La seconda natura – Alessandra PALMIGIANO

Prop_finale_copertina
(Immagine di Annamaria Palmigiano)

[Da: Alessandra Palmigiano, La Seconda Natura, traduzione di Nick Manho, Faloppio (CO), Lietocolle Libri, 2008. Opera vincitrice del premio “Lietocolle – Opera Prima”, 2006.]

Sniper:
Una vita nel massimo riparo
e nel costante pensiero della guerra
viene la morte a guardia della vita:
presidia le derive dei fotoni, i bagliori
della retina, della falce delle unghie:
For us there was no land beyond the Volga:
ed è l’istinto migliore a distogliere
da ciò che va crucialmente protetto
ad abbassare lo sguardo, e accettare
la discesa laddove la memoria
è il veleno del radon che si accumula
nelle cantine di un microcosmo
agito da forze secondarie
e di non immediata intuizione.

Ricalibrarsi sulla comprensione
dei piccoli moti e dei perni
le infinitesime turbolenze, i punti
d’equilibrio locale nelle lenti
d’aria: è la consegna che apre il baratro
e nel silenzio innesca
l’ordalia di un apprendistato
fondato sull’arte di dimenticare:
Accondiscendere al suo percolare
dentro gli alveoli della res extensa:
occorre arrenderla, e riconoscere nella resa
la propria unanime molecolare vocazione
a diventare ciò che si è
dinanzi al prossimo scatenarsi dell’alba.

Viene la morte a proteggere la vita
in ogni andito della privazione, l’arena
dove diventa atto la tensione
all’esemplarità. E si attesta sulla
minima dispersione: il metabolismo
del rettile è la sua entelechia
la primordiale economia dei movimenti
è la massima resa del proiettile.
La privazione illumina le soglie
e nel manifestarsi dei gradienti
realizza la fissione dei fondamentali:
il cosa alla pietà, alla compassione il come:
la traiettoria emana dalla pura volontà
la compassione misura il peso del proiettile.

E si declina nella precisione
rinnovando la fedeltà
alla filologia del nemico:
comprensione attraverso la distanza
dialogo e tessitura degli spostamenti
e cura interstiziale dello spazio.
Tenendo a freno la volontà
tra la seconda e la terza falange, in attesa
di percepire il varco, di acquisire
il senso che le api hanno del sole.
Nella simulazione giace la sostanza
nell’estensione del corteggiamento
il contatto fatale, il riconoscimento
il non sottrarsi alla hybris della somiglianza.

Ed alla fine, tutto avrà servito
l’esito. Ma potrà esporsi all’imminenza
dell’alba, alla cogenza del suo fronte
d’onda, soltanto ciò che si allinea e l’attraversa
con le ali serrate, o ciò che scocca
un’arringa apollinea, perché la morte arrivi
nel segno della neve come una persuasione:
la traiettoria mantenuta nel suo inverno, nel
silenzio del suo puro codice, nell’esistenza
e unicità della soluzione.
Torsioni che non devono gemmare
nel minimo varco tra seconda e terza vertebra
nel minimo oltre la barriera dei denti
affinché muoia prima di cadere.

*

Sniper:
A life in maximum shelter
and in the constant thought of war
death stands guard over life:
it oversees the drifting of the photons, the flashing
of the retina, of the sickles of the nails:
For us there was no land beyond the Volga:
and it’s the finest instinct to turn away
from that which is crucial to protect
to lower one’s gaze, and accept
the descent to where memory
is the poisoning of radon which accumulates
in the basements of a microcosm
moved by secondary forces
and of no immediate intuition.

To recalibrate on the understanding
of the small oscillations and pivots
the infinitesimal turbulences
the points of local balance in air lenses:
these are the orders that open the abyss
and in the silence trigger
the ordeal of an apprenticeship
founded on the art of forgetting:
Abiding by its percolation
inside the sponge holes of the res extensa:
It needs to be surrendered, and one’s own
unanimous molecular calling
to become that which one is
needs to be acknowledged
facing the next unleashing of the dawn.

