Voynich – di Massimo ORGIAZZI

[I testi di “Voynich” sono apparsi sul n. 47 della rivista Atelier]

Geometrie inconsistenti dell’anno solare

Sto parlando di un sole finto
che conserva il senso
di attraversate in cresta
tra nuvole che incrociano di bianco
il genere delle giornate, di una festa.
Si tratta di parti di una geometria
fondata sugli assiomi precedenti minuscole tempeste
e dei pezzi di lune costruitesi da sole su orbite deflesse.
Mentre quaggiù è capodanno, debolmente,
e il meglio dell’inverno è ritornato in piovaschi chiari di ritardi:
con i fuochi artificiali che rintronavano di quiete
ripristinando una voglia di millenni, gruppuscoli di venti, antenne.
La luce pomeridiana dei primi giorni splendendo appende
strade, cascinali e i bravi cani di una volta
a memorie scorte scritte a caso nelle ghiaie, al mio viso ancora imberbe:]
non si può fuggire ad una vita percorrendone le crepe.

Sottopoesie 1.0

Ecco, lo vedi attraverso il vetro dell’editor:
è breve, come una fucilata di freddo
da dietro: lo scuro, nemmeno un tiro di cero,
non un portone: si spegne lucida cruda la sera cromandomi dentro.

:::

L’hai vista arrivare, la stecca ed era
già semibuio, caligine rada
dispersa: e mentre si rimestava
lunga, prudente: gelida, tu la vedevi; aprendoti a vuoto, cadeva.

:::

Tornandoci sopra, deleting, bruciava;
povera fiera di strada, al ritorno: si faceva di fiamma
distinguevi la luce cremarsi,
mi chiedevo dei muri di casa più interni, in che luogo propizio posarti.]

:::

Intuivo nei passi la stanza;
girarti di schiena nel fendere polvere
fondi attutiti di sera
sono sempre più solo, vedo solo dove sempre c’è l’oltre.

Igni inexstinguibili

Tu sembri non sapere cosa non esiste,
il colloquiale come registro,
forse le balene.
E non riesco a restituirti le parole,
un filtro
che attenui l’omicidio
uno ad uno di tutti i miei amici.

Ma: non essere così commosso, dici
rilassati che il tempo termina, finisce
massimo in un’ora o due;
abbiamo sì recuperato l’automatico [per fortuna]
ma non è carico e dovremmo provvedere:
per ora è un disastro tutto, arriva
con un tintinnio d’acqua che risciacqua
il capodanno e le bottiglie,
le imprescindibili letture fuori dalle edicole
dell’ultima pagina del corriere
tra i morti, le loro foto, e tra la sete:
che è abitata da figure lunghe,
con gli arti di lunghezze scelte, ma diverse.

[questo è il motore di questo testo]
ho un deja-vu di Storia
che controlla e ricontrolla.

[qui si torna, ancora si ritorna]
Se solo potessi dirlo, di te,
della rabbia che gentilmente così mi presti
quando so per certo che non esisti
più di me.
Mi parli di astrologia come un anno fa,
come l’anno prima, di stesse cose, di conquiste;
come siamo soli in questa vita di provincia:
per un amore triste, malriuscito, si fatica.

E poi: stamattina le ho sentite, le presse
si suonavano da sole un basso blues
di nebbie, sotterraneo in tre note
di nostalgia di [ ]: ossesse
su tre nastri da trasporto tesi
sfilacciati, sull’orlo di altri venti
contenuti nei muri di mattoni
morsi e rimorsi da correnti
sterili di suoni.

[ora ti prego, ti prego: questo è il sunto]
toglimi la vita dalle tegole, estraila
di fianco e regolala
con parole rauche, lente:
per ripulire la tua aia
non serve più bruciare:
la tua espressione tragica e solare, assente.

What is not order

Servisse a qualcosa tutta quest’acqua
sprecata; quest’epoca di anche di fata.
Bastano i titoli di prima pagina: in mezzo c’è più di quel che c’è scritto;]
tra le righe recupera un senso anche un reperto di amico,
un regalo, un ricordo, un occhio ridotto a cameo
sotto il tiro di frasi austere come lo sguardo di un numero primo.
Sventolano ancora le ragnatele sotto un cielo da neve
sghembo fino al soffitto
dove si aprono crepe, un ordito di bene
privo di sede, indirizzo – email sfrigolano intanto curiose di sito in sito.]
Il numero civico, un unico solo puntino.
Manca poi la ragione, peraltro, per un mucchio di sere, manca
una scienza del torcere ottimi umani rapporti in cerniere.
Se tu sapessi che manchi, Elena-dagli-occhi-di-tele,
non sarebbe che ocra quell’incubo lucido sterminato a ponente.
Sarebbe un simbolo mobile, burrasche di cielo rifatto a memoria, abbozzi di scelte.]
Tutte le cose, comunque, nelle proprie cartelle.

