Voci di un canto ostinato (III) – Stelvio DI SPIGNO

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(Elio Copetti, We need high ceilings for the ghosts
to copulate against
, 2007)

[La prima parte è leggibile qui. La seconda qui.]

Da Fine, inediti 2006-2007.

Panavision

Alma. Carver. Noia. Ottone I e la notte d’Europa.
Trascrivi pure, bella pupa, si pronuncia sempre Leopardi
(Giacomo conte di -) il penzolare della scatola
cranica, da Recanati in giù, fino alla cabala cartesiana –
poi la notte dei sensi in Roma città aperta:
Rossellini e Papa Borgia che ti amano
come Machiavelli i mercenari al soldo.

Non c’è modo che la mente sopravviva
in un mondo non più a linee verticali,
ascensori, affiatamenti – si darà solo ogni tanto
                                  una pioggia una nebbia più in là –

Mi svenavo, e tanto, su Bayle e Ossi di seppia
morfinista come Goering in Der Untergang: il tema:
il solo male, il senza male, il sempre peggio,
un madrigale che non sia di Monteverdi,
un’uscita o la Soluzione Finale di me stesso –

                 (racchiudimi in bottiglia, ma la nuvola è in tempesta,
mi congedo dal mare che ormai è così solamente mare,
malamente azzurro, inutilmente fisso a procreare:

esplodo, prima o poi, e i cocci in depressione
s’arrampicano fino all’Altro Mondo,
nella tana di di S. Bowlby, protettore
                                                  della boria e dei polsi –)

ma un uomo: pochi tratti a matita e qualche osso,
                         W. Munny, Missouri, dice che lo ammazzo
per un torto che è eterno, e per poco che mi oriento
perderò anche il buio che mi è dentro: quasi penso
che solo sul sangue un’esistenza si declina
e una nazione un continente su quello di tutti,
con efficienza di sangue e il Dio di Tutti i Santi
si addormentano uguale, sera per la mattina, che poi
(tutto va bene, in fondo), chissà se spunterà,
                          la mattina, voglio dire,

                          su nevi, camorre, dolore universale.

Catamumba

Piove e ripiove a Catamumba
l’odore è proprio di pioggia clinica a Catamumba,
lampi elettrici, spigoli palmari, ventricoli di cielo – ora
e nel tempo ci chiudiamo
qui dentro, in quello che non viene, mi passa
nell’occhio di vetro l’anima di Murat

in quel lontano 1815 ancora avevo desideri,
un modo umano per farmi incosistente
nel cadavere di quell’ancora-poco – stelle mie
vi dirò come fare per il cuore centrare –

Ora conto i giorni dentro un verde strabiliato
un raffronto con un sé dei miei qualunque
in un orto stellare mi ritroverò, a 25 volt – là
a contare le spie ancora accese

proprio qui nel 20025, c’è ancora
un’infanzia, la smania, clitoridi
di Bach e anche fiori di Bach – qui dentro ancora chiuso
le ossa contenute con scarti di più vite
in un solo cervello mai autenticato
del resto non tumulato e non per sempre
è adorato ricordare – piove, piove sempre
a Catamumba e nelle case vicine
una bella cosa femminile.

Contatto

Fratelli ghiacciati in tuorli di marmo
si allenano a morire
ce la possono fare – per volontà
                                      speciale –
se ad aspettarli non fosse – non fosse –
il killer solista in vena di bestia
                                    e candelabri –

(i morti di fresco
ne sanno più di noi)

ma bisogna afferrarli inzuppati
di sudore cetaceo – nel sonno –
e l’Angelo dello Stermino
sarà di nuovo
a nostra portata.

Ore dodici

Genti cariate non hanno un solo guscio
sotterraneo
perché le pietre
frammentano il canto del gallo
e un non-si-può si dimena
in un mai-più –

Nella testa di un me povero di legno
schiacciata tra cervello e sesso cambiato
delle cose augurate-cancellate
non manca
il desiderio di finire tra le scorie il letame la fame –

(frammenti di ossa nelle teche al santuario
nelle teche le ossa fermentano fremono frenano
nel bruciore di tutte le giunture anche le mie si fanno spiare
dal bruciore delle ossa in tutte le giunture anche le mie giunta l’ora che è)]

A volte anche più bruciato ci ritorna
il sole – la mattina – ma
quale sarà il nome
di quest’avaria
del reale
non si deve sapere – non più.

