Il cannone (I) – G. CORNACCHIA / G. D’ANDREA / A. RENDO /

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IL CANNONE
Prima Puntata

Sentire le farfalle
di Giuseppe Cornacchia

Cosa giustifica l’ascolto? La speranza di assistere ad un capolavoro, quel brevissimo periodo nel quale “senti le farfalle”, come dice Ronnie O’Sullivan a proposito del suo ultimo 147: http://www.youtube.com/watch?v=NtIoJ9Vpubk. E’ il boost, la sintesi sempre cercata; lo scopo dell’ascolto è cibarsi di questi boost come di miele, una dieta di puro miele, in qualunque campo dell’umano lo si trovi. Doping di puro piacere al fine di riprodurlo per sé e vivere perennemente sulla cima d’onda. Per questo è importante avere molta esperienza, per individuare e selezionare gli sforzi di successo: più ne riconosci, più ricca è la tua razione di miele. Non c’è ferita, la ferita è uno stadio non risolto: noi non abbiamo ferite o le abbiamo guarite e come i monatti siamo ora indifferenti al dolore.

 

Pensiero morale
di Gianluca D’Andrea

1) La poesia prepotentemente simbolica va messa a parte.

1a) Il messaggio diventa morale e assoluto, non solo schiettamente morale (visto che il  linguaggio è scelta, dunque morale, etica intrinseca).

2) Nella chiusura assoluta risulta facile una morale assoluta.

2a) Vita è/e arte come necessità, non come artificio e separazione.

3) Anche scaricare, facilmente, diventa un alibi. È necessità ma anche narcisistico artificio.

3a) Contro l’idealismo dell’antinarciso (altruismo? non esiste) perché vige la necessità.

3b) La necessità è precarietà.

3c) La precarietà è un valore assoluto come l’essere bandito.

3d) Senza impedimenti non può esserci necessità.

3e) Solo la necessità rende scabri e diretti. Semplici.

4) La necessità è sempre relativizzabile e assai personale.

5) In profondo amiamo l’altrui distruzione per paura, senso di autodifesa.

Riflessione su Werther e Sade

In “Werther” il passaggio da Omero ad Ossian, dall’idillio alla catastrofe. Dove la mia catastrofe? l’iperrazionalismo oscuro de “La nuova Justine” (ancora di più in “Juliette”), tutta la fiducia ribaltata in terrore; solo la consapevolezza di un’impossibile risoluzione modifica i linguaggi e il panico diventa l’occhio lucido della disillusione. L’assenza (in questo caso d’illusione) porta alla constatazione che per riempire il vuoto occorre accettare la sua evidenza come unica realtà consistente.
È abolita ogni forzatura, qualunque tentativo di pressione rivoluzionaria è più presunta che reale. Non c’è niente da abbattere (in riferimento ad un reale orientamento nel mondo e non certo alle contingenze personali). Sade non ha altro senso, nella nostra contingenza, se non quello di stimolare i nostri sensi e le nostre fantasie che oltretutto non sono affatto represse.

Assai significativo il lavoro di Goethe nel “Werther”: cadere significa essere consapevoli dell’annullamento insito in ogni passione (altro messaggio universale e oserei dire eterno nella sua evidenza). Amare la vita per portarla all’estremo(?), estremizzare la vita fino ad abbattere il confine che concettualmente la separa dalla morte.

A parte

La Forza

Tutto il coraggio che serve
è chiuso in questa testa.
Scontri in questo silenzio
come un grido continuo, effeminato.
La terra oggi ha un fremito,
dolce ad ogni impatto la ferita.
Nessuna lingua spiega;
descrive, impasta ogni piega,
ogni buco andava inteso,
ma ora il nuovo caldo di settembre
ci appiccica, amore, il nostro vuoto
come sangue da un bicchiere
appena tracannato.

