Il fruscio dell’Essere – Tiziano SALARI

kandinsky
(Wassily Kandinsky, Composition X, 1939)

Testi tratti da: Tiziano Salari, Il fruscio dell’Essere, con un saggio di Mario Fresa, Salerno, Cooperativa Sociale Nuova Frontiera, “Il Vulcano e la Rosa”, 2007.

Il fruscio dell’essere

1

dentro è tutto regolare
nel senso delle finestre e delle porte
quando abbassi le maniglie
le resistenze dell’aria svaniscono
racchiuso in una bottiglia il passato
scrivi: “il saccheggio bianco del mattino”,
uno sventagliare di piume
attraverso le brecce dei monti
di un sole che si sbraccia tra i vapori argentei
così antico e così nuovo
da sembrare prossimo al deliquio,
o il capo mozzato di un naufrago.
da una stanza remota il saluto di un terrestre.

2

ma non punge altrimenti la differenza
in questo silenzio che si scava
oltre il visibile compatto delle mura
battute dalla pioggia, che alternando
un distratto ascolto a una sospensione
del sentire, fino all’addentrarsi
di un velo oltre il quale s’intravedono
nella trasparenza disfarsi gli appartamenti di faccia
e nello svuotante vuoto
che separa il visibile dall’invisibile
mantenersi in bilico sull’orlo
nel colmante colmo dell’essere

3

forse l’estate accampata non è inodore
dietro i cumuli di fieno, la vita reliquia
di se stessa ritirata nella frescura d’oro
vede fuori avvampare la lampada eterna,
il supplizio delle stagioni nell’unico pianeta vivo
del sistema solare

4

se tutto l’esistente di colpo si squaderna
in un lampo
lasciando dietro di sé lo specchio
in cui la figura isolata si allontana
da se stessa verso il fondo che manca
colmando di silenzio
le grandi vallate di bianco

dal fondo il Signore del Tempo
con la trasognata faccia
si affaccia e fa segno
come il Signore di Delfi

5

nella ripetizione sta l’orrore
e la scelta, di quando non si compie
niente, ma solo,
gesti sovrapposti, metamorfosi
impercettibili
nell’orizzonte che trabocca
di palpiti invisibili

guardando
le pareti i mobili gli oggetti
affondati nel buio
e perfino la gravità del mio corpo
come une vestigia
di me stesso

ciò che l’assenza
di rumore comunica nell’assenza,
che ribolle in quel punto, di nomi
svaporanti in un grido afasico,
il buco nel centro del silenzio
di agonizzanti moltitudini,
dall’inizio dei tempi all’ora
che volge verso il color perla
di un’alba disamorata

6

svelando
nelle sue fondamenta ciò che si cela
per segni frammentari, affratellati
dall’essere una compagine di vani dettagli,
il suono vergine della pioggia, le fitte
al basso ventre e le iridescenze
nelle tenebre dei nodi disciolti

guardando
in faccia il dolore fino alla sorgente
impietrita, nelle iperboree
regioni dove il senso
in tante parti si screpola

ciò che la mente sforza
ritagliandosi u andito di chiari
spiragli e miracoli rinnova,
nel dispiegarsi di tremule albe
falcidiate dagli angeli del sonno,
l’ombra lasciando alle chiuse imposte
contro cui preme l’algida ala
della sorte nascosta

19

e oggi più che mai viene alla mente
la sete che ci divora quando passiamo
il rasoio sulla faccia davanti allo specchio,
e ciò che c’intrattiene nei mondi
è la desiderante mancanza di un rivolo
di senso a cui abbeverarsi che trasformi
l’inferno nel suo rovescio, quel paradiso
giacente da sempre sotto la polvere degli astri

21

è l’effetto di senso che rimescola
i dati, le acquisizioni,
la perduta omogeneità del sentire,
l’instancabile affezione al disatro,
quando si rianima
il bioccolo vagante
della soggettività dispersa,
e tra un argine di parole fluisce
là dove s’infittiscono
le omvbre co la luce,
trasportando con sé
in rapporti mobili
i piani del suo disancorato
andare alla deriva
dove il tutto si annulla

22

questo suono non è altro che l’eco di un altro suono
che non è stato mai udito
ma preme attraverso gli accordi
imbrigliati nella zona
più antica della mente –
la dove resiste uno splendore trascendente –
se solo il suono e il senso
confluissero insieme
portandoci alla beatitudine
oltre il muro nero e il muro bianco,
di fronte ai quali il caso
intromette l’opacità, nasconde
l’uscita dal dominio incontrastato
del pensiero di morte calcolante,
e di fondare u nuovo mondo
che a diversa sorte ci riserba
nega l’accesso, scavando
un’incrinatura nel fruscio dell’essere

