Un poemetto inedito di Cristina ANNINO

maximilian capa
(Immagine di Maximilian Capa)

DUE CIVETTE SUL COMO’

BELLO BU, giovane poeta laico, “politicamente impegnato” lui dice.
GEGE’, vecchio poeta di scuola tradizionale. “Ho un piede nel Nobel” dice lui.
OSPITE, anonimo lettore di poesia.

(Di notte sempre la stessa lagna! Due civette sul comò; anche al buio le vedo, sul serio. Grido dal letto:” Bello Bu, Gegè, vade retro! “ Lì stanno, invece, togliendomi il sonno, di coccio grigio, o vetro, coi corpi fosforescenti. Si spengono solo all’alba. Che c’entro, io, con loro? e come fanno, dopo, a volare via?)


Bello BU
(Occhi fasciati da
titoli di giornale, porta scritto, a
lettere cubitali, qualcosa che acceca.
Nuovo, si definisce, con eczema
in viso. Qualcosa
pensa poi siede. Sembra parta
dal suo sedere una lancia quando
lo fa, eppure
s’alza e poi siede; in mano, l’ultimo
file brucia, faro inglese che mostra
la novità. Mah!) Bu
si preme le tempie rosa.

Gegè:
Sapete, come nasce un
poema? Io sono Gegè.

Lettore:
Lo so, lo sappiamo, lo sanno!

Gegè:
Per sua
natura, la parola prende
l’uomo di schiena, mai davanti. Lo fa
in momenti di estrema labilità, il mattino o
la sera tardi, nello spazio tra un’ora e la
gommosa ansietà della seguente, allorché
si è muti sempre. Ti mette
l’ombra davanti; dietro, preme. Tu
l’accetti, ne prendi la vastità, la misura
che in quell’orma intravedi. E ti pieghi, tra
un’ora e l’altra, a tanta sonorità.

Bello BU:
BLAHH. ! Il mondo perde essenza, te
ne accorgi? Ci fora la fronte
un Essere nuovo, peggiore, QUELLO,
comanda. Non ispira più, aspira. Io
ti condanno, Gegè; sono
qui per questo, ma quel ch’è
peggio, con pena. Dopo ti
farò un esempio di realtà
vera, non sonora ohilalà come
te, né perché o per chi tu la dici.

Ospite:
Ehi, amici, sono qui, nel
letto. Non bastano mica
caffè, per stare
svegli. Meglio allora un
madamadorè, girotondo, tana, sai…com’è…
divertirci. Fermatemi
almeno la terra. Dammi il sole, mamm
mma! Sennò, zitti!

Gegè:
L’oscurità, la morte entra, la
fissità poi della natura, col viso che
dura uguale dal mattino alla sera. Il
silenzio di piombo che porto nel calzino….

Ospite:
Gegè, non ti stima Bu, ma anch’ io
se permetti….

Gegè:
TU, tu che leggi
sempre la mia poesia?

Ospite:
Eh, si Gegè! Tuteggi,
ormai da vent’anni ci
bagni a tomi con acqua che
non sappiamo cos’è. Che sia
proprio un tutù
vero a ossessionarti?

Gegè:
Ancora sbeffeggi, ma intanto
mi daranno il Nobel, a voi zero.

Bello Bu
( Riflette, BU. Accende
la sigaretta. Rosa, qualcosa
l’investe ad eccezione del viso
che muto resta fuori dal fumo, in zona
mesta. E’ un dandy e non lo sa, lo
sapesse, s’ucciderebbe sul posto,
giacché
lui calca l’ombelico del
mondo, non le viole che canta
l’amico.) Allora, dice composto
quel che gli preme.

BelloBu:
Sei almeno laico, Gegè? credi al
costo d’una rivoluzione, o
non ne vedi il bisogno? La
lagna del tuo linguaggio
morto, rende chi come
me, veri galli nel pollaio.
In questa
stia, se permetti, del
mondo, tranne te
stiamo tutti penando.
Ma il perché, chi come te mai
lo domanda. Strimpella in una
balera, magari, ch’è il tuo
regno!

Ospite:
Ogni notte così! Fiori,
sul comò, mica voglio civette.
FUORI ! Scendo
dal letto guardate, do
l’esempio, firmo ed esco dal regno
di casa mia. Andrò in un hotel, mica
verrete dietro, spero!

Gegè:
Ma perché non t’esprimi sul
serio, TU, della branda?

Ospite:
Anche disteso, Gegè, anche
dormendo: “Conosco
poeti gotici, modesti orsi della
memoria, mangiatori di versi altrui, che però
hanno gloria. Va bene, lasciamoli dove
sono. Con
bocche senza suono, marciranno ai fianchi della
storia.” Ho detto.

Gegè
( In giro
avvita il viso da falchetto
stupito, non ha capito granché, ma,
svedese qual è, non stima più
chi emette una sintesi così
vaga. Che ci sia però
fuoco, fuochino in quello che
dice? Mah! Si
rinsassa nel poco che è, e cupo
guarda intorno)

Bello Bu:
Sì, ha ragione, eccome, l’uomo di
strada, quello comune, persino
un citrullo…

Ospite:
Vacci piano, Bello!

