“Art Poétique” di Roger CAILLOIS nella traduzione di Adriano MARCHETTI

Roger Caillois, ART POÉTIQUE /ARTE POETICA, Traduzione italiana con testo a fronte a cura di Adriano Marchetti, Rimini, Panozzo Editore “Episodi, 14”, 2008.

Preambolo

   

Roger Caillois appartiene a quella linea di pensiero del Novecento francese che si è mantenuta in un’estrema indipendenza sul piano intellettuale e artistico.
Nato a Reims il 3 marzo 1913, Caillois compie gli studi secondari nel liceo della città natale, frequentando anche Roger Gilbert-Lecomte e il gruppo del Grand Jeu. Gli anni di formazione rivelano un temperamento brillante e avido di conoscere. Si nutre fin dalla prima adolescenza di letture classiche o più segrete che lo iniziano al lato notturno della natura: Lautréamont, Sade e i romantici tedeschi. Stabilitosi con la famiglia a Parigi alla fine degli anni venti, segue al liceo Louis-le-Grand i corsi propedeutici per entrare all’École normale supérieure dove è ammesso nel 1933. Divenuto professore aggregato di grammatica, il suo interesse è però rivolto alla sociologia e alla mitologia comparata ed assiste come assiduo uditore alle conferenze che Georges Dumézil, Alexandre Kojève e Marcel Mauss tengono all’École pratique des hautes études. La Nécessité d’esprit, inedito pubblicato postumo nel 1981, testimonia l’ambizione di rompere con ogni elaborazione estetica e letteraria per fondare una fenomenologia dell’immaginario. A quel periodo risalgono le sue ricerche verso l’identificazione di “idéogrammes lyriques” quali i Démons de midi, cui dedica uno scritto (postumo, 1991), o La Mante religieuse, analizzata nelle sue corrispondenze con la donna fatale in un saggio pubblicato sulla rivista Minotaure nel 1934. Nel 1932 aveva aderito al movimento surrealista, da cui si stacca nel 1935 con la pubblicazione di Procès intellectuel de l’art, criticando il carattere unicamente letterario del movimento. Per Caillois la scrittura automatica si riduce a puro gioco se le immagini stupefacenti che essa genera e i meccanismi della mente che rivela non sono oggetto di analisi approfondita. Dopo la breve esperienza surrealista, nel 1938 fonda, con Georges Bataille e Michel Leiris, il Collège de sociologie: luogo di riflessione interdisciplinare sulla questione dei rapporti dell’umano con il sacro. In reazione contro le ideologie che pretendono di spiegare gli eventi sociali unicamente attraverso i meccanismi economici trascurando la loro dimensione irrazionale, inizia a sviluppare un pensiero originale, nutrito di sociologia e antropologia, votato soprattutto all’esplorazione del sacro. Lo stesso anno pubblica Le Mythe et l’homme, e l’anno seguente L’Homme et le sacré: studio dedicato alla “teoria della festa e del sacro trasgressivi”. Caillois ritiene il sacro un principio esplicativo delle rappresentazioni collettive e non un assoluto mistico come pensa Bataille. Inseguendo le corrispondenze fra patologia mentale, etologia animale e mitologie, tenta di mostrare l’esistenza di una segreta continuità tra l’organizzazione interiore dello psichismo umano e l’architettura dell’universo.
Il suo nome, in quel periodo, è legato a parecchie attività della sinistra antifascista e l’avvento della guerra sconvolge le sue certezze intellettuali. In seguito all’incontro con la scrittrice Victoria Ocampo, nel luglio 1939 lascia l’Europa per l‘America latina. Dall’Argentina, dove resta per tutta la durata della guerra, sostiene attivamente la lotta contro il nazismo; fonda nel 1941 la rivista Les Lettres françaises a cui collaborano prestigiosi nomi come Bernanos, Breton, Supervielle, Saint-John Perse; crea l’Istituto francese di Buenos Aires, dedicandosi alla traduzione degli autori latino americani che frequenta, tra cui Borges, Asturias e Neruda. Nel 1942 pubblicherà un saggio sul romanzo: Puissances du roman. Il soggiorno in America latina suscita in Caillois un particolare interesse per i minerali, orientando la sua attenzione verso le analogie o simpatie che sembrano esistere tra le forme complesse del mondo minerale e le figure dell’immaginario umano. Da questa ricerca gemmalogica nasceranno in futuro due libri importanti: L’écriture des pierres (1970) e Pierres réfléchies (1975).