Death comes to protect life
in every corridor of deprivation
the arena where the aim at exemplarity
passes from potency to act. And it holds on to
the minimal dispersion: the reptile’s
metabolism is its entelechy
the primeval economy of its movements
is the maximum profit of the bullet.
Deprivation illuminates the thresholds
and the gradients being displayed
accomplishes the fission of the bases:
the what to the pity, to compassion the how:
trajectory proceeds from the pure will
compassion contemplates the measure of the bullet.

And inflects itself in accuracy
renewing one’s truth
to the enemy’s philology:
The understanding at a distance,
the dialogue and weave of repositionings
the interstitial care of space.
Curbing the will between
the second and the third finger bone, waiting
to sense the opening, to acquire
the sense bees make of the sun.
In the simulation lies the substance
in the extent of the courtship
the fatal touch, the recognition
the non avoidance of the hubris of resemblance.

And in the end, everything will have served
the outcome. But shall be exposed to the imminence
of the dawn, to the cogency of its front wave
only that which aligns itself and goes through it
with wings closed, or that which shoots
an Apollonian speech, so that death arrives
in the sign of the snow like a persuasion:
the trajectory held in its winter, in
the silence of its pure code, in the existence
and uniqueness of the solution.
Torsions shall not germ
in the minimal gap between the vertebrae
in the minimum beyond the teeth barrier
so that one dies before one falls.

palmigiano.jpg

Lineamenti di un Apprendistato
(Features of an Apprenticeship)

Non appartenere

I pensieri si piegano nella febbre
dietro angoli di cui non mi preoccupo
e tornarci così svagatamente, da turista
in mezzo a tutti quei divani coperti
dalla penombra di teli, di stanza
in stanza, sembra l’unica maniera
e quella dell’istinto migliore.
Ad ogni costo, in questi casi occorre
farsi d’aria, finire grati il giro
e non assumere lo sguardo del
proprietario terriero, che alla fine
dei giochi — appartiene.

To not belong

Thoughts are bent in fever
behind corners that do not bother me
and returning there, so absent-mindedly, like a tourist
amid all those sofas covered
by the shade of sheets, one room
after another, seems like the only way
the way of the finest instinct.
At all costs, in such cases one ought
to turn into air, to gratefully complete the tour
and to not assume the stance of the
owner of the land, who
in the endgame — belongs.

*

Teoria e Tecnica
(Theory and Technique)

Il sonno precipita e restituisce
all’ottimale concentrazione di sé
svuota il pieno, riempie il vuoto
nella riproduzione elementare dell’osmosi,
illustrata dagli angoli dell’acqua
nei giardini giapponesi,
o attivando i portali delle
macromolecole nelle pareti
delle cellule. Nell’alveo
dei propri parametri e della padronanza,
riparati e intatti fino al dovere
del proprio carato combusto,
a preparare altri adempimenti.

Sleep precipitates and gives back
to the optimal concentration of self
emptying the full, filling the empty
in the elementary reproduction of osmosis
as illustrated by the water corners
in Japanese gardens,
or activating the macromolecular
gates in the cell walls. Within the hive
of one’s own parameters and mastery,
repaired and intact right up to the duty
of one’s own combusted carat,
preparing for other commitments.

*

La Vestizione
(The Vestition)

Sleeper

Si tende ad essere poco per volta
nel minimo continuo fra tesa e sopracciglio
nell’inverno dell’estate. Lontano
dalle albe belligeranti, dentro il crogiolo
del ritmo che non cambia il silenzio
Ritrovando il codice della guarigione
attendendo la parola d’ordine
che arrivi la natura, da un’altra parte.

Sleeper

One tends to be little by little
in the minimum continuum between brim and eyebrow
in the winter of summer. Distant
from the warlike dawns, inside the crucible
of the rhythm that does not change the silence
Finding the healing code again
waiting for the password
for the nature to arrive, from another side.

