Inventario delle macerie – Matteo FANTUZZI


(Eugenio Tibaldi, Points of view, 2007)

[Testi tratti da KOBARID, di prossima uscita presso l’editore Raffaelli di Rimini, con una nota critica di Gilberto Finzi]

I

Perché volendo pure Modena è lontana
e allora uno si chiede: – Quanto tempo?
Un anno. E un anno è poco ma anche tanto,
se a casa sta una moglie a letto con le doglie
con la testa della bimba dietro al corpo col cordone
cinto attorno al capo ed urla “padre, padre”
e il padre sta a combattere la guerra
ad ammazzare i figli di quegli altri
a compiere gli stupri, in modo la sua razza sia difesa
e sia immortale: e salva sia la sua famiglia.


*

Devi diventare più aggressivo col lavoro
perché oramai va forte anche l’usato
e un poco ovunque spuntano degli outlet;
devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore,
in clinica oncologica ad esempio, e dire:

“Lei è incurabile per caso ? E quanto tempo ha a disposizione,
un anno ? E alla bara ha già pensato ? Io le vendo da 20 anni,
importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco”.

O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare
porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre
se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto
o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute)
non volesse già decidere la cassa.

Perché tanto “quella” arriva e non fa sconti,
e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata,
di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore.

*

In televisione rivedo Pier Carlo,
cuoce una bernese di sgombro.
Quello che presenta domanda:
“anche i grandi poeti mangiavano il pesce sovente?”
Ed ecco che lui gli risponde. E sorride.

Pier Carlo a vent’anni se lo contendevano tutti,
era la grande promessa, il nuovo Leopardi.
Montale perfino voleva cenasse con lui
ogni volta possibile, lo chiamasse “nonno”:
lo amava come fosse un figlio.

Ma un giorno una tv privata gli chiese
di partecipare a un dibattito:
e lui era bello, spigliato, ci sapeva fare,
“è perfetto” dicevano
“sa proprio bucare lo schermo”.

Di comparsate Pier Carlo ne ha fatte 240 a quest’oggi:
scalato montagne, visitato malghe, accudito delfini,
camminato sui carboni ardenti, inviato ai mondiali di rutti.
Esce un suo libro ogni anno, ma li scrive Sandro, ragazzo di Sondrio
pagato profumatamente per tacere, lavorare. basta.

A volte Pier Carlo mi chiama
la notte, mi dice che ancora una volta
Montale gli è apparso nei sogni
ai piedi del letto
e lo ha preso a schiaffi.

Risponde mia moglie,
gli dice che sono a Milano,
o Varese per qualche convegno,
che è solo un fattore nervoso, di prendere
un bel latte caldo e rimettersi a nanna.

*

dimmelo mamma:

che sono bellissima, come le ballerine alla televisione,
anche se in classe mi chiamano
scimmia e mi gettano in faccia le arachidi.
ma tu dimmelo. dimmi che io sono
intelligentissima meglio dei miei professori
che mi urlano “scema perché non capisci che è così semplice: è ovvio!”]
che mi hanno affidato a una tizia che insegna le cose più semplici.

ed io te ne prego tu dimmelo: dimmelo
mamma, ti prego, e smetti di piangere. basta.

*

Ti parlai di Apocalisse nell’ultima mia lettera,
e ancora oggi sono convinto della cosa:
non ho pensato più alla possibilità di trasferirmi.

In effetti non è che pensi a molto ultimamente
sono bloccato da qualcosa che mi umilia,
forse le immagini del dramma
oppure un’insistente insinuazione del ricordo.

*

Dimmi se hai presente
quant’è stretta via Valdonica,
schiacciata tra le mura
del quartiere ebraico

che per assurdo ad uno lì
potrebbero sparare in pieno volto
verso sera all’imbrunire senza nemmeno
un testimone, perché tanto quella strada

anche se in centro è fuori mano,
perché da lì non passa quasi mai nessuno
se non si ha un obiettivo, un luogo
dove andare, dove attendere per ore.

*

Precariato

E non sai più cosa aspettarti
da questo borgo in mezzo alle montagne
dove la gente invecchia e non fa figli,
che si spopola. E tu che sei il becchino del paese
come tuo padre e il padre di tuo padre
                (e che non vuoi, non puoi)
ti domandi come sarebbe meglio: che crepassero
in un solo colpo tutti per chiudere bottega,
oppure un po’ alla volta, goccia a goccia, per vivere di stenti,
ma nel contempo andare avanti, per resistere.
E sopravvivi in questa prospettiva di precario,
di chi lavora a termine, si attacca al calendario,
e quando senti un’ambulanza tremi e esulti assieme,
perché è così: oggi si mangia,
ma nel contempo non hai più un cliente,

è un nuovo scatto
che procede e porta al baratro, ti annienta.

*

Sembri una Madonna tra le luci della Chiesa,
contrita, addolorata, trafitta dalle lame
attorno al cuore: hai un ventre che non si scompone,
non si muove. E mentre guardi altrove e pieghi

il corpo si aprono le vesti e scopri il fianco.
E ancora sangue perdi e sembri non curarti,
mentre ti arrendi o meglio non ti opponi
a quello che è accaduto e accade ancora.

Ti genufletti e prostri il volto.