Nel 1941 decide di raggiungere de Gaulle a Londra e dal 1945 al 1946 è il successore di Raymond Aron nella redazione di La France Libre. Tornato in Francia dopo la Liberazione, entra nel comitato della rivista Confluence; rinuncia ai suoi impegni politici per dedicarsi interamente alla sua opera e alle attività letterarie. Le ambizioni intellettuali, divenute derisorie di fronte agli orrori della guerra, cedono il campo a un’esigenza etica, espressa nel volume La Communion des forts del 1943, e ad una sorta di meditazione stoica (Le Rocher de Sisyphe, 1946). Una nuova fiducia nel potere civilizzatore della letteratura, attinta in particolare alla lettura di Valéry e Saint-Exupéry, lo porta ad accogliere i dettati di una poetica rigorosa e persino inquisitoria, enunciata in Les Impostures de la poésie (1944), Vocabulaire esthétique (1946) e Babel, orgueil, confusion et ruine de la littérature (1948). Capo del settore affari culturali dell’Unesco tra il 1948 e il 1971, Caillois effettua numerosi viaggi attraverso il mondo e contribuisce a far scoprire al pubblico francese la letteratura latino americana, promuovendo per Gallimard la collana “La Croix du Sud”. Dopo la sua elezione all’Accadémie Française del 1971, inizia ad ordinare retrospettivamente il suo itinerario intellettuale: Le Fleuve Alphée (1978) raccoglie l’essenziale delle sue confidenze in uno stile limpido e preciso.
Coniugando scienza, poesia e filosofia, la ricerca di Caillois si offre fondamentalmente come strumento di riflessione sul mito e sul concetto di sacro, ma anche sul fantastico (Anthologie du fantastique, 1958; Au cœur du fantastique, 1965, in cui esplora il mondo della metamorfosi nelle arti plastiche), sull’immaginario (La Pieuvre: essai sur la logique de l’imaginaire, 1973; Approches de l’imaginaire, 1974), sul sogno (L’Incertitude qui vient des rêves, 1956) e sul gioco (Les Jeux et les hommes: le masque et le vertige, 1958). Ha dedicato diversi saggi alla scrittura poetica: (Poétique de Saint-John-Perse, 1954; Art poétique – Commentaires – Préface aux poésies – L’Énigme et l’Image suivi de traductions de la Vajasameyi Samhita (XXIII, 45-62), par L. Renou, du Heidreksmal et de Sonatorrek, par P. Renauld, 1958; Approches de la poésie, 1978) e all’estetica: (Esthétique genéralisée, 1962; La Dissymétrie, 1973).
L’opera, che abbraccia in maniera osmotica vasti ambiti di erudizione, pur non essendo dominata da uno spirito razionalista, esprime una diffidenza nei confronti dell’irrazionale, dello pseudomisticismo, dell’inconscio, riconoscendo la necessità artistica di anteporre la chiarezza a un certo disordine ideologico. In essa confluiscono sguardo poetico, gusto del linguaggio e rigore compositivo, che ne fanno un apporto essenziale alla critica e alle scienze umane, occupando un posto a sé stante nella storia del pensiero francese del XX secolo.
Le presenti 23 proposizioni, pronunciate nella sobrietà del tono e nel modo anaforico della litania, simboleggiano in miniatura un’arte poetica impegnata a custodire la semplicità delle figure e l’acuità dello stile, nonché la trasparenza di senso dalla minaccia dell’anarchismo di fondo e di forma, e in opposizione allo sperimentalismo arbitrario dell’arte contemporanea. Ma Caillois è anche avverso a ogni dogmatismo dottrinale, freudiano o marxista. Attratto dall’enigma, mette in opera un’investigazione ‘scientifica’ che impegni tutta la propria arte alla sua intelligibilità, che consenta di “decifrare l’indecifrabile”. Senza procedere per riduzione semplicistica, egli tenta di mettere un po’ di ordine nel caos, proiettando luce nell’oscurità delle cose: poesia, divagazioni della natura nel regno minerale, animale, vegetale e fantastico.
Nel 1952 aveva fondato Diogène, rivista a vocazione internazionale alla quale collaborano Horkheimer, Marcuse, Kereny, Starobinsky, Levi Strauss, Foucault e che, con l’aiuto di Jean d’Ormesson, dirige fino alla morte, avvenuta il 21 dicembre 1978. Trois leçons des ténèbres, pubblicate poco prima della sua scomparsa, rappresentano l’addio di Roger Caillois e il suo testamento spirituale. Il tema è ancora una volta la “scrittura delle pietre” inaugurata con Pierres nel 1966 e ripresa nella raccolta poetica L’Écriture des pierres del 1970. I geroglifici, le immagini scaturite dal mondo minerale suggeriscono al poeta una inedita fantastica genealogia della Melancolia, la celebre incisione del Dürer. Dettato dal sentimento della vanità dei libri, del carattere effimero della specie umana e della precarietà delle costruzioni intellettuali, il lascito di Caillois è un canto di malinconia generosa, rischiarata da bagliori contemplativi di cui i minerali, la “terra” e l’“argilla” sono la materia sorgiva. In quell’universo prediletto tutti gli elementi, percepiti nell’intelligenza cristallina della loro origine, si congiungono all’immaginazione creatrice del poeta come in una sorta di ebbrezza mentale.
(Adriano Marchetti)


