Il tema umano della quiete – Enzo FERRARI

n. cilia
(Nicolà Cilia, Lo sguardo sospeso, 2006)

Da Nuvole d’estate in Liguria, Genova, De Ferrari Editore, 2007.

La rugiada e il miele

Sono gli anni che mi portano in giro
come i segnavia sui sentieri di montagna,
bianchi e rossi riquadri.
La luce traccia una striscia,
il colore si disvela,
agli angoli di invitanti crocicchi.
Dai fiori alle sagome degli alberi,
dalle farfalle alle gocce d’acqua frantumate,
a ogni forma, segno
che il caso ha voluto lungo la strada.
Bevo e mangio
rugiada e miele
nella presunzione di vivere in eterno.
Quello che ho visto,
giuro che l’ho visto davvero.

L’odore del dolore

Dove è racchiuso il segreto della vita?
Il disgusto sale e riempie di vomito la gola.
Una zanzara scacciata dalla fronte sudata
vola ostinata sui pochi capelli unti.
Il dottore fa finta di scrivere la ricetta.
Il dolore attanaglia i pensieri,
non molla la presa, fino alla fine.
Non basta la morfina.
L’animale a tre teste
scavalca il muro di pietre,
così a fatica costruito in tutta una vita.
Con l’odore della stagione che cambia,
la stanza è sempre più buia,
con lo specchio vuoto
e l’armadio che nasconde i vestiti:
tutto è in ordine e pulito.
Davanti è solo un silenzio imbarazzante.

Liguria

Terra innamorata del mare,
carica di fatica.
Approdo per le genti.
Gradinata, terrazzata,
avida d’azzurro,
senza maree apparenti.
Terra che aspetta,
che lascia aperta la porta
a qualcuno che deve arrivare.

Un bicchiere di bianco

La notte tremante
bussa ai vetri:
un odore di vino
dall’osteria.
Una brezza di suoni,
un viso impastato
d’oliva e gelsomino,
una debole pioggia.
Sotto l’acqua
continuano le parole.

Nero di seppia

Oltre la costa aggredita dal cemento
danno fuoco alla montagna
in una sera di vento.
Si muovono rapide le ombre
danzando nel vento.
Si resta in silenzio
come dinnanzi all’aurora.
Nero.
Nero di seppia.
Nero di fumo.
Nero di cenere.

Sentieri

Ho piacere d’avere in mano
la conchiglia dei versi:
sospese le brevissime bugie,
sfilacciata la tensione.
Canto in mezzo al rumore
dico del rimasto
e qui m’acquieto
tra le pieghe della vita.

Nota

Resta solo vagamente
l’olivo
una sorpresa
prima di dire
la nota
il tema umano
della quiete.

Il pescatore sul lungomare

Sono la tua ombra discreta
che riposa
quando fermo attendi
con occhi addormentati
il salto delle acciughe…
Tutto intorno scorgi il presente
con i semplici gesti
dell’onda sul lungomare.

***

Lo spazio della poesia

Il nostro movimento frenetico di attraversamento dei giorni porta con sé, quale inevitabile corollario di dispersione e dimenticanza, l’impossibilità da parte della memoria di registrare e conservare tracce durature dei territori che la nostra pupilla attraversa. Eppure, ciò che a nostra stessa insaputa essa registra nelle dimore profonde dello sguardo, non si cancella, permane come una sospensione indefinibile e interminata pronta a farsi materia di canto, vuoto nel quale la bellezza si accende in sembianti di realtà quotidiane, visibili, familiari: una sostanza che rimembra, in un uno con le immagini che è capace di plasmare in nuove forme, la radice inviolata dei volti e il loro destino, fosse anche soltanto l’attimo, che credevamo perduto per sempre, in cui il tempo si lascia guardare, immobile, nello specchio dei doni che reca in sorte o nel dolore delle ferite che segnano di echi inudibili il nostro cammino.