***

Mario FresaL’inquieto ricercare
(Lo sguardo estremo della poesia di Tiziano Salari)

Vi sono notti di incalcolabile misura il cui fondo, inesauribile e inattingibile, può mostrare, da lontano, un’accensione miracolosa, capace di proiettare su di noi, per un istante, il soffio grandioso della rivelazione.
L’intensa trasfigurazione che attende l’indocile viaggiatore desideroso di premere la soglia di questa nuziale e salvifica coincidenza col divino può essere compresa, nondimeno, soltanto per il tramite di una diretta vivibilità, essendo tale evento avvicinabile nella mera traduzione dell’immediata esperienza.
Il lungo, rigoroso cammino poetico di Tiziano Salari ha toccato da vicino quell’indicibile evento epifanico nel quale lo sguardo indagatore di uno spirito è investito dall’accecante riflesso della Verità.
Ciò significa che il tesissimo dibattimento che scuote la lingua di un siffatto discorso poetico non può essere inteso come, semplicemente, uno dei possibili modi di comprendere l’esistenza secondo una via di natura strettamente “letteraria”; poiché la disperata, perenne vibrazione che muove la ricerca della poesia di Tiziano Salari pretende un alto e difficile compito dal suo lettore: ovvero la necessità di condividere in senso totale (e non certo in maniera passivamente libresca) la vertigine lacerante che uno sguardo affacciato sul precipizio della Verità non può certo evitare di abbracciare.
La rincorsa e l’accettazione assoluta di quest’altissima, terrifica visione del mondo non deve limitare chi legge il testo poetico alla consolatoria posizione di un’auto-preservazione; giacché l’attesa della rivelazione, vissuta sulla carne dolorante del poeta, deve eucaristicamente essere trasmessa, nella sua totalità, all’occhio, allo sguardo, al corpo dello stesso lettore, in modo che, audacemente, possa lo stesso lettore diventare una parte viva e indispensabile di quel processo (chiamato direttamente in causa dai versi) che riguarda il suo rapporto con le più profonde manifestazioni dell’Essere, attraverso l’effettiva compartecipazione di un destino che possa riguardare ogni singolo individuo capace di rinunciare ad una posizione “personale” e che sia desideroso, invece, di innalzarsi ad una visione più larga e universale possibile. […]

Il più recente lavoro poetico di Tiziano Salari appare, bruciante e solenne, con un titolo amorevole e minaccioso: Il fruscio dell’Essere. Vi si avverte, da subito, un’ambivalenza tragica (naturalmente, ogni ambivalenza è sempre tragica): sembrano combattere e agitarsi, nella febbre di questa sussurrante eppure sconvolgente immagine, il tremore e il desiderio, la moltitudine e il deserto, la gioia e lo sfinimento. E’ una lama o una carezza, questo fruscio? L’ombra che incessantemente lo attraversa è il Tempo, nel quale noi siamo, con ansia meravigliata e con dolore, immersi.
Noi siamo dalla nascita piombati nell’esser-ci e, come ricorda Heidegger, l’esserci è tutto diretto alla fine, allo sgretolamento: essere qui è essere per la morte; e un’ipotesi di “dialogo” con l’Altro è impensabile nella stretta di tale ansiosa e lacerante corsa.
Eppure l’Altro può vivere e risplendere nell’immanenza della vita stessa: giacché l’esserci può sospendere per un istante la sua discesa e, nello stupore di un’improvvisa luce, può mirare la sconcertante luminosità del sacro, strappato al regno invalicabile dell’altrove e miracolosamente accolto nel respiro sorprendente del mondo. […]

