Calendario oltre il tempo (Vol. II) – Luca ARIANO

Da: Calendario oltre il tempo (volume II)
[Il Vol. I è leggibile su www.lulu.com]

La poesia di Luca Ariano è vera, come vero è Luca. Ciò che scrive è, senza artifici, senza ricercare effetti speciali, senza rifarsi ai canoni imperanti. Riconoscibile, quindi, il suo tratto, la sua necessità di mantenere viva una memoria, una identità, in quel piacere che solo il ‘civile’ o il tuffo nel passato può arrecare a un giovane autore che nulla rinnega di quel che è stato, affrontando il presente con grande coraggio ed enorme senso critico, quindi proponendosi per un futuro che sappiamo fin troppo incerto. Così Ariano si presenta, unendo in sé la tradizione per poi spezzarla con versi a momenti laceranti, a momenti tenerissimi, a momenti sintatticamente rimpastati. La Pianura Padana è la tavola su cui gioca la sua partita poetica, con quei personaggi e con quelle atmosfere. Un mondo è andato, un altro è in avanzata, difficile questo tempo e il dare soluzioni, anche se già il porsi con coscienza è pur valido insegnamento. Il desiderio di purezza è evidente, così come la necessità di considerarsi ancora protagonisti dopo stagioni a mio parere disastrose sia letterariamente sia socialmente parlando. Rimane il cuore del poeta e quel dirsi disarmato ma vigile, pronto a cogliere il senso dell’esistere negli altri, prima ancora che in sé stesso. Ecco, gli altri… Ariano è il poeta degli altri, e ciò è oltremodo generoso ed esemplare. Resta, dell’autore, il racconto, il suo narrare, come di quegli affabulatori che transitavano di cascina in cascina quando il Po non possedeva ancora argini.
(Gian Ruggero Manzoni)

Testi

21 ottobre 1943

(a G. L.)

Quando le frecce del sole
fendono le prime barricate di nebbia
un uomo dietro la scrivania
sente sulle scale i passi
del volo d’airone, oltre i fontanazzi.
Col suo pastrano accompagna
una bicicletta di pensieri
tra volti e divise:
il fumo di una sigaretta si sparge
nel brivido dell’autunno
al ricordo del profumo
della sabbia sui passi del mare
di una terra spruzzata da colli
all’orizzonte.
Sfumano nell’attimo lunghe sere
di circoli e baci della buona notte
arsi in un bicchiere di sguardi sbarrati;
spari che spolpano petti
prima di poter giocare l’ultima mossa
su di una scacchiera,
ma già qualcuno lancia una moneta
di falce nel cielo.

Dopo secche stagioni

Dopo secche stagioni
che spaccano il selciato
e svuotano pagliai,
s’è fatto alto il granturco
nei campi:
vorrei saggiare adesso
il sapore d’oro e non attendere
il prossimo ottobre
per spigolare accanto a quel vecchio
col grande cappello di paglia
o a quella nonna in bicicletta
col nipotino alla sella.
Volare sulle cime d’una valle
e poi precipitare tra le rovine
di una rocca: tra le sue pietre
e sterpi accendere un fuoco
per scorgere nuove orme;
poi lanciarsi in un mare di pensieri
lasciando veleggiare i capelli
nei momenti,
prima che la buriàna di un nuovo
temporale, spazzi gli arbusti.

Moloch
(lettera in versi)

Che porca rabbia. Che porchi italiani.
(C. E. Gadda)

Caro padre
vi scrivo – forse per l’ultima volta –
da questa trincea e da questo fronte
dove l’orizzonte è un deposito di cenere:

“La guerra è finita. Abbiamo vinto!”