E’ questo lo spazio della poesia, proprio questa urgenza che tracima da ogni passo, da ogni paesaggio o frammento che cerca di resistere all’assenza che lo chiama, come una barca che la marea sospinge, vincendo ogni resistenza, al suo approdo naturale: spazio che si rivela, in tutta la sua pienezza, quando il trasalimento è ascolto maturo o stupore infantile; quando la mano che tenta la pagina si fa essa stessa segno e voce, e ogni altro orizzonte, intorno, non è che il confine, la dimora che erigiamo a protezione di ciò che vogliamo, e ancora possiamo, salvare dall’oblio: di ciò che ci riscatta agli occhi delle stagioni che migrano, e ci strappa alle sabbie raggelate dei deserti che esse lasciano alle loro spalle.

Credo che la vocazione poetica di Ferrari si iscriva proprio tra le maglie di un reticolo memoriale siffatto, ne sia nient’altro che la premessa, da una parte, e, contemporaneamente, una sostanziale e inviolabile disposizione ed emanazione: vocazione che si iscrive in una “luce rosata e umida” dove gli uomini (“Restituiamo la trama dei versi / diamo spazio alla gente seduta, in piedi, che cammina assieme”) e le cose (“ogni forma, segno / che il caso ha voluto lungo la strada”) convivono e trascolorano, trapassando gli uni nelle altre, in una comunione dinamica, in una tensione costante a ridefinirsi a contatto con i segni elementari che la natura incide sulla pagina delle nostre vite: come se quel legame, per incanto e virtù di suoni e di colori, dovesse valicare i limiti del foglio e riversare nel presente, in forme ancora vive, le schegge superstiti dei suoi fantasmi d’inchiostro.

Tutto quello che guardiamo, giorno dopo giorno, ci parla nella sua lingua sempre viva che, per essere ancora tale e rendersi udibile, non chiede altro che il silenzio del nostro ascolto: è la lingua pura e fraterna dell’accoglienza, la lingua dei segni della terra e delle acque, dei cieli e dei voli che l’aria ospita, un alfabeto capace di segnare, e di insegnare, il cammino verso la dimora che aspetta, “che lascia aperta la porta / a qualcuno che deve arrivare”. E’ la terra della poesia e della vita, del loro connubio indissolubile che solo uno sguardo affrancato può cogliere: lo sguardo del bambino che stringe “la conchiglia dei versi” come un caleidoscopio di colori cangianti, sfavillante di forme segrete tutte da scoprire, da inventare, da animare, da strappare alla quiete o da restituire al movimento che ne fa luce: seguendo il ritmo, sempre da riscrivere in sillabe e accenti nuovi, che ha la cadenza tutta umana, inestinguibile, del desiderio, “la traccia luminosa / tra le braccia del buio” che ripete eternamente il ciclico alternarsi delle stagioni.

Se solo questo ci è dato sapere, nello spazio finito che leopardianamente ci contiene, allora “la gioia del giorno / lo sguardo della luna / il vento della macchia / il semplice saluto” non sono altro che i mille umili volti coi quali il mistero della vita si compone in forme a misura umana e l’esistenza stessa, tutta, parla da queste lingue all’occhio attento e vigile della poesia. C’è nelle cose, a saperle leggere nella radicalità della loro presenza e nel loro lento, inesorabile trascorrere, la somma degli anni e dei segreti che da sempre ci parlano, anche quando neghiamo la bellezza e il conforto di quelle voci al nostro passo disattento, lasciando che la nostra vicenda si consumi senza mai trattenersi negli angoli in ombra dove il senso del creato ama rivelarsi. Fermarsi anche solo per un attimo, lasciarsi abbracciare da un’ala che inventa dal nulla la sua rotta, o incantare dalla spuma delle acque che suggerisce ai venti il segreto di ogni vela, è scorgere quel senso che coniuga in un lampo la nostra vicenda personale al respiro solo presentito, inesplorabile del tutto. E questo, ogni volta, “con i semplici gesti / dell’onda sul lungomare”, come quando, da bambini, con un semplice tratto di matita, si faceva zampillare una sorgente nel bianco deserto di un foglio: e quella era proprio acqua, la prima, l’inviolata, l’unica capace di saziare la nostra sete “prima di dire / la nota / il tema umano / della quiete”.