Orizzonte degli eventi

Prego solo per questo rimanere
sulle cose che vengono bene
sulla grazia di questa pedalata
animalesca: non mi sfibreranno
i giochi le aperture le chiusure
né mi farò confondere dagli angoli
delle parole che consegnano troppe
cose, insieme troppe ma non vanno
a stanarle, non stanano le cose.

Event horizon

I pray only for this staying
on the things that come out well
on the grace of this animal-like
pedalling: they will not undo me
these games the openings the closings
neither will I be confused by the corners
of the words which deliver too many
things, together too many but do not go
and drive them out, do not drive things out.

Fedeltà alla terra

Se riuscissi una volta ad arrivare
anche se non è concesso rimanere
in fondo agli alberi alla luce all’acqua
i capelli odorerebbero di freddo
come se non fossero i miei e
volterebbero giù dentro le foglie
verso le radici, assentendo.

Truth to the earth

If for once I managed to arrive
even though not allowed to dwell
at the bottom of trees of light of water
my hair would smell of cold
just like it wasn’t mine and would
turn down amongst the leaves
towards the roots, with a nod.

*

L’arte di Dimenticare
(The Art of Forgetting)

(Se ancora ti interessa)

Dovrai dire che non lo vuoi, non più
né mai l’hai voluto, che non ti interessa
e non lo guardi, con la coda
dell’occhio, neanche: che tutto è
intero altrove. Con pochi cenni dovrai
farli persuasi
della tua torre d’avorio indisturbata
e fedele alle proprie risorse:
meno la nomini più la vedranno.
Se mai, solo allora ti daranno
ciò che è tuo
e verranno a mangiare dalle tue mani.

(If this still interests you)

You’ll have to say you don’t want it, no more
and have never wanted it, that you’re not interested
and you’re not watching, from the corner
of your eye, not even: that everything
is entire elsewhere. With few signals you must
make them persuaded
of your ivory tower undisturbed
and faithful to its own resources:
the less you name it, the more they’ll see it.
If ever, only then will they give you
what’s yours
and come eat out of your hand.

*

Hora Prima
(Hora Prima)

Il posto dove si aprono gli occhi
ha contorni affilati e colori
accelerati che virano al violetto
Non così per il rosso dei gerani
che si moltiplica a ridosso di ogni
cosa su cui l’attenzione si ferma.

The place where eyes open
has sharp edges and colours
which accelerate and bend towards the violet
Not quite so for the red of the geranium
which multiplies close to every
thing to which attention is drawn.

Mrs & Ms Black

Mia madre ed io e due tazze uguali
con dentro qualcosa che assomiglia
al buonumore di un giorno di guerra
di mani rovinate uguali, ma è lutto
sepolto e rifiorito uguale, e si porta
tra le risate, a celebrare chi siamo.

Mrs & Ms Black

My mother and I and two cups alike
with something inside that resembles
the good mood of a day of war
of hands ruined alike, but is mourning
buried and rebloomed alike, and is carried
amongst the laughter, to celebrate who we are.

*

Ut castrorum acies ordinata

L’ago di luce, la fragilità
affilata della peluria sull’ortica
il virus annidato nel trigemino
la curva d’acqua che sostiene la zanzara
in assetto di guerra, come la gravità
di un sole efficacemente disturba
la tensione superficiale dello spazio:
ed ogni altra perfezione dispiegata
delle cose ostili.

Pattern Recognition

L’apocalisse è la somma di tutte le soglie
generate e varcate sotto la percezione
dove il futuro si incendia sul passato
É la misura del successo, l’ottimismo predicato
ai martiri: il loro inferno è il tuo paradiso
Ed è il discorso delle stanze magre:
nel silenzio delle unghie che crescono
non si trova niente che non vi abbiamo messo
l’oggetto e il suo posto rassicurato
il corollario della assoluta disciplina
della vita reclusa nel crogiòlo, la nervatura
dell’intangibilità. E abbiamo ricordato l’armatura
piovere a placche sul corpo dell’eroe
La vestizione segreta, dicevo — declinata in codici
e protocolli della missione svelata tra digiuni
e preghiere, mentre accudiamo al fuoco dell’offesa
la hybris domestica, il laser del supermercato.

