Perché un ordine antico è sconvolto – Gianmario LUCINI

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(Michele Guyot Bourg)

Testi inediti di Gianmario Lucini

Io sono Giobbe e parlo dal passato.
Icona e mito,
àfono
chiamo per nome la Giustizia.
Troppi uomini saggi hanno svuotato gli oceani
e non abbiamo che baratri.
Sento lo sguardo
padrone scrutarmi animale
inerme lo fisso, gli lecco la mano.
Vorrei dire il mio corpo
le spalle ricurve, il rossore
ma non ha voce il dolore,
è pietra ogni parola,
si stacca da me come pietra e rovina.
Giaccio inerte pur viva
il soffio dei giorni confondo col fiato
d’un terribile abisso;
la giustizia mi percuote
e grido
perché un ordine antico è sconvolto.

*

Non ho più forze per rincorrerlo.
Se guardo il alto il cielo mi deride
se guardo in basso il vuoto m’ingloba
a destra, a sinistra il vento leva polvere.

E’ avvenuto un terremoto e la terra
si è divisa dalla sua legge primordiale
fra mondo e mondo l’abisso
e sul ciglio la folla dei dispersi.

Dove potremo trovare
i canti dell’inizio?
Dove trovare un altro centro
parole sapide, senso?

*

Nessun libro contiene la parola
ma la parola contiene tutti i libri
solo così può avere vita e carne
sarà il suo libro impeto e vento.

Nessuna parola contiene il silenzio
ma il silenzio le contiene tutte
l’uomo che sta in silenzio
è un magnifico oratore.

Lascia il mio silenzio giacere nella terra
come il chicco d’inverno
lascia che rimbombi nell’abisso
prima d’ogni giudizio.

Ma non sarà il silenzio a ridarmi
la vita che ho perduto
né il lamento a fermare la sventura
l’innocenza a proteggermi.

Io sono Giobbe e ho lottato col Silenzio
l’ho chiamato in giudizio per farmi giudicare
per questo parlo dal passato come il mare
che lambisce la terra e non la può possedere.

***

Prima considerazione

Dalla finestra aperta il tarlo d’un martello pneumatico
frammisto al canto degli uccelli – sono
così lievi, così vivi e belli
ed è così perfetto quel loro assecondare
l’impeto del cuore
tremano di zelo
nell’aria densa di sciagure
nel cinismo dell’era -.

Ho due suoni nella vita da ascoltare
se spalanco la finestra sull’ala di questo ospedale
immane dell’umano
dove il tempo scorre nel segno del mistero.

Seconda considerazione

E’ quasi pioggia. Tre uccelli
tre idee sfrecciano nel cielo
annuvolato e spengono lontano.

Immobile s’acquatta il fumo d’un comignolo
si fa barriera sospesa
fra finitudine e azzurro.

Terza considerazione

Poi che la sera striscia e s’insinua nelle crepe dell’inconscio
ogni respiro è un urlo di vento; poi che la sera
ingorda ingoia buco nero il fiato che esala
mordendo la coda dell’ore bruciate alla pira
d’una stoltezza pervicace,
collettiva; poi che marciando
sfila il plotone del nulla nei vicoli giustiziati dal silenzio irreale
e irremovibile nel suo proporre; poi che esplode
là in alto la luna invernale fra le lacrime di un monte innevato
piegato come un feto
come un bambino che chiede perché,

io
vorrei
essere pietra.