***

INEDITI

Fotografia

Il taglio della luce
in un avanzare struggente di immagini
che vanno a morire nell’ombra.
Un ritaglio di cielo nei vicoli.
L’aria al profumo di menta
e salvia
si imprime sulla pellicola
nei toni del verde e del rosso.
S’aprono nuove rotte
nella vorticosa
danza della vita.

In piazza

Sulla piazza
apro i fogli del quaderno
assaporo le arance
i soli che l’inverno distribuisce
i limoni che resistono con i loro allegri frutti.
Cammino tra gli orti
trovo gli attrezzi dei miei pensieri
seguo le tracce
l’eco antica
i costumi.
La mia vita è fatta di scampoli
trovati in giro.
Chissà cosa sogna chi si ferma
in mezzo al profumo dei ricordi:
la voce degli agrumi
la voce delle amarene
è una via senza numero
nel mezzo della sera
in un azzurro di speranza.

Pesce rosso

Dipingi una foglia,
rinunciando all’intero paesaggio;
disegni una mano,
tralasciando la complessità del corpo,
senza badare se esiste un’altra vita.
Nostalgie di musica
di carta colorata di parole.
Scrivi righe
con l’ansia di finire,
finisci per gettare lo sguardo
sul pesce rosso.
Il calendario che si sfoglia
svanisce in tinte lievi.

Proseguire

Sono un tipo di foglie
Sono il sole alto
Sono l’ombra al margine
nel corpo vero dell’aria
il brusio del vento.
Il resto del giorno
vola nella mano…

Un altro viaggio

Pensa e rimani
comodamente seduto
a guardare la natura morta
di uno sguardo straniero
pieno di lampi,
un’acqua da naufragio,
una finzione diurna,
una lacrima zitta
lunga un viaggio.

Paesaggio

I miei errori
le mie mancanze
i salici piangenti
gli uccelli
scorrono sui fogli.
Per amore del paesaggio
la rosa è figlia del sorriso
nel libro fotografico dei fiori.
La tenda cala sui ricordi
la nube è lontana.
Mi è rimasta
solo una parte del vissuto.
Mi arrabbio
per le mie lacrime
che illuminano il mondo.
Mi hanno consumato
il pezzo di pane
che non voglio offrire
allo straniero di passaggio.
L’odore che esce
dalle foto
è una macchia rossa,
il risveglio dell’arcobaleno.

Tenerezza

Si intrecciano fra loro
colori fanciulli
di un sacchetto
con vetri e pietre
nascondono viaggi inventati.
Rimasto a bordo
comprendo la lucida
musica della tenerezza.
Si accende un barlume di umanità.

Invecchiare

Ritengo immensa la paura.
La cosa più bella che si possa sperare,
il biglietto in mano
sul ramo di un albero
i biscotti con farina
zucchero e cannella,
sono le uova speciali del lattaio.
Speciale è davvero
il dolce e il ruvido della mano
che te li porge.

Beate le parole

Rivedo mio padre
nella città di mare.
Dalla voce il mondo vegliardo
calice di fiori futuri
fatiche millenarie
bocca di un segreto
nascosto dietro le pietre
nei polmoni alla silicosi
per forgiare dietro persiane verdi
la gran risata.

Onda

Quando una nuvola passa,
a volte mi rimprovero
di ritornare sui morsi atroci.
Sul filo dell’invisibile
parte delle mie giornate:
pulisco con un soffio
il piccolo istante della pena.
Rimango ad ascoltare
l’onda che sale
e che sta nelle mie mani.

Annunci

2 pensieri riguardo “Il tema umano della quiete – Enzo FERRARI”

  1. Belle poesie, complimenti. Sono nata a GeSampierdarena e mio marito a geCornigliano e siamo entrambi” ragazzi ” degli anni ’60. Tutto quello che scrivi sul tuo quartiere sia io che mio marito l’abbiamo sperimentato a nostra volta quando eravamo “babanetti” come te in quei favolosi anni.
    Ora abitiamo da quasi venticinque anni in provincia di Roma, ma Genova non l’abbiamo mai dimenticata.
    Un caro saluto Dadda e Mikke

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.