Il segno che rimane – Luigi DI RUSCIO

più degli assolutismi preferisco i miei relativismi
più di tutto il credere amo il mio dubitare
più della crocefissione d’Iddio amo la sua resurrezione
più delle concentrazioni amo le mie distrazioni

al papa mitrato preferisco un pippo scappellato
più della ritualità amo la creatività
più del sonno preferisco la veglia
più delle radici preferisco il radicalismo
all’occupazione preferisco la liberazione
degli occupanti preferisco chi lotta contro l’occupazione
non pregate
Iddio conosce tutto quello di cui abbiamo bisogno
e tutto ci sarà dato e ci è stato dato
senza chiedere niente

*

Da Iscrizioni, E-book, Biagio Cepollaro Edizioni, 2006

1

vengono alla superficie pensieri neri tenebrosi
volare dalla finestra
inabbissarmi in quell’albero di ciliege
che nasce sotto casa
splendente
luminoso nelle primavere
improvvisamente senza un segnale fiorisce
grappoli di vita felice
inizia così la stagione
dove nessuno immagina di dover morire

2

hanno ricostruito il sogno
l’orgoglio di essere i padroni della terra
di essere i migliori i prediletti
sarete purificati da tutte le contaminazioni del male
con la coscienza assolutamente limpida
sarete assassini e torturatorti

3

non si diventa un nemico
si è nemici dalla nascita
basta la nuda esistenza
per essere condannato e sbranato

4

non c’è gioia più totale
paragonabile a quella di dire la verità
sfidare la menzogna
e specchiandoci dirci:
non ingloriosamente mi addentro nelle tenebre

5

giuravo che avrei smesso di scrivere
il giorno dopo
ricominciavo come niente fosse
con tutte le poetiche e le ideologie
e le stesse parole che spudoratamente
saltano da tutte le parti

6

il lurido verme
la farfalla luridissima
quella farfalla che si mimetizza
tra i teschi e i mortuari fascisti
quella farfalla stoppacciosa polverosa farinosa
sono anche necrofori
amano gli uomini
quando li hanno trasformati in cadaveri

7

il sottoscritto
è uno scopiazzatore matricolato
riuscendo a scopiazzare perfino le raccolte
che non sono state ancora pubblicate

8

le vostre poesie mi rifiuto di toccarle
vi conosco so chi siete
ho lavorato per quaranta anni
tra i delinquenti

9

non bisogna liberare tutto
liberati i nazisti
organizzarono subito i campi di sterminio
gli sfruttatori vanno incatenati
bisogna sapere bene
quello che è da liberare
e quello che è da incatenare
e non è da liberare neppure la nostra perfidia

10

in una gioia sempre crescente
ho incontrato persone
in una gioia sempre crescente
alonate da una gioia sempre crescente

***

La fabbrica e la scrittura
(tratto da Il Mese, supplemento di Rassegna Sindacale, 24-30 gennaio 2007)

Ecco di nuovo il caporeparto che mi si presenta davanti e vorrebbe che faccio gli straordinari sabato e domenica e come potevo dirgli che non potevo fare gli straordinari perché dovevo iscrivere le poesie della mia italianitudine e se tutto questo casino non lo scrivo io non ci sarà al mondo un altro testa di cazzo a scriverle tutte e cominciavo ad enumerare tutti i miei mali, renella, mal di schiena, prostata arroventata. Aristotele nella sua morale ha scritto che agli schiavi la menzogna possiamo anche dirla io invece vi consiglio di non dire mai la verità ai vostri sovrapposti qualsiasi essi siano anche di tipo religioso, cercate di dire la verità solo ai vostri simili, fate vivere il nemico in un mondo inesistente, nella perenne incertezza, fateli vivere nella menzogna, dovete ingannarli. Sulle mie trafilatrici tutto è in perfetto ordine, il caporeparto controlla continuamente le spazzole, tutto è eseguito con intelligenza, velocità e precisione, normalmente aumentando la velocità diminuisce la precisione, ciò non avviene per quello che riguarda il sottoscritto che aumentando la velocità aumenta anche la precisione. Il tutto funziona tanto bene che il caporeparto si sente provocato, non me la sento proprio di sbarbarmi tutti i giorni per farmi bello a quest’imbecille che mi scruta. Ogni tanto emetto un urlo quasi per far vedere a tutti che sono vivo, che esisto anche io. Quando lavoro non voglio essere guardato, se vengo troppo scrutato fermo subito le macchine e vado subito davanti allo scrutatore e gli domando se ha da dirmi qualcosa? No io niente, guardavo solo. Va a guardare dall’altra parte, sbamba! I compagni che lavorano con me sanno tutto, vedono la poesia del sottoscritto vivente davanti a loro, anche le commesse la vedono e sorridono al passaggio della poesia nostra, la poesia è un atteggiamento speciale verso l’esistere e si rivelerebbe anche se non avessi mai scritto niente, è un modo nuovo di essere, quasi un nuovo avvenimento biologico. Siamo finalmente venuti.

