Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (I)

Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Milano, Mondadori, 1975.

… ripigliò a muoversi scuroscuro all’orbisca e inaspettatamente, fatti pochi passi, trovò finalmente uno sbocco sulla marina: sentì sulla faccia una leggerezza d’aria, l’oscurità davanti sgombra di case, e il respiro del grande animatone gli soffiò all’orecchio e gli si girò intorno come un filo sottile, in giri e giri di fili di bava che si pietrificava, come filamenti di una conchiglia che andavano e venivano con gli echi della sua animazione misteriosa e immensa. Se lo immaginò così, lo scill’e cariddi, con una sensazione fisica strana di disorientamento, come non lo ricordasse più come e dove era o come non fosse più, a causa di qualche nuovo, nuovo e ogni volta sempre peggio, terremoto, o più precisamente terremaremoto, dove e come lui lo ricordava, un animatone sgomentevole che col suo squasso di respiro occupava ogni tenebre, passaggio, apertura o spiraglio, tra lì e l’isola.
Gira e rigira, alla fine ci troviamo sempre davanti a un mare, e per andare dove siamo diretti, ci tocca superarlo. Eh, Mosè? C’è sempre un mare rosso, un mare vivo o morto, che si para davanti a chi va ramingo, in cerca di casa… Mentre gli andava incontro, se lo vedeva parato davanti così, come diceva Portempedocle, nientemeno, e pensava che non doveva essere la mancanza della barca a farglielo immaginare con le parole di Portempedocle, ma l’oscurità che glielo nascondeva alla vista e gli impediva di vederlo come realmente era.
L’aggrottamento si troncava con un taglio netto per tutta la lunghezza della marina: dal mare, su quel lungo muraglione, si vedevano le finestre e finestrelle della parte di dietro delle case. Da qui sotto, sbassata di qualche metro, come una falda della spianata rocciosa, si partiva la famosa spiaggia di rena nera, che era un’altra attrattiva femminota.
Se le case ne erano incarognite dentro e fuori, era quasi naturale che la marina fosse tutta incarcassata di fere, giusto il verissimo vistocogliocchi del vecchio insoldatato. Non ebbe bisogno di vederla perché, appena sceso dal contrafforte, andò a sbattere con i piedi contro un gran mucchio di ossa. Gli saltarono sulle scarpe, contro le caviglie, punzecchiandogliele come fossero schegge: le pizzicò in punta e gli si rovesciarono contro, o v’infilò dentro la punta della scarpa e il piede gli restò intrappolato come fossero tutte ossa a tenaglia, tutte ganasce di quella bocca a becco.
Quelle ossa reagivano contro i suoi piedi come le fere medesime. E quelle non erano che la minutaglia, gli spezzoni delle carcasse…
La suggestione più grossa: morìa, ossario, cimitero e cose del genere, gli veniva però da quella marina dove nessuno di loro aveva mai messo piede e anche ora, anche standoci sdraiato sopra nella notte nera, era ancora come la ricordasse quale gli appariva passando di lì davanti in barca, una stranezza di spiaggia su quella rasola di scogliera, un barbaro approdo, con un lido di subiti sprofondi, una marina che pareva come arrangiata per forza, fatta a mano da quelle ingegnerone.
Perché, un vero e proprio enimma era la rena nera. Era finalina come polvere di carbonella vulcanica, cenere della stessa specie di quella, che a Vulcano si solleva dal cratere e piove, annerendo l’isola tutt’intorno. E quelle millunanotte, il perché e il percome se lo sapevano loro, capacissime d’averla portata da quell’isola in cofane, sacchi e sacchelli, in stive e barcacce e in ventri a caicchi, e cofane, sacchi e sacchelli, pareva che li avessero svuotati senza preoccuparsi di pareggiare la rena, per cui la spiaggia affumicata non aveva l’ondulazione paapara delle dune, ma era sparsa di tanti ammonticchiamenti conici, cumuli di nereggiante cineraglia, come residui di calcheroni di zolfare, di squaglio di pietra di zolfo e di calce, e per la funebre consonanza fra squaglio e insufflamento, di cataste di roghi.
La mattina, specie d’estate, col sole che comparendo splendeva là d’incontro, dai calcheroni si alzavano fili di fumo in trasparenza, come veramente sotto cocessero a fuoco lento. Ma era soprattutto fra sole e sera che la marina faceva quello stesso strano effetto di grandi cinerarie, come di freddo al cuore, che fanno i campi di colerosi che si vedono in Sicilia, in parte in Calabria, in certe estensioni di plaia deserte e selvagge, seppure comode di sponda, al varo e all’approdo, dove all’improvviso non compare più la cannamele che cresce alta dappertutto, col suo verde mosso, e si nota solo, schiacciata a terra, qualche trofetta impolverata di erbapulici. È una stranezza che non si spiega, chi non sa che a qualche metro sotto quelle dune, sono ossa di cristiani, trespoli di letto, forse pure barche, fiocine, traffinere, e insomma, tutto l’infetto che scompare sotto le pietre di calce e le reste di zolfo, sciolte e bruciate senza risparmio…