*

II

Solo oggi mi accosto ad un lutto
che ho lasciato passare per anni,
senza un qualche successo.

È occasione uno scansare la polvere
dagli oggetti che un tempo ti avevan distinto,

destinare i tuoi scritti a un catalogo
per i dottorandi di Trento, auspicando un convegno.
Ho paura a toccare il tuo mondo,
ignorante qualcosa sia fragile troppo
per non ceder di botto ad un qualche contatto,

come me in questo stanzotto freddo.

*

Ode al Lexotan

Forse li avremmo avuti per più tempo
i Dino Campana o gli altri con quei farmaci:
io ad esempio, previdente, per entrar già ora
nella gloria ho iniziato con 10 gocce al giorno
prima di coricarmi; e ho intenzione
di protrarre tutto questo fino a quando
non saranno conclamati i tempi di dosaggio cronico
o non sarò riuscito più a trovare
un medico ben disposto nel prescrivermene.

Vedi, pure il mio testo in questo modo si modifica,
ora è più lento, non fa male. Non mi assale nel protrarsi
della notte. Ora questo testo non mi sbrana.

*

INEDITI

Per questo amore.

1.

Guarda questo cielo scuro
mentre attraversi strade senza case,
strade senza le persone: è la tempesta
che si avvicina e toglie le radici
dalla terra, che si abbatte, che ti annienta.

Dimmi che mi ami, che senza me
sei niente, che questo fiato si restringe
senza il mio corpo affianco. Dimmi
che non c’è tregua, che non c’è
una soluzione, come non si può
fermare il mare che contro al molo
s’apre e porta con sè tutto quello
che era stato: terra dalla terra
carne dalla carne ad attraccare.

2.

Sentirsi male, stare male, portare
mani ai fianchi, polsi fino a dentro
l’ombelico per strappare quelle pietre
che non scendono, quei massi di calcare
che non strappa l’acqua. Fermi
come radici ai margini del fiume
scende la sera e nulla si modifica
solo qualche luce nei grattacieli
del complesso abitativo, qualche persona,
o ladro, o entrambe le due cose.

3.

Amore che sei amore sempre,
amore che col tempo mi devasti
e stacchi pelle dopo pelle
il corpo e credi che sia tutto
bello, tutto come un sogno
e intanto prendi il valium
e dici che stai male, hai male:
che non riesci più a dormire
ti contorci e chiedi maalox,
ancora maloox, da ubriacarti
da vomitare tutto.

4.

Stella del mattino,
sottile cosa, principessa
che reggi il mondo con le mani,
madonna mia signora della quiete
togli i graffi curi le ferite
con la soluzione iodoformica
tamponi: e non c’è più sangue,
nulla di diverso da palazzi
e traffico, dai camion, dalla
tangenziale, dalla circonvallazione.

6 pensieri riguardo “Inventario delle macerie – Matteo FANTUZZI”

  1. La guerra creduta una difesa, l’ingrato mestiere imparentato con la morte, la tragicomica ambulanza in ‘Precariato’, l’ironia del farmaco in ‘Ode al Lexotan’ e poi quest’amore intenso e sofferente (ancora un farmaco presente, il maalox). La poesia di Matteo Fantuzzi è ibrida – urbana e metafisica, ritrattistrica e civile – e dispensa molte sorprese in un’ampia gamma di toni; ma è abitata da una sottile e precoce malinconia, solo in parte nascosta e compensata da improvvise ironie. Avevo già avuto modo di apprezzare alcuni di questi testi, eppure li riscopro e rileggo volentieri anche per la ‘mobilità’ della scrittura e la spontaneità nel porgersi.
    Un caro saluto
    Antonio

  2. Notevoli queste poesie Matteo!Un po’ le avevo già lette in giro…
    Mi procurerò sicuramente la raccolta. Poste permettendo: negli ultimi mesi si sono persi per strada riviste e linri che ho dovuto riordinare… Vabbè.
    Complimenti!

    Un caro saluto

  3. Vi ringrazio.
    Non credo che Matteo possa intervenire prima di domani.

    Antonio, un’altra tua “nota ai testi” acuta e intelligente, come solo chi legge in profondità, con attenzione e rispetto: cioè, come Antonio Fiori.

    fm

  4. grazie tante a tutti voi, tra parentesi antonio riprendi molti dei punti individuati da gilberto finzi nella prefazione a kobarid. e in effetti l’accenno al maalox è anche una sorta di ossequio nei confronti di quel lexotan che poeticamente è così rimasto nella simpatia… poeticamente. anche il maalox credo di averlo preso solo una volta in vita mia. per il reflusso gastro esofageo uso il lansoprazolo e quindi l’acidità di stomaco non mi becca nemmeno se bevo il caffè col peperoncino :)

  5. Ciao Matteo, la sintonia di lettura con Gilberto Finzi non può che gratificarmi; la tua scrittura mi colpì sin dalla prima poesia che lessi – “Vederti nella web-cam mi fa bene” – nell’antologia Verso i bit-Poesia e computer…
    Per quanto riguarda la digressione farmacologica, un gastroprotettivo efficace il lansoprazolo, ne ho sentito dir bene :-)

    Un caro saluto, con la speranza d’incontrarci di nuovo presto di persona
    Antonio

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