Due interventi sulla poesia di Tiziano SALARI

[Alcuni testi tratti da Il fruscio dell’essere sono leggibili qui.]

Gaetano Chiappini
Tiziano Salari, Il fruscio dell’Essere, con un saggio di Mario Fresa, Salerno, Nuova Frontiera 2007.

Ho letto a lungo e doverosamente riletto questi testi bruniti e corruschi, collocati sulla flebile traccia di un capello ad ascoltare con amorosa fierezza il transito della natura. Tra visibile e invisibile, oltre i monti, Salari sta cogliendo l’antico messaggio della bottiglia cosmica. E ne viene questo cammino articolato – anche gli incipit sembrano riprendersi nell’indice come un unico cammino.
Del resto, eluardianamente, la poesia è ininterrotta. Essendo questo, ormai è chiaro, il travaglio odierno del poeta, che non sa più scegliere davanti a tanta abbondanza. Ma Salari, lucido e tenerissimo, avanza coraggiosamente, tendendo allo spasimo il suo udito sempre finissimo, là dove l’argomentare inquieto e innamorato è il suo modo di percepire quello che resta il mistero dell’essere. Di cui il poeta anticipa il fruscio sui minimi della percezione (minuzie, certo, ma chissà che anche in esse non si persuada la sofferenza!)., ponendosi sui profondi versanti della mente e dell’anima che spasima senso. Se il senso non sia già anche solo quel protrarsi dell’attesa. Del resto, Salari stesso parla di bilico, perché il luogo è minimo, appena uno sbattere di tapparella tra tenebre e alba, in certi risvegli minimoumani, quando ancora le tenebre si lasciano solo ferire dai nostri movimenti poco disinvolti. Ecco, questa mi sembra la metafora giusta dell’ardito sacrificio di Salari a cogliere le reliquie della vita e a renderle eroiche testimonianze di uno sforzo d’interpretazione di tutta una storia, privata ma pure esemplare, almeno per tutti noi. La morte s’insinua nelle prime screpolature dell’essere: odori di pietre logore, tempi che si capovolgono, resistenze di cui prima non sentivamo il bisogno, rumori che ci trattengono di più come se volessimo respingerli, ma essi non lo consentono, addensando intorno a noi ombre più spesse.. Ed allora è bello scoprirsi come bambini anzi lattanti nuovamente redenti e in grado di redimere le aporie, tra cani astrali e cani di cortile, anche noi assuefatti eroicamente a concentrare esperienze da tramutare in pur pallida sapienza.. Salari si sta avvicinando a questa sapienza povera e dimessa, quanto fiera di accessi e trepida di letture fedeli all’uomo e al suo attendere nella sofferenza. Verso impossibili vittorie, ma anche verso una pace cercata tutta la vita. Ritorno è la poesia in cui questo sondare l’atto irreversibile e pure possente a dire l’emozione del ponte che separa le ombre dal sole, tocca il suo vertice. Quel sole a cui è stato affidato ogni volere restare al di qua dei monti, a esplorare la frontiera del nascosto, là dove la luce non impallidisce, ma si riverbera con più fuoco che mai.

***

Giorgio Linguaglossa
La sensiblerie del Tramonto nella poesia di Tiziano Salari

Oggi è incalcolabilmente più complesso pensare in modo non ingenuo i problemi estetici proprio in quanto «la coscienza estetica avanzata converge con quella ingenua, la cui visione aconcettuale non si arrogava il diritto di possedere alcun significato e, proprio per questo, talvolta lo acquistava. Ma anche su questa speranza non si può più contare. La poesia salva il suo contenuto di verità solo là dove, mantenendo uno stretto contatto con la tradizione, al tempo stesso la allontana da sé. Chi non vuol tradire la felicità che la tradizione promette ancora in alcune sue immagini, la possibilità sepolta che si nasconde sotto le sue macerie, deve voltare le spalle alla tradizione, che abusa di quella possibilità e del significato volgendoli in menzogna. La tradizione può riemergere soltanto in ciò che ad essa spietatamente si nega» 1). Tiziano Salari è un poeta che da tempo è impegnato a riparametrare la poesia italiana contemporanea all’interno del quadrante della speculazione sull’arte che il Novecento ha prodotto. Certe sue retromarce alle posizioni filosofiche del giovane Lukacs pre-marxista, lo rivelano per uno dei più attenti e problematici poeti della contemporaneità. La sua convinzione che occorra individuare una terza «linea» o «canone», una terza direttrice di marcia all’interno della forbice costituita dalla linea dello sperimentalismo e da quella che si è storicamente attestata sulla riproposizione di un discorso lirico progressivamente rimodernato e ristrutturato, è un tentativo altamente encomiabile e degno di attenzione. È qui che si giocano, e nel futuro si giocheranno, le vere partite decisive, è su questo tavolo che nel prossimo futuro si faranno i conti in tasca alla poesia italiana a cavallo dei due millenni. Quali novità sono state apportate dalla «nuova poesia» e dalla nuova speculazione sull’arte al «canone» del Novecento? E queste novità si situano sostanzialmente in una direttrice di continuità o introducono una dis-continuità, una rottura e una direzione «divergente» rispetto alla canonizzazione professata dal «canone»? È il «canone» novecentesco del tardo Novecento realmente maggioritario dal punto di vista dei risultati estetici, od è invece maggioritario soltanto dal punto di vista degli equilibri politici ed istituzionali?