***

Nota

Alessandra Palmigiano (Catania, 1973). Dal 1996 la sua vita compie oscillazioni di lustri tra Amsterdam e Barcelona.
Ha conseguito un dottorato in logica a Barcelona, dove gran parte delle poesie di questa raccolta sono state scritte.
Questa raccolta, sua opera prima, è l’evoluzione della silloge omonima apparsa nel 2005 su Atelier n. 40.

Annunci

20 pensieri riguardo “La seconda natura – Alessandra PALMIGIANO”

  1. Grazie, Francesco, per l’invito e l’ospitalità sul tuo blog. E ringrazio in anticipo chi vorrà lasciare un commento a questi testi.

    Alessandra

  2. Non sono certo testi di facile lettura questi eppure se ci si lascia trasportare dalle suggestioni appaiono come d’incanto nuovi mondi in divenire, nuovi corpi, linguaggi diversi, ibridi macchina-corpo. Un prisma che rimanda a bagliori di un futuro di cui oggi si avvertono i primi lampi. Stranamente anche io ultimamente sto scrivendo qualcosa che va nella stessa direzione e mi è capitato di leggere nella blogosfera altri lavori che indagano questi stessi scenari. Evidentemente i nostri sensi anticipano trasformazioni in essere. Per ora solo suggestioni futuribili, per ora.
    pepe

  3. Grazie Gabriele: il corpo è una macchina, e ibrida è la visione che se ne ha nel riconoscerne questa natura.

    Vorrei dare qualche informazione in più su Sniper: è una poesia dalla genesi anomala rispetto alle altre. Insieme a “Il sonno precipita”, è l’unico testo poetico che ho scritto nel 2007, in uno stato di grande prosciugamento, dopo aver trasferito la vita da Barcelona ad Amsterdam. Dovevo prendere atto che i meccanismi che alimentavano la mia scrittura a Barcelona non erano riproducibili, e dovevo capire quali altre strade potessi percorrere. Avevo anche l’opportunità di pubblicare la mia prima raccolta di poesie, che volevo salda al suo tema centrale, il quale finalmente, molto a posteriori, mi era chiaro. Volevo scrivere un testo che riunisse in sè ed incatenasse lo svolgimento del tema lungo la raccolta. Pensando ad altro, mi facevo affascinare da temi diversi: per un periodo raccolsi materiale, senza uno scopo apparente, sugli esploratori polari, Scott, Amudsen, Shackleton.
    Un giorno mi imbattei in un blog che raccontava di un cecchino a Bagdad, e da lì ritrovai la storia di Vassily Zaitsev, il leggendario cecchino della battaglia di Stalingrado, e capii due cose: la prima, che con queste ricerche apparentemente senza scopo stavo in realtà selezionando un filo narrativo su cui innestare il discorso sul tema centrale della raccolta; la seconda, che questa era la forma che l’ispirazione poetica aveva preso per condurmi fino a lì, e che non ne avrei avuto altra. Il resto è stato una fatica sorda e sconosciuta agli altri testi, su cui pure ho lavorato.
    Le cinque strofe rispecchiano a grandi linee il tema della sezione corrispondente della raccolta. Per il momento mi fermo qui.

    Alessandra

  4. Grazie a te Alessandra, e grazie a Gabriele per il suo contributo.

    Giustamente Gabriele parla, a proposito di questi versi, di nuovi mondi, nuovi corpi e nuovi linguaggi, e del divenire come “ibridazione”, l’unica legge a cui tutto il movimento (anche sul versante visivo e sonoro) risponde.

    Vi si coglie la vocazione, a mio modo di vedere, a una “poesia liminare”, in ascolto dell’impercettibile, ma capace di non farsi sommergere dal caos di cui cerca di essere voce: sorretta da un “pensiero” che traccia il sentiero sotterraneo lungo il quale i versi si riconoscono e il vorticoso processo metamorfico riconsegna al presente quel “corpo altro” che, a sua stessa insaputa, è già pronto per essere trascinato via, scardinato dalla sua stessa “forma”.