Bello Bu:
Voglio dire, il
lettore, insomma. Senza
invidia, competizione, è più
avanti dei tuoi che
faranno te, campione di niente. Re
Nullo!

Ospite:
Bu! non ritto sul
comò s’eruttano certe cose, abbi
pazienza! Ci
sono i giornali, pene certe, gli
arresti domiciliari. La
televisione poi, è certo ricca
di perdigiorno anche contrari.
Insomma,
pensa e basta, Bubino, almeno un
pochino io dormo. No?!

Bello Bu
(Con tenue ironia, beve, e in bollicine
di fiato rutta, delicato tra virgolette) Ah, mondo,
perché m’hai coglionato così! Perché,
per oppormi all’Assenza,
io devo affittare la stanza d’una
testa di cuoio dormiente?

Ospite:
La mia? Alludi?!

Bello Bu:
Ebbene, sì. Qualche libreria ci
vorrebbe, ma è roba
vecchia, per noi che invece
vogliamo un comò, figliolo, questa
specie di cubo, perché
si comincia dal nuovo ad
essere statuine, poi
statuette, a… Che c’è? Che
odono le mie orecchie?

Ospite:
Sciacquone, Bu! E’ un condominio
per bene. Ti piace l’acqua
che piove nel tubo?

Gegè:
A me no! Sono Gegè.

Bello Bu:
E io Bu. Altroché! Ecco
l’esempio di realtà vera:
musicale, direi, un po’
sacra, ma basta com’è. Ci
pensate? Risciacquo
di cose altrui che non
ci ricasca sopra. Serve,
gente, eccome, alla nostra
patria. In coro, allora,
dai : “viva, viva, lo
sciacquone,
pulitore dellllaa
vita mia! viva, viva..!”

Ospite:
STOP!

Bello Bu:
Invece No,
ancora! Adoro la terra in cui
nacqui; fossero persone, i
WC, ne farei ronde per una
nazione pulita, poi padri
costituenti d’ una nuova…

Ospite:
Basta così, dico io, di
ciancie sul comò! VIA
tutti! Ho
un sonno che mi cuce
di veste impalpabile e vi
esclude, allocchi che siete,
anzi,
dementi due. Sciò!!!
Se non ve ne
andate, seduta stante,
accendo la luce e
sparo al volatile. Chiaro?

i due poeti
In sé piegato, bello, brutto, BU, viso
coperto dal giornale: qualche notizia, un
avviso, reclame, gli brucia
nell’occhio che vede
qualcosa in terra, la
prende: Diario del giovane
Werter; poi se ne va. E’
disperazione vera, la sua,
o la solita lancia che pende
dal suo sedere in qualunque
modo lo mette? Mah,
perlomeno è partito! L’altro
scuote la testa, afferra
l’eternità (c’è abituato), s’ incista al
gran forno che l’ha partorito e
dove andrà lo sapremo, forse, chissà,
non ci interessa. E’ volato anche
lui dal comò e ora dormo.)

6 pensieri riguardo “Un poemetto inedito di Cristina ANNINO”

  1. satira d’una leggerezza estrema, a tratti tra il dada e il surreale, “Conosco
    poeti gotici, modesti orsi della
    memoria, mangiatori di versi altrui, che però
    hanno gloria. Va bene, lasciamoli dove
    sono. Con
    bocche senza suono, marciranno ai fianchi della
    storia.” Dannatamente vero, un saluto, Viola

  2. “Dannatamente vero”, Viola, hai proprio ragione.

    E io aggiungerei, al di là del riconoscimento delle ragioni estetiche del testo, “eticamente necessario e salubremente ecologico”.

    fm

  3. Concordo sulla necessità di depurare il..mesoambiente..con serentà, anche perchè a volte il tempo riscatta l’indifferenza come mi sembra il giusto caso dell’Annino, buona serata, V.

  4. La Annino adesso ci sforna un “plum cake” al pepe di teatro satirico. Avete detto bene voi.
    Mentre leggevo pensavo agli interpreti; un Mario Scaccia con i bulbi oculari di fuori, una specie di nonno di Petrolini, così surreale da sempre, grandissimo attore del nostro teatro; e nella parte del giovane poeta “laico” (non se ne può più di questo continuo affermare la laicità, quasi che questi signori lo debbano dire perchè in fondo non ci credono nemmeno loro, in questa Italia di papi cattolici e papetti “laici”) ci vedo bene – ebbene sì – uno stralunatissimo ma solido Antonio Albanese. Che coppia!

    Cristina dovrebbe proporlo per il teatro, assieme ad altri “poemetti-sketches” come questi.

    Tanti complimenti a lei e bravo Francesco per questa ennesima importante proposta. Hai “er mejo” blog di poesia, lo sai?

    Franz Krauspenhaar

  5. Grazie, Herr Franz.
    Il merito, comunque, è tutto delle produzioni degli autori che ci onorano della loro presenza.

    Un abbraccio.

    fm

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