Oggi, porre il problema della poiesis significa riconoscere la problematicità aporetica delle norme che disciplinano la prassi artistica; così che la modernità è indiziata di un inesauribile politeismo di norme proprio in quanto i processi produttivi extraestetici pongono con forza l’esigenza che i processi produttivi estetici siano pensati come profondamente contraddittori ed antinomici. In tal senso, Tiziano Salari è convinto che una nuova poesia non potrà che sortire da una critica totale e radicale del presente. La sua lettura di Heidegger, attraverso la lezione del giovane Lukacs, è oggi una delle più autorevoli ed originali direttrici di ricerca della «nuova poesia». Salari ripianta la parola poetica all’interno di una sensibilità del «Tramonto». La parola poetica è «radice errante», il «senso» è disperso e soltanto il «profugo, sempre, mai/ rimpatriato» è portatore di destino, «nel luogo del principio/ errabondo nel logos», come recita la poesia di apertura dell’ultima raccolta del poeta di Verbania, Il fruscio dell’Essere (Nuova Frontiera, Salerno, 2007). È significativo l’accenno esplicito al «principio», contenuto nel frammento citato; la riflessione del poeta si concentra sul punto di origine della crisi della parola poetica novecentesca, Sta di fatto che una «nuova poesia» nasce allorquando matura una nuova concezione della parola, soltanto allora, improvvisamente, la nuova sensibilità per la parola fa apparire invecchiata la poesia immediatamente precedente. Salari è ben cosciente che fino a quando non si consoliderà questa nuova sensibilità per la parola e non troverà ricetto nella pagina scritta di un poeta, appariranno soltanto opere di accademia o di epigonismo. La lingua, per il poeta di Verbania, non è un semplice medium nel quale transita l’intenzione significante, non è un conduttore di energie significanti o un tubo catodico nel quale si verificano gli effetti elettrostatici e cinetici che noi sperimentalmente vi induciamo. Vista nella sua totalità «ogni lingua comunica soltanto se stessa», afferma Benjamin. È illuminante l’attenzione prestata da Tiziano Salari alla categoria della «totalità». Ogni opera d’arte linguistica è un in sé che si esaurisce e si legittima nell’ambito del proprio orizzonte linguistico. Ogni opera d’arte è una totalità temporalmente determinata. Ai contemporanei un’opera d’arte può non parlare, può restare muta sulla soglia della comunicazione universale, in attesa che essi affinino una sensibilità adeguata alla comprensione di quella parola poetica.

La poesia di Tiziano Salari nasce dunque e si consolida lungo l’alveo della crisi novecentesca della parola poetica, traendo da questa crisi le linfe e le forze per attraversarla compiutamente ed approdare ad un nuovo continente linguistico. Mario Fresa nel saggio in calce a Il fruscio dell’Essere scrive: «Il discorso poetico (di Tiziano Salari) si presenta, così, come una riscrittura della crisi e, anche, come l’emblema di una volontà di rifiuto di quella scrittura pacificante, di natura “personale”, autobiografica, di tanta scrittura poetica, passata e contemporanea. Non esiste nessun “io” (ci ricorda la poesia di Salari) che non sia costantemente esposto al pericolo, alla possibilità di un dubbio intorno alla propria esistenza». e, poco innanzi: «Ma esiste davvero, l’io? È proprio questo, in verità, il primo grado da superare, la prima “prova” che l’io deve affrontare per uscire dal giogo delle necessità del volere-avere: imparare a non più riconoscersi. Accettare l’infinita molteplicità del suo essere. Ascoltare la voce profonda dell’Ombra. Abbandonarsi. Lasciare una volta per tutte la “propria” casa». «L’io non è dunque protagonista di nessuna azione. La forza sotterranea di un dèmone scuote il torpore del suo conciliante rapporto con quello che usa chiamare il proprio “sé”: l’io si frantuma, si dilata. Ritorna all’istante zero, all’inizio e alla fine di tutto» 2).

La poesia del poeta di Verbania tende così alla rappresentazione dell’epifania dell’Essere; il carattere «astratto» di questa poesia è appunto il prodotto di questo secolare processo di disintegrazione dell’«io», che coinvolge in questo moto di disparizione anche la pronuncia della parola poetica, almeno come l’abbiamo fin qui conosciuta e frequentata. Nella poesia di Tiziano Salari la parola poetica si presenta come «mancanza», come un improvviso vuoto che separa il nome dalla cosa: il vuoto della cultura del tardo Novecento che ha propugnato la validità di quel vuoto e di quella mancanza.