Una fabbrica chimica vicina a dove abito con un processo produttivo perfettamente razionale, alti dividendi, operai trattati bene, puliti, tranquilli, una fabbrica che ha solo un difetto, produce una grandissima puzza, un paese che vive benissimo se non ci fosse una perenne e terrificante puzza di merda, i treni passano velocissimi per sorpassare la grande puzza nel più breve tempo possibile, gli automobilisti della vicina autostrada chiudono i finestrini come se dovesse passare un profondo tunnel, stanno attraversando la grande merda, il direttore della fabbrica della merda dice che la grande puzza è tecnicamente eliminabile però i costi sarebbero tanto elevati che è preferibile chiudere la fabbrica, comunque la grande puzza non è pericolosa per la salute umana e piano piano il tutto venne a puzzare di merda, anche il materasso s’impregna della grande puzza, perfino le ragazze carine quando vanno all’università non riesco a togliersela da dosso la grande puzza, vivere della grande puzza oppure morire, il paese si trasformerebbe in un paese di vecchi e se un giorno i paesi sottosviluppati dell’Africa e d’Asia raggiungeranno il nostro livello il mondo intero avrà una grandissima puzza irrespirabile, un effetto serra ci strangolerà e per vivere dovremo morire, i fiordi nordici già tutti pieni di merda e tra questa merda vivono salmoni nutriti a penicillina per frenare i paurosi cancri tra le squame, per vivere dobbiamo mangiare la nostra merda, non era questo il futuro sperato.

Uscire dalla fabbrica era come uscire da una guerra dove si esce vivi solo per caso, tutto quell’unto, polvere della trafilatrice, i saponi bruciati, lo stridulio dei ferri, il sudore che scendeva sino agli occhi, quest’urlo non potrà essere sentito, neppure tutti gli urli di tutti noi messi insieme, qualche trafilatrice lustrata stirata continuamente non oltrepassare la norma è meglio stare sotto chi non resiste verrà scaraventato nel massimo dell’orrore sociale, questa è l’ultima stazione, sei ancora nell’organismo sociale se ti licenziano è come se venissi sputato nell’ignoto in una caduta che non verrà attutita, l’operaio metalmeccanico è attaccato a qualcosa di diabolico, un polacco mi diceva che lavorare per l’avvenire sotto i comunisti era ancora peggio, ammiro il coraggio di mia moglie intestardita a sposare un operaio che è pressato al massimo e che guadagna il minimo, bestemmiatore ateo e anche comunista, qualche macchina ferma sembra una cassa da morto per chi sta veramente male mettersi sotto cassamalattia è difficile, di questo italiano straniero non sappiamo niente si sa solo che puzza ed esiste, un tempo ogni venerdì distribuzione della busta paga era veramente una bustina dentro le carte monetarie belle nuove coloratissime, nel guardaroba le casse di ferro tutti nudi sotto la doccia stanchissimi, sono norvegesi bianchissimi e quasi tutti spelati, perdiamo i denti, i capelli, le forfore, catarri, resti biologici ovunque è anche il momento della liberazione, una allegria della stanchezza in quel momento che sembrava essere vicini alla fine, uno si faceva la doccia una volta all’anno alla vigilia di natale e neppure puzzava.

***

Testi inediti

PER MARIO BIANCONI

fu nel momento più fulgido della mia giovinezza
che io e Bianconi poeta fermano
facemmo cagnare per un verso sbagliato
io velocissimo a saltare le fratte per non farmi cogliere
e tu sessanta anni dopo mi venivi incontro
in un vicolo reso splendente
da un sole che a raggi dorati tramontava
tu eri una perfetta ombra
che mi veniva incontro dallo splendore
e più che un riconoscerti eri una rivelazione
rividi in un lampo tutto lo splendore delle nostre cagnare
meravigliati di rivederci improvvisamente vivi
e con le braccia intatte per abbracciarci

nessuna strada sembra più strada
del vicolo in cui sono nato
in giù per la discesa precipitavo
mentre le madri urlavano
fuggivo da loro
le ultime radici troncate
ero finalmente vivo
e in salvo
con le poesie scritte

i voli strani sconclusionati
degli uccelli ai primi voli
si gettano a precipizio dai nidi
appena sfiorano il suolo si rialzano
uno sale altissimo
e come colpito da improvvisa vertigine
di nuovo precipita
e il poeta dalla finestra scruta
i tuoi spasimi

l’universo spasimava
per potersi vedere
alla fine è riuscito a creare l’occhio umano
ed è con il nostro occhio
che alla fine l’universo è riuscito
a guardarsi

