Testi inediti di Cristina BABINO


(Vittorio Traversi, La stella, 1970)

(Dalla raccolta Vita di provincia, di prossima pubblicazione sull’antologia Nodo Sottile 5)

Piccolo natale

Ti chiudo con gli occhi
a serbarti provvista, o letargo,
nella tana degl’inverni.

Le tue dita di tenero corallo
disegnano zodiaci di costellazioni,
rami d’oro imbrunito e di comete;

rientrano nel seno segreta
miniatura, presepe raccolto
in mandorla di vetro.

Figure inanellate di riverberi,
intaglio non di scheggia ma cristallo
di bottiglia, adagio di risacca levigato:

non ferisce non fa male

chi t’aiuta a riconoscere gli umani
nella stalla, a chiamare gli animali.

*

Provincia

Ruralità sommersa
di bastioni industriali
asfalti opachi

lavori in corso
e case popolari

sto attenta al cane
e al padrone
come vuole la scritta
sul cancello dei vicini.

*

Chimiche latenti

È un mistero uno e trito
la chimica latente
quell’inguine nervoso
i passi che improvvisati
porti appesi ai pantaloni

stirati tra la torre
e la piazza del teatro

io non conto
e non per dono
non ho in questo
beneficio d’inventario

soltanto mi sfiguro
in vedute di insetto
o paretaria

esserti muschio
caglio incrostazione.

*

Sposi di maggio

Conto chicchi di riso
sul sagrato cotto
nel palmo della mano

e di grano esatto
nei campi arrotolato

le auto corteo nuziale
secondo rumore
di trattore.

Di là dal guardavia
trascorrono veloci
ragazze dietro
sulle moto

già piccoli tedeschi
si fermano a bagnare
il ciglio della strada.

*

Cuore di tetrapak

Volo plastica su ali di polimero
se rotta e abbandonata
mi svuoto d’ogni peso e gravità
degli avanzi della cena

e allora come vela gonfia
d’aria e niente sopra
megaliti urbani plano
invento traiettorie oblique

tra container clessidre
d’alluminio senza
sabbia e senza tempo.

Poi mi poso m’impiglio
a un ramo secco tra
refusi industriali mi riposo.

Una volta qua era tutta campagna.

26 pensieri riguardo “Testi inediti di Cristina BABINO”

  1. Della Cris si è già detto tutto, dobbiamo forse aggiungere qualcosa? :-)
    Eleganza, lucidità e faber poetico sono ormai cristallizzati nella sua personalità artistica.

    Caramente,
    L.

    P.s.: Le migliori cose per la nuova raccolta in uscita!

  2. L’io poetico di Cristina ha una sua qualità distintiva chiaramente riconoscibile (e che trasforma da scrittore/rice di versi a poeta) – e secondo me sta molto in un non essere mai al centro della scena, ma sempre in disparte, sempre come piccola cosa (la culla del bambino-mandorla di vetro; le vedute d’insetto; i chicchi di riso e su tutto naturalmente la vita di provincia “fotografata” in un’immagine quotidiana al secondo testo).

    Buona fortuna per l’antologia!

  3. Eh sì Cristina non ci si sente da un po’… sempre mille cose da fare!Tienimi informato su quando esce il libro: Crocetti è discretamente distribuito…
    Grazie e a presto

    Un caro saluto

    Luca Ariano

  4. trovo questi testi meno che entusiasmanti. mi permetto qui sotto di abbozzare i motivi della mia perplessità.

    la maturità dello stile, che in questo caso mi pare coincidere con il controllo del testo, con la completa awareness dell’autore-critico, mi sembrano in questo caso costituire, piuttosto che un valore, un probabile ostacolo ad una reale maturazione poetica. provo a indicare qui sotto alcuni dei tratti stilistici che mi sembrano costituire una severa zavorra che appesantisce inutilmente questi componimenti.

    in primo luogo non comprendo diverse scelte lessicali, un certo preziosismo, e.g. in “serbarti provvista”, “imbrunito”, “ruralità”. non vedo altra funzione in questa scelta se non appunto, il preziosismo. v’è forse un tentativo di contrasto con i versi più semplici o anche bassi (a livello lessicale e sintattico)? se c’è, il contrasto non mi sembra realizzato efficacemente: i preziosismi sembrano invece esser lì a garantire che tutto il testo si svolga sul piano della ‘poesia’.

    il secondo aspetto che non mi convince riguarda la rarefazione delle immagini che non di rado mi sembra sfiorare l’inconsistenza. penso per
    es. a “dita di tenero corallo” (le dita del feto?), “zodiaci di costellazioni”
    “figure inanellate di riverberi”, “mandorla di vetro”.