***

Lettera dal vuoto

Ti scrivo un biglietto per posta elettronica,
ma poi cosa resta del nostro dialogo
rubato, senza corpo e senza voce,
al caos informe dei fili del telefono?
Già cambia la tua pelle come il ramarro
a primavera, già vedo la seta
del tuo bel viso raggrinzirsi, tingersi
di lettere scure, di segni indecifrabili…

Poter viaggiare nel prima e nel dopo
senza che nulla accada, muovere
stando fermi grattare il cielo ruvido
dell’inverno con sorriso di piuma
piombare come barbari a cavallo
nell’infinitesimo mondo che rinsecca
all’estremità della galassia – lui che esiste
non sapendo d’essere o sapendolo, forse…

Era un’altra vita quando ti amavo
era il tempo d’un altro ch’è volato
in un altro tempo. Il resoconto esiste
di questo amore in deviazioni minime
dei passi, nel gesto come trattenuto
in una lievissima dimenticanza
come se un altro da un’altra esistenza
dicesse qualcosa che non ho mai saputo.

Mi sazio di quest’aria pura e la risputo
bruciando il premio di una sigaretta
dopo la salita su per l’oro della vetta
nel tiepido novembre: si staglia nel cupo
merlato delle rocce il vuoto del silenzio,
il vuoto che cerco per svuotarmi dentro
– ne scruto l’assenza, calmo, senza fretta,
rassicurato dal fumo della sigaretta.

Ci sono armenti, che brucano quel poco
che il novembre lascia alla montagna e un laghetto
ghiacciato nell’azzurro – occhio del niente
volto al cielo, lo vedi dall’alto del monte –
sprofonda nel suo sonno e si fa immobile.
Viene l’inverno nell’alito del vento
mi taglia dentro, mi fruga come l’erba
secca, tradisce all’oro questo mio niente.

Sono disperso
nell’universo
proteso in bilico
su immensi abissi

mi trattiene un sogno che viene dal fondo
d’una gola bagnata dall’ultimo sole
vorrei disciogliermi nel vento ma il mondo
mi insegue, m’ingabbia, m’invana nei sogni.

A volte mi muovo come in un delirio
fra paesaggi che più non riconosco,
mi porto a fatica, mi districo a stento
nel rovo di volti che mi corrispondono
forse – o forse mi osservano con meraviglia
morto che cammina fra i vivi nella veglia
perenne dell’eterno, per errore,
vagolando da un’altra dimensione.

Il sentiero che salgo viene dal passato;
altri occhi amarono questo acciottolato
che io amo – che s’addentra discreto
nel silenzio di abeti e si perde nel vuoto
del cielo –e qui videro gli ultimi colori
(qui morì nel giugno del quarantaquattro
ucciso dai barbari fascisti un partigiano
pastore), e abitano ancora la montagna.

Cammino sulla china nell’alito di fiati
antichi, di umili fatiche contadine;
ne riconosco le vestigia nelle pietre
ordinate, nei muri silenziosi
che nereggiano ancora nella brina,
in certi segni incisi su porte e travature
divelte dalla neve – sembrano carezze
sapienza antica d’umili certezze.

Visto da quassù il mondo non esiste
è solo il guizzo di un dubbio cartesiano
questo è l’immenso che origina la vita
angusta che pure viviamo
seriosamente occupati a divenire
pur emulando l’eterno, a gridare
il nostro Io alla volta del cielo
che indifferente dorme nel suo nero.

Energia pulita e colate di cemento
dighe e canali e stupore di stambecchi
cogitabondi per questi dirupi
con la grazia lenta dell’eternità
ritorno all’industria che brucia la neve
per arrivare all’appuntamento col progresso
con l’energia pulita che fora anche la notte
colata dopo colata fino alle stelle.

Vorrei morire addormentato sotto un masso
perché la vita è più lieve di un soffio
di vento e mentre passa è già altrove nel niente
e tutto da dove veniamo
vorrei starmene per sempre sulle alture
ascoltare la neve levitare nell’inverno
l’urlo ferito della tormenta
che ci rammenta la voce dell’eterno.

***

Piccolo compendio di semantica

Sbudellare è un verbo improponibile
nell’estetica del verso occidentale
non si sbudella neppure il maiale
d’inverno, lo si abbatte con il botto
lieve d’un ordigno ad aria compressa:
il fortunato maiale non se ne accorge
neppure, ti guarda come da un sogno
un lieve squittire e si distende in pace.