Cosa aspettarsi dal nostro essere in necessità

Il bisogno di una salvaguardia, protezione (ognuno trova il suo metodo di sussistenza). La nostra varietà è assimilabile ad ogni comportamento, seguendo quanto detto termina anche il concetto di giustizia (e giustezza), non resta che affidarci ad un radicale istinto di sopravvivenza nella precarietà. Dunque questa già abusata concettualizzazione del termine ci porta dritti ad una constatazione d’instabilità in funzione di una teoria dei valori, l’etica diversa è già in atto ed è instabile. La sproiezione nella continua oscillazione delle convenienze, l’unico punto fermo è la nostra instabilità che in termini etici è un’effettiva necessità. Essere allo sbando dovrebbe condurci fuori di noi, fatto realizzabile solo se concettualizzato; nella realtà quotidiana agiscono ancora troppi attriti che frenano o bloccano le nostre azioni. Costretto ad una scelta continua, l’uomo è un oggetto assiderato, incapace di sbloccarsi in qualunque direzione. L’uomo è in balia e tale ha da restare nella consapevolezza della più concreta limitatezza. Nientificazione dell’umanità in quanto categoria morale è l’unica effettività in atto.
Nessuna accelerazione al processo, il meccanismo segue la scia della propria conflagrazione, c’è sempre una riva a cui approdare ma senza uno scopo e ineluttabilmente senza tempo, senza una dimensione di tempo che renda nebuloso il nostro movimento in uno spazio circoscritto (per quanto apparentemente immenso). Così ci si lascia andare, ci si lascia coinvolgere in una grottesca mascherata, una scenata matta attraverso la quale cambiare ruolo continuamente è necessità di sussistenza, una sempre accesa vitalità. Vero e falso non come facce della stessa medaglia, bensì unica faccia visibile, attualizzabile, anzi già in atto, in scena e ben esposta. Niente è più irreale della volontà di un paradigma che ci sostenga, di una legge che ci protegga da un presunto male che prima o poi accade e che deve essere subito.

La realtà ci comunica a gran voce ad ogni istante che neanche il male esiste, molto più volgarmente siamo in balia degli eventi nonostante raffinatissima sia diventata la nostra presunzione di prevedere. Anche da un punto di vista scientifico la previsione ha minor presa e un minor impatto rispetto all’evento nel momento in cui accade. Comunque vada “oltre” la nostra capacità di (pre)vedere, la meraviglia della nuova possibilità non potrà mai superare la scossa tellurica che il nostro organismo subisce quando è immerso nell’evento (cioè sempre, nel presente) e così resta inalterata la nostra necessità legata ad ogni istante e ulteriormente la nostra precarietà.
Da questo limite paradossale, che è anche la nostra unica libertà, non può svincolarsi nessuno. Neanche nella morte come ulteriore (ma presunta) scia del meccanismo, men che meno nell’immortalità che ci manterrebbe continuamente coscienti dell’evento.

L’evento è necessariamente precario, non ci resta che vivere con tenacia e spirito l’evento nella sua instabilità (come sempre è stato fatto d’altronde).

Cancellare il senso e la moda

Non sprofondare nella parcellizzazione labirintica di un’opera. Occorre uscire dalle nere profondità per spianare in superficie e rendere disponibile un messaggio.
Semplificare e vivere la superficie dell’evento. In profondo tutto si oscura in una simbologia inconscia, una visione agghiacciante nel suo personalismo così estremo da risultare inconoscibile alla persona che lo ha creato (da sé, su di sé). La pulizia d’espressione nella spontaneità della propria incompiutezza e superficialità è l’unica morale. A questo tende l’artista più prossimo ad una libertà dei valori. Al contrario, l’artista labirintico ammicca ad una moda attuale che ci vuole persi, confusi, oscuri perché in assenza di qualcosa. Di cosa? quale ideale giustifica l’eventuale carenza? Sembra aderenza a un gusto massificato. Non è in dubbio la problematicità del nostro tempo, più preoccupante è la soluzione (remissiva?) che si tenta di dare a tale complessità. Ancora il male che si distingue dal bene – presunto – e che si trasforma in bene (ovviamente inesistente).

Di passaggio

Non esiste borghesia, siamo un’unica categoria sociale, per quanto diverso sia il nostro potere d’acquisto, viviamo tutti la nostra ipocrisia nei confronti del resto. Ancora una volta: non c’è maschera da scoperchiare perché non c’è identità da svelare, non c’è identità da ri-costruire.

Del bambino deforme

Del bambino deforme

Vedo il tuo corpo aiutare il lavoro
del padre, le membra scatti,
abitudine acquisita
di un’elettricità animale.

Così svelto compi ciò che si deve
e il tuo volto neutro diventa
un mostro maturo, una chimera.

Dal gesto si sprigiona un destino,
l’estrema abilità nel dovere
come automatismo della tua distruzione.