Opera di suggestione,di tempo e di luogo, precisamente. Non era tipo, la fera, di morire di morìa… quelle rare che muoiono, perciò, muoiono, non è sbagliato dire, di troppo vivere, di scialbi, sono l’eccezione che conferma la regola, perché una volta morte, questo è un fatto talmente fuori dell’ordinario, che la loro morte non scala mai la loro vita, ma anzi, al confronto, la proclama impotentita; e quasi verrebbe da dire che anche quel poco morire che fanno vedere in giro, anche quello dev’essere un loro calcolo e gli serve a uno scopo, e lo scopo è di ingigantire la loro nomea di quasi immortali.
Quello era il primo arcano dell’arcano chiamato fera, il primo all’origine dei tanti: era questo non combaciare mai, nella loro vita, di nascita con morte, questo conto che non torna mai in paro.
Le vedevano appena nate, qualche volta le vedevano persino nascere, sull’atto stesso di uscire dal ventre della madre e venire al mondo a fare vitella. A gennaio, o a febbraio se portavano qualche ritardo sui nove mesi giusti, contando a partire da maggio, mese in cui s’ingravidano, col mare ribellato dal libeccio e dalla tramontana, da reme e spurghi di reme in subbuglio, le femmine in punto di figliarsi, succedeva, rarissime volte ma succedeva, che venivano a ripararsi alle grotte della ‘Ricchia, dalla parte delle dune o dalla parte dello sperone, sotto gli spuntoni e fra i ripieghi della roccia, o addirittura dentro, quando i marosi, tempestando contro le grotte, le sbattevano e rovesciavano di fianco, disturbandole di continuo nel mezzo di quella delicata operazione di vita che può finire qualche volta con la morte.
Quando succedeva, lo spettacolo valeva la pena di essere visto, perché quella era l’unica occasione in cui la fera faceva sul serio: persino quella impressione di riso perenne, di smorfia e di sfottò, sembrava sparita dalle labbra beccute, e l’occhio mezzo chiuso, tra gli assalti dei marosi e i sussulti della feruzza nascitura, aveva sprazzi di dolore vero e terribile, appannamenti e sfavillii nelle fitte di quel gran male di cristiana…
Così, alcune non solo le vedevano nascere, ma potevano anche seguirle nello sviluppo, indicandosele a dito ognuna col suo nome, le seguivano nella riuscita infame che facevano nella vita, le seguivano nelle belle imprese, segnandosele nelle loro carni una per una: poi però, una volta trentenarie, prima di scapolare nel trentunesimo anno, regolarmente come un fenomeno di natura, quasi fosse quello il loro massimo di vita, le loro coetanee, quelle che più gli venivano a conoscere, scomparivano, le vedevano e non le vedevano più.
Ora, il fatto di scomparire era morire matematico? Che ne potevano sapere loro se scomparivano perché morivano o solo perché partivano, partivano a epoca fissa come partono anguille e spada? L’avevano mai vista forse con gli occhi loro, una carogna o una carcassa di trentenaria?
Questo era, è, l’ultimo enimma di quella faccia smorfiosa di sfinge, ultimo eppure primo. Dove andavano, dove vanno a finire le fere vecchie trentenarie? Che fine facevano, che fine fanno?
(pp. 148-155)

* * *

Quella, difatti, era stata la notte in cui alcuni pezzi grossi fascisti in navigazione per l’Abissinia, sbatterono dalla città a Cariddi con la voglia urgente di spada pescato allora allora.
La loro nave aveva fatto sosta a Messina; avevano banchettato da poco ed erano ubriachi come signe. Solo quello di Messina, che era poi quello che dovevano ringraziare per quel regalo, solo lui era in sensi: però quelli che comandavano erano gli altri, quelli impallati di vino di diciotto gradi, di quello che si può tagliare a fette col coltello.
Erano cinque, in divisa sahariana con le maniche rimboccate e gli stivaloni lucidi che mandavano bagliori scuroscuro. Quattro, erano certamente fascisti di grado alto e il quinto, che pareva di figura e di portamento la prosopopea in persona, se la prosopopea potesse avere figura e portamento di persona, quello, doveva essere, non solo di grado, ma anche di rango altissimo, perché dagli altri veniva addirittura appellato Eccellenza, e si capiva che comandava lui la briscola, anche se si teneva nell’ombra. Manovrava lui, da camorrista capriccioso, l’unica lampadina tascabile, gettando il fascio di luce negli occhi ora a questo, ora a quello dei suoi camerati: per lui invece, non c’era luce che lo scoprisse, e come un dio si godeva il suo privilegio di nascondersi la faccia…
Quelli, renarena, giocavano a pisciarsi sugli stivali: i quattro sottostanti si inseguivano, innaffiandosi l’uno con l’altro, e l’Eccellenza, ora a questo, ora a quello, sull’atto dello schizzo, gli proiettava fra le gambe la luce della sua lampadina…
L’Eccellenza intanto, tutto all’improvviso, s’era girato come per andarsene: s’era messo a camminare a grandi passi sulle dune, ma subito si era fermato, gridando senza respiro:
“Eia, eia…”
Appena in tempo e mise in musica i due eia eia con una coppia di tali scorregge che pareva gli strappassero i pantaloni.
“Alalà” gli risposero i suoi camerati e a comando, intonatissimi, tutti e quattro, musicarono con scorregge l’alalà.
“Camerata messinese?” fece poi uno dei quattro, in modo che lo sentisse l’Eccellenza. “Mi sbaglio o voi non avete fatto il doveroso accompagnamento musicale all’alalà dell’Eccellenza?”
“Veramente, non fui pronto, camerata seniore” corse là vicino a dirgli il messinese. “Fui pigliato di sorpresa”.
“Bene, camerata, vediamo se siete pronto ora” disse il seniore. “Eccellenza, volete ripetere il vostro eia?”
L’Eccellenza non lo fece finire nemmeno di dire, gridò: eia, eia, e gli sparò dietro la musica porcariosa. I continentali stavolta se ne stettero zitti, per sentire come sonava il camerata messinese. Questo rispose alalà, ma quanto all’accompagnamento musicale, si spremette, si spremette, ma non gli uscì niente.
“Vergognatevi, camerata” gli fece il seniore.
“Perdio, sono capace di imitare una banda se voglio, e ora
non mi viene niente” fece tutto bigiato il messinese. “Ma se l’Eccellenza mi dà un po’ di tempo…”
“Tempo, tempo…” fece allora l’Eccellenza con un tono che era difficile dire se di altezzosità sincera o per scena, allo scopo di intimorire il cameratello di Messina.. “Il fatto è che siete tutti dei grandi comodasti. Non state mai al passo, mai. Voi, camerata, avete chiesto l’onore di andare a combattere volontario in Abissinia?”
£Eccellenza, sì. Uno dei primi”
“Bene, camerata. Scorreggerete in Abissinia. Suonerete la carica a scorregge, quando vi vedrete di fronte i negri”
Poi ripigliò ad arrancare per le dune, gridando:
“Scioffère, scioffère”
Chiamava e faceva segnalazioni, segnalando con la lampadina verso i giardini e lo stradale, dove aspettava l’automobile: gli altri, dietro di lui, ridevano ogni volta che gridava scioffère.
“Che disse vossia? Che ci manda all’isola, al confino?” gli aveva domandato. “Ma a vossia gli pare che non è isola, non è confino pure questo qua?” E batteva col piede sopra Cariddi in Sicilia. “Pure vossia, allora, si manifesta per foresto?”
“Ci rivedremo” gli sibilò minaccioso quel nettorecchi fascista.”Qua siamo” gli fece don Luigi, ribattendo ancora col piede sopra Cariddi. “Vossia, o ci trova sopra o ci trova sotto mare. Ma qua siamo”…
(pp. 189-192)

