I cedri del Libano – Roberto Marino MASINI

Da I cedri del Libano
(Libano e altrove)

O patria mia addolorata,
mi hai trasformato in un attimo
da poeta che scrive la poesia dell’amore e del desiderio
a poeta che scrive con il coltello…

Nizar Qabbani
(Note sul quaderno del disastro)


*

Ogni giorno lo sdegno
ci schiaccia nella quiete dei nostri salotti,
rimbalzano le grida di chi muore laggiù
nell’antica terra dei cedri.
Con sadica puntualità
l’aereo bombarda per il prossimo telegiornale
e l’inviato raccoglie immagini di morte.
Mastichiamo l’immobile lontananza,
assorbiamo tutto con indifferenza,
scuotiamo il capo, ne parliamo al bar.
Ma la morte,
là ci appartiene.

*

Siamo noi dunque
con le nostre grida
a risvegliare la rabbia,
a raccogliere con braccia aperte
lacrime e sangue
di chi muore tra la polvere.
Noi a regalare speranze,
con la stessa mano di chi
quella sabbia calpesta
e non conosce.

*

Guardo il volto della donna che scrive,
un ritratto accanto al titolo dell’ultimo reportage…
Forse vorrei essere lì con lei,
con chi soffre,
tenere stretto un bambino ferito,
un corpo dilaniato,
guardare attraverso onde di fumo
allontanarsi il futuro,
ascoltare il clamore dell’angoscia.
E poi scappare via, raccontare,
gridare nella piazza di casa mia
tutto l’orrore,
fino a quando qualcuno
non mi tappi la bocca,
o mi accusi d’essere antisemita.

*

Lo smarrimento dietro la pietà,
un volto racconta attraverso
le crepe di un muro,
tra il sangue a seccare sulla terra.
In mano due scarpine gialle,
e gli occhi al cielo traditore.

*

Non posso più viaggiare,
la fantasia è scossa,
esausta,
messa al bando
dal fragore della morte.

*

Non più pesce e sudore,
ma sangue e petrolio
mescolati nel nome di una stella divina
che non brilla
né incanta più la notte dell’uomo…

*

Un braccio spunta dal cemento crollato,
informe,
un braccio ed una mano aperta,
annerita dalla morte,
come fosse un messaggio disperato.

*

Non ti posso dire
– attento –
la morte siamo noi oggi,
tu con noi aspetti
quel futuro sofferto che non giunge
né si fa annunciare.

***

Inediti (2007)

Anni settanta

Di quella volta
mentre s’ascoltava il progressive
tra birre e salatini,
a farsi belli per le sconosciute
a farsi grandi per noi stessi.
E la disperazione giorni dopo
– è morto Walter –
annegato nel mare.
Sbattere la testa sul muro
tutti insieme allo stesso modo,
e non capire che la vita
regala la morte
prima o poi.

Anni settanta 2

Seduto tra la neve di marzo,
una Pasqua precoce
tra i monti della Carnia
a rileggere Siddharta.
E sentire qualcosa di libero dentro,
per pochi giorni solamente
senza poi poter dire
– avevo ragione io madre –
anche se la mano di mio padre
quieta sulla mia spalla
comprendeva in silenzio.

*

Il tempo invecchia e non rimargina più
– né vuole farlo –
ferite e stanchezze.
Pasqua di resurrezione!
È l’augurio a tutti voi,
la Croce lasciamola seccare
sotto il cielo,
che il vento asciughi il sangue e l’aceto.
Tocchiamo la nostra vita,
sfioriamola,
verrà il momento, verrà il momento.

*

Siamo fatti per bestemmiare,
per invocare e maledire la sorte,
con la cattiveria di chi soffre e muore
senza colpa.
Questi siamo noi,
benedetti da Dio ci dicono,
poveri uomini di onesta vita
con alle spalle i propri errori,
piccole fortune, grandi tormenti.
Passeremo nel tempo così,
invisibili quanto importanti
come l’acqua che scende dal cielo
o le foglie di un albero aperte
al sole d’estate.

*

Ecco,
cercavi tra l’erba le parole,
non le stesse di sempre,
ma quelle sconosciute
che gli altri temono o nascondono
nel pugno stretto dietro la schiena.
Ora sono nella tua bocca,
e la tua lingua
le accarezza spavalda
pronta a sputare.

*

Ci possiamo tenere per mano se vuoi,
il male non è così cattivo,
forse chiede aiuto alle onde del mare
che salgono,
è il buio improvviso che spaventa e si fa amare.
Anche noi siamo così,
frammenti di cielo che cadono
spegnendosi l’uno nella mano dell’altro
senza rumore,
senza retorica,
senza rinuncia.

Leggerezza

È il rossore che compare
sul tuo volto imbarazzato
a ricordarmi la leggerezza
della nostra vita,
dove non c’è spazio per crudeltà
o finzione.