Acrasia

Per sempre canteremo la tua gloria

ma solo da lì dove nessuno
potrà darci più torto
dove la morte si vede dalla vita
nello specchio della mantide omicida
non siamo mica morti per niente – io

non lascio sorte a chi dopo parlerà
niente figli pronti per l’aldilà
non mi importa che cosa ne pensa
la terra che mi toglie e mi raccoglie

ma Dio, se solo esistesse, un cantante di successo –

ma come è inutile pensarci proprio adesso –

Diazepam

I bagnanti
non si vedono più
(dissolti per qualche nostro sbaglio-abbaglio).

Montagne di carcasse
un cane stramazzato
rigonfio di sale
che fa pulizia.

La camera ardente dell’estate
ancora ci guarda fare – obbedire –

Il deserto rimescola i granelli.
Ho mosso le dita e un mondo è crollato.

(un contatto sintetico con l’acqua
mi paralizza i piedi sulla sabbia.
Questo è l’ottobre. Per sempre.)

La fine.

Tetro teatro

Ieri proprio sotto il mugghio dei cerri
hanno dato oroscopata un mezzo fiasco
e non di vino tra case di paese varicoso
tramortendo come non so lo scroto scudo
ma morendo oltre modo tra la vita e la morte
c’è stato un intermezzo di musica a vita mescalina
a orecchio da un eremo di fronte alla chiusura
del palco tra le mura plateali una placenta
di molle donna di casta midons
ha persino applaudito al singolare.

Avanzi

Chi mai pietà provare può del sesso
si ficchi in mezzo al cuore proprio adesso

la mano fu beata che spolpando
il seme al nulla il corpo sta menando

di tanto fu gradita e messa in scena
la vita come frusta sulla schiena.

Cantilena

In mezzo a un corpo da poco putrefatto
il CIM non sentenzia che una lieve psicosi
da sei malanni diventati ciclici nel tempo
che stanando un cielo in pieno oltraggio pluviale
si fotte mandando messaggi viscosi
alla povera testa affollata di voci
sterili ma covali in corsa con zoccoli
di ferro nella povera mente malfamata
se ci riesci con tanto di silenzio che scommetti
vorrebbe la testa solo la ghigliottina
per rifarsi la mente piena zeppa d’uova
che dentro c’è un inferno di urla boreali
e nessuna che la smetta un momento.

Impiantito

Dove siamo andati
ad abitare è proprio una bella morgue
niente dire proprio la casa che piace alla signora
butterata tutto sangue sudore di sbattuto
marito fornicante per un sazio orgasmo finnico
sempre in premura di fretta voglio dire maritata
al membro di aspetto virile impaurito di lasciarla
ad altro membro d’altro sesso più virile più duro
più liquido cremoso nella glassa di vulva maritata
madre mia non lasciarmi me che sento soltanto
non amore ma successo fino al glande in fondo al
cono da penetrare successivo.

Valedico

Quanto vale che ti dico
che dovresti amarmi
che dovresti ma non vorresti amarmi
che significa che potresti ma non dovresti
amarmi così intanto
vedi bene che il cuore è braccato non da te
ma che sia braccato quello sì
sì che è braccato da tanto è malato il pericardio
ma ora non allunghiamo troppo il brodo
sulla sesta corda il fiato che miete
non potresti più amarmi.

Quartinaio

Il restante cloacale dà inizio alla fiera
gong si dà inizio alla pugna colerosa
sul ring atomico il perdente e il perduto
di un mondo collassato si danno il benvenuto.

Epigrafe

Ti sei guardato distruggere, carne su carne,
brandello per brandello, come se non fossi
tu a distinguere il sangue che bolle dallo sfacelo.
E questo lo hai chiamato grandezza,
con la faccia di chi vede la fine:
quando sei solo il re delle cose,
l’imperatore della sofferenza.