Domani salirò su di un treno verso la valle
brulicante tra fumo e macerie;
non dovrò più addormentarmi cullato
da colpi di mitraglia e risvegliato da granate
ma sentirò ancora il canto notturno
delle cicale davanti al caldo di una stalla
e il grido d’un gallo a gettarmi giù dalla paglia
e in bocca non avrò più il sapore
di gavetta ma il profumo delle nostre parche cene
e le gambe mi bruceranno sotto il sole
dei campi e non per lunghe marce sui crinali.
Ieri, nell’ultima battaglia, tra fango e sangue
come gesto di perseveranza e di pace
ho strappato dal nero delle foglie secche
un nemico, un fratello d’un altro reggimento:
non parlo il suo dialetto e chissà se anche lui
ora sta scrivendo ai suoi cari;
è un caporale,
ricordo solo il suo nome: Adolf Hitler.
Vi abbraccio forte al pensiero
del ritorno a casa.
Vostro per sempre…

Train de vie

Gli ebrei sono indubbiamente una razza,
ma non umani.

(Adolf Hitler)

…Come può l’uomo uccidere
un suo fratello…

(Francesco Guccini)

Caronte Ariano traghetto questo treno
verso un campo di concentramento.
anche oggi combatto la mia battaglia
per il nostro fuhrer,
per la nostra razza e il nostro Reich.
Sibilano le ruote e fari nel buio su binari
pallidi di neve e da quelle ciminiere
salirà il fumo della Soluzione Finale.
Nessuno fermerà questi vagoni carichi
di bestie rantolanti: pianti di bambini e donne
e lamenti di vecchi storpi.
Non è più il tempo dei gitani, di invertiti,
di comunisti e di ebrei assassini di Cristo
avvinghiati alla loro borsa.
Sento il vagito d’un infante ma non è il mio piccolo
che a casa già mi aspetta:
lui sarà figlio di un nuovo Reich,
della razza ariana dominante sul mondo.
Heil Hitler.

(Da: Oltre il tempo, undici poeti per una Metavanguardia, Reggio Emilia, Diabasis, 2004. Poi in: Bitume d’intorno, Lugo di Romagna: Edizioni del Bradipo, 2005.)

***

Il laureato

La bella merla si specchia
nelle acque gelide della Gogna
e quando la crosta si crepa scivola
lasciando nell’aria penne di pavone.
Già si respira il soffio d’Orione
e una mano sbagliata al Truco
mentre si sapora l’incenso
d’una danza del ventre masticando
foglie di menta e the marocchino:
vibra la scorza d’un versificatore
ancora tremolante.
La ragazza cameriera – per pagarsi
gli studi – cambia la candela gocciolando
cera e il naso chino s’immerge
nello zucchero a velo d’una torta.
Nuovi cortei nella piazza:

Vietato entrare ai cani e agli Ottomani!

e profeti di nuove Lepanto
o vaticini d’uomini dalla lunga barba
varcare confini.
Si sgretolano chiese tra paramenti
corruschi di sangue: ragazze Y
e donne Z devote a San Precario
mentre intellettuali X sbriciolano cristalli
di sale tra le dita.
Piccoli cesari varcano rubiconi
ed esarchi erigono nuove torri:

Anche al fuhrer azzerarono i debiti!

Aghi di vetro ammantano lamiere dondolanti
ai primi segni del nuovo solstizio
tra strenne luci pacchi e cene natalizie
cucinate col tocco studente
ancora adolescenziale d’un riso nato nell’acqua
suicidato tra vino e salsiccia.

(Da: La coda della galassia, Rimini, Fara, 2005.)

***

Sulla Via Emilia

Di cancelli serrati, di ciminiere
spente – ma senza viaggiare
troppo lontano: per sentire
il sapore delle zanzare sulla pelle
e il calore umido del riso.
Tra parrucconi aristocratici con
quelle erre che frustano le orecchie
e graffiano le corde, mentre lo sguardo
delle rughe si scalda nel bicchiere

– è lassù abbiamo combattuto…
…per Libertà! Non avevamo teschi
spillati su spalle nere a rastrellare
anche il pianto, le preghiere di madri

Oggi festeggi. Ancora nelle vene
e sulle labbra ti accompagna ancora
il ricordo dei biscotti allo zenzero
e al cardamomo, che volevi danzare…

Non si sono incrociate le finestre
e ti porti sulla via Emilia una lunga
discussione da film, col nome uscito da un cartone,
in un’aria di neve che domani
impasterà le strade.