***

Finalmente, dopo varie false partenze, ho cominciato a leggere Horcynus Orca.

Sono a pagina 70. Dopo l’incontro con Cata la storia è partita. Allora sono tornato indietro, a capire meglio cosa ci faceva Ndrìa, soldato della regia marina sbandato dopo l’8 settembre, a camminare verso lo Stretto – ché un po’ l’avevo perso, tra i riflessi dello scill’e cariddi – e perché i soldati gli andavano dietro supplici (pensando che lui, in quanto marinaio, sapesse come farli tornare in Sicilia).

Devo dire che forse anche la partenza stavolta era quella buona. Me lo dicevo cominciando a leggere, affrontando il testo con tutto il tempo e la calma che mi chiedeva e, leggendo, per la prima volta notavo che la lettura era fonte di piacere. Questo infatti mi colpisce: non c’è solo la scrittura fluviale di cui ho sempre sentito parlare. C’è al contempo una scrittura curatissima, direi non solo frase per frase, ma parola per parola.

E che invenzioni! Mi sbalordisce come giganteggino le femminote che ‘Ndrìa incontra sulla strada, dedite al commercio clandestino del sale tra Sicilia e Calabria e perciò indicate come le uniche in possesso di mezzi per passare da una parte all’altra dello Stretto: esse stesse traghetto verso la madre terra, forti, tenaci, volitive. E, tra loro, Cata è indimenticabile, bella e babba, col suo incantamento d’amore, da cui potrà guarirla solo un uomo vestito da marinaio (ma ‘Ndrìa, il prescelto, si rifiuta, inspiegabilmente – come nei romanzi cavallereschi in cui uno ama e l’altro no – preso dalla sua idea fissa del ritorno a casa). E il mascherone di gesso di Mussolini, destinato a indicare, quando si scioglierà per la pipì di Cata, la fine del regime, è un’invenzione geniale. Ci sono parole definitive sul fascismo e la guerra, che non mi aspettavo, in un romanzo che passa per pura sperimentazione linguistica. Una filosofia femminota che è l’antiretorica della guerra: “Scappare è vergogna ma è salvazione di vita”. E c’è un andare, costeggiando il mare, tra sassi e fogliame, tra l’epico e il picaresco, che mi richiama il Baldus del Folengo, il meglio, insomma, della tradizione espressionista italiana.

Spero di non trovare intoppi, non dico nel testo, ma soprattutto nel quotidiano, visto che l’impresa non sarà di breve durata.

*

Sono a pagina 140 e sono ancora fermo con ‘Ndrìa davanti allo Stretto, sulla spiaggia di Scilla, in cerca di una maniera di passare. Impressionante questa spiaggia, una sorta di riviera dell’Acheronte in attesa del suo nocchiero, vasta e deserta e con improvvise apparizioni di anime in pena: ognuno ha perso qualcosa o è in cerca di qualcosa, come nella selva del Furioso.

Le due donne, madre e figlia, che fanno un continuo andirivieni per quei luoghi per portare sostegno e rifornimenti al familiare Sasà, accampato davanti allo Stretto in attesa di un passaggio di là. Il cavallaro che, dacché sono state requisite dagli Inglesi tutte le imbarcazioni, va costeggiando il mare raccogliendo i delfini (le fere) morti o che le onde spingono a riva, diventati uno dei pochi, seppur sgradevoli, elementi commestibili a disposizione. Il vecchio insoldatato che spera, indossando una divisa, di guadagnarsi una morte onorata e non anonima… E d’incontro in incontro, si rinsalda la leggenda delle femminote, uniche capaci di fornire il passaggio all’altra sponda, “deisse regnanti sopra l’uomo”, a cui “la guerra gli sdiregnò il mascolo di casa”.