    ma più in generale, direi, trovo debole la scomessa di fondo – che sembra valere per almeno la metà di questi testi – di affidare la riuscita poetica ad una metafora bene imbroccata, ad un’immagine. insomma un “metaforismo” talvolta un po’ ingenuo. una tale scommessa sembra infatti rischiosa, quando l’autore ne affida il successo, per es., ad espressioni come “bastioni industriali” o “megaliti urbani”: davvero troppo poco, mi pare, per suggerire con una qualche minima efficacia (e ricchezza di senso) una sovrapposizione tra presente e storia, tra uno scenario industriale o post-industriale (già da cartolina) e un medioevo o un’età del bronzo.

    certo, quella che ho chiamato “superficialità” è, in altro senso, segno d’un evidente volontà di “leggerezza”. ma qui la leggerezza pare un’esigenza che sta mano nella mano con il mestiere e certi tecnicismi (viene in mente,
    anche per la fredda gioia del sillbare parole come “container”, “tetrapak” e “polimero”, tra gli altri Marco Simonelli). è il gusto del tocco rapido del motto di spirito, del tono tiepidamente disilluso e distaccato.

    quale sia il carattere di questa “leggerezza” ce lo indicano bene altri due
    tratti caratteristici dei testi qui sopra.

    il primo è il ricorso al calembour, comune a non poca poesia contemporanea. qui è mantenuto, con una certa alterigia stilistica, soltanto come accessorio. non diviene mai la colonna portante del testo, viene lasciato cadere con nonchalance. mi chiuedo però se giochi di parole come questi

    “mistero uno e trito”
    “io non conto e non per dono”
    “se rotta e abbandonata”

    debbano o vogliano suscitare qualcosa di più di un mezzo sorriso.

    il secondo tratto è una particolare specie di intellettualismo (forse un certo
    magrellismo?), la metafora acuta, il piccolo carillon concettuale che si vorrebbe innescato dai “refusi industriali”. gioco verbale ed intellettualismo cui s’accompagnano scelte obbligate di alcuni campi semantici, davvero triti misteri di molta poesia (nemmen più tanto) contemporanea, come quello delle strutture biologiche elementari (e.g. l’asindeto – un déjà vu anche per struttura e ritmo – che fa “esserti muschio/caglio incrostazione”, ) o delle funzioni biologiche elementari (e.g. “mi svuoto d’ogni peso e gravità degli avanzi della cena”). la cosidetta “poesia del corpo” non può mancare, poesia del limite tra organico e inorganico, il grado 0.5 del postmoderno.

    un punto di forza di questi testi, mi pare, il loro tratto forse di novità, forse anche di “proprietà” (in tutti i sensi), è la tensione – evidente quasi esclusivamente in alcune chiuse – alla formularità e quasi all’aforisma, “chi t’aiuta a riconoscere gli umani / nella stalla, a chiamare gli animali”, “sto attenta al cane/e al padrone/ come vuole la scritta/sul cancello dei vicini”, “una volta qua era tutta campagna” etc. dove l’autore sembra davvero sublimare i tecnicismi e dare alle parole un ordine efficace, pur nella concessione all’indeterminatezza del senso, alla vaghezza, all’allusione.

    peccato davvero che l’autore senta ancora la necessità di relegare queste formulazioni ad una funzione di chiuse ad effetto, in cima ad una gradatio che spesso le disinnesca piuttosto che innescarle. mentre, ci sembra, potrebbero diventare esse stesse il corpo di una poesia, davvero leggera, davvero affrancata da un certo accademismo, davvero intransigente verso il proprio mestiere.

    saluti,
    lorenzo carlucci

  5. Già ad un rapido sguardo, riconosco la poesia di Cristina, la sua sonora materialità, la sua tesa e austera scelta del lessico, della parola appropriata per lasciare in bilico il lettore, per agganciarlo come un funambolo da un verso all’altro, tra rincorse sonore di senso e di allusione. Le migliori, secondo me, Piccolo natale e Sposi di maggio, più desolatamente incisive.
    C’è, comunque, al di là della riconoscibilità, un approfondimento del taglio, una maggiore affilatura della lama che si è fatta col tempo più precisa, più chirurgica.
    Complimenti, Cri!
    MDP

  6. Mamma mia Cristina!Faccio una fatica ultimamente a farmi arrivare i libri di poesia dei piccoli editori – complici anche le Poste – mi auguro non sia un Calvario…
    A presto allora!