(Da: Transazione, sezione di una raccolta in fieri.)

***

Novecento I e II

Quei primi scioperi
– la piazza non era gremita
come nelle storie,
e il tuo pugno chiuso in foto
con l’orologio in evidenza.
Quel manipolo di sbarbati
alla mattina, al pomeriggio
e anche alla sera e poi…
poi il tempo di distrarsi
e il tuo volto non si riconosce più.
Avessi aperto un negozio di scarpe
o un locale trendy – sempre pieno;
il bambino, cocco della mamma,
sempre in palmo di mano ora non sa
a chi gridare, ora che l’eco della casa
rimbomba tira grembiuli altrove.
Lui si allontana in moto,
pare quasi una cartolina anni cinquanta,
col vento di salso che sale dall’autostrada
e tu prepari il tuo viaggio,
il tuo gommoso ritorno in treno.

Atto II

Non c’era quando la strada
s’asfaltava della schiuma oleosa
della pioggia e tu lì in quel tiepido
sole di marzo, per ogni soffio di nube.
Sceso di corsa dalla carrozza
per un biglietto quasi vergato a mano,
a sottolineare la febbre galoppante
delle stagioni.
In questa notte al Pratello Bologna
pare una canzone di Guccini
ma state solo scimmiottando i padri
e certo quei negozi pakistani
non sono osterie da rivoluzioni.
L’emulazione nel delirio collettivo
d’un bagno notturno ma è lo specchio
opaco d’un altro decennio
con ancora l’odore delle bombe sotto gli occhi.
Un vecchio osserva le cosce d’una ragazza
e ritorna ai frettolosi amplessi
tra macerie e sirene quando un bacio
poteva esser l’ultimo prima del calar della polvere.

(Da: ClanDestino, 2, 2007)

***

Lo hanno ucciso lì sul divano
o forse sul letto con tredici
pugnalate;
– così recitano le cronache.
Il coltello ancora sporco di sangue
non verrà più lavato.
La partita proseguirà in qualche circolo
da dopolavoro ferroviario
e sbaglierai sempre le solite carte,
confuso dal fumo e da un ‘cicchino’.
Lei s’arrossa di sorriso nel suo buffo
accento e si lascia corteggiare
nel fresco d’un negozio
prima di spazzare via l’estate,
di spolverare gli ultimi pulviscoli.
Sono ingiallite le tue foto nell’acqua
coi braccioli, lontano quel rimbombo
e il tuo impegno:
nei vicoli te la devi sbrigare tu,
rapido lo sguardo dei passanti
e troppo secca la tua retina
appanna i mattini.

(Da: Calendario giuliano, sezione di una raccolta in fieri.)

***

Ti sei preso un biglietto
– ovviamente di sola andata –
per il viaggio della speranza,
nella tua pervicacia da fiulino.
Ancora lei mischia i fumi del bicchiere
– con il bancomat di papà,
e quelle scuse tardive, per educazione
paiono grottesche.
S’imbrunisce il sorriso nel tempo
come ti hanno incupito l’espressione:
bisogna nascondere in fretta il frutto
del peccato e troppo pane caldo
in questa stagione
per quelle mani anoressiche.
Ti offriranno un letto in tarda età,
una tarda sera, senza nemmeno pagare:
fermarsi mentre le parole risuonano
nella chiesa e quella pacca lascia
l’impronta sul cappotto;
ti racconterai a uno sconosciuto
che già s’è scordato la tua storia:
tanto domani s’ammazza!

*

In uno zapping selvaggio insonne
un film erotico anni settanta
scontato e ridicolo e poi un cartone
di robot anni ottanta;
i tuoi piccoli eroi nelle mattine
prescuola o tuo padre in divisa
con le mostrine lucenti
e la grande pistola nera scintillante.
Le strade della metropoli all’alba
sono larghe di gente che rincasa
e in quella casbah di mura scrostate
e rifiuti all’angolo delle porte
il suo triplo mento è imbarazzante.
I tuoi scrupoli quando il ghiaccio
s’arriccia sul tetto e la brina della tua via
dura fino a giorno inoltrato;
c’è un bosco tra Lodi e Casalpusterlengo,
di pioppi che chissà da quante stagioni
accarezzano quel soffio di partenze improvvise.