    Particolarmente interessante, poi, mi sembra la “posizione”, come su una scala di note, ascendente o discendente, che la “voce” viene ad essumere all’interno del tessuto poematico complessivo: una sorta di faro, di centro nel cuore del vortice, verso il quale converge il susseguirsi dei flussi sonori e immaginali, naturali o meccanici, che si dispongono secondo una logica anfibia tra le cui maglie la “seconda natura prende forma”.

    Tutto il linguaggio, in sostanza, viene a organizzarsi, o raggrumarsi, al bivio tra due mondi, due possibilità, due esistenze: come se solo dalla voragine, dallo spazio che separa (pur ricordando l’unità perduta), il nuovo corpo potesse esplodere, incarnarsi di nuovo.

    fm

  5. Caro Francesco, mi ha molto colpito nel tuo commento l’espressione “poesia liminare”: in effetti il discorso sulle soglie è una struttura tematica portante del libro. Come accennavo nel commento anteriore, per molto tempo il tema del libro non mi è stato chiaro: ma in forme diverse ed attraverso osservazioni diverse, i miei testi parlavano della stessa cosa, ossia cercavano di articolare il “come si diventa ciò che si è” di Nietzsche. E in parallelo al progressivo delinearsi del tema, la stesura negli anni di questo libro è stato un percorso di avvicinamento a “ciò di cui si può parlare”, (parafrasando Wittgenstein). Il meccanismo dinamico e metamorfico che tu e Gabriele identificate è esattamente lo spostarsi in avanti della soglia della dicibilità formale e poetica.

    Alessandra

  6. non riesco a capire quale possa essere una seconda natura… ma forse dovremmo riuscire a pensare che è proprio perché gli alberi perdono le foglie che il loro inferno è il tuo paradiso… e l’apocalisse solo un varco per una porta rimasta in piedi tra le macerie… scusate la licenza… molto colpito…

  7. molto interessanti per il tentativo di dare senso all’insensato e di darlo con una voce piana ma calibratissima; sicuramente da rileggere più attentamente ma direi che – a pelle – sia una sorta di ricerca scientifica, giustamente, Viola

  8. Il tema della seconda natura si spiega attraverso la dualità tra ciò che è necessario e ciò che è convenzionale. È necessario ciò che non può essere altrimenti, ossia ciò che non dipende da dati di fatto accidentali. La natura di una cosa è quindi l’insieme di tutte le sue proprietà necessarie. La convenzione poggia per definizione sull’arbitrarietà, che è un atto di libertà: ad esempio sono arbitrari i nomi che associamo alle cose. L’unica condizione che regola la convenzione è la coerenza: una volta stipulato che quell’ oggetto si chiama ‘sedia’, non si può chiamarlo in alcun altro modo, se non si vuole rendere inservibile la convenzione. Detto altrimenti, la convenzione, vista dal suo interno, è indistinguibile dalla necessità e vista dall’esterno è il suo opposto. Ogni convenzione è seconda natura.

    Ad esempio, l’imperativo categorico kantiano”agisci come se la massima della tua azione dovesse elevarsi a legge universale della natura”, si legge: agisci come se ogni tuo atto di libertà diventasse necessario nel suo compiersi. Ossia è l’etica come seconda natura.

    O ancora: l’apprendimento di un’abilità come parlare una lingua, compiere un gesto atletico, disegnare, suonare uno strumento, manovrare un macchinario: tutto ciò non richiede solo “conoscenza”, intesa come insieme strutturato di informazioni, ma anche che il corpo assimili ed interiorizzi dei precisi schemi di coordinazione. Questi schemi saranno, come i fiocchi di neve, variazioni uniche ed irripetibili della struttura geneticamente programmata ad accoglierli, e questa variabilità ha il sigillo della convenzione. Questa modifica irreversibile è la seconda natura del corpo.