Non si sbudella neppure i nemici
non vedi teste mozze petti squarciati
l’epico scannare dell’Iliade: non vedi
che un lieve sussulto da lontano, dall’alto
nel filmato di servizio, non senti
urla o lamenti: l’estetica è salva
il bersaglio centrato con intelligenza
selettiva – e precisione omicida.

Non esiste assassinio nel gergo militare
soltanto abbattere il nemico, annichilirlo
– in una sorta di cinismo minimale
che cede alla battuta grossa – ammorbidirlo
con l’artiglieria e dall’alto osservare
se fra i mille effetti collaterali
un vero obiettivo sia colto dal proiettile
intelligente, guidato dalle macchine.

Non esiste ammazzare, e neppure rubare
se c’è la guerra, è tutto regolare
sancito dal diritto internazionale:
la strage è soltanto distrazione
mancanza d’esatte informazioni
l’intoppo imprevisto al meccanismo
decrepito dell’etica militare
– pia illusione del collettivo immaginario.

Chi fa la guerra è sempre per difesa
nessuno attacca, tutti sono attaccati
la guerra è un gioco semovente
si innesca a tempo, imprevedibilmente
preventivamente per salvare i valori
i grandi ideali della democrazia
la guerra ci salva dalla carestia
crea altri spazi, procura nuovi affari.

Il poeta italiano ignora la guerra
ignora i ladri e gli assassini
frequenta una semantica ristretta
che non prevede il verbo sbudellare
pratica l’ascesi dei sospiri e dei tramonti
si lagna della sua infelicità, della sorte
di una poesia sempre più lontana
– cuore dolore anima e ciarpame.

Il poeta italiano mira al premio letterario
da inserire nel curriculum da inviare al critico
e inserire in quarta di copertina: incoronato
poeta da cinquecento euro summa cum laude
punta all’immortalità nella letteratura
– che c’entrano le guerre, le ruberie
gli sbudellamenti che distraggono
da un così grande obiettivo vitale?

E’ dunque cosa complicata il poetare
ed esclude sora nostra morte corporale
dai canoni, se non come terrore
da proiettare da sé lontani nel limbo
di un linguaggio che non si può usare
in poesia, cosa da cronisti e telegiornali
– costretti al silenzio dai comandi militari
quando la realtà non coincide con l’estetica.

(Della poesia salverei soltanto il verso
– e tutto il resto darei in pasto ai maiali
ricacciando nella penna quel che ho scritto –
il verso semplice a ritmo polmonare
che nasce da un’ansia di comunicazione
un verso per l’uomo, non per l’estetica
alieno da vezzi e manie di perfezione
refrattario al cliché della pubblicazione).

Intanto i poveri crepano inceneriti come insetti
senza che un poeta li canti, sbiancano nel fosforo
ridotti a vuoti gusci nel vento, tradotti
in campi di concentramento, torturati
stuprati nel corpo e nella mente – soltanto
la poesia italiana non ne ha conoscenza
assorbita nel sogno di far letteratura
per il tedio di generazioni future.

Dove mi porterai mia poesia dura
che vuoi scardinare i costrutti basilari
del vivere civile e politically correct:
tu mi procurerai soltanto grattacapi
occhiate sospette, veleni, stilettate
– perché l’estetica ufficiale è un’arma
caricata col cianuro e puntata
al cuore d’ogni visione proibita.

Mi porterai lontano dalla luce perché sei di tenebra
nata da un pensiero ossessivo che mi opprime quando
sorge il desiderio di contemplare la bellezza,
la felicità del mondo, lo splendore del creato,
in questo Auschwitz perenne che mi soffoca i pensieri
e mi proietta in un mondo parallelo di tragedia
che non può cantare – neppure potremmo ascoltarlo
costretti dai poteri a una perenne adolescenza.