Il tempo di scrivere due righe,
l’attesa che la parola sfondi
quella soglia nuda
e riveli la libertà dell’essere
in noi stessi,
così come nessuno lo sa.

Quando lo vorrai
sarò pronto a riempire
il mio cammino con il tuo.
Nulla importa se sarà domani
oppure tra un anno,
lasciamoci scorrere dal tempo.

*

Essere nessuno,
ridere e raccontare,
rotolarsi nel sogno di cosce
e seni baciati.
Rantolo d’orgoglio
per raccogliere l’ultima rata
della propria esistenza
e cederla al prezzo migliore.

*

È giorno di cicale
di nubi bianche in cielo,
lontane, vive.
È giorno che non finisce,
non vuole,
non arriva a te come io vorrei.

Il canto volo delle rondini

Guardale lassù
salgono verso il grigio
gridano, cantano.
È tempo di pioggia
tu dici ma dài,
canti con loro alzando gli occhi
e le segui spostando il capo.
Non pioverà tu dici.
Il vento spesso ci accompagna,
lui sa di cosa siamo fatti
di come moriremo,
noi non diamo ascolto
ai segni che vengono.
Le rondini aspettano invece,
sanno,
conoscono l’alito del moschino
e la direzione delle nubi.
Inizia a piovere.

*

Tra gli alberi mi perdo,
corro la tristezza
senza pensare in realtà a un domani
a un perché.
Così come tira il vento
ondeggio indietreggio avanzo
la sicurezza d’essere,
pesante come roccia di montagna
leggero come la betulla lassù.

*

Ogni foglia caduta
porta una voce,
silenziosa o timida,
vera,
reale come il cielo
oltre l’autunno.
In fondo al viale
l’ultimo ippocastano si scuote,
nasce un racconto.

*

Passavo oggi tra le vie
sbuffando un sigaro,
lo sguardo in alto
senza notare il cielo
(le tue finestre chiuse)
provando tenerezza per un tendaggio
guardiano d’intimità
complice di sorrisi o pianti.
I miei passi riempivano i ciottoli sotto
serenamente, senza fretta.

7 pensieri riguardo “I cedri del Libano – Roberto Marino MASINI”

  1. è con sincera gioia che trovo qui i testi di Marino, verso il quale, oltre che un profondo affetto, nutro una sincera ammirazione, sia dal punto di vista della sua produzione artistica in generale (teatro soprattutto) che da quello della poesia.
    sono felice che sia qui, anche perchè, per la sua ritrosia e la scarsa inclinazione a scendere a compromessi, trovo che sia uno scrittore molto sottovalutato. grazie, francesco, per avergli concesso lo spazio che credo si meriti: anche in questo caso si conferma il tuo spessore.

    francesco t.

  2. Francesco, grazie per le stupende liriche che ci regali. Onore a Marino. E stavolta mi sono commosso:

    Un braccio spunta dal cemento crollato,
    informe,
    un braccio ed una mano aperta,
    annerita dalla morte,
    come fosse un messaggio disperato.

    ciao

    Apo

  3. Versi che vogliono essere più che versi, una testimonianza, forse, ma per chi mi domando: per i superstiti, gli sciacalli, gli alieni?

    Anche noi siamo così,
    frammenti di cielo che cadono
    spegnendosi l’uno nella mano dell’altro
    senza rumore,
    senza retorica,
    senza rinuncia.

    Senza ritornello oserei aggiungere.
    Abbiamo tutti le mani macchiate di sangue e gli occhi banchettano.

  4. Di Masini ho sempre apprezzato la sua capacità di intimità, sia nell’uso delle parole e della scrittura, sia dei temi trattati. La sua quotidianità, la sua dimensione familiare, forze che abbracciano il suo mondo, lo rivelano profondo e delicato.

    Con, sempre, uno sguardo che si svela negli affetti, nelle fragilità: ma sempre con la determinazione di trasformare malinconia, memoria, passione, in pura espressione poetica. Capace di creare un ‘tempo’, costruirgli una casa attorno, fare protezione.
    Leggendo ‘I cedri del Libano’ è bello vedere che la sua sensibilità guarda anche fuori, oltre la sfera consueta e, con la stessa efficacia e sincerità, ci racconta di sdegno, sofferenza, umanità.

    E ci aiuta a portare in noi una terra dilaniata, un campo minato continuo, dove credere la vita diventa la sfida più alta, l’unica possibile. Per sentirci vivi, per credere che indignarsi, comunque, ci aiuta ad avere più sangue nella nostra circolazione. Nel tessuto corporale e intellettuale.

    La poesia passa di qui, con ogni altrove possibile, con ogni attenzione spontanea.

    Giovanni Fierro

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