ROGER CAILLOIS – ARTE POETICA

Come l’anima egizia al cospetto di Osiris
enumera le colpe non commesse, per mostrarsi
meritevole della beatitudine eterna, il poeta si
discolpa davanti a un giudice ideale.

   

I
Non ho abusato della reputazione legata alla mia arte per abbagliare gli umili e i creduli.

   

II
Non mi sono servito della cadenza, della rima, delle parole inconsuete, né della musica delle sillabe per imbrogliare la mente sul valore del mio discorso.

   

III
Non ho aumentato senza ragione l’oscurità dei miei versi. Ma, lavorando nel buio, ho cercato la chiarezza. Non ho sconcertato invano. Non mi sono compiaciuto di parlare di tumulti, di mostri e prodigi, né di qualsiasi cosa scintillante e aberrante che lusinghi l’ozioso e l’egoista.

   

IV
I sogni dell’uomo, i suoi deliri, hanno trovato posto nelle mie poesie, ma per ricevervi un nome, una forma, un senso. Ho messo in ordine la loro confusione, bloccato la loro fuga. Ora sono impressi nelle mie parole.

   

V
Ho definito i sentimenti che proviamo da ciechi e non sappiamo identificare. Grazie ai miei versi, ognuno ora li riconosce e li acclama. Con loro si sente in una intimità nuova. È più a proprio agio nell’anima e con cura custodisce ciò che gli sfuggiva sempre.

   

VI
Non ho imitato nessuno. Non ho acconsentito per debolezza ai desideri della moltitudine o dei potenti. Ho tratto da me stesso la regola, il principio e il gusto, ma senza esagerare la loro differenza e senza separarmi arbitrariamente dagli altri poeti o dagli altri uomini. Ho pensato che esistessero modi migliori e meno spicci di mostrare sincerità o indipendenza.

   

VII
Non mi sono proposto di essere inimitabile. Ho dissimulato la mia abilità, celato le mie audacie. Mi sono volentieri piegato alle discipline comunemente accettate. Talvolta ne ho inventate di nuove a mio proprio uso. Se nessuno può imitarmi, quella è la mia unica ricompensa.

   

VIII
Non mi sono affannato a dare costantemente prova di essere poeta. Mi sono studiato il mestiere con pazienza e modestia. Mi sono astenuto dalle prodezze e dai sotterfugi. Non ho forzato le immagini. Mai ho cercato di far credere che fossi mago o profeta.

   

IX
Non ho simulato l’entusiasmo, la demenza né la possessione ad opera degli spiriti superiori o inferiori. Ho riconosciuto senza amarezza, quando li provavo, che i miei impeti erano del tutto umani e che regole umane dovevano governarli.

   

X
Spesso ho lavorato tutta la notte senza che all’alba mi fosse rimasta una sola parola. Altre volte, in momenti di svago, pigrizia e distrazione, i versi migliori mi sono nati senza mio malgrado. Tuttavia non ho maledetto il lavoro né la fatica. Mi sono ricordato che per l’acqua c’era, tra la pioggia e la sorgente, un faticoso e incerto cammino. Non mi sono presentato come la sorgente da cui scaturisce per miracolo un’acqua pura, ma come la terra e l’argilla. Filtravo come la prima, raccoglievo come l’altra. I versi scaturivano alla fine.

