La lingua del primo stupore – Ida TRAVI

Ida Travi

Le ombre

C’è una realtà che si manifesta ai sensi nudi. E’ una realtà a misura di quello che gli esseri umani sono, in natura e senza mezzi. E’ modellata sulle loro qualità. Dura, indomabile. E’ una catastrofe permanente.
Un essere povero e nudo nell’impatto con il reale viene gettato in alto, nel movimento contrario alla spinta che, nel nascere, lo gettò in basso, e fuori. Dal punto alto in cui viene lanciato con spinta contraria a quella di nascita, in controluce, l’essere povero e nudo proietta sul mondo la sua stessa ombra. E attraverso l’ombra riattrae il mondo a sé. Lo solleva, lo sospende, lo raddoppia.
Nel mondo doppio, sospeso, l’essere povero e nudo vive impermanente, ombra tra le ombre, in quell’ombra di realtà – impermanente – che confina in ogni punto con l’immaginario.

Nell’immagine del mondo sopra descritta, il reale così come appare è un regno indistinto e tragico, dove scende continua da un cielo una neve nera, incolpevole e vana, pronta a imbiancare al cospetto degli umani. Uomini, donne, tutti. Muti per via della bocca piena di neve.

Nel loro sonno, nel punto in cui stanno spogliati del corpo, la faccia del mondo terrestre si svela, si libera del primo panno, e dà prova di sé. Dice di sé in una lingua propria, perduta, conosciuta prima della lingua comune, al tempo in cui la bocca trovò corpo, latte e seno insieme disciolti e raccolti, “apparenti” nel suono di una voce. Quel tempo è il tempo del primo stupore, il tempo dei neonati, il tempo in cui si può ascoltare anche con la bocca.

Dove c’è un neo-nato, c’è una neo madre. Una nenia. Intorno piccole luci indistinte, bisbigli. Nessuno dei due esseri, nel “neo”, è quello che era prima, anzi in un terzo improprio un cambiamento s’è reso manifesto. Anche là dove ci sono due amanti, un amore appena nato, c’è un “doppio neo”. Qualcosa di nuovo appare, anche qui tra luci indistinte, bisbigli. Nessuno dei due neo-amanti sa più chi è, chi era quell’altro prima. Nel cambiamento che s’è reso manifesto si annuncia nel tempo la terza via.

Eros e thanatos siedono allo stesso tavolo, spezzano lo stesso pane aspettando un terzo, l’ospite. Sono le vittime d’una stessa fatalità, sono in azione, per cui a ruota, o si alzano con gioia o si inchinano al terribile.
E’ la stessa successione per cui sempre si allestisce una scena, un dramma. Ad esempio: uno si lava le mani, l’altro se le asciuga. Forse c’è un terzo che li lascia fare. Se un quarto entra in azione la scena diventa plurima, si fonda una città e compare “la politica”.

Alla fine del dramma, dopo tanto andirivieni di sembianze, uno – alla fine – si trova solo.
Perché s’è girato Orfeo, là sotto? Non era seguito dall’ombra amata? Cosa canta il poeta? Cosa ama il poeta solo? Se muta, se lieve, intoccabile, se ancora invisibile, l’ombra amata sarà innominabile, dunque incantabile. E se l’ombra è incantabile, cosa canta il poeta? se l’ombra è invisibile, intoccabile, se ne resta soltanto il nome, cosa ama nel canto il poeta solo?

Orfeo, nell’etimo orbo o orfano, guardando rinuncia a vedere e nella rinuncia non scorge più nulla davanti a sé: prende a vedere ombre sul fondo dei suoi stessi occhi chiusi.
Comincia a cantare, e gli auditori schiudono la bocca nella discesa del suo canto.

Sul fondo degli occhi chiusi, dietro, c’è un orecchio a destra, e un altro lì, a sinistra. Attraverso il padiglione scuro penetra e scende la voce.
E’ un labirinto. Sale e scende la voce nel vano interiore, su e giù nei gironi della memoria, la voce va dicendo com’è la sostanza di un nome.

