti bucate
le scarpe sfondate
mentre la neve fascia di gelo le case
in questa vostra terra
dove dio ci ha fatti bastardi

2

Avevo cinque anni
una vecchia mi fece capire
perché nessuno mi teneva sui ginocchi
mia nonna che mi teneva per mano non mi difese
né per consolarmi mi strinse la mano
per questo sono andato solo sui fiumi
l’acqua non mi è servita per specchiarmi
ritornavo a casa per non dormire sul greto
a quell’età la fame fa essere pazzi
fa divenire presto adulti
e tutte le erbe che le capre hanno brucato
ho imparato a cogliere
ho preso il gusto del sapore amaro
questo è stato il mio latte
e perché rubavo con calma avevo i frutti più belli
andavo solo per non essere scoperto
al mio odore i cani non hanno abbaiato
e nessuno può condannarmi
se presto mi sono adoperato a negare iddio
sulle mura che l’acqua gonfiava
avevo visto solo le immagini di carta
ho scoperto i libri nel mucchio dello stracciaio
ancora oggi mi incanto a guardarli
cercavo tra le carte la pagina scritta
ho gridato e mi hanno guardato come essere vivo
come qualcosa di più di un viaggiatore
sono entrato nelle strade
quale bambino non sogna di vestire da uomo
io lo sono stato presto
ho trovato ancora con i pantaloncini corti
una donna che è rimasta contenta
perché gli uomini gli facevano male
ho volato sui pensieri
sognando per ogni foglia che ho visto cadere
erano le ore senza riposo
le chiese servivano per rinfrescarmi
giravo assetato delle donne
che presto con soldi rubati ho pagato.
Ora sento l’amore delle donne che sfiora il viso di fiati
stringo i capelli grassi
e le mie labbra da negro mi portano fortuna
gli occhi che non sanno riposare.

3

Sono senza lavoro da anni
e mi diverto a leggere tutti i manifesti
forse sono l’unico che li ragiona tutti
per perdere il tempo che non mi costa nulla
e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
neppure dio lo ricorda.
gioco alla sisal
e ragiono sulla famosa catena
ma ormai poco mi lascia sperare ai miracoli
sarebbe meglio berli
i soldi che gioco per sperare un poco.
Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro.
Ed oggi vi erano due donne a riportare il libretto
ma le hanno consolate
gli hanno detto che per loro è più facile
potranno sempre trovare un posto da serve.
Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
una coppia si baciava
anch’io su quel sedile ho avuto una donna
ora ho lo sguardo di una che vorresti
che scivola dai capelli alle scarpe
per scoprirti che sei uno straccione.
Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta pieno d’entusiasmo
dormivo di un sonno profondo
e alle feste con la donna
che ho lasciato per farla sempre aspettare
ora l’insonnia sino all’alba
poi un sonno pieno d’incubi.
Avevo pensato di farla finita
se resisto è per la speranza che cambierà
ma ormai ho qualche filo bianco
senza una sposa e un figlio
solo questo vorrei questo sogno da pazzi.

4

La domenica passiamo a ballare
oppure al cinema
oppure quando la squadra andava bene
a vedere la partita
a discutere al caffè per tutta la sera
d’un rigore che non dovevano dare
d’un fallo
di un tiro sbagliato
e nati tra queste mura
abbiamo fatto insieme tutte le cose
la scuola la prima comunione
gli stessi sogni di fuggire
e insieme abbiamo passato la guerra
nutrendoci di centocinquanta grammi di pane
che non basta ad empire la bocca una volta
e il fascismo lo abbiamo conosciuto
e l’arrestare sempre qualcuno
perché il lavorare di tanto in tanto
è la storia di sempre
come il discutere di partire l’australia
o di andare volontari
a non soffrire più la miseria
ed ogni giorno ci prende il gusto più forte
di ridere alle solite cose
che dicono sulla patria e su dio
per convincerci a morire come siamo nati.

