La convalescenza – Augusto AMABILI

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Augusto Amabili, La convalescenza, prefazione di Davide Nota, Rimini, Fara Editore, 2008

Testi

ci si piega alla lentezza del senso
al compatto del tasto violato,
quanta letizia in una mente non lucida
quanta sozzura inveisce
al dipartito sorriso
bianco, ordinario, postumo.
lo strofinio scoraggiato è indicibile impotenza
ferisce l’estro il significato, l’umano.


***

l’eternità del grembo stropiccia la posa oscena.
l’ascesa è mancata, l’amore ha il cancro.
la carogna annusa il feto
nel costato intriso
prematuramente orfano.
elemosinata, scardina la fronte del proibito vacillo
nel corridoio, il lucernario è fievole fulgore.
il dolore dell’essere – mendicato –
costringe ad altro.

***

la convalescenza

smorto periodo questo il mio
vale a non ricordare volto
molto è dovere, intorno, feste d’ubriachi.
con esse adagio la mia colpa scorre
o corre via con l’origliare dei salvati.

***

non credevo, e invece sì
c’è del vuoto in questo posto
dov’ho imparato a stare zitto
facendomi mimo di un verso muto
e neanche ho pianto,
hai presente il niente dappertutto?
questo intendo.
non ha torto il ritmo del lutto
che stamane acquieta il respiro
malgrado il sonno sembra vera la preghiera
di chi pur non avendo fede crede, vivendo l’era
– è l’iniziato alla pena che l’anima trova sveglio,
m’avesse trovato quel tempo starei ancora respirando
compiaciuto del piacere che la gente teme,
ma a quanto pare non sembra una scelta.

***

che bella l’alba
quando nessuno la contamina,
domani s’illumina
e quasi sembra pietra striata il disuso del giorno
ripreso al mattino, ancora intriso di sonno.
lo sbattimento riposa in ognuno addosso
e mi scopro geloso, per un amplesso mancato
– e non è di sesso che parlo,
impossibile dare nomi tanto solari all’ombra, Laura.
meglio morire di fame e di lenzuola
che nutrire di veleni l’anima.

[Altre poesie di Augusto Amabili è possibile leggerle qui.]

***

LA SPUTACCHIERA E IL SANTO
[di Davide Nota]

Conosco i luoghi e i tempi che hanno incubato e visto nascere questo «primo vagito» poetico: sono gli squarci notturni di un piccolo paese della Vallata del Tronto, Spinetoli, in provincia di Ascoli Piceno. Sono i suoi bar deserti oppure, il sabato, colmi di una disperata allegria. Sono le sue strade melanconiche, immerse nel silenzio feriale, oppure invase fino all’alba dalle etrusche grida degli ubriachi. Poeta autodidatta, istruitosi da sé alla grande poesia degli eretici del Novecento, da Dino Campana ad Allen Ginsberg, da Jean Genet a Dario Bellezza, da Sergej Esenin a Salvatore Toma, Augusto Amabili si inserisce naturalmente in quella famiglia di poeti e di artisti per cui scrittura altro non può né vuole essere che una solitaria forma di rigetto e assieme sete di vita: «Voleva partire. Mai ci eravamo piegati a sacrificare alla mostruosa assurda ragione…» (Dino Campana).

Parrà certamente di cattivo gusto, nel panorama civilizzato della poesia italiana contemporanea, il riferimento a questo “Non-canone” incivile e irragionevole. Benissimo, perché la poesia di Augusto Amabili nasce con convinzione nel ventre inquieto di questo cattivo gusto. Essa germina con impura innocenza tra le cementizie fronde della “dopo-Storia”, dalle reclusioni casalinghe del dopo-lavoro, in fabbrica, ai riti sciamanici del fine settimana. Conosco bene le bevute e gli abbracci, e le poesie passate o lette, o scritte, a tarda notte nei pressi di un bancone. Conosco la violenta grazia di una fede reinventata in questi luoghi di lacrime e silenzio, la necessità fisiologica di iniziarsi al musicale oltraggio della “poesia impura”. E se il rischio del maledettismo è sempre in agguato, Augusto Amabili sa dribblarlo con disinvoltura, con la grazia con cui, ammettendo che «anche questo è bluffare», alterna a tutta una serie di posture liriche o anche classiche, uno slang informale con cui si rivolge direttamente al lettore: «tu ci sei dentro», «ciao», «troia», «te lo giuro», «per favore», «questo intendo».

La convalescenza è il taccuino personalissimo di questa “iniziazione”, e pure di un “viaggio” (per tornare al nostro Dino Campana, ma anche al Non per chi va di Gianni D’Elia – libro molto amato da Augusto), tra le ombre e gli spettri di una “notte” vissuta ed interiorizzata in quanto “assenza”, “mancanza” e “malattia”; dalle “prime ossessioni” serali alla finale “alba”, che rapisce e pure denuda. Nei gironi di questo piccolo inferno di provincia, Augusto Amabili è il dannato che prende la parola dall’interno di un pantano ardente. Egli così può e sa dimostrarci, per dirla con le parole di Roberto Roversi, che «non sempre nell’inferno c’è soltanto il fuoco». Fuor di metafora, questa plaquette prima è il resoconto interiore di un’esperienza del tutto extra-letteraria: la vita di un giovane uomo nato nel 1976 in un piccolo paese sud-marchigiano e qui disordinatamente cresciuto fra scuole tecniche mal frequentate, lavoro in fabbrica, isolamento e disagio giovanile. La convalescenza è la presa d’atto, poetica e dolente, di questa condizione esistenziale: «molto è dovere, intorno, feste d’ubriachi. / con esse adagio la mia colpa scorre / o corre via con l’origliare dei salvati».

E pure Augusto ama il fango in cui sprofonda. In questa irrisolvibile contraddizione originaria, l’«osceno» «mostruoso» del “reale” viene classicamente ritmato in calchi lirici che, sebbene soggetti a continue frane e smottamenti formali, sanno rendere il materiale poetico – gli umori diretti di un’umanità randagia ed orfana – con una sorta di pre-civile, selvatico, candore. Ha già scritto di questi testi Gianluca Pulsoni: «Pieni di livore compassionevole, secco, bruciante, pieno di errori, di digressioni, di “cadute di stile”, questi versi sono il sangue stillato di una creatura che vive in un marasma di impoeticità, capendo e carpendo tutto: sapendo che ogni gesto è lì!» (Carta sporca, ottobre 2006). Ed è proprio questo magma, questo fiume lavico di umori e di visioni, il segno più intenso che questa neonata poesia, genuina e pure oscura, innamorata e pure sporca, sa donarci. Essa ci offre cioè l’opportunità di sapere quali misteriosi eventi, quali miracoli, possano accadere nel tragitto che separa il «bancone tarmato» di un bar dal distributore delle sigarette: nel «punto dove una sputacchiera / battezzò il santo».

Se prima non lo sapevamo, adesso possiamo saperlo; e di questo dovremmo essere profondamente grati alla poesia di Augusto Amabili.

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9 pensieri riguardo “La convalescenza – Augusto AMABILI”

  1. Poeta che molto apprezzai all’uscita di inediti sul blog “La poesia e lo spirito”. Ho già ordinato il libro da Fara…
    Bella la prefazione di Davide!

    Un caro saluto

    Luca Ariano

  2. Grazie, Alessandro. Augusto è un poeta che merita e, per quello che può valere il mio sentire, amo in modo particolare questa sua gran bella opera di esordio.

    fm

  3. Alessandro, io su quegli esiti “davvero interessanti” ci scommetterei moltissimo.

    Ciao, e grazie per le tue graditissime visite.

    fm

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