***

Nota di Stefano Guglielmin

Questi inediti di Salari, scritti tra l’ottobre 2005 e il giugno 2006, proseguono il suo viaggio alla ricerca del senso dell’essere, fra castità e terrore, fra la libertà sovrumana del divino e l’improvviso squarcio di luce nel cupo abitare terrestre. Attraverso una poesia che condensa l’astrazione in figure, Salari ci accompagna fra le fresche radure della Primavera leopardiana dove “ninfe… castissime” si bagnano nell’ora di Pan, in quel meriggio che è massima luce ma anche prossimità, per gli umani, con l’improvviso della morte. Eppure, sembra egli suggerirci, la morte non può essere l’ultimo viaggio, se davvero a muoverci è “la nostra disponibilità risorgente”, il solidale moto della vita verso “la piega verde” delle cose e la memoria (fra i moderni, foscoliana) dei defunti. Che cosa spinge infatti l’uomo a conservare traccia dei viventi e a sperare l’altezza, malgrado la storia sia un percorso disseminato di macerie, se non una sorta di energia sovrumana, che ci governa – o, meglio ancora e secondo la prospettiva spinoziana – alla quale siamo consegnati? Come il bambino freudiano supera il lutto per la perdita della madre (invero solo momentaneamente assente ma, per lui, perduta per sempre), gettando e riavvolgendo un rocchetto, così il poeta aduna a sé il paesaggio, ordinando nella scrittura i “campanili e i battelli oscillanti nella nebbia”, per “l’inganno consueto”, direbbe Montale, un inganno necessario, tuttavia, a patto che la pienezza del mondo sensibile trovi nell’“oblio”, nel vuoto, nel “grande nulla” (utero e patria in Dino Campana) il suo compagno nuziale. Mi sembra stia in questo vorticare assediante di felicità e angoscia, di eros e thanatos, di comunione e solitudine la formula (tragica) salariana alla comprensione dell’essere, in un misto di gratitudine e incredulità.

(La nota di Stefano Guglielmin è possibile leggerla anche qui, insieme ad altri testi di Tiziano Salari)

Nota biobibliografica

Tiziano Salari , saggista e poeta, vive a Verbania, sul Lago Maggiore. Tra i suoi libri: per la poesia, Grosseteste e altro (Forlì, Edizioni Forum/Quinta Generazione, 1983), Alle sorgenti della Manque (Torino, Editrice L’angolo Manzoni, 1995), Strategie mobili (Verona, Anterem Edizioni, 2000), Il Pellegrino Babelico (Verona, Anterem Edizioni, 2001), Versus (Château de Rosemonde, 2003), Quotidianità della fine (Edizioni Orizzonti Meridionali, 2004), Il fruscio dell’essere (Salerno, Cooperativa Sociale Nuova Frontiera, 2007); per la saggistica, Il grande nulla (1998), Le asine di Saul, 2004, Il grido del vetraio (in collaborazione con Mario Fresa, postfazione di Flavio Ermini), 2005, Sotto il vulcano. Studi su Leopardi e altro (Ctanzaro, Rubbettino Editore, 2005), Le tentazioni di Marsia, 2006 (a cura di Tiziano Salari e Mario Fresa), Novellino. L’inatteso e l’antico (Catania, Prova d’Autore, 2007). Ha pubblicato su varie riviste saggi su la poesia di Antonia Pozzi, Vittorio Sereni, Cristina Campo, Federico Tozzi, Giorgio Caproni, Arturo Onofri , Federigo Tozzi, Carlo Emilio Gadda, Pierpaolo Pasolini e ha approfondito particolarmente il rapporto tra poesia e metropoli con saggi su Pietroburgo, Manhattan, Trieste, Torino, Milano, Venezia (ora anche su www.tellusfolio.it) e poesia e filosofia. Sul sito www.fogliospinoziano.it si trovano alcuni suoi scritti dedicati al filosofo olandese.

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6 pensieri riguardo “Il fruscio dell’Essere – Tiziano SALARI”

  1. è l’effetto di senso che rimescola
    i dati, le acquisizioni,
    la perduta omogeneità del sentire,

    questo suono non è altro che l’eco di un alro suono
    che non è stato mai udito
    ma preme attraverso gli accordi
    imbrigliati nella zona
    più antica della mente –
    la dove resiste uno splendore trascendente


    svelando
    nelle sue fondamenta ciò che si cela
    per segni frammentari, affratellati
    dall’essere una compagine di vani dettagli,


    se tutto l’esistente di colpo si squaderna
    in un lampo
    lasciando dietro di sé lo specchio

    provoca disorientajento,provoca frane,dissesti questa scrittura che gratta a fondo la crosta costruita dall’uomo,dal primo sino ad oggi,quasi non più consapevole del tra-vesti-mento di ciò che più di ogni altra cosa turba l’uomo,che muore oggi come ieri senza sapere nulla a poposito di se stesso.Un uomo ridotto a cifra,letteralmente significa zero,quindi anche le cifre del suo nome e cognome alla fine si riducono a zero, e quindi ttto ciò che credeva potesse dargli identità si sbriciola in niente,di fatto polvere sei e polvere diverrai resta l’unica cosa che l’uomo sa.eppure da quella polvere,consapevole di esserlo,per volontà l’uomo si alza e va verso un altro,uomo caduco come il precedente,diventando un uomo eterno, addirittura trino;prima-ora-poi.
    E non c’è più oblio dove la consapevolezza inquadra la fragilità della creta,che umida sa farsi opera.Grazie,ferni

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