5

Sulla stradetta che porta al casino
spesso trovo le donne
che non guardano più con curiosità
non ci fanno più caso
neppure le giovani
che chi sa a quello che pensano.
Si passa per un muretto di cinta
che al sole si empie di lucertole
e i bimbi alla posta
con cappi d’avena
e prese girano a lungo
sino a morirle.
Vedo tutto questo
perché vado nell’ore di sole
per fare con comodo
senza aspettare a volte la fila
averle con in corpo la fretta.
Posso fare due chiacchiere
nude vedermele vicino
e fatta amicizia
abbracciati salire le scale
baciato dalla bocca che odora di menta.
Contento rifaccio la strada
e qualche ragazzo capelluto
con lucertola in mano mi ride d’invidia
di non aver venti anni come me.

6

Per colazione hanno acqua e pane
bevono molta acqua
la saliva che hanno devono sputarla sulle mani
perché il martello non scivoli
a mezzogiorno mettono nel brodo d’erbe
il solito pane nero
al coprirsi del sole se io sono pieno di malinconia
per loro è bello tornarsene a casa ridendo
sedersi in famiglia giocare con i figli
dopo dieci ore di lavoro sulle pietre
per quel poco pane e perché la moglie
continui a fare per ultimo il piatto
perché a nessuno manchi la parte

7

d’estate la pioggia fa bene ai granturchi
e i maiali vanno di meno
e quando va bene in campagna va bene per tutti
ma nella stagione cattiva
la pioggia è una maledizione
e coprirsi la campagna di sterpi
ed è come stare all’aperto
l’acqua scorre sul viso sulle spalle
e si lavora così tutti i giorni
vai sulla strada sperando di fare giornata
la pioggia ti leva il pane
e quando si lavora la pala s’inzacchera sulla fanga
la carretta s’affonda
e devi spingere con tutta la coscia
con le corce e gli stinchi bagnati
e nelle case i figli cercano il pane
i pezzi di pane-duro di quando c’era il sole

8

Ancora piove
e forse pioverà per sempre.
L’acqua scorre su due rivi
e porta lo sporco dei quartieri alti.
S’ode solo il battìo del ramaio
sulla bottega con le pareti colanti d’acqua
e il fuoco sul rame
le nubi di vapore.
Lì le vecchie del vicolo
che tutto popolano di misteri
vedono i colloqui infernali
e quando uno dei ramai s’impiccò
dissero che l’anima se la prese il diavolo.
Da noi le oscure leggende prendono i cuori
e passano lontano dal ramaio
quando vanno per l’acqua alla fontana
e fu uno dei ramai a dirmi
facendomi vedere il libro delle lune
che chi è nato d’acquario è tenebroso come l’acqua
ed è nato per essere solo me lo dissero con calma
poi ravvolsero le pagine scritte
le rimisero in un buco nel muro e continuarono a battere.
Io non ho mai avuto paura
Avevano l’unico orto del vicinato
Le grotte di cui vedevo gli archi pieni d’acqua
E il cipresso dove finì l’impiccato
Lo vidi rimase appeso un giorno
con la lingua nera.

9

Sopra i tetti vagano i gatti
e i miagolii pianti dell’amore
portano le menti nel terrore.
E le bottiglie gettate per paura.
Dicono che tra l’ombre ronzano le streghe
e i morti s’alzano.
Io non vidi mai nulla
è solo una mia dura ironia
che mi porta ai fantasmi
immagino gufi con verdi occhi
vagare nell’ombra
vedo le stelle immense
e non ho paura.