    Alessandra

  9. Tra natura e convenzione / libertà e necessità si apre, in poesia, la terra di nessuno dove l’etica non è data in quanto pratica in atto, a priori, astratto postulato di presenze, e non è ancora il fine (ir)realizza(to)bile a cui la scrittura (in)consapevolmente, e (in)finitamente, tende: è la “ragione” stessa, ineludibile, da cui il segno prende corpo: solo la sua esistenza, in quanto necessaria, realizza la libertà che è la sua natura sostanziale. La convenzione né è il rovescio speculare, e la “ritualità” che ne consegue si risolve in “perfezione dispiegata / delle cose ostili”: solo la “seconda natura”, in quanto ethos scaturito dall’esercizio dell’attraversamento, e dalle molteplici metamorfosi a cui il cammino espone, ne incrina la superficie, rivelando, nella crepa, l’incompiuto (“l’imperfezione”), ombra e luce della finitudine: dell’umano.

    E’ quello che mi sembra di vedere in atto tra le maglie febbrili di molti testi della raccolta. E allora penso che la seconda natura, forse, è proprio l’immagine che si staglia, libera, nello spazio tra passo e orma, tra la direzione obbligata e la forma che s’imprime, arbitrariamente nel verso: tra il pensiero e la parola, possibile, che emerge (indipendentemente dalla mappa tracciata).

    (E ciò mi piace. E anche molto.)

    fm

  10. Grazie a wordinprogress e a viola per le parole gentili, e grazie, Francesco, di questo commento che individua il legame tra il tema della seconda natura e le sue ricadute nella pratica poetica. Il territorio poetico è questa terra di nessuno dove non trovi nulla che tu non abbia portato con te. E porti con te, necessariamente, il tuo potenziale di trasformazione che dovrà realizzarsi una volta per tutte, e lo farà nella disciplina, nell’attraversamento.

    Alessandra

  11. grazie a voi della possibilità.
    poesia mi viene da pensare stamattina anche come luogo inesistente e conflitto tra pensiero e la sua negazione, come quel pazzo (da clinica e non da circo) che intervistarono per un documentario sui manicomi e per rispondere dove si trovava (primordiale tra i quesiti dell’uomo) o andava (la sua mente), in maniera diremo triste ma inconsapevolmente geniale (come ogni vero caso del genere, pazzo e genio hanno in comune la virtù dell’attrazione) dichiarava di trovarsi (o rifugiarsi spesso) nella sua seconda ombra… allora è proprio quel che si dice “Una vita nel massimo riparo”

  12. Molto bella questa osservazione di wordinprogress. Il massimo riparo spesso non è più che un’ombra. Grazie ancora, Francesco, dell’ospitalità.

    Alessandra

  13. Il verso di Alessandra mi pare un grumo di pensiero che viene espulso nel suo compiersi.
    Ho l’impressione che il poeta snoccioli i suoi versi così come essi – frammenti di pensiero non del tutto sbozzolati – si vadano compiendo nella sua mente, prima ancora che nella sua bocca.
    E’ una considerazione che si rafforza in me leggendo Non appartenere e Orizzonte degli eventi. Questa può essere una sotto-metafora, per così dire, “formale” della vestizione di una seconda natura. Un compiersi di un fatto non ancora fattosi, la soglia (e qui Francesco, come al solito, ci illumina) tra l’informe e il formato, tra il caos e il già dato.
    In qualche modo questo stare ancora “al di qua” è il senso della poesia, tutta. Salvare le svariate possibilità, la potenzialità prima ancora che diventi atto.
    E’ una scrittura questa su cui meditare molto. Alcune cose le avevo già lette su Atelier e su LiberInVersi. Qui trovo anche altro che mi sembra di indubbio valore.