Voynich.()”

Ho una forma di nausea strana:
sorveglia uno ad uno i giorni,
divinando la settimana;
tenta una simbiosi
con le tue provocazioni
e attecchisce bene, sembra:
svuota dal di dentro la domenica,
in un colpo solo: finisce che ci entra.

Non riesco bene a leggere il tuo nome.

Ma lo scrivo, che l’esecuzione
di questo testo è supposta sì,
spostare trascrivendo il contenuto
di dolore a pippo.txt.

Tu no, non ti traslare:
gira ancora una diagnostica
dentro la morale:
dolore lo rimasticano
ore di sopravvento.
Te a gradi, l’odore nelle strade.

Erre di taterrì bile

Quelle pietre giù là in fondo, sono olmi:
tu, che poi non hai più nomi
da ficcare, pigiandoli, nei portaceneri,
ne trovi un buen retiro, o delle carceri

per tutti quanti sudano dal sonno
muoiono come larve di questo mondo;
e be’, hanno un colore che è spettacolare;
solo il rosso autunno, artificiale,

peserà duecento chili di climi buoni;
ma poi la luce è ad essere binaria:
da un lato scade in anticaglia

colando sulla schiena cheta come acqua;
dall’altro cresce crescendo come viene varia
come flebo di turismi culturel, raffiné, rodomonti.

ammettiamo pure vere le dichiarazioni
dei governi, tu le vedi, le bevevi
due o tre volte (venendo) dopo i pasti

sono simmetrici, arguivi, gli scomparsi
nel café tel quel, son tutti gli indifesi
quelli che s’aspettano di uscirne fuori

con i testi. O con i baci, riuscissi almeno
a ricordarmi dove li ho messi, quelli nuovi,
come ti chiami, la costanza del latrare demo
nella tromba delle scale, tutte le psicosi

a fascicoli in edicola. Potessi farne un numero
misterico, su queste due smorfie (avrebbe agevolato)
immense che non si parlano sul serio
si conoscono e si fissano da un lato all’altro di un ricatto.

Voynich.2.11”

Esatto
ho detto con le mani nel sacco:
estraevo suoni per l’anno venturo
per una terra spazzata dal tempo
una guerra aguzzina di vero
contro un non falso da urto
a piccole dosi, in gocce di muro
riaperto da solo: da guru
riammesso alla vita
con un esame di parto
su miliardi di pezzi, frazioni;
ognuno contato come una rima,
un attacco: uno spreco di doni.

Scar

Eravamo dispersi
nel luogo sbagliato, coperti
di patina e foto,
una cimice lenta dell’africa
senza una zampa
ci camminava addosso attenta
a non notare che il tempo
scorreva
noi lanciati nell’era
dell’erba, sognanti di acqua,
stagnanti di anni
novanta, carichi
di sfatta calura:
un migliore domani solo
nella risacca di scuse.
La morte è nascosta da giorni
nella scia sotto le ore
ferite, suture

*

Thou who brought by the car
counted the horses fast in the fields,
telling the future, the guilt
seen in the wakes of the planes. In a scar.

To E.

Ecco che senza dubbio
È morte
Il torpore e taglia come un’unghia
Le labbra del colore
Pizzica la fame
L’aria fine interstiziale
Traccia crine
Di corallo vascolare
Nel terrore saldo
D’un miracolo in ritardo

Sezioni le bandiere
Con un salto nel ricordo
Ogni volta andata, senza mai ritorno;
La vita è un martedì di tele,
Pioggia, di chiunque in ascensore.
La volontà di Dio
Quell’armadio a muro
Tra un frattempo enorme e il sùbito:
Aspettarti tra i messaggi
Una maiuscola, un telone
Schioccante al vento
È stato male elastico
Quadrato rispetto al tuono
Lontano nel lume che si spegne
Un bacio, uno schizzo gelido di perdono.