10

La città dove viviamo è un gruppo di case
accatastate in un colle
circondato da torrioni e mura
e alla periferia piccole officine
dove si lavora tutto il giorno e si guadagna poco.
Nella nostra città vi sono le chiese
E i vecchi che dicono che qua si sta male
per tutte le chiese
e i palazzi dove abitano loro
che fanno le elemosine
le signore damine di carità
che portano qualche volta i buoni per il pane
e guardano dentro le marmitte
per vedere se vi bolle la carne
e guardano lo sporco
storconi il naso agli odori
dicendo – l’acqua non si paga –
e intorno le nostre case appoggiate l’une sulle altre
come stroppi che si tengono la mano
e si impreca perché non le cade una
che crollerebbero tutte come un castello di carte.
Le nostre parti sono ancora come nelle vecchie mappe
Hanno ancora la fossa per la merda
e le signore damine dovrebbero saperlo
che buttarci l’acqua significa empire la fossa
e la puzza rimane la stessa
e ci viviamo da tutta la vita
al mattino mangiando un pezzo di pane
a mezzogiorno un piatto di minestra
alla sera un piatto d’erbe
che la vecchia va ogni giorno a trovare
e il curato a carnevale ebbe il gusto di dire
– domani spero fare tutti vigilia –
noi la facciamo tutto l’anno vigilia
e siamo buoni cristiani
nessuno ha fatto tante penitenze.
Non diciamo questo per la vostra pietà
è per mettere il dito sulla piaga
e guardare con gli occhi slabbrati
senza sogni che ci vorrebbero portare per mano.
Il sole lo abbiamo
in mezzo al vicolo verso mezzogiorno
L’acqua l’abbiamo
a portarla sulle spalle
e quando la fontana per il freddo gela
empiamo le stagnate di neve per cucinare
la faccia ce la laviamo strofinando le guance di neve
perché la brocca dell’acqua s’è gelata
e le mani sono nere di geloni
e quelli dell’Edison
tagliano e mettono la luce
e alla sera con il lume ad olio
come per secoli addietro i vecchi raccontano
e noi per rispetto si ascolta in silenzio
intorno al fuoco se si ha fortuna
e gli occhi annebbiati guardano la fiamma e la bragia
dove si cuoce la patata
che si mangia con un poco di sale
questo viene raccontato non per la vostra pietà
si preferisce tacerle le nostre miserie
tenerle nascoste
e con le sbornie cerchiamo di dimenticarle
così voi avete l’occasione di dire
– si ubriacano e poi dicono che non hanno il pane –
voi vi ubriacate e sapete altri divertimenti
le vostre serve ci raccontano i vostri gusti
noi sappiamo solo ubriacarci
e andare al cinema qualche volta per sognare
quando cambiamo le lenzuola
stiamo con la carne sull’intima
il materasso è di crine
e non è stata allargata da anni
è dura e forse ci fa bene alle ossa
qualcuno prega alla sera e alla mattina
tiene l’acqua santa
e con rassegnazione Cristo che lo si bestemmia
perché da secoli serve solo a voi
e i cuori d’argento dei voti intorno alla madonna
sono solo i vostri
a noi non ci fanno più grazie
non ce l’hanno mai fatte
i nostri figli sono brutti le gambe arrossate
la testa grossa
e a scuola sono all’ultimo banco
i vostri parlano meglio
noi l’italiano non lo sappiamo parlare
forse per i conti siamo meglio
i nostri figli imparano presto a contare
perché aspettano sempre qualcosa
sempre un giorno
e ci pensate male
quando vedete che quaggiù sono comunisti
dite – guardate gli straccioni
vogliono comandare loro –
e gli straccioni pregano meno
hanno fame di più
e quando vengono le damine
non si sa più essere gentili
dello sporco non ci si scusa più
non ci si può abituare a morire di fame
ci si può abituare a prendere schiaffi
a prendere sputate negli occhi
ma morire di fame no
sentiamo il caldo della vita
le nostre mani hanno fatto tutto
non possiamo morire
né morire scannandoci con altri come noi
siamo stanchi di spandere il nostro sangue
sulle vostre ricchezze
non c’importa se i meglio di noi
non li volete più in chiesa
il prete ha la terra da difendere
ha benedetto la guerra per le cosiddette
civiltà romane e cristiane
ma la fame
la tubercolosi
portare la scabbia sui diti
i figli con le gambe fine le teste grosse
il sangue che soffre
la morte aggrappata sulle spalle ci pesa.
La nostra città è questa
ed altre città hanno questa miseria
con le officine che aprono e chiudono
e fanno lavorare fuori orario
gli alcolizzati minati dalla tubercolosi
le puttane
quelle che lo fanno con gusto
e quelle che lo fanno male ma devono farlo
anche se i preti non gli danno l’assoluzione.
Non possiamo abituarci a crepare
neppure un asino che da noi si racconta l’ha potuto
siamo gente paziente
non possiamo abituarci a morire
noi vogliamo vivere
perché la vita ci piace
abbiamo il gusto della vita
con le mani che hanno tirato su tutto.