«Il percorso poetico – continua Mario Fresa – di Tiziano Salari s’inizia con un libro di false partenze e di infiniti punti di vista: Grosseteste e altro (Edizioni Forum/Quinta Generazione, 1983)… la “falsa” partenza riguarda qui l’equivoco e il dubbio… intorno all’effettiva presenza di un “protagonista”, ovvero di un io. La domanda che deve porsi il lettore è, prima di tutto: chi è Grosseteste? O meglio: assistiamo davvero alle azioni di qualcuno che possiamo definire e circoscrivere col nome di “Grosseteste”?». Fin dall’inizio della sua ricerca, Salari ha chiaro il concetto che la problematica autocostruzione dell’«io» che la cultura del tardo Novecento ha messo in mora, rende ancor più problematico un discorso lirico piantato interamente sulla presupposizione della finitudine dell’io poetico. «La voce di Grosseteste – scrive Mario Fresa nel saggio citato – appare da tutte le angolazioni possibili; vive di molti timbri; egli è vivo ed è pure morto (o, forse, mai nato). I suoi gesti dicono la volontà di un’azione e, contemporaneamente, ne disapprovano il senso. Dunque, Grosseteste non esiste, eppure vive all’infinito, parla da sempre. Il volto dell’Essere è uno e molteplice» 3).

Con i versi del poeta di Verbania: «essere bilingue, multilingue,/ disorientato e/ straniero nella propria lingua/ in una sola lingua sradicato» (da Il fruscio dell’Essere); d’ora in avanti, il poeta del Moderno si troverà impaniato nella irresolubile condizione di straniero nella propria patria e di straniero nella propria lingua, una duplice condizione di estraniazione che soltanto i più consapevoli «nuovi poeti» del tardo Novecento intenderanno nella sua pienezza di risvolti e di sviluppi. È questa la condizione spirituale affrontata ne Il Pellegrino Babelico (2001), che reca in exergo l’ammonimento di Angelus Silesius: «Sei la Babele stessa: se non esci da te/ In eterno rimani taverna del demonio». Il Pellegrino Babelico ha letto tutti i libri ed ha percorso tutte le avventure del pensiero e della poesia universale: nella sua voce e nella sua mente si affollano le dichiarazioni di Shakespeare e di Baudelaire, di Kafka e di Nietzsche, di Schopenhauer, di Freud, di Cervantes… il Pellegrino si perde in tutte le lingue e in tutte le identità, non ha più una identità, gli dèi sono lontani, si profila il Tramonto. Dentro le quinte e il fondale del «Tramonto» la parola del discorso poetico è macchiata di inautenticità. L’«io» del «Tramonto» è una finzione e la sua parola è inautentica. Dal punto di vista del Tramonto, il discorso poetico come l’abbiamo conosciuto nel Novecento, diventa sempre più falso, posticcio, prodotto di una finzione, ideologicamente accettabile sì, e accettata dai più, ma in verità, profondamente falsa; e le sue parole suonano alle orecchie e agli occhi del Pellegrino Babelico, profondamente false e inautentiche. La sezione denominata «Tramonto» de Il fruscio dell’Essere, ha un andamento saggistico-prosastico; nelle nuove condizioni spirituali e materiali del nuovo secolo, il discorso poetico, così come l’abbiamo conosciuto, ha terminato il suo ciclo vitale, l’unico discorso poetico possibile è questo che si profila all’orizzonte: un ibrido, un ircocervo, a metà tra la prosa saggistica e il saggio poetico, che oscilla, come il cappio di un impiccato, tra la finzione e la famigerata positura dell’«io» poetico. «Giorni brevi d’inverno, con i crepuscoli precoci. Anche le percezioni si contraggono, e la vita sembra meno preziosa, l’addio al giorno che muore più estenuato. A volte non si tratta neppure di un addio, ma di un lento trapasso dalla penombra all’ombra». «Ogni tramonto è tutti i tramonti e allo stesso tempo quello assoluto e irripetibile. L’ora della nostra morte».

Da questa condizione spirituale di desertificazione, chi ritorna, il Pellegrino che ritorna è un ectoplasma, un viandante che ha dimenticato di esserlo, e che avanza a tentoni incontro ad «un aperto destino», mentre intorno cade la neve. Ecco la poesia intitolata «Ritorno» (da Il fruscio dell’Essere):

sulle acquee superfici di latta rilucente
percossa da un tremulo raggio granuloso
s’avanza un traghetto lento verso il molo

un uomo cammina sul ponte e scruta le sponde
che si avvicinano con lo stratagemma
di guardare le cose che la sua vista abbraccia
come perdute o per lui morenti
mentre ancora le possiede
sul limitare di un aperto destino

spetta a lui la decisione di mutare percorso
e nessun dio lo può salvare
dalle nocche delle Madri
che premono velate nell’addiaccio
dell’inconscio a rinchiudere
in un anello i cappi esistenziali

e balzano greggi di case bianche su per i monti
a smuovere nel profondo
la nostalgia di un rifugio,
ma l’uomo sa che solo
nella parola e nel verbo della sua mente
è l’approdo e il resto è neve
al grido del battelliere
al sole che dissigilla nel vento.
case cupole e bandiere.

Note

1) T.W. Adorno, Teoria estetica, trad. it. Torino, Einaudi, 1975
2) Saggio di Mario Fresa in appendice a Il fruscio dell’Essere, Nuova Frontiera, Salerno, 2007
3) Ibidem

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