*

chiudere un porco vero nel reparto non un porco normale un porco insomma un maiale insomma chiuderlo nel reparto per otto ore vediamo come reagisce l’associazione protezione animali vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà un maiale schianta strozza impazzisce si indemonia vediamo se è ancora commestibile vediamo se il sistema nervoso non gli si e spezzato vediamo se è diventato impotente con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi se è sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale portiamolo nelle tante terre abbandonate e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi sgambetta liberato respira arie pure saziati però la proposta dimostrativa non può essere accettata il maiale è stato selezionato perché ingrassi tenere bistecche di maiale sottilissime fette di prosciutto e ingrassi un grassissimo cervello per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa ti aspetta un lungo coltello chi lavora in un reparto è stato selezionato per tutta una cosa diversa resisti allo schianto per tutta una stagione sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente devi resistere intero sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi metti un uomo nel reparto chiudilo dentro per otto ore consecutive vedi come reagisce prendi un uomo dell’umanesimo staccalo dai quadri affreschi dei grandi umanisti prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce fare moltissime prove vediamo cosa succede vedi se diventa pericoloso (può diventare pericoloso chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive può diventare molto pericoloso controllate tutti i telefoni apri il suo cervello vedi cosa medita misura la sua rabbia aspettati che scoppi)

*

il papa e mio padre:
il papa diceva tutto e non ha mai fatto niente.
mio padre ha sempre taciuto
ed ha costruito le case picene
era tranquillamente
con quelli che costruiscono l’universo umano

(In tanti tipi la dissociazione tra quello che dicono e quello che fanno, cioè quello che dicono e quello che sono, è drammatica. Infatti si è quello che si fa e non quello che uno dice, se giudichi una persona solo per quello che dice sarai un giorno truffato.)

l’imbecille protesta per le persecuzioni dei cristiani
un cristiano dovrebbe protestare per tutte le persecuzioni
essendo per un cristiano
tutti gli uomini del pianeta
chiesa di cristo

graffito trovato a Fermo nell’autunno del 2005:

Ciao mondo!
E’ Iddio che vi saluta.

***

Note critiche

Seguono ora nella processione dopo un’ora di congreghe i nati più vicini a Dio, al SS. Sacramento e qui la poesia si amalgama nel tratto e nel disimpegno-impegno di liquefare gli apporti giuridici di esigui, melensi intrugli del dire e del fare di ottima azione degli “Enunciati” di Luigi Di Ruscio, un poeta emarginato, ma riconosciuto nel tempo, da operaio emigrato in Norvegia, ma da lì sempre legato alla madre patria, l’Italia, un luogo infernale di coazione conforme allo spettacolo di iniziative ora buone, ora eccellenti. Ma lontano anni luce dalla perfezione che richiede la letteratura, la poesia in ispecie, ora il fascino dovizioso, si estende rapido e solenne nella mercanzia a libro aperto. “Il pianeta è ora nella sua più splendente chiarezza / il pendolo dell’oscurità sta per precipitare verso la fine / vedremo il sole spostarsi verso la costellazione del capricorno / vedremo un asteroide passare tra l’orgoglio dei pianeti / l’asteroide passerà tra i pianeti morti a precipizio”, eccetera. Un incipit di colorazione “L’uomo discende dalle scimmie o dai maiali”; “la guerra per l’internazionalismo e il comunismo / è stata lunga e terrificante / come è lunga e terrificante la vita operaia”. Ora qui si chiude l’assioma “come lunga e terrificante la vita operaia”, con tutte le sfumature delle lotte sempre in atto di chi è padrone solamente di toccare la merce con le proprie mani, ma non per possederle. In questa fase di lotta, di sperpero dei principi comunisti “discendiamo da scimmie operaie esatte” e il martellamento condusse una serie di lotte e congiure. Siamo nella parte centrale della mente, assorbito l’occhio e la mano nell’inazione-azione di consumo del prodotto mercificato, tutto soccombe e s’intreccia “scaraventando nel fango le bandiere”: La mercificazione della classe operaia porterà “uno scheletro operaio…/ nel museo delle civiltà industriali” / mentre “un altro andrà a finire nell’orrore / del museo antropologico di Londra”. Ma non mancano le situazioni conformi al privatismo, anche nell’azione condotta dall’occhio sempre vigile dei temi compunti dal Di Ruscio. Si vede il numero 8 “quando improvvisamente rivedo una mia poesia”. Ma i ricordi sono lontani, accostati nella vicinanza del pensiero, e da qui “i mezzadri ancora urlavano per i nuovi patti colonici / armato di un binocolo da teatro scrutavo i satelliti di Giove /” dove l’azione si esaurisce con una forte immagine, a nascondere una verità sacrosanta modellata alla vecchia maniera d’intendere. L’atto coscienziale è ovunque, anche per chi sa di aver perduto una lotta: e così “se scoppierà la catastrofe termonucleare si salveranno / gli ultimi paesi della Groenlandia / gli esquimesi ridiventeranno i padroni della loro terra congelata”.
(Pietro Terminelli, dalla rivista “Involucro“)