11

Faceva l’infermiera
e fu cacciata e liquidata per poche soldi
ora ha pensione e si ubriaca col mistrà
e va a dormire verso mezzanotte
si fa il caffè e me lo porta quando vede la luce
e mi domanda perché scrivo tanto senza dare un esame
lei che mi ha tenuto sulle gambe più di mia madre
che doveva vestire i morti fare la serva
per darmi poco pane
soffre a vedermi senza nulla
vorrebbe avere i miei figli
per ricominciare come fossero suoi
ma la colpa non è mia se sono nato male
la colpa non è mia di niente.

12

La pensione da impiegato comunale
è di ottomila al mese quarant’anni di fatica
per pane e formaggio grattugiato
per imparare a stendere la mano e morire solo
oppure finire al ricovero dei vecchi
ubbidire a bacchetta la madre superiora
alzarsi presto imparare a pulirsi l’anima
per avere un pasto abbondante
e morire in un posto fatto per i vecchi
perché crepino senza dare fastidio.

13

È morto lavorando
ottant’anni l’ha passati sulla fatica
sulla fossa ha la croce di latta
un numero e un mucchio di terra
andava a tutte le manifestazioni di partito
diceva che non avrebbe voluto il prete
ma la paralisi
non lo fece parlare.

14

È quella che canta la tristezza della strada
suo marito è in Francia
e non fa sapere più nulla
e lei e la figlia vivono
degli uomini che vengono la notte.
E il suo canto è come la strada
stridulo e stonato
è come il vapore che esala
dai tetti dopo la pioggia.
Dice a tutti quale è la sua arte
e a volte lo grida ridendo
con l’amaro delle donne.

15

Avevano la sifilide
e presero una bastarda già grande.
Era carina e stavamo spesso insieme
Sullo scalino di casa senza toccarla.
Poi la fidanzarono con uno più grande
che non scherzava
e si dice che ci pensasse anche il padre
sulla piccola carne
con ancora le treccette.
Aveva preso l’abitudine
di pensare che tutti erano come me.
Poi non mi capì più.

16

il semaforo segna rosso
sulla costruzione sospeso come un dio
e le biciclette volano con in groppa le donne
dagli occhi di tutti i colori
col viso più forte della morte
gente che assapora i giorni
e quel rosso nel viso ha più luce del sole.

*

Prefazione di Franco Fortini all’edizione Schwarz del 1953.