Ottobre senza clima è la tua faccia,
il tuo volto maciullato dai gesti
che pretende di terminare un’opera.

Ogni parola possiede un’interpretabilità molteplice. Ormai è impossibile definire la sua ambiguità, essendo scomparso ogni termine di paragone, ogni dialettica bi-univoca scomparsa nel paradosso di una sconfinata accessibilità al senso e, in definitiva, nell’estinzione di questo stesso senso.
Ogni parola è il segno del riconoscimento di un’assenza impraticabile e per ciò stesso inconsistente. L’assenza di ogni stabilità segnica apre una prospettiva anarcoide nella scelta delle parole che potrebbe condurre, nella variabilità, quasi atmosferica, dei significati, al completo appiattimento e alla assoluta uniformità di un determinato utilizzo, il che, a sua volta, potrebbe condurre ad un dispotismo autoimposto di masse enormi di popolazione.
Non c’è soluzione da inventare, neppure nell’apparente arrendevolezza e accettazione di “quel che è!”.
Una fiducia predisposta negli eventi ha lo stesso risultato di un rifiuto totale degli stessi. Nessuna legge può essere accettata, neppure quella specie assurda di legge al quadrato, legge della legge, riconducibile a quel metacontesto istintuale che ci vorrebbe simili o addirittura uguali agli animali. La nostra sostanza non giustifica una virgola inserita in un dibattito sulle nostre scelte, ché non esiste scelta.
La precarietà linguistica come quella vitale è una caratteristica del nostro essere nulla. Niente di male nel non valere, nessun “dente per dente”, nessun “porgi l’altra guancia”, espressioni di una legge alterabile per convenienza del momento, viscerale, così tanto da rientrare nello spettro del potere.
La pregnanza di ogni consapevolezza risiede in sé e non ha bisogno di ulteriori chiarimenti. La sottigliezza capillare della conoscenza di significati multipli aiuta l’autoconservazione e niente di più. Il limite dell’autoconservazione, però, non potrà eludere la stessa elusione da un senso etico un tempo accessibile, anzi auspicabile. Per quanto possa apparire stabilizzato, in qualche modo rassicurante, il tentativo di giustezza, implicito in un’eventuale buona fede dell’espressione, non sussiste e quindi perde credibilità, scompare ogni fiducia.
I fatti parlano per le parole ma le parole dicono i fatti solo forzandoli ed è questo atto di forza a scatenare l’immissione e la simultanea esclusione dal mondo. Arrendevolezza e forzatura (due aspetti del precario) non sono aspetti conflittuali bensì inconsistenti.
La lingua è nata morta come constatazione.

Aborti o mancata speranza

La vita come viaggio poco edificante dentro il caos.
Nessuna tortuosità linguistica, l’addensarsi di paradossi e controsensi sembrano il risultato di movimenti casuali, predestinati.
Ogni relazione umana, al contrario, è una rinuncia e un’aggressione.
L’essere umano da sempre sprofondato in questa catabasi delle relazioni che è il sociale. E solo per scoprire il disgusto e l’inconsistenza radicale che è separazione.
In “Cuore di tenebra”, la scoperta del buio etico si dispone in un confronto con comportamenti recisi, talmente svincolati dal senso di responsabilità da illuminare gli stessi recessi della coscienza umana.
Gli stilemi classici e tutti i simbolismi di una presunta discesa agli inferi in cui luci e ombre sono ormai indistinguibili e rappresentano la medesima realtà ma ancora in un rapporto conflittuale(?). L’intera operazione appare ai nostri occhi (moderni, più emancipati?) ironica, nonostante l’assoluta serietà delle intenzioni di Conrad.
Ne “La gaia scienza”, i riferimenti alla scelta della solitudine – come soluzione etica in funzione di una decostruzione della coscienza, la diversità, l’unicità come valore, destinato ai pochi “realmente” moderni – disgelano, nell’assenza di valori, l’unica realtà possibile, anche se sarebbe meglio dire auspicabile.

Palla
di Angelo Rendo

Nell’eterno non c’è aria. Quindi, essere fuori dall’eterno e respirare: puntare il Cannone.

***

È tempo velocemente consumato, questo, di aerei caduti e scatole nere disintegrate; nelle case non vi sono salvadanai.