   

XI
I miei versi non rammentano ad ogni parola di essere versi. Non reclamano con insistenza di essere ascoltati con la devozione riservata agli oracoli. Non esigono nessuna chiosa. Non contengono né enigmi né trabocchetti. La loro bellezza permane, quando si penetra il loro segreto.

   

XII
Non ho privato volontariamente i miei versi della semplicità, trasparenza e precisione della prosa, nella convinzione che avrebbero più valore. Ho sperato di racchiudere in una forma inalterabile un contenuto inestinguibile. Accade così che i miei versi sorprendano solo a lungo andare. Dapprima nulla sembra contraddistinguerli, poi l’anima si meraviglia che il semplice vocabolo, la sillaba breve e pura le facciano intendere un discorso infinito.

   

XIII
Non ho voluto proporre all’anima cibi sontuosi e strani, giunti dagli antipodi o dagli abissi. L’ho nutrita con alimenti di prima necessità, che non sono rari ma indispensabili.

   

XIV
Nel re ho visto la maestà, nel prete il sacerdozio. Non ho attirato l’attenzione sulla cesellatura dello scettro o sul fregio del sandalo. Non ho colto le cose dal loro piccolo lato.

   

XV
Ho serbato il medesimo rispetto nel laboratorio dell’artigiano. Ne ho elogiato il lavoro e l’opera. Non ho raccolto il truciolo per vantarne la curva, il colore e la finezza. A nessuno, neppure al poeta, è permesso capovolgere simili presenze.

   

XVI
Ho cercato di avere la giusta immaginazione. Non ho inventato a vuoto. Non ho fatto ricorso al caso o ai filtri. Non ho disdegnato né la ragione né l’esperienza. Non ho cambiato per capriccio il senso delle parole. Nondimeno le lascio più ricche di quanto non le abbia trovate. Ho accresciuto i loro poteri tramite incontri che permangono nel ricordo.

   

XVII
Sono stato temerario, senza gloriarmi del mio ardire e senza raccomandarlo come principio. Non andavo fiero delle mie imprudenze quando risultavano vantaggiose. Meno ancora ho fatto affidamento sui doni della sorte, provocandoli oltre misura per rimediare alla fiacchezza dell’immaginazione e all’aridità del cuore. Ma neppure li ho rifiutati per orgoglio, al fine di rallegrarmi in segreto di dovere tutto a me stesso.

   

XVIII
Non ho preteso di esprimere l’inesprimibile. Ho solo tentato di comunicare con i versi ciò che non si lascia trasmettere con tanta facilità ed efficacia in un altro linguaggio.

   

XIX
Non ho preteso di divulgare l’inconoscibile. Ho rivelato la scienza più diffusa, quanto non è possibile non sapere, ogni semplice cosa che ognuno conosce da quando respira e dimenticherà solo morendo. Ma, incontrandola nei miei versi, ognuno crede di ricevere la confidenza di un segreto importante che da sempre era increscioso ignorare.

   

XX
Ho voluto avere il cuore puro. Non ho scandalizzato nessuno, eccetto quelli che soltanto lo scandalo riesce a stimolare o che si scandalizzano con ostentazione, quando al loro cospetto si scopre il male, la vergogna o la nudità.

   

XXI
Quanti conoscono i miei versi li recitano quando soffrono e ne traggono conforto. Giacché allora hanno il presentimento che il dolore passerà e che un giorno se ne compiaceranno. Quanti conoscono i miei versi li recitano anche nell’esultanza e la loro felicità è doppia, giacché essa acquisisce una certezza che, per un istante, l’affranca dal timore, un colore d’eternità di cui s’illumina.

   

XXII
A ogni gioia ho assegnato la sua gloria, a ogni verità la sua evidenza, a ogni tristezza la sua fecondità.

   

XXIII
Ho scelto liberamente questa via. Non mi lamenterò di avere fallito: un altro esito non mi avrebbe soddisfatto.

3 pensieri riguardo ““Art Poétique” di Roger CAILLOIS nella traduzione di Adriano MARCHETTI”

  1. Bianca, stavolta il ringraziamento è tutto per il professor Adriano Marchetti che, con i suoi scritti, ci onora della sua presenza su queste pagine.

    Cliccando sul suo nome, in alto, si può avere chiara cognizione dei suoi interessi culturali e della qualità della sua attività di studioso e traduttore.

    Grazie per la tua costante attenzione. Un caro saluto.

    fm

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