Credo di non poter esser sospettato di simpatie per la poesia che si è convenuto chiamare di contenuto sociale anche se la debolezza degli argomenti con i quali, di salito, la si schernisce rivelando chiaramente i motivi interessati di quello scherno, mi solleciti a consigliare per chiunque, in questa materia, molta più prudenza che non si usi. Ho scarso rispetto per quanti, animati dalle migliori intenzioni, ci propongono, poeti o critici che siano, versi il cui contenuto dovrebbero esercitare una specie di ricatto sentimentale sul lettore che rifiuta e combatte l’ingiustizia e la inumanità delle nostre strutture sociali ed economiche; costoro, non diversamente dai loro avversari, chiedono i nostri suffragi per la loro posizione, non già per la qualità delle loro espressioni. E, se è vero che, al limite, posizione e qualità coincidono, è anche vero che l’una influisce sull’altra, sì che l’effusione generica ed informe è sempre in una posizione sbagliata, è sempre una posizione storica arretrata, quando anche voglia porsi al servizio d’una causa sociale e politica che condividiamo.
Detto questo, penso che questi versi di un giovane operaio meritino di essere letti e meditati. Primo, perché il loro populismo non è già la prova di un ritardo culturale del loro autore bensì di un ritardo obiettivo della nostra vita sociale. Queste poesie di miseria e fame, di avvilimento e di rivolta, nascono da un’esperienza diretta e ne sono la trascrizione; la loro tematica non si distingue da quella della poesia del Quarto Stato che, nei primi decenni del secolo è stata nel nostro paese, almeno di intenzioni, assai feconda, perché la posizione morale del proletario ai confini della disperazione e della fame non è, malgrado tutto quel che sappiamo e malgrado le facili conversioni agli atteggiamenti positivi, sostanzialmente mutata da quella. E questi versi sono insomma un documento umano delle aree depresse, di quella parte di noi stessi depressa che chiede, da generazioni, il riconoscimento iniziale del volto umano.
Secondo, perché la forma di queste poesie s’inserisce nelle ricerche della nostra poesia contemporanea, in una misura che dà buona testimonianza della autenticità loro. Più che l’iterazione rauca e la monotonia di invettive storico-cosmiche della covante poesia sociale, questo giovane segna nitidamente il respiro d’ogni verso pur nella immediatezza della sua dizione, e fa d’ogni sua lirica un recitativo ricco di accenti interni. Gli aspetti risentiti del parlato e del gergo si sovrappongono intenzionalmente alle strutture della lingua colta e letteraria, per più forti resultati. Biografia individuale, biografia del gruppo, ritratti di gente che lavorare stanca; e, di tanto in tanto, sopratutto nelle clausole delle composizioni, atroci affermazioni che ci minacciano col loro ritmo. E amare sentenze; nel doppio significato che questa parola – come quella: processo – ha assunto ormai per il nostro mondo.

***

Nota

La selezione dei testi presentati è tratta da Poiein. Ringrazio Gianmario Lucini e Luigi Di Ruscio per la cortesia.

Nota biobibliografica

Luigi Di Ruscio è nato a Fermo (AP) nel 1930, emigrato in Norvegia nel 1957 dove ha lavorato per anni quaranta in una fabbrica metallurgica, sposato con Mary Sandberg con cui ha avuto figli quattro.

Ha pubblicato questi libri:

Poesie

1) Non possiamo abituarci a morire, prefazione di Franco Fortini, Milano, Schwarz, 1953.
2) Le streghe s’arrotano le dentiere, prefazione di Salvatore Quasimodo, Napoli, Marotta, 1966.
3) Apprendistati, Ancona, Bagaloni, 1978.
4) Istruzioni per l’uso della repressione, presentazione di Giancarlo Majorino, Roma, Savelli, 1980.
5) Epigramma, Roma, Valore d’uso edizioni, 1982.
6) Enunciati, a cura di Eugenio De Signoribus, Grottammare, Stamperia dell’arancio, 1993.
7) Firmum, Ancona, peQuod, 1999.
(8) L’ultima raccolta, prefazione di Francesco Leonetti, Lecce, Manni, 2002.
9) Epigrafi, Casette D’Este, Grafiche Fioroni, 2003.
10) 15 epigrafi con dedica, Trieste, Battello Stampatore, 2007.
11) Poesie Operaie (raccolta antologica), Roma, EDIESSE, 2007.

Narrativa

1) Palmiro, presentazione di Antonio Porta, Ancona, Lavoro Editoriale, 1986.
2) Palmiro, (seconda edizione), 1990.
3) Palmiro, (terza edizione), Milano, Baldini&Castoldi, 1996.
4) Le mitologie di Mary, postfazione di Mary B. Tolusso, Como, Lietocolle, 2004.
5) L’Allucinazione “affinità elettive”, CATTEDRALE, 2008.