    Un caro saluto

  7. Caro Lorenzo, non si può certo dire che tu non abbia speso prezioso tempo a leggere e scrivere sulla mia poesia. Ti ringrazio per l’impegno. Per il resto, non è certo mio dovere, né mia intenzione, difendere ciò che scrivo, e come, con alcuno. Hai frainteso, mi pare, molte delle mie intenzioni (le dita non sono di un feto, se questo ha qualche importanza – e nessun -ismo mi appartiene). Ma nell’interpretazione soggettiva ci sta tutto, e il contrario di tutto, e il rendere pubblico ciò che si scrive comporta anche questa consapevolezza.
    Saluti
    Cristina

  8. Cara Cristina, perché dici “difendere” ciò che scrivi? Perché non “spiegare”? Magari è sufficiente. A me dispiace fraintedere. Comunque ti capisco, e sono d’accordo con te, probabilmente non spetta all’autore farlo.

    Saluti,
    Lorenzo

  9. Mi correggo, allora, “spiegare”, se preferisci. Ma nemmeno spiegare qualcosa in merito è compito mio. Non c’è cosa più sterile, a mio parere, che “spiegare” la poesia (propria e altrui)… ciao, cri

  10. Un momento di impegnata distensione su lunghe dita, il carillon s’intende a piena gola. Un graditissimo ritorno, c’è la soavità brumosa di un paesaggio industriale alle luci dell’alba, c’è un natale diverso, una cena avanzata dentro di noi al posto di un feto, il miracolo del “graue Alltag” della nostra esistenza. Dove povertà e ricchezza coesistono fraterni nella lotta – nei temi, nei vocaboli scelti, in sostanza nella poetica tutta di Cristina Babino, la mia “Babington” di fiducia.

    Un abbraccio e un augurio,
    Franz

  11. Ma non so, a me sembra una poesia elegante e raffinata. I rimandi complessi, i preziosismi, le righe vuote mi appaiono frutto di solido lavoro. Non vedo eccessiv/ismi, non vedo metafore vuote, non vedo divertimento. Vedo rigore ed etica e mi piace

  12. Seri allora lei, che non vede nemmeno “divertimento” in questi testi, è la persona giusta – lasciando da parte la questione assai scivolosa della vuotezza o pienezza delle metafore – per spiegarmi la funzione (etica) dei calembour di cui sopra: “mistero uno e trito”, “io non conto e non per dono”, “se rotta e abbandonata”.

    Saluti,
    Lorenzo

  13. Saluto e ringrazio Marco…che non avevo visto prima, e Franz, e Alessandro. Che spero non ribatta oltre. Chi mi conosce sa che odio le polemiche, soprattutto quelle online. Lorenzo, rispetto la tua opinione di lettore, ma proprio per questo ripeto che non posso né voglio “indicarti la via” per leggere i miei testi. Mi meraviglia, anzi, un po’, che tu chieda lumi a terzi…a meno che, come spesso purtroppo accade, non sia solo un modo per attaccare briga. cri

  14. Oh, beh… ci impegnamo dunque a rispettare il desiderio dell’autore, che i suoi testi non vengano discussi, spiegati, difesi, etc. etc. e promettiamo contestualmente di non ribattere oltre. Non mi aspettavo certo una tale sfiducia nelle virtù del discorso sulla poesia da un autore che conoscevo come recensore, prefatore, critico. Ma le sorprese sono sempre salutari, in qualche modo.

    Ciao e auguri!
    Lorenzo

  15. Un saluto a tutti, in modo particolare alla nostra ospite Cristina e agli amici che si sono affacciati qui per la prima volta.

    Credo che, in generale, il confronto sia sempre auspicabile: tanto sul fare poesia, quanto sul come fare discorsi sulla poesia. Allo stesso tempo, credo anche che vada rispettata la volontà di ognuno di comportarsi come ritiene meglio.

    Ringrazio tutti.

    fm

  16. Leggo e rileggo Cristina – e la Poesia – lasciandomi agire dall’emozione.
    E mi ripeto: la mistica incontra la chimica [È un mistero uno e trito/ la chimica latente]. E così LA sento. Nello stile franto che non perdona. E’dono – di Sé.

    Un abbraccio a Cristina e a Francesco

    Chiara

  17. mi pare che sia di tanta scrittura contemporanea delle “donne” la fuga dal soggettivismo dell’io lirico e la cura invece pervicace, quasi ossessiva, delle metafore, qui materiche, ma – non direi – sensuose (si dice? insomma, “poesia del corpo” non ce la vedo, per esempio). tanta storia dell’arte invece.
    certo, forse c’è una certa ricerca del motto, dell’arguzia, che mi pare però faccia parte del sano cinismo babiniano (per questo l’amiamo!), ma comunque l’autrice si è sudata le sue brave camicie in un lavoro meticoloso, raffinatissimo.
    forse, come mi sembra qualcuno faccia notare qui sopra, la via giusta è veramente nel “semplice” – “non ferisce non fa male // chi t’aiuta a riconoscere gli umani / nella stalla, a chiamare gli animali”: questi mi sembrano versi di un nitore abbagliante.
    Un abbraccio,
    Renata

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