***

“Mi ero convinto che forse non era più il caso di
scrivere e m’interrogavo su cosa avrei voluto fare da
grande, pensavo che vendere macchine era una buona
alternativa perché i motori agli uomini sono sempre
piaciuti. Quando arrivi a pensare una cosa così, e
sognavi di fare lo scrittore, vuol dire che sei a un passo
dall’abisso.”
(Sandro Veronesi ne “L’incontro” de “La Repubblica”
del 14/10/2007, ai tempi della scrittura e riscritture
di Caos calmo)

Insomma, si è finiti, a fischi e peti. Accade perché si sogna di fare lo scrittore. E credo sia proprio questa pellicola vischiosa che imporpora gli occhi a rincitrullire. Non si comprende il diafano e abissale sversamento di “tragico”. È il mestiere – mi soccorre il Sogno dello Scrittore.

***

Dall’altra parte, A. Crespi su “Il Domenicale” del 27/10/2007 teorizza: “La resistenza è comunque un atteggiamento di fiducia prodromico all’esistenza, resisto oggi per esistere domani”. E mi chiedo: Esisterà, esisteranno, visto il bellicoso indugiare resistenziale?
Più avanti, M. Respinti ci racconta la favoletta dei due intellettuali: “L’intellettuale di sinistra fa certamente rabbia, ma quello di destra fa prudere le mani, l’uomo che siccome sta a destra dovrebbe essere diametralmente diverso dai sinistri e che invece è uguale, e magari peggio”. Ed io affermo tra me e me: Ma perché, voi che scrivete su questo foglio, cosa siete mai? Dove le differenze? Un’ottica malevolmente binaria e spartitoria, che fa rovesciare, vomitare.

Infine, per resistere o per esistere, non so, D. Brullo fanfaroneggia: “Lo scrittore è un dio e può tutto.” E un Polifemo cattelaniano mi prende a braccetto e mi grida all’orecchio: Ecco, titanesimo d’accatto, tronfio e rivoltante, pompato, roboante.
E se me lo dice lui!

Insomma, il sensazionalismo “calibrato”, volta per volta, dà loti piccini, e allappanti.
Ora, una tonitruanza critica del genere non altro è che miele: il foglio tiene piantata al centro una pertica “ideologica” e morde la coda ad altri fogli, a loro volta morditori.
Chi rincorre e chi è rincorso.
Ma chi corre?

***

Dunque: c’è piacere e c’è ferita, mi scrive Cornacchia. Sono convinto che non siano separabili i due personaggi. È sempre monoculare la processione, non ci si può nascondere. Attorno si affolla il Dilettante.

***

Ed infatti, ci si interessa a tutti, si aprono le gabbie, ci si crea il pubblico, lo si fidelizza con la buona parola. Minima pubblicità.

LA LINGUA SALMISTRATA

Sarebbe impossibile ottenere una testa, o anche due. La prolissità attacca nel meno. In questa età fangosa è facile elemosinare spazi. Questa via si sceglie, senza rendersene conto. La ragione per cui ci voglia coraggio non è data, nemmeno intravista.

Chi siete voi che parlate? Cosa volete? Nulla si crede sia fatto. La parola non c’è.

E le parole, che prima non c’erano, sboccarono. Piene di sale, incrostate.
Un uomo, risoluto, diceva al vento: “La parola è solo compagna, c’è tempo per impazzire, hai voglia!”.
In basso, un altro uomo credeva che ogni cosa si risolvesse con un taglio. Tutti a bada, ognuno al proprio posto, con la noia, senza la possibilità – la vita stessa – la morte compresa nel prezzo.

Accoppiarsi, abbracciarsi fa paura, ci si para l’ombrello prima dell’inizio, esclamando: “Il fatto è che a fottere sono sempre i soliti!”. I soliti chi? Cosa fai tu, altro uomo, perché ti sia data la possibilità? Perché non te la prendi? Cosa fai per sopportare l’arroganza dei pochi che incombono sulle nostre teste?

Siamo ingabbiati e ciononostante è nata una grande casa: il livellamento, l’indistinzione.

COSA È QUESTA, PAURA?
Controcanto a “Pensiero Morale”, a Gianluca D’Andrea

Donna: “Voi, che scrivete così, non fate
altro che nettare il culo all’Assoluto!

Uno – Cosa è questa paura della poesia (simbolica)? Perché siffatta nettezza, quasi declamatoria, vuole negare? Una serie di regole e chiusure, vedo.