22 pensieri riguardo “Non possiamo abituarci a morire – di Luigi DI RUSCIO”

  1. un cantastorie sognatore e concreto, appassionato e freddo, un narratore di lucertole e fatiche e di uomini e donne, un poeta con il suo sguardo e le sue voci, e soprattutto le sue passioni…bello, Viola

  2. Grazie a voi per il passaggio.

    Spero di poter contribuire, nel tempo, a presentare un quadro sempre più ampio e articolato della pluridecennale produzione poetica di Luigi: un’opera che, complessivamente, merita un posto di assoluto rilievo nel panorama della letteratura italiana del secondo Novecento.

    Un caro saluto.

    fm

  3. se devo la conoscenza del di ruscio a qualcuno, lo devo sicuramente a f.m.
    che con intervento perentorio e accorato, su liberinversi, qualche tempo fa, ci presentava un di ruscio “epico”, che lui amava leggere ai suoi alunni, alla faccia dei programmi scolastici. (più o meno mi ricordo così).
    se Luigi leggerà, voglio dirli che quel professore di cui gli parlavo, nei nostri scambi epistolari, è proprio il Marotta, tra l’altro omonimo dell’editore che lui conosce bene e che ora con un ulteriore atto d’amore al poeta e al suo realismo, lo sta ospitando.
    roberto

  4. sono d’accordo con francesco, di ruscio è un poeta straordinario, e quel che è bello è che a un poeta del genere non si può tirare la giacchetta per iscriverlo a forza a qualche corrente letteraria, semplicemente perchè lui vive e scrive, altri immaginano…
    un saluto a tutti

  5. Cari lettori, è da notare che queste poesie, con il titolo “non possiamo abituarci a morire” e con la prefazione di Franco Fortini, sono state pubblicate nella primavera del 1953, ero giovanissimo, avevo da poco compiuti i miei 23 anni e non immaginavo certo che queste poesie potessero durare tanto. Luigi Di Ruscio

  6. Credo che sia utile leggere la prefazione di Franco Fortini alla mia raccolta del 1953. Luigi Di Ruscio

    Franco Fortini 1953.
    Prefazione a NON POSSIAMO ABITUARCI A MORIRE
    Milano “Schwarz editore” giugno 1953.
    Credo di non poter esser sospettato di simpatie per la poesia che si è convenuto chiamare di contenuto sociale anche se la debolezza degli argomenti con i quali, di salito, la si schernisce rivelando chiaramente i motivi interessati di quello scherno, mi solleciti a consigliare per chiunque, in questa materia, molta più prudenza che non si usi. Ho scarso rispetto per quanti, animati dalle migliori intenzioni, ci propongono, poeti o critici che siano, versi il cui contenuto dovrebbero esercitare una specie di ricatto sentimentale sul lettore che rifiuta e combatte l’ingiustizia e la
    inumanità delle nostre strutture sociali ed economiche; costoro, non diversamente dai loro avversari, chiedono i nostri suffragi per la loro posizione, non già per la qualità delle loro espressioni. E, se è vero che, al limite, posizione e qualità coincidono, è anche vero che l’una influisce sull’altra, sì che l’effusione generica ed informe è sempre in una
    posizione sbagliata, è sempre una posizione storica arretrata, quando anche voglia porsi al servizio d’una causa sociale e politica che condividiamo.
    Detto questo, penso che questi versi di un giovane operaio meritino di essere letti e meditati.
    Primo, perché il loro populismo non già sono la prova di un ritardo culturale del loro autore bensì di un ritardo obiettivo della nostra vita sociale. Queste poesie di miseria e fame, di avvilimento e di rivolta, nascono da un’esperienza diretta e ne sono la trascrizione; la loro tematica non si distingue da quella della poesia del Quarto Stato che, nei primi decenni del secolo è stata nel nostro paese, almeno di intenzioni, assai feconda, perché la posizione morale del proletario ai confini della disperazione e della fame non è, malgrado tutto quel che sappiamo e
    malgrado le facili conversioni agli atteggiamenti positivi, sostanzialmente mutata da quella. E questi versi sono insomma un documento umano delle aree depresse, di quella parte di noi stessi depressa che chiede, da
    generazioni, il riconoscimento iniziale del volto umano.
    Secondo, perché la forma di queste poesie s’inserisce nelle ricerche della nostra poesia contemporanea, in una misura che dà buona testimonianza della autenticità loro. Più che l’iterazione rauca e la monotonia di invettive
    storico-cosmiche della covante poesia sociale, questo giovane segna nitidamente il respiro d’ogni verso pur nella immediatezza della sua dizione, e fa d’ogni sua lirica un recitativo ricco di accenti interni. Gli aspetti risentiti del parlato e del gergo si sovrappongono intenzionalmente alle strutture della lingua colta e letteraria, per più forti resultati. Biografia individuale, biografia del gruppo, ritratti di gente che lavorare stanca; e, di tanto in tanto, sopratutto nelle clausole delle composizioni, atroci affermazioni che ci minacciano col loro ritmo. E amare sentenze; nel doppio significato che questa parola – come quella: processo – ha assunto ormai per il nostro mondo.
    Franco Fortini