(Da: Contratto a termine, sezione di una raccolta in fieri.)

***

Certo che quando l’Emilio iniziò
a tradurre versioni dal latino e dal greco,
a memorizzarsi l’atlante storico
non immaginava certo di star lì a ciondolare
in attesa di una telefonata: si vedeva professore
in qualche Università a decifrare il mistero
della lingua etrusca, a scavare nel Peloponneso
alla ricerca di nuove civiltà.
S’è alzata la via Emilia e la tua casa affonda
nella polvere però val sempre la pena
di vedere cupole e torri struccarsi di rosso
per le luci della sera.
Alla prima ombra davanti al Tardini
dalla pensione quei vecchi se la contano
su come andrà quest’anno il nuovo Parma
e ogni domenica c’è qualche poltroncina vuota
per un colpo di tosse troppo forte.
Tu c’eri quando Don Leandro e Don Lorenzo
predicavano in un angolo, te li ricordi pregare
anche per te e non sai s’è rimasto almeno
un po’ di marmo s’un muro per Fausto e Iaio.
Quest’anno non hai visto le risaie gonfiarsi
e stai ancora cercando nell’orto le tue farfalle,
le conti e le riconti ma i colori non tornano.

*

ad I.

Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano
il terùn – ha combattuto
nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:
non ci sta più con la testa e ti racconta
che lui lì era di casa… quelli sì sono bravi ragazzi
– non sa di baci e strette di mano cose loro – .
Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit
in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino
ti porta in qualche bettola a cenare;
cibi discount – studente fuori sede –
ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.
Teresa e fiulin in un caffè un po’ chic
paiono usciti da un romanzo francese;
tra le pareti si respira sapore di moka
e fumo di castagne cotte in padella
– quella coi buchi che ti ricorda focolari –
e il tramonto su tangenziale tra pali e fili
brilla anche su cupole e campanili.
Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca
di tosse e starnuti e il volo d’uccello
è solo l’arrivederci d’un abbraccio.

(Da: Nuovi contratti, sezione di una raccolta in fieri.)

11 pensieri riguardo “Calendario oltre il tempo (Vol. II) – Luca ARIANO”

  1. «Ciò che scrive è, senza artifici, senza ricercare effetti speciali, senza rifarsi ai canoni imperanti.» : sottoscrivo quando dice Gian Ruggero nel sua bella ed efficace presentazione, e lascio volentieri, benché di fretta, un saluto a tutti.
    Alessandro R

  2. Ringrazio Francesco Marotta per aver pubblicato la mia (auto)antologia e Gian Ruggero Manzoni per la bella nota critica.
    Volevo inoltre aggiungere che alcune di queste poesie sono state pubblicate su faranews di Alessandro Ramberti.

    Un caro saluto

  3. Mi piace la poesia di Ariano: è antiretorica, apparentemente dimessa, ma sempre acuta, capace di cogliere la realtà anche quando sembra nascosta dalle e tra le cose deificate. C’è sempre uno scatto vitale che giustifica l’esserci e il muoversi nel e per il mondo.
    Enrico

  4. Grazie Enrico per le belle parole!
    Questo è il prosieguo dell’antologia uscita sulla tua rivista “Nel verso”; il filo conduttore è lo stesso.
    Per me la poesia nasce dalla vita, deve far parte della vita, sennò è solo un gioco fine a se stesso.

    Un caro saluto

  5. Una cifra davvero personale e particolare muove la sincerità e la bellezza di questi versi che stanno dentro la vita, restituita con “semplicità” e passione al lettore da una voce sicura e appassionata.
    Bravo.
    liliana

  6. Grazie Liliana, le tue parole mi emozionano e lusingano, davvero!
    Hai colto il senso delle mie poesie o almeno quello che cerco di trasmettere, non sta a me giudicare l’esito…

    Un caro saluto

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