Non ho fatto propositi di lettura critica, non mi sono fornito di guide e riscontri: mi sono affidato al piacere del testo. Ricordo però un articolo di Enzo Siciliano, che criticava a quest’opera personaggi evanescenti e astratti. A me pare invece che ogni personaggio sia un mondo e abbia un suo rilievo, anche fisico. Per pagine e pagine assistiamo a ritratti in divenire, come è nei romanzi di Dostojevskij, e scopriamo via via ogni personaggio a un gesto, un dubbio, un corrugamento della fronte, fino a che ognuno esplicita la sua condizione, la sua mania.

E anche tra i soldati che seguono ‘Ndrìa, figure certamente minori, come dimenticare Boccadopa, che torna dalla guerra mutilato di una gamba, eppure tiranneggia col suo bastone il mite Portempedocle?

Sono appena a un decimo dell’opera e però c’è già tanto dell’immaginario collettivo mediterraneo e siciliano in particolare. Il tema del ritorno, ad esempio: valga per tutti il richiamo a Conversazione in Sicilia, ma possiamo risalire anche alla madre di tutte le opere siciliane moderne, ai Malavoglia di Verga, che fra le altre cose è anche il romanzo dell’andata e del ritorno di ‘Ntoni.

*

Sono a pagina 260. Finalmente ‘Ndrìa è arrivato al paese delle femminote. Ci arriva di notte e l’atmosfera cambia di botto. C’è un’aria spettrale, tutta l’apparenza della città infetta, come la Milano appestata de I promessi sposi. L’impatto è di grande evidenza fisica. ‘Ndrìa è avvolto dal fetore della cottura delle fere, descritta in una digressione minuziosa come quelle di Moby Dick sugli utilizzi molteplici delle balene. Di altrettanta evidenza fisica è l’arrivo sulla riva del mare (“gira e rigira, alla fine ci troviamo sempre davanti a un mare”: constatazione emozionante, come sa chi è vissuto in un paese di mare), avvertito, di notte, quando “sentì sulla faccia una leggerezza d’aria, l’oscurità davanti sgombra di case, e il respiro del grande animalone gli soffiò all’orecchio”.

Lungo la marina e sulla scogliera c’è un grande ossario di fere. C’è un’aria di prodigio, tra mare e morte. Che puntualmente arriva, introdotto da una professione di fede antimetafisica: “c’è sempre un perché in ogni cosa. Non ci sono misteri nella vita, sembrano misteri… basta fare un piccolo sforzo e domandarsi: perché?… il perché se li mangia vivi, i misteri… bisogna domandarselo sempre, ogni volta come fosse sempre la prima volta”. Ed ecco che in un sogno ad occhi aperti ‘Ndrìa ha una visione che risponde a un arcano: perché “una fera morta di vecchiaia… la cercavano da sempre senza mai trovarla”? Sono immortali, le fere? Se no, dove vanno? Nel sogno le fere malate di vecchiaia vanno a morire in solitudine in un particolarissimo cimitero, un loro oltretomba vicino al vulcano, allo Stromboli, dove “il fuoco non le faceva passare per lo stadio infame e abominevole della carogna, ma dalla morte le passava d’un colpo allo stato di carcassa dove nulla resta più della vita e del suo esteriore che faccia ribrezzo”.

A questo punto anch’io sono preso da questa magia, e l’arte stessa, lo stesso libro che leggo mi pare un sogno a occhi aperti, che rivela dove il buio è più fitto.

Qui entra in campo la questione dei nomi. Della potenza del nome. Questa fera che va a morte, in lunga fila, come in un incantesimo, non può essere la fera immortale dei pellisquadra, pensa ‘Ndrìa. Sarà quello che in lingua italiana viene chiamato delfino. ‘Ndrìa si sente contaminato dalla scoperta, dal nome, come per un tradimento, come se il marcio e lo sporco fossero in lui stesso che ha visto e pensato. Prova un confuso senso di colpa, che mette in crisi la sua immagine di sé. Si sente diventare indistinto, si vede maschio e femmina insieme.

Il nome delfino è quello usato dalla lingua di chi comanda e con la dolcezza del suono indica l’apparenza giocosa della fera, per chi non la conosce bene come i pescatori. Il sogno porta ‘Ndrìa a rivivere il concentramento di fere del 1935, quando le fere si accanirono contro i pescatori cariddoti, provocando “distruzione di reti, e carneficina di pesci”. Il capitano di una nave fascista che navigava verso l’Africa impose di usare il nome delfino e ordinò la liberazione della fera al padre di ‘Ndrìa e ai pellisquadra suoi compagni, che volevano finirla perché con la sua morte e i suoi lamenti mettesse in fuga le altre. In questo flash back s’inserisce un vertice del carnascialesco, quando viene narrata la prepotenzeria dell’Eccellenza fascista, che ordina alla truppa l’eia eia alalà a suon di scorregge: e l’ordine si converte in inconsapevole autocaricatura e satira di ogni potere che poggia solo sulla prepotenzeria.