  7. Luigi, per i motivi che ti dicevo, non mi è stato possibile trascrivere direttamente dal libro e, quindi, riportare anche la prefazione di Fortini.

    Hai fatto benissimo a postarla, perché adesso provo ad inserirla in appendice ai testi.

    Ti ringrazio.

    Un saluto a tutti.

    fm

  8. Luigi, se hai tempo e puoi controllare l’originale della prefazione di Fortini, vedi se dopo “… il loro populismo” c’è per caso un’altra espressione, prima di “… non già sono la prova”.

    fm

  9. il titolo da solo esplode con un rombo così forte da non darti modo di sottarrti.

    poi le poesie. il 1953. un rumore acuto che è oggi.
    la bellezza del vero strappa. fa male. fa bene.
    è generosa la parola di Ruscio.
    è bella come una madre.

    la sua singolarità, la forte voce ribelle mi sembra si levi così distante da tutto, eppure così dentro tutto.

    ” …. e quel rosso nel viso ha più luce del sole.”

  10. Hai ragione Francesco, alla frase è saltato il verbo:
    “perché il loro populismo non è già la prova di un ritardo culturale del loro autore bensì di un ritardo obiettivo della nostra vita sociale.”
    Poi ci sono righe saltate, ciao luigi

  11. Dal mio ultimo libro L’ALLUCINAZIONE,edizioni “affinità elettive” Ancona 2007

    Ieri passeggiando pensavo a una possibile poesia per mia moglie, un elogio alla “forza della sua debolezza”, il “superare le malattie più gravi con un’alzata di spalle”, un girare nel labirinto delle piccole cose, nominare le crune degli aghi, un bottone staccato e perso, la telefonata che fa bruciare la frittata, ci perdiamo nel caos delle cose minuscole e penso che per queste cose sono brave le scrittrici, le donne vivono nella concretezza delle mura domestiche senza divagare, noi invece pensiamo sempre ad altro e Gustav Aschenbach viveva in albergo, a me piacerebbe vedere un bel diario della ragazza delle pulizie di quell’albergo. Immagina un diario di una di quelle suore che accudisce il papa, che magari al papa dovranno anche pulirgli il culo, dovranno lavarlo, pulirlo come fosse un bambino. Una scrittura vicinissima all’orribile concretezza di ogni giorno, devo averlo un libro di una svedese, il diario di una lavatrice di pavimenti, spero di ritrovarlo.

  12. Bello il video. Bella faccia aperta, onesta, quella di Di Ruscio (lo avevo visto solo in fotografia).
    Della sua poesia ho già detto: è unica, straordinaria
    Grazie per quest’indicazione, Francesco.

    liliana

  13. Grazie Rina e grazie Liliana.

    Il segno della grandezza dell’opera di Luigi è dato, tra i tanti, dalla sua “unicità”, dall’impossibilità, per chiunque, di imitarne stilemi, vissuto, dettato, sintassi, sostanza etica, senza che essi siano impressi in modo indelebile nella propria carne, tanto da costituire con essa un corpo unico, indistinguibile nelle sue articolazioni.

    fm

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