*

Certe “presenze” culturali di Di Ruscio sono misteriose quanto quelle di un poeta da lui ammirato come Dino Campana. Non si sa come Campana potesse fisicamente esser venuto a conoscenza di certe cose. Pure, le conosceva. (Un solo esempio, fra i molti che vorrei fare, è il tornare spesso –nell’autocaratterizzazione di Di Ruscio come poeta non per scelta – di una metaforologia di chiaro stampo esistenzialista, e non solo sartriano (Sartre è citato nel testo), quanto a volte, parrebbe, direttamente heideggeriano… (alludo al tornare frequente dell’immagine di chi è gettato-nel-mondo: ciò che vale, caratteristicamente, tanto per il trauma della nascita che per quello dello sradicamento). In definitiva, mi viene da pensare anzi, è proprio Campana l’archetipo del poeta fuori – fuori da ogni circuito, culturale e più in generale sociale – che oggi Di Ruscio anacronisticamente incarna.
(A. Cortellessa)

15 pensieri riguardo “Il segno che rimane – Luigi DI RUSCIO”

  1. Non capisco l’ “anacronisticamente”…rispetto a quale cronos? Di Ruscio ha fatto e fa le sue scelte, e mi sembra anche da molti/e apprezzate, e se poi le “incarna” significa che una valenza queste scelte forse ce l’hanno. E se Campana ne è l’archetipo (perchè naif? perchè “etico”? perchè “fuorigioco”?) significa che questo archetipo una sua forza innata o persino *sociale* ce l’ha, visto che anche il mercato attuale i “Canti Orfici” continua *cronicamente* a pubblicarli e venderli alla grande, un saluto, Viola

  2. L’avverbio contiene un rilievo critico tutto rivolto all’esterno, rispetto al quale, e solo per restare in ambito estetico, la poesia di Di Ruscio è (io direi: per fortuna) quanto di più refrattario possa esistere. Certo che la nota, estrapolata dal contesto in cui è inserita, può ingenerare qualche dubbio, ma, secondo me, non fa che attestare l’unicità e la “non-riproducibilità” dell’opera di questo grandissimo autore rispetto a tutto il panorama del Novecento.

    Sono sempre più convinto che sia giunta l’ora di cominciare a fare i conti, criticamente, con quest’opera, indagarla a fondo, come merita ampiamente, e non solo sul piano di una adesione “emozionale” ai contenuti. Già Fortini, e siamo nel 1966, faceva cenno alla carica eversiva di questo linguaggio antilirico, alla sua estrema vitalità e capacità di proiettarsi nel futuro, più di tante celebrate produzioni della neoavanguardia. Ecco, si potrebbe partire da qui; oppure, raccogliendo un suggerimento di Quasimodo, vedere in che modo la sottile componente simbolica di alcune opere si stempera e si riflette nel linguaggio quotidiano della storia, che ne è il substrato imprescindibile. O, ancora, studiarne la “prepotente componente epica” (Massimo Raffaeli) e vedere in quali modi e forme è arrivata, silenziosamente, ad influenzare poetiche (anche di autori celebrati e canonizzati) che mai denuncerebbero il debito contratto.