E quale variatio! Poche pagine prima, di fronte all’ennesimo danno prodotto dalle fere, ‘Ndrìa “per la seconda volta, dopo la morte di sua madre,… vide piangere suo padre; e vide piangere anche Luigi Orioles che pure sembrava di marmo, una statua con gli occhi azzurri. Erano sei pellisquadre e tutti e sei piangevano voltati dall’altra parte, dandosi le spalle l’uno con l’altro, piangevano stringendo le labbra e inghiottivano”. E sempre nello stesso episodio la barca di ‘Ndrìa alla caccia di fere scopre, “al riparo delle correnti, una coppia di fere che amoreggiavano fittofitto”. Quando il padre colpisce il maschio, “la femmina, di sotto, ebbe, per attimi, un’espressione sconvolta e felice, come se il maschio si fosse sollevato da lei senza respiro, stroncato dal piacere: sicché col suo sguardo ironicamente esterrefatto, pareva quasi lusingarsi di sentirlo urlare e lamentarsi d’amore”. Non ricordo in letteratura una scena d’amore così bella. Forse ne L’amante di lady Chatterly – oppure in Per chi suona la campana. E la scena ha un grande effetto di verità. D’Arrigo l’ha vistacogliocchi? Oppure… Ricordo il mio primo viaggio in aereo. Le nuvole, dall’alto, erano proprio come nei quadri di Tiziano e Raffaello. Mi domandavo come avessero fatto quei pittori a dipingerle così, come se le vedessero dall’alto anche loro… forse con l’occhio della mente.

Non so cosa mi aspetti più avanti, ma già dichiaro soddisfatta da questo libro tutta la mia aspettativa di “amore e morte” e di “poema del mare” che mi erano stati annunciati…

Ma proseguo nella lettura e la disputa sul nome ritorna una seconda volta, sempre nel sogno di ‘Ndrìa, in un ricordo recente del suo servizio in marina. E’ una sorta di dialogo platonico, concluso non a suon di maieutica, ma nuovamente con un’imposizione, questa volta da parte dell’ufficiale Guardiamarina: “Quello là si chiama delfino, marinaio… Di… e… elle… Del….”. E il marinaio è costretto a ripetere: “Di… e… elle…”. Nonostante ‘Ndrìa sappia che delfino è “nome astratto di cosa reale”, che “il delfino era la favola e la fera la realtà”, e che “parlavano lingue diverse, parlavano di cose diverse”; nonostante resti a domandarsi se “è potente o debole un uomo istruito”, e “che potere può dare l’istruzione, se è tutto il contrario della vita”.

E non finisce di stupire, D’Arrigo, perché, quando la discussione è finita (con il Guardiamarina che va via in coppietta con il Capo di cui è innamorato) e la questione sembra chiusa, sorge a ‘Ndrìa un nuovo ricordo, un racconto della madre: che il padre, da ragazzo, aveva una feruzza per compagna di giochi. Così si rivive, divertiti, quel giocherellare fra l’acqua e gli scogli, fatti tutti quanti muccuselli, noi che leggiamo e D’Arrigo che scrive, in questa lingua liquida e avvolgente…

*

L’apparizione di Ciccina Circè dal nome di maga è spettacolare. E’ attesa, preceduta dalla fama. Te l’aspetti quando le femminote sulla spiaggia si aggirano attorno a ‘Ndrìa che finge di dormire, come Nausicaa e le sue compagne attorno a Ulisse naufrago. Poi le femminote partono, ‘Ndrìa non si è fidato delle loro fragili barche per passare, e rimani deluso. Ciccina dov’è? Ed ecco che appare Ciccina, nel modo più naturale e sorprendente – e appena appare, è lei che si mangia la pagina, o sono io, preso, come ‘Ndrìa, dalla sua malìa? “Una porta venne disserrata davanti a lui su tutti e due i battenti e là, nel mezzo del vano tenebroso: snella e alta, con la testa che pareva sfiorare l’architrave, fasciata strettamente dalle tenebre, come una mummia nelle bende, senza volto né precisa figura, gli era apparsa una sagoma femminile… ‘Giovine bello, mi date una mano?’… Era uno scuro fitto, profondo alle sue spalle, come se per quella porta nera si scendesse sottoterra… Pareva che l’aria della notte circolasse liberamente laddèntro, come se privo della parete di fondo, il fondaco si aprisse direttamente sul mare, facendo volta col cielo senza luna”.

Ho riportato la descrizione dello spazio, perché anche l’intorno è impregnato di lei, la notte e la vasta oscurità in cui si svolge l’incontro con lei, mai vista in faccia, dai lineamenti sconosciuti e di età indefinibile. Non ne abbiamo mai una misura umana. O appare per dettagli. “I suoi occhi ebbero sotto le palpebre uno splendore bianco e vivido di porcellana… I suoi occhi fiammeggiavano bianchi, d’un biancore come due piccoli tizzi sbraciati da un soffio di fiato… un bagliore dei denti… le tagliò la bocca come uno sfregio agghiacciante”. O si confonde col tutto, che riempie della sua persona: “Se la sentiva spandere ed espandere intorno alla spalla, lungo il fianco e sotto il gomito: molle, spaziosa e fluttuante… gli si schiacciava sopra e intorno, e pareva riceverselo in seno, come in una grande cavità, calda, morbida, rassicurante”.

Attorno a lei, il prodigio. “Lei la spingeva con una mano, ma come se non le costasse alcuno sforzo, e come se al solo suo contatto, la barca si varasse da sola… La barca non aveva la più piccola oscillazione e la campanella, perciò, non faceva nemmeno un dindin… le fere, l’una dietro l’altra, abbandonavano salti, ngangà e risa e se ne venivano come incantesimate ad attorniare la barca, porgendo orecchio al dindin che le adescava e ammutoliva”.