Lontani, estranei i gesti con cui si tracciarono segni sul foglio. Ora il poeta lascia salire suoni alle labbra e lì, da quella soglia, bussa e ribussa, batte e ribatte ai sensi disarmati.

Ai sensi disarmati, il mondo visibile a occhio nudo sembra leggero, muto. Gli occhi non lo pesano. Le orecchie non risuonano.
O entra nella mente nominato dalla voce, o torna alla mente scritto per via delle mani. O una bocca lo immette in un soffio, o un polso scorrendo lo scarica dal suo peso.
Per questo, tra la nuca e i capelli, dove cade il bisbiglio degli amanti, è possibile sentire un tac continuo, metà amoroso e metà crudele. Metà pensiero e metà voce, quel suono dice: sta’ sveglio, non guardare, ascolta.
Dice le gesta e i modi, avanza, tra l’uno e l’altro mondo. Procede, ma poi non ce la fa, si volta sempre al limite del vero.

*

La lettera morta

Maestro che porti il nome d’innocente, questo linguaggio è
dimenticato. Dietro quel muscolo è strage nel regno, o colpo di padre]
venuto ad un ventre, tanti anni fa.

Volendo fa uscire il mondo dal nulla – ma io – preferivo
attaccarmi col petto, appendere per sempre l’abito.

Quel nascere sembra svanire.

Maestro, quando la gamba di ferro e la gamba di neve marciavano sotto]
gli stracci pensavo alle voci dei piccoli, tiepidi nel tramonto. La terra]
sulle ginocchia. Gli sporchi, gli invalidi, nei fazzoletti tengono avvolto]
il nocciolo.

Vieni, talmente rallentato è il divenire che pare il retrocedere di un morto.]
Tu dici taci, mettiti giù, dirama.

Maestro, l’alchimista vede il cielo rosso zolfo e oro puro.
Tiene il bastone come fosse sormontato da una stella. Un bambino
là, in mezzo a una cerchia di uccelli, tiene in gola una madre
contemplante. Voi chiederete perché è così- perché – la più viva
la più morta delle pietre sarà lanciata nel cuore dello stagno.

Tu puoi dormire nel solco dove cominciano le piccole onde nere.

Siedono padre e madre uno di fianco all’altra. Dicono – dormi –
le mani alle ginocchia nella replica serale. Nascondono i quattro gomiti neri.]

Questo è quello che vedo: si danno un contegno di fronte alla tenebra.]
Tu dici: fa’ d’ogni gesto un compito interiore, e non dimenticarlo.

La mano a schermo di fronte alla candela.

Gli anni si sono seduti, tutto è così misterioso. Il vecchio ha il cuore crudo]
e niente altro. Se poi la notte si appoggia alle sue ossa – ecco – il mondo]
traspare nell’impensierirsi dei morti.

Anche il serpente accende la sua scintilla. Vuol dire che prima o poi
tutti i frutti negli occhi saranno veri.

Uno ed eternità fanno una cosa sola, niente moltitudine né tempo.
Così si china il fiore sul suo stelo e passa la mano a un altro.
Laggiù la luce viene al mondo senza un vagito e mostra un essere
ancora confuso.

Passano ombre sul volto del maestro. Quando si asciuga la fronte
il fazzoletto è stanco, stanco.

La sua ombra cade in preghiera, la goccia d’acqua col suo metallico suono]
nel secchio parla col merlo dal becco arancio.

Tutto è pronto a svanire in un frullo.

Non muoverti. Ogni notte la notte là sulle rive va’ a riguardare
lo stesso fiume. Il parlatorio rimane muto, muto. La tazza non può
essere che vuota.

Vedo chiaro. Attraverso la sfera del terribile, filtra una bianca luce.
Ma se i piccoli attorno alle ginocchia aprono la bocca dei suoni, la terra]
si consola. Si fa rosa il vivo coi suoi denti neri.

Il tuo abito è come una foglia, qualcuno ti sente vibrare. Il tuo abito]
nuovo è caduto.

La camera è vuota, vuota.

Il padre e la madre si stancano. Sono stanchi stanchi, di addormentare]
gli assenti.

Parla, maestro dalla voce bianca, fino alla punta del fazzoletto.
Prendono corpo tutte le cose lasciate cadere, quando la mano era morta.]