Due, tre e quattro – Eppure nella “Riflessione su Werther e Sade” e in “Cosa aspettarsi dal nostro essere in necessità”, al centro, si spalancano potenti porte e le correnti soffiano.

Cinque – Più avanti, chiuso l’ombrello para-filosofico, a tu per tu con la nuda carne dell’opera, rinascono le “mitologie bianche”. Un attacco manifesto al rampollare della vita in ogni sua forma – che sappiamo essere germinale.
A me pare che nella sdoppiata figura dell’artista (valoriale o labirintico) riseni, maceri la “lingua al moralismo”, la lingua che cuoce facilmente: la fretta – assegnatrice di patenti, la paura.

Sei – Non capisco, poi, la rassegnazione: siamo indistinti, senza identità. Miegghiu ‘ccussì? È remissività.

Sette – Atteggiamento paranoide. Tu scrivi. Continua, senza tema! Del resto, ti cito: ” La pregnanza di ogni consapevolezza risiede in sé e non ha bisogno di ulteriori chiarimenti”.
Solo silenzio si prefigura, date le premesse, la certificazione tramite lenzuolata è perciò delirio tautologico.

Otto – Insomma, quando entra a quel modo in campo l’ironia è la fine; si appianano le conflittualità. Ecco il risultato.
È il migliore dei mondi possibili, in conclusione, sembra tu voglia dirmi. Consciamente o inconsciamente. Cosa è la letteratura? Un piacere, una metà.

Ci credi o no?

P. S. Il ragionamento da te intrecciato non lascia intravvedere necessità, c’è troppa poca sorvegliatezza nel liquidare ironicamente lo stupore conradiano in fine, mentre l’acume “multiplice” spinge la necessità nel baratro del Sogno dello Scrittore.

Canto al controcanto
di Gianluca D’Andrea

UNOOO: forzatura, coraggio per dire no allo sbaglio, non più remissività. Il credo s’impone solo forzando nella caduta, il misticismo carnale solo nell’obnubilamento.

ueue: dico no all’impostura e alla postura, riconosco il limite nella superficie della multiplicità.

SEI: la nostra indistinzione ci rende comuni e la consapevolezza di essere decentrati, banditi ci accoglie nella consapevolezza del peso del dono.

bubussette: no silenzio, aderenza alla nostra aderenza di cui la parola è morte come la voce nel momento in cui agisce è già andata, la realtà è letteratura.

ottoxotto: non è un credo, ma molto più seriamente e senza ironia la necessità, la gestione anche di un’abitudine che abbracci perché sai che non potresti farne a meno (e penso alle mie mattine prima di partire per il lavoro, agli errori di relazione con i miei alunni ed ai tentativi per mantenermi in equilibrio. Forzarmi per restare forte e non solo per me, in questo contesto è la letteratura che è vita, la forza).

[Avete letto la prima puntata di “Cannone”. Laddove si respira stanchezza, ecco sopravvenire la smitizzazione delle maschere auree, lì si agisce.
Chi ha udito e dimestichezza con parole e voci non si fa cogliere in fallo.
Il solco fuma. Ed escono. a. r.]

***

Ringrazio Gianluca D’andrea, Giuseppe Cornacchia e Angelo Rendo per aver gentilmente concesso di pubblicare questi testi, la “prima puntata” di un’opera “comune” (pur nella “differenza”) che, per quanto mi riguarda, si annuncia particolarmente interessante, non fosse altro perché viene a smuovere le acque mortalmente stagnanti del dibattito sulla poesia, oggi praticamente inesistente. Il valore dei testi, poi, fa il resto. L’intero lavoro è disponibile, qui, in formato pdf.

4 pensieri riguardo “Il cannone (I) – G. CORNACCHIA / G. D’ANDREA / A. RENDO /”

  1. cosa intende g. d’andrea con “poesia […] simbolica”? l’espressione è usata in diversi contesti e tradizioni mi piacerebbe vederla disambiguata. così magari capisco perché secondo d’andrea la si dovrebbe mettere da parte.

    ciao,
    lorenzo carlucci

  2. significa che nessuna parola andrà presa in senso assoluto e va piuttosto conseguita da un’esperienza reale e mantenere il suo senso di oggettività solo nella libertà del suo senso – vedi come parla del linguaggio nancy in tanti suoi testi – le parole e le cose come sono trattate?

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