In questa notte sospesa che annulla il tempo ed esalta i sensi, che mi ricorda certe notti sul mare nel Nostromo di Conrad, Ciccina Circè dà voce al dolore suo e del suo tempo, perché anche a lei è morto l’uomo in guerra. “Corrono, corrono, chissà che gli pare, gli pare forse che la guerra, come per decreto d’un qualche dio accomparato a loro, non ci fu o non lasciò segno… Ah guerra, guerra, morte e scortesia…”. Anche il mare è pieno di morti, come nell’Inferno dantesco, “li sentite, là di prora, che v’imbrogliano la navigazione, li sentite sotto, li sentite contro le sponde, che vi battono sul legno implorandovi sepoltura, sepoltura”. I delfini incantati attorno alla barca servono infatti per sbrogliare “la navigazione di tutti sti fantasmi di marinai che se ne stanno impantanati qua, piedi piedi”, per pilotare la barca “in mezzo a st’anime vaganti”. Ritorna la saggezza femminota: “Questo è onore: restare in vita, pirdeu… O il morire in guerra vi sembra privilegio, distinzione alta? No, figlicelli, sbagliati siete: è solo il morire dell’uomo prima del tempo suo, morire in forza di legge, e non di destino”. E la pietà: “sta pietà è un’arcalamecca, abbraccia tutto e tutti, il cristiano e il saracino… la pietà è come la gravidanza”. Come nel Canto notturno di Leopardi, vediamo gli umili questionare l’universo e la storia. E a questa domanda chi risponde: “Ma allora, che specie di specie è sta specie nostra umana?”.

Il “disobbligo” che ci aspettavamo, l’amore fra i due, si consuma appena arrivati a Cariddi, perché Ciccina vuole sentirsi “ancora viva in questo mare di morti”. E poi, con un’ellissi magistrale, D’Arrigo dice che “dov’era stato il fuoco, si rovesciò il mare”.

Quando poi Ciccina fugge precipitosamente all’appressarsi di due persone, perché, come una divinità marina, non vuole essere vista, si ripete all’inverso, sfumando, il prodigio dell’apparizione. ‘Ndrìa “sopra il silenzio, sentì solo il dindin della campanella… lo sentì ancora e continuò a sentirlo, o a immaginare di sentirlo… come dovesse sentirlo ormai per tutta la vita”.

*

D’Arrigo non dà respiro. Ho appena lasciato Ciccina Circè e D’Arrigo mi porta con ‘Ndrja a spiare alla finestra di casa, al paese, dove il padre Caitanello insulta la morte e parla con le vesti della moglie che non c’è più. Vera, questa scena, tanto da risultare imbarazzante, per noi come per ‘Ndrja, che giusto per questo va a fare un giro per il paese. “S’allontanò che arrossiva e impallidiva… che pensava: meglio la guerra vera, mortale e dichiarata”.

Il padre sembra a ‘Ndrja l’equivalente di un verdone scodato, un pescecane “che alcune fere avevano pigliato a tradimento e gli avevano strappato la coda, facendola poi palleggiare come un rottame, spettacolo tra i più terribili e pietosi…”. La descrizione è sconvolgente e ci lascia muti come i pescatori quando lo videro.

Quando torna, ‘Ndrja trova il padre alle prese con un altro teatro. Caitanello si rappresenta un dialogo, in cui lui fa le due parti insieme, la sua e quella della moglie, e si parla e si risponde, “come due anime in un corpo”, con i nomi che i due si davano quando lei era in vita, Granvisire e Masignora, Aci e Galatea, e che usavano come preludio al loro amore, “come per sconoscersi un poco e vergognarsi di meno”.

‘Ndrja va di nuovo per il paese, per non interrompere o svergognare il padre. “Girava e girava attorno al villaggio, come un’anima in pena, che prima di essere ammessa in una di quelle case, aveva quel pegno da pagare: rivivere il passato”. E ricorda “le notti dei giorni di carestia… le notti dei giorni arrabbiati, le notti dei giorni di morìa di parole”. Anche noi siamo portati in quelle notti, “fra le caverne del letto, le pieghe pietrose delle lenzuola”, in cui la madre regalava al padre quel piaceruzzo che scioglieva tensioni e mutismi, come un “fiore che facevano fiorire col loro fiato nottetempo”. Prima i genitori ciuciuliavano, poi ‘Ndrja non li sentiva più, “né parlare né respirare: era come se morissero” e lui “s’immaginava d’essere solo al mondo”, covando “una specie di risentimento… sinché l’esperienza non lo rassicurò del fatto che Caitanello e l’Acitana… ricomparivano sempre, come rinati”.

‘Ndrja torna per la terza volta, s’accosta alla casa e bussa. Il padre non lo riconosce, se non dopo una lunga scena preparatoria, con precise fasi di avvicinamento: un dialogo prima con la porta chiusa, poi sulla porta, poi dentro casa. Caitanello chiede al figlio sempre nuove prove, in un’inchiesta sempre più serrata, fino a quando prende a tastargli tutto il corpo. Alla fine piange come un muccuso, mentre anche ‘Ndrja si sente tornato a quando era muccusello.

C’è qualcosa di antico, di sacro, in questa cerimonia di riconoscimento. Come c’è qualcosa di grande, da epica quotidiana, nella rievocazione della vita coniugale. E’ quello che chiedo alla letteratura: di presentarmi, ammantata di verità e bellezza, la vita, tutta la vita.

L’arte di D’Arrigo in questo libro è michelangiolesca: da Cappella Sistina, non da Pietà Rondanini. La sua lingua è un canto di sirena. I termini dialettali o di nuovo conio un po’ si sono diradati, un po’ sono stati assimilati dalla mia memoria di lettore e non costituiscono più un inciampo o un rallentamento. La sintassi è complessa ma architettonica, incantatoria, adatta a dar rilievo a ogni dettaglio.