Forse era un guanto pieno di sassi.

Se dici – forse – la viola si gira, la guerra è finita, il pane torna.
Togli il cappuccio del manto, togli il manto, togli la mosca di torno
forse l’ospite viene tra poco.

Viene se il mondo sprofonda nel buio e il cuore batte i suoi colpi d’ascia.]

Tu guarda se trovi una scala di pietra, da qualche parte.
Non trattenere il respiro, fa’ quello che puoi con tutte le mani accese.]

*

Testi tratti da Anterem, XXIV, n. 59, “Endiadi”, Dicembre 1999)

*

Nota biobibliografica

Ida Travi è nata a Cologne (Brescia) nel 1948. Vive a Verona.

Opere poetiche (teatro di poesia):

Il solitario, testo e regia di Ida Travi, musiche di Andrea Mannucci, Teatro Camploy di Verona (2000); Auditorium Montemezzi del Conservatorio di Verona, Rassegna internazionale Musica e Nuove Tecnologie (2001);
Canto del moribondo e del neonato, testo e regia di Ida Travi, musiche di Andrea Mannucci, voce cantante Antonella Ruggiero, voci recitanti Ida Travi, Patricia Zanco, Teatro Romano di Verona, Festival di poesia (2003).
Testi e partiture delle opere poetico-musicali sono edite da Suvini e Zerboni-Sugar Music.

In prosa:

La bambina che giocò col leone, Milano, Edizioni Re Nudo, 1976;
Un materasso che va a vapore, Milano, Editore Tranchida, 1979;
Vienna, Milano, Edizioni Corpo 10, 1985;
O cari, Milano, Anterem Edizioni, 1989;
L’aspetto orale della poesia, Verona, Anterem Edizioni, 2000, Selezione Premio Viareggio 2001;
Diotima e la suonatrice di flauto. Atto tragico, Milano, Baldini Castoldi Dalai, collana La Tartaruga, 2004.

In poesia:

L’abitazione del secolo, Milano, Edizioni Corpo 10, 1989
Regni, Verona, Anterem Edizioni, 1990
Il distacco, Verona, Anterem Edizioni, 1998
La corsa dei fuochi. Poesie per la musica, Bergamo, Moretti&Vitali, 2007

Poesia per arte:

Poesia per Mancino, Palazzo Forti, Verona 2002;
La culla sul mare, Palazzo della Triennale di Milano, Rassegna di Drammaturgia Outis;
Il distacco, su opere di Sergio Billi, edizioni Pulcino Elefante;
Via Pal, evento poetico per Una notte senza confini, Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Trento;
Teoria del cielo, Galleria d’Arte Contemporanea di Palermo, testo su video ‘Occhiomagico’, Milano;
Rosa del Mediterraneo, testo poetico su video ‘Occhiomagico’, galleria Corrado Levi di Milano;
La scultura del linguaggio, testo poetico su video in collaborazione con ‘Occhiomagico’, Gipsoteca di Firenze;
Una vista dall’arte, Spazio Consolo Milano, poesie su opere di Alessandro Mendini.

Altre esperienze:

su sua sceneggiatura è stato realizzato il film Aggiornato definitivo per regia di Marco Poma, Studio Video Metamorphosi, Milano; presentato al Festival di Berlino e al Festival del Cinema di Venezia (1985).

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1 commento su “La lingua del primo stupore – Ida TRAVI”

  1. Ho letto già questa pagina oltre che sulla rivista Anterem, anche nel libro ‘L’aspetto orale della poesia’. Ho letto questo libro credo otto anni fa e mi colpì moltissimo: un modo di scrivere denso ma a suo modo anche leggero, davvero particolare. E’ difficile finchè non capisci che si tratta di una prosa che va letta come una poesia. Infatti c’è dentro tutto quello che Ida Travi mette anche nelle poesie. E’ la prima cosa sull’oralità che ho letto, molto molto prima che arrivasse in italia lo slam e le altre cose simili che non c’entrano niente con l’oralità di Ida Travi ( che è tutta un’altra cosa) Chi lo trova se lo legga, sarà una scoperta.

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