    Sono inoltre felice da redattore di LiberInVersi (unico degli otto a non essere poeta, ed è meglio così per la salvezza della poesia) che gli altri sette stiano approfondendo i loro rispettivi percorsi poetici con grande maturità.
    Del resto non molto tempo fa sono stati qui pubblicati inediti di Pierluigi Lanfranchi, di Massimo Orgiazzi e di Alessandro Ghignoli (di cui ho avuto il piacere di leggere Fabulosi parlari).
    Le offerte da te sono sempre appetitose, Francesco, tanto che si rischia una bulimica lettura :)

  14. Torno fuori tempo massimo su questo spazio perché l’intervento di
    Luigi (che ringrazio) è veramente ricco di spunti:

    “Il verso di Alessandra mi pare un grumo di pensiero che viene espulso nel suo compiersi.
    Ho l’impressione che il poeta snoccioli i suoi versi così come essi – frammenti di pensiero non del tutto sbozzolati – si vadano compiendo nella sua mente, prima ancora che nella sua bocca.”

    Comincio dalla fine (versi nella mente prima che nella bocca):
    per me la poesia, così come la matematica, è un’attività che trova il suo senso solo all’interno di una comunità che la accolga e coltivi. Ma (sempre per me) il *farsi* della poesia, come della matematica, è nel silenzio, nella solitudine e nell’ascolto della “voce che parla nella testa” e non passa per la bocca.
    È il colloquio incessante di Ulisse con Atena.

    E così come non mi aiuta leggere un teorema ad alta voce per capirlo ed assimilarlo, non mi accosto alla poesia (mia ed altrui) attraverso il suono fisico, ma solo quello mentale (Nella mia infanzia non finivo di stupirmi di poter distinguere i suoni reali da quelli evocati). La tua osservazione, Luigi, coglie quindi perfettamente nel segno.

    Penso che le osservazioni della prima parte si leghino invece al tema della strategia poetica di un testo: un pensiero (matematico, filosofico, “poetico”, e qui mi riferisco ad esempio all’idea che A possa essere metafora di B, o che così come A allora B…) non è ancora poesia: un testo vive, certo, del suo contenuto, ma gioca la sua partita esistenziale nel *come* esprime il suo contenuto. Dei tanti modi in cui si può esprimere lo stesso pensiero, il testo poetico sceglie uno, e questa scelta, questa forma che si cristallizza nel testo poetico diventa a sua volta un pensiero. Credo che Luigi qui abbia in mente anche (correggimi se sbaglio) uno stralcio di testo, un brainstorming scritto a mio uso e consumo e postato su Liberinversi in un commento al post sui miei testi, in cui compariva materiale che poi sarebbe confluito in “Pattern recognition”.
    Quel testo è molto ambiguo e di difficile lettura perché *non c’è una distinzione netta tra i due piani*: ci sono brani di pensiero poetico appuntato rapidamente e senza dettagli (perché sto parlando tra me e me e non ho bisogno di darmi tante spiegazioni); e, cosa che mi interessava molto di più, si intravede lo scheletro in formazione della *strategia del testo* di “Pattern recognition”, ossia si vede un fotogramma del *come* il contenuto del testo “Pattern recognition” prenderà la forma che poi ha preso. Questa distinzione tra i due piani non è impossibile da ricostruire, ma non è facilissimo, perché qui ci sono due tipi di frammenti non ancora sbozzolati per due ragioni diverse (e che possono molto facilmente essere confusi): uno è il pensiero sottostante (non sbozzolato perché in forma di appunti), e l’altro è l’avvio di una strategia del testo (necessariamente non sbozzolata perché in fieri).

    Si discuteva allora a questo proposito del se e come il procedimento generativo di un testo (ad esempio l’uso del brainstorming) influenzi la forma finale di un testo.
    Ed è interessante a questo proposito che tu citi due testi,
    “Non appartenere” ed “Orizzonte degli eventi” in cui la strategia del testo mi è apparsa chiara fin dall’inizio, ed ho solo lavorato combinatoricamente “di lima” per ottenere le loro versioni finali:
    Io ho sempre avuto un sacro terrore della poesia sul fare poesia, proprio perché confondere i diversi piani della genesi di un testo (pensiero, strategia, lima) mi disturba molto. Ed è certamente vero che il discorso sulla seconda natura si applica (anche) all’attività del fare poesia, ma è un omphalos in cui preferisco non specchiarmi.

    Alessandra

Rispondi a Alessandra Palmigiano Annulla risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.