    Vista l’irreperibilità di buona parte della produzione cartacea di Luigi, io mi permetto di consigliarvi due sue opere antologiche, facilmente accessibili: “Firmum”, pubblicata da peQuod nel 1999, e “Poesie operaie”, uscita per le edizioni Ediesse nel 2007. Non possono mancare nella biblioteca di nessun amante della grande poesia.

    Una buona serata a tutti.

    fm

  3. Grazie Francesco, mi sembrava strano infatti che Cortellessa solitamente attento avesse “rincantucciato” Di Ruscio; sul valore “epico” ,a partire da una iniziale lettura neo-realista dei testi, concordo molto anche se in Di Ruscio c’è sempre, secondo me, una componente di corrosiva ironia e di ancoraggio al concreto che lo libera (per sua e nostra fortuna) da ogni cattiva retorica, buona serata, V.

  4. Viola, io credo, e non da oggi, che la poesia di Di Ruscio contenga, tra le altre cose, anche una ri-definizione della nozione di “epos”. Tutta ancorata, comunque, alla riscoperta, e al riutilizzo, della dimensione corale, comunitaria, “orale”: che recupera un dire estraneo alla logica dei generi e alla loro codificazione retorica, e all’interno del quale a dominare non è la “struttura”, ma la “materia” stessa, che diventa incandescenza fisica irriducibile, canto dialogante in nome degli ultimi, che in questo fuoco acquistano volto e voce.

    fm

  5. ogni volte che cè di Ruscio non posso che leggerlo e rileggerlo.
    sarò sempre riconoscente al Marotta per averlo sponsorizzato a suo tempo e a quel barbone del mio libraio che alzando il braccio mostrandomi con orgoglio il libro “rosso” dal formato largo, delle edizioni sindacali ediesse esclamava: “questo, pirlot! l’hai lett?”
    non conoscevo i testi inediti dedicati al Bianconi…bellissimi!
    saluti,
    roberto

  6. E’ uno dei pochi lati veramente positivi della rete, Red: la possibilità di scambiarsi e far circolare idee e conoscenze.

    Buona giornata.

    fm

  7. Di Ruscio è uno di quei “maestri in ombra”, come Emilio Villa, Rodolfo Wilcock, Cacciatore, Cesarano, Brugnaro, da cui non si cessa di restare da cui non si cessa mai di restare affascinati. Non so perché, ma mi viene in mente, leggendo i suoi versi, una laica (ed al contempo etico-religiosa) asserzione di Fortini (ma quanto lontana da ogni paratia confessionale-clericale): “i santi sono vittoriosi” …
    Ovviamente, un plauso ed un grazie, Enrico.

  8. “torturatorti” non è male. e molto altro ancora non è male. e non c’è poeta che non giuri di smettere di scrivere e di ricominciare al più tardi il giorno dopo. non importa che altriocchi leggano quello cha hai scritto. ma tu scrivi semplicemente perché non puoi farne a meno. come il mondo. è la sua natura e non può esserci altro da fare. ciao

  9. Cari lettori, cercate: http://www.diruscio.it
    troverete documenti che mi riguardano e una fotografia di mia nonna, Nardinocchi Cristina, a cui ero molto legato, è bello pensare che le mie ceneri riposeranno insieme alle sue, ho 78 anni e bisogna prepararsi a ritornare da dove siamo partiti, vi ringrazio
    Luigi Di Ruscio

  10. Una pagina del mio romanzo L’ALLUCINAZIONE edito nel 2007 da CATTEDRALE Ancona

    Ieri passeggiando pensavo a una possibile poesia per mia moglie, un elogio alla “forza della sua debolezza”, il “superare le malattie più gravi con un’alzata di spalle”, un girare nel labirinto delle piccole cose, nominare le crune degli aghi, un bottone staccato e perso, la telefonata che fa bruciare la frittata, ci perdiamo nel caos delle cose minuscole e penso che per queste cose sono brave le scrittrici, le donne vivono nella concretezza delle mura domestiche senza divagare, noi invece pensiamo sempre ad altro e Gustav Aschenbach viveva in albergo, a me piacerebbe vedere un bel diario della ragazza delle pulizie di quell’albergo. Immagina un diario di una di quelle suore che accudisce il papa, che magari al papa dovranno anche pulirgli il culo, dovranno lavarlo, pulirlo come fosse un bambino. Una scrittura vicinissima all’orribile concretezza di ogni giorno, devo averlo un libro di una svedese, il diario di una lavatrice di pavimenti, spero di ritrovarlo.
    Luigi Di Ruscio

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