*

Quite odd the attempt
Quite weary, steady, a twenty cents
Losing you without a pen
In hand: you crazy
Scratch, the remedy: a written wren.

Defensor Pacis

M’apparivi in quel sogno da docile,
come logico dolore
profeta della tua tranquillità che obliqua
sulle case l’occhio sapeva spezzare in pose,
definizioni indebolite di cose alla stregua seguente della sorte.
Io che non m’ero ancora fidanzato
con una donna già morta da anni [o fidato]
generavo varie negazioni di marzo;
da solo abilitavo possibilità intere a bloccarsi,
reductio ad unum, in brevi storie partorite morte di scarto,
in grandi macchie scure nella melma
che sui fondali erano inverni, torrenti,
uscite domenicali nemiche dei sensi
trasformate in morfine, in usanze già perse.
Mentre un fondo lordo rullava di rosso,
nemmeno le montagne sequestravano ossa, ore, arse
al calare del mondo. Noi, poveri riti di capelli gelati dal sonno.

Spes ultima dea

Impressiona lo scorrere del tempo,
l’inclinarsi acustico del suo fischio che schiude sbattendo,
cardiaco, i tronchi profilati di drammi;
poi l’annidarsi di baci invecchiati, aderenti agli affanni,
ai visi come radici di rampicanti, nel decidersi aritmico
del riso, costruito ridendo con i perimetri delle cucine,
i battiscopa. Potessi ti ritoccherei alle spalle con delle acquetinte,
indicandoti il luogo preciso dove d’accordo,
molto avanti e insieme, posizionammo il mondo.
Ora [lo è veramente ?] motori indicizzano
le migliori emicranie, includendo il 50%
di sbagli, tutto il resto in ore di vita scadente e canovacci di testo.]
Quel giorno, in collina, incollavamo orologi
alle fronde dei salici, alle statue votive necrologi scaduti di cani,
fissando l’estate estrarsi da sola nei parti continui di un’arte
tornata a corrodere lastre, massicciate di povere porte.
Se sei una dea enorme, ora, ingombrante di legno
con infissi insetti morti di marmo, ficcata in ogni angolo esterno
lo devi, lo dobbiamo
a noi, all’amore di scarto, al tocco leggero della nostra umida mano.]

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10 pensieri riguardo “Voynich – di Massimo ORGIAZZI”

  1. Grazie anche qui a Francesco, per la costante attenzione e la cura che dedica, non tanto ai miei testi in particolare, qui ospitati, quando allo spettro totale delle scritture della rete e non, con questo suo spazio. Un caro saluto.

  2. Sì, “Spes ultima dea” è uno di quei testi che chiunque (almeno io) vorrebbe aver scritto, ma credo che l’intera silloge sia un lavoro davvero “invidiabile”, opera di autore maturo e padrone assoluto dei suoi strumenti espressivi.

    Grazie a voi. Un caro saluto.

    fm

  3. solo per dire che sono d’accordo, su tutto.
    su spes ultima dea e il resto.
    e sui complimenti a Massimo come scrittore e come persona, per quel poco di virtuale che lo conosco.

    francesco t.

  4. Massimo complimenti. e lo dico seriamente. ogni volta che leggo qualcosa di tuo mi impressiona e /scusa la banalità/ mi piace /tutto/.

    un abbraccio

  5. Grazie a tutti i lettori per gli apprezzamenti: purtroppo si tratta di poesie un po’ vecchiotte ormai e penso di aver mutato, nel poco venuto dopo, la cifra epressiva, che però senz’altro ama conservare quanto percorso, specialmente in questa fase della scrittura. Un caro saluto a tutti, con le scuse se non ho risposto prestissimo a vostri commenti.

  6. Sono americano, ma conosco la tua lingua. Mi sono inebriato nei tuoi versi, distillati dall’alambicco dell’anima tua. Luci, colori, ombre, enigmi conservati dalla polvere. La polvere dei secoli passati ha il gusto di stagionatissimo biscotto e l’odore avvizzito di questo antichissimo libro. Essa rappresenta il velluto fluido delle carte. E’ la pioggia fine e asciutta che rende anemici i colori troppo forti e i toni violenti. Ma non credo sia la buccia dell’abbandono o il velo dell’oblio. Forse l’Autore è più chiaro di quanto sembra?
    Sincerely

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