10 pensieri riguardo “Perché un ordine antico è sconvolto – Gianmario LUCINI”

  1. Sono senza fiato,ho amato subito questi versi di un autore,mi scuserà?, che non conoscevo. Mi sono specchiata nel silenzio e nella miriade di suoni fertili di umanità trabordante,di un canto vero ed eloquente.

    Grazie Francesco per questi versi che rileggerò ancora con emozione.
    jolanda

  2. Ho sempre letto la poesia di Gianmario alla luce di due termini (due verbi) che utilizzo nella loro più rigorosa accezione etimologica: “interesse” (inter-esse) e “colere” (cultum): i due estremi entro i quali bellezza, dolore, senso dell’umano ed etica si fanno urgenza e necessità della parola di dire/dirsi: cioè, grande poesia.

    Grazie per il passaggio e il commento, Jolanda.

    fm

  3. Una poesia etica, animata da una grande passione civile e da un patire l’ingiustizie: la scelta di “Giobbe” quale simbolo non è assolutamente casuale. Qui non urge l’estetica, urge il grido o il sussurro per il mondo e gli umani..un saluto, carissimo, a Gianmario e a Francesco che lo ospita, Viola

  4. Che bella sorpresa ritrovare qui Gianmario! Con l’agognato silenzio (termine simbolo, ricorrente nella sua poesia) delle sue valli, delle sue montagne. E che coincidenza (ho appena postato nel mio blog un suo contributo critico su Apprendimento di cose utili, già apparso su Poièin e, da ultimo, sulla rivista Vernice)!
    Concordo con gli amici che mi hanno preceduto: poesia di alto valore etico, senso dell’umano, pregnanza (Gianmario, se vogliamo, se ne frega del fatto puramente estetico). Con piglio meno gnomico del mio, più pacificato, ma sempre lì, in ultima analisi, andiamo entrambi a parare. E forse per questo ha così tanta comprensione con la mia poesia, è colui che più di tutti mi ha fatto dono della sua degnissima parola: grazie, caro amico. E grazie anche a Francesco per avercelo proposto in questa utile dimora.
    gennaro

  5. Sono anni che conosco l’amico Gianmario e se oggi sono in giro a scribacchiare la colpa è anche sua che pur criticandomi mi ha sempre incoraggiato. Ho un’ammirazione infinita prima che del poeta – grande, indomabile, umanissimo combattente – e del critico – puntuale, rigoroso, comprensibile, raffinato – soprattutto dell’uomo: generoso, umile, disponibile, altruista, coraggioso, fermo nei suoi principi di pace, libertà e fratellanza.
    Quello che più mi rode è che un pepe gabriele qualunque riesce a pubblicare mentre voci importanti ed assolute come quella di Gianmario no! E’ proprio un paese allo sfascio questa piccola piccola piccola italia (minuscolo!).
    pepe

  6. Ciao, Gabriele.

    In un paese “normale” pubblicherebbero senza problemi tanto Lucini che Pepe.

    La tua ammirazione, per quel che mi riguarda, è assolutamente ben indirizzata.

    Un caro saluto.

    fm

  7. Vi ringrazio per i (troppo generosi) apprezzamenti. Tranquillizzo Pepe, in questa “itaglietta” forse ci sarà spazio per un mio lavoro che ho voluto intitolare “Medioevo”, in omaggio al mio tempo. Forse in luglio o agosto, vedremo. Consola il fatto di avere già quattro o cinque lettori soddisfatti!
    Su Poiein di febbraio inserisco di nuovo Giobbe e altri tre poemetti (in tutto sono sei, come i poemetti sapienziali della Bibbia: Proverbi, Giobbe, Qohèlet, Cantico, Sapienza e Siracide), la grande poesia biblica che i preti non leggono mai (altrimenti amerebbero di più la poesia e darebbero la *giusta* importanza alla teologia dogmatica).
    Abbracci a tutti
    Mario

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