(continua…)

21 pensieri riguardo “Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (I)”

  1. Grazie, Francesco! La lettura di “Horcynus Orca” è stata una delle imprese memorabili della mia esperienza di lettore. Due o tre mesi a tu per tu con il libro, d’estate però a Milano, con lo sciaguattare delle feruzze che mi trasportava nella frescura delle grotte e degli scogli.

    L’intenzione era, scrivendone, aiutarmi a ordinare una materia che presentivo complessa e al contempo dar conto passo passo della mia avventura di lettore. Pensavo a un resoconto rapido, tant’è che ho persino cominciato in medias res, a pagina 70.

    Poi però D’Arrigo si è imposto, non trovavo un episodio che si potesse tralasciare. E c’era talmente tanta compenetrazione tra il narrato e i miei ricordi di lettore, e in alcuni casi era così evidente il dialogo di D’Arrigo con la cultura occidentale tutta quanta, che non potevo fare a meno di darne conto… anche se poi a pensarci e ripensarci questo mi sembra uno di quei libri inesauribili, con nuovi aspetti che ti rispuntano davanti.

    E c’è un altro capolavoro dimenticato che vorrei qui ricordare: il “Baldus” del Folengo! Vale da solo a costituire il polo di un “altro” Rinascimento!

  2. Uno di quei libri che non sono mai riuscito a leggere fino in fondo. A un certo punto, da lettore, comincio a farmi delle domande. Allora è finita.
    Sì, credo siano libri rispetto ai quali non devi fare delle domande mentre li leggi. Perché ne interrompi il flusso. Perché il libro ti chiede di entrare in un mondo. E devi starci.
    Sebastiano

  3. Giorgio, tra le tante definizioni che si possono dare di quest’opera “monstruosa” (tale mi apparve già la prima volta che la lessi, subito dopo la sua pubblicazione), credo che la tua (un “dialogo… con la cultura occidentale tutta quanta”) sia una delle più azzeccate. Io ci aggiungerei, soltanto, la presenza di alcuni “concreti fantasmi” che rimandano immediatamente a modelli arabi e orientali.

    Dire, poi, che la tua bellissima “lettura risonante” è degna di ben altro che la vetrina di un blog, è ancora poco. Davvero.

    Sì, Sebastiano, quel libro, come tutte le opere veramente grandi, chiede unicamente di sprofondare in quel mondo e diventarne parte, tanto del paesaggio (che domina la pagina coi suoi flussi e flutti, anche quando si è sulla terraferma), quanto dei personaggi, carichi di un epos colto al livello elementare della sua contraddittoria epifania. Le domande vengono dopo, una volta riemersi dal vortice: nel mio caso, erano completamente diverse da quelle che mi facevo in corso di lettura.

    Un grazie ad entrambi.

    fm

    1. Vi prego! sono alla ricerca disperata di questo libro, potete dirmi come fare ad averlo, o farmi delle fotocopie visto che non si stampa più? Ve ne sarei infinitamente grata

  4. splendida riflessione (un grazie davvero di cuore a Giorgio ed a Francesco) -come suggerisce Sebastiano, l’Horcynus è una di quelle “opere-mondo” che impongono un magmatico-magnetico abbandono al flusso della scrittura – io, personalmente, coltivo la nostalgia di anni in cui, vivendo a Messina, ne tentavo la lettura seduto sulla rena della sponda messinese dello Stretto, proprio a Capo Peloro, ove è situabile Cariddi, giorni estivi in cui, all’alba, il flusso della scrittura appariva come la mimesi iterativa, ossessiva, percussiva del flusso naturale della “rema”, l’alterna corrente dello Jonio verso il Tirreno e viceversa – ma erano i tempi della “oisive jeunesse”, direbbe Rimbaud

    ciao, un abbraccio, Enrico

  5. sono arrivata alla centosessantesima pagina, in un mese, in genere sono una lettrice velocissima, in un giorno se mi ci metto riesco a leggere un romanzo, invece con questo sono andata molto a rilento perchè ogni pagina ogni frase ogni parola meritava riflessione, alla fine del mese l’ho dovuto riportare in biblioteca, ho chiesto se potevo tenerlo un altro mese. 10 gg al massimo mi hanno risposto. no grazie, in 10 giorni non ce la faccio, lo compro. impossibile trovarlo, non si trova in nessun posto, già due librerie on line mi hanno annullato l’ordine. ho una speranza in e bay

  6. “… ogni pagina ogni frase ogni parola meritava riflessione…”

    E’ proprio il ritratto preciso di questa grandissima opera.

    Ciao, un grande abbraccio.

    fm

  7. Sono entrata oggi per la prima volta in questo sito. Penso che D’Arrigo sia il più grande scrittore del Novecento italiano, che sia un umile operaio e insieme un sommo sacerdote della scrittura. Piega l’italiano sul ritnmo della Sicilia con la potenza di un fabbro e la leggerezza di chi ha la bacchetta magica, lo arricchisce con le sue origini latine e greche, con i massi erranti rimasti in Sicilia dalla cultura araba, in particolare dalle Mille e una notte, e lo accende con i neologismi.
    In rete ho letto che fino al 2005 non era tradotto in Inglese, ho trovato notizia su una rivista di poesia statunitense di due poesie tradotte in inglese. Ho appena tradotto “Per un fanciullo ingaggiato come angelo…”.
    Qualcuno può dirmi se ci sono altre traduzioni?
    Bisognerebbe organizzare qualcosa su e intorno a D’Arrigo. La poesia che hoi tradotto rivela una comprensione della mascolinità e della femminilità che sarebbero preziose per i gender studies. Del resto il brano citato sopra di Masignora e Granvisire ha un’acutezza poetica che approfondisce il senso del rapporto in maniera decisamente più scientifica di qualunque testo specialistico.

