Miklós Radnóti: alla radice del cielo – di Katia Paoletti

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Miklós Radnóti: alla radice del cielo di Katia Paoletti
(tratto dal numero 10 della rivista “PaginaZero-Letterature di frontiera”)

[…] Penso tanta letteratura centroeuropea e/o europeista e perdo il senso dell’orientamento. La terra come patria, rifugio, casa. Poeti, drammaturghi, narratori italiani, ungheresi, turchi: la rivolta estenuante, la lotta, la primavera dei popoli. Un triangolo nato per gioco, per simmetrie e affinità ma anche per quel chiaroscuro tra i cui veli prende forma una sensibilità lirica lontanamente bucolica che, nella maturità, si trasforma in sentimenti umani di rabbia e vendetta con forme espressionistiche crude che del fonema assumono sembianza. E dai labirinti del paradosso alle estremità corpose del non senso, per le deviazioni e le contraddizioni crudeli di ogni forma da natura umana toccata, si risale per i cunicoli fangosi nell’altro cielo che, per rotazione, torna nel primo: quello pastorale del canto, del ricordo, dell’infanzia. In tal senso, l’intera opera del poeta ungherese Miklós Radnóti proietta il ciclo evocato con una radice tragica e chiaramente esistenziale:

Le poesie saranno compiute con la morte. L’opera strutturata nel corso della vita con la morte diventa completa. La composizione, il messaggio poetico, che è stato svelato dalla vita superficiale, dal corpo, col cadere del corpo nella fossa della tomba diventa visibile, l’opera s’innalza e comincia a dare luce.

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Mai scenda il silenzio

“La memoria costruisce templi contro la morte.
Dio non è che materia filata dai ricordi.”

(In memoria di M.M. e A.M.)

    Il ghetto di Terezin durante la seconda guerra mondiale fu il maggiore campo di concentramento sul territorio della Cecoslovacchia. Fu costruito come campo di passaggio per tutti gli ebrei del cosiddetto “Protettorato di Boemia e Moravia”, istituito dai nazisti dopo l’occupazione della Cecoslovacchia, prima che gli stessi venissero deportati nei campi di sterminio nei territori orientali. Più tardi vi furono deportati anche gli ebrei della Germania, Austria, Olanda e Danimarca. Nel periodo in cui durò il ghetto – dal 24 novembre 1941 fino alla liberazione avvenuta l’8 maggio 1945 – passarono per lo stesso 140.000 prigionieri. Proprio a Terezin perirono circa 35.000 detenuti. Degli 87.000 prigionieri deportati a Est, dopo la guerra fecero ritorno solo 3.097 persone.
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