– e se non ti basta, ecco il primo capello bianco, il decadere
del corpo: e l’anima, l’anima, e la mente che non smette –

Ma sei fuori di ogni verità. Presto ti accorgerai
che siamo davvero perduti, e la voglia ti passerà,
– o se ti passerà –
di giocare al soldatino caduto
per amore del niente.

* * *

Allungami ancora una mano
ma non ci porta più aiuto
sapere il punto esatto dove siamo
rotolati per le scale:

a metà della strada, con le scarpe inzuppate,
guardammo ciò che avevamo realizzato
e proseguimmo con un po’ di male ai piedi.
Ma proseguimmo.

Ognuno ripensando
a un giardino di allora
diventato il mortorio di oggi

facendo finta che ci voglia del concime
per allungare la giornata
fino alla sua morte naturale.

* * *

Hai giocato con ogni tua mancanza
– ogni cuore ne ha una, e tu più di tutti –
come fossero cose tue,
le hai anche trasformate in passatempo.

Ogni stato del vivere turbato
ma quando sei caduto nell’abisso
non hai dimenticato che era tutto
un silenzio di pena e baldoria

ti sei accovacciato su te stesso
e nessuno ha rischiato una mano,
una parola nel sonno, un fiore sulla pietra
che ricorda come sei passato invano.

In memoriam

Con febbre di miglia
il fogliame che diventa carta a mano
sei diventato corpo troppo presto
il rifiuto della tomba non si espone
all’improvviso.

Quell’amore era contenzione.
Il latrato sembrava costante.

Poi più niente, se non un magro
dislessico te rimasto indietro.

Ballabile

In uno in due in tre
il mondo ricomincia
dov’è la pandemia dei miracoli
no, dove si spera di non sperare
che il boia perda gli occhi per sempre.

Per sempre perde gli occhi
ma noi non vediamo nessuno
non vediamo nessuno
li ha divorati tutti
nei lager i martiri perdonano.

Perdoneremo, quando saremo vivi
e di nuovo ad annusare cenere
per diventare invisibili
a tutti, fuori rischio
di un volto troppo sano per squoiarci.

* * *

Incollami gli occhi
però su di te
una retina esplode globale
e il dolore abbandona l’universo.
I detriti contienili
non ne parlare a mente
l’aria li fonderà
col cosmo col sale
solo con l’innocenza.

4 pensieri riguardo “Voci di un canto ostinato (III) – Stelvio DI SPIGNO”

  1. …un caro saluto da un vecchio compagno di banco che chiedeva “idee” per il tema di italiano! ^___^
    contattami se e quando leggerai questo messaggio, giovanni,jjf (at) gmail (dot) com
    Giovanni

  2. Era una sera tiepida sera di luglio, ero uscita per prendere un po’d’aria! La sera nella provincia italiana non si muore di caldo, ma giovedì, si, giovedì era un giorno caldissimo. Dopo svariati giri mentali, tranquilla con due mie amiche mi siedo ad un bar. Prendo il cappuccino, decisamente nordica, e mi metto a giocare con un cane che non risponde al mio richiamo. Proprio in quel momento vedo…

  3. un essere balucinante, era tra il grottesco e il fiabesco, ma più un film…più di qualsiasi film mai realizzato.
    Ho vistoun fantasma.
    Era un tipo napoletano che mi chiedeva una sigaretta, io gliela offro e sono molto amiochevole, riconoscevo in lui un certo intuito, aveva il naso sopraffino.
    Un tipo che dimostrava 33 anni.
    Parlava, diceva una marea di stronzate…
    Io mi chiedevo e dubitavo della sua vera essenza, non mi sembrava reale..
    Poi sono abituata adistinguere i fantasmi e gli esseri umani.

    Stavolta mi sono sbagliata.

    Quel tipo mi sembrava familiare, ma poi non parlai con lui.

    Semplicemente avevo voglia di fare l’amore e gli ho detto se volesse provare piacerecon me..

    Lui poi nel mentre se ne andò e io non seppi nulla fino al giorno dopo, il giorno dopo, si era svegliata da un sogno in cui le persone sono diventato materiale su cui lavorare, riflettere, finchè vorrà…

    la libertà naturalmente…

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