  8. Grazie, Adalinda, sono molto lieto della testimonianza di fede darrighiana. Tu citi le poesie (non ho però, mi dispiace, le informazioni che tu chiedi su eventuali traduzioni in inglese), e a me fa piacere citare anche quell’altro straordinario capolavoro che è “Cima delle nobildonne”, anche quello abissale e profetico, anche a proposito delle questioni di genere.

    In quanto a una sua “popolarità”, nutro dei dubbi. Possiamo sempre consolarci come George Steiner pensando che

    “Gli incontri con i libri che ci cambiano la vita, che rieducano la nostra sensibilità sono ambigui come le relazioni intime. Da un lato desideriamo fortemente mantenerli privati, per noi stessi. Dall’altro vogliamo condividere la nostra fortuna, il nostro appagamento, con gli altri. Delle due posizioni, però, la discrezione è la più remunerativa. La magia suscitata in noi da un grande libro è meglio apprezzarla nell’intimità. O con una piccola tribù di compagni-appassionati. Il segno d’intesa è condividere l’apprezzamento, ma con discrezione, una stretta di mano tra spiriti affini”.

  9. Caro Giorgio,
    ho letto solo Orcynus Orca e le poesie. Non sono sistematica nelle letture e ho molta carne al fuoco. Mi ha fatto paicere comunque condividere la mia passione per D’Arrigo, che ho conosciuto molti anni fa quando, in una trasmissione su Radio 3, leggeva proprio la poesia che ho tradotto.
    Se da un lato D’Arrigo è intraducibile, dall’altro il suo lavoro sulla lingua è talmente fecondo che spinge a trovare dispositivi efficaci anche in Inglese. Ho provato piacere nel condividere, grazie alla mia traduzione, la lettura di “Per un fanciullo…” con uno scrittore indiano in lingua inglese.
    A me spiace che D’Arrigo sia poco letto e frequentato, perché trovo che come altri scrittori contemporanei, non molti, dissolva i confini della patria proprio abitandola radicalmente. Se fossimo molti a leggerlo, non per questo l’esperienza del rapporto col testo sarebbe meno intima.
    Cordiali saluti
    Adalinda

  10. “Se fossimo molti a leggerlo, non per questo l’esperienza del rapporto col testo sarebbe meno intima”.

    Sono d’accordo, Adalinda, la mia era appunto solo una “consolazione”, sono convinto che molti episodi di “Horcynus Orca” sono così individualizzati e archetipici insieme, così potenti, da meritare di entrare nell’immaginario collettivo.

    Comunque, visti i tuoi interessi, ti consiglio quando potrai la lettura di “Cima delle nobildonne”, sono solo 182 pagine, molto diverse rispetto all’opera maggiore e ugualmente sorprendenti. E anch’esso affonda nel mito e rivisita la storia e la cultura occidentale.

  11. Caro Giorgio,
    ho passato la giornata intera a tradurre in inglese alcune poesie di D’Arrigo. E’ così moderno, così radicato nel suo e nostro passato e così mobile: a prima vista tradurre le sue poesie è impossibile, ma la forza della sua lingua è tale che, come accade per le fiabe, la traduzione via via diventa possibile, quasi facile a volte. Si tratta di lasciare che affondino abbastanza nella propria esperienza, e possono riemergere con nuove parole.
    Leggerò Cima delle nobildonne.
    Saluti a tutti i lettori di D’Arrigo
    Adalinda

  12. Un granchio nell’acqua di Acicastello. Un piccolo granchio, in poca acqua.
    Travisamenti dal micro-macro d’una macchina digitale.
    Acicastello è un paesino (frazione di Acitrezza) del catanese che si affaccia sul mare, a raggelare la lava che dall’Etna in discesa non contemplò la gradazione intagliante dell’acqua.
    Tutto è Sud ove il fuoco muore nell’H2O.
    Quel granchio è imparentato, sebbene alla lontana, con la cicirella che nel fondo più fondo delle acque tra Scilla e Cariddi, acque di Stretto, veniva a galla nelle pagine dell’Horcynus Orca di Stefano D’arrigo.
    Tutto è Sud ove il fuoco muore nell’ H2O, dove un piccolo granchio in una fossetta d’acqua può apparire quasi un’orca che scuotendo la sua pinna nel sonno, nel fondo più profondo, fa salire a galla le preziose uova d’anguilla.
    Tutto è Sud ove il sole muore nell’acqua – che sia poca che sia tanta, cicirella-gambero-orca, pozzanghera d’acqua salata o profondo più fondo nello scill’e cariddi –, tutto è Sud ove muore ’Ndrja:
    (…) Nel buio, si sentiva lo scivolìo rabbioso della barca e il singultare, degli sbarbatelli col mucco, come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il tribolo degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo: sempre più dentro dove il mare è più salato, dentro, più dentro dove il mare è mare. (Cfr. “I fatti della fera”, Rizzoli, 2000).
    Tutto è Sud ove un granchio riposa le sue gambette tra una conca di lava di Acicastello e l’oceano aperto onde sguazza l’Orca-delfino (perché l’orca è un delfino) che azzanna i Delfini-orche (perché anche i ludici delfini sono fere-feroci). Tutto è Sud ove il sangue-fuoco di ’Ndrja si agghiaccia in una profonda più profonda (funnuta diremmo in dialetto di Sicilia) conchiglia d’acqua. Tutto è Sud ove letteratura, vita e morte, lingua e dialetto, hanno nome D’arrigo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.