Cirque de la solitude – di Marco ROVELLI

CIRQUE DE LA SOLITUDE
una storia vera ed una fiaba

Tutti gli uomini profondi sono unanimi nel ritenere – ne prendono coscienza Lutero, Agostino, Paolo –
che la nostra moralità e i fatti di essa non coincidono con la nostra volontà consapevole.

Jacob Taubes

L’essere non si trova da NESSUNA PARTE.

Il sacrificio è necessario perché sia pronunciata, rivolgendola a colui che esso affascina,
la sola frase che lo rende uomo: «TU SEI tragedia».

Georges Bataille

I.

Era giovane, la conoscevo. Non aveva ancora trent’anni. E ancora i trent’anni non le avevano portato in dono il fuoco.
Il suo compleanno sarebbe caduto qualche mese dopo, ma lei aveva deciso di festeggiarlo in anticipo. Non voleva perdere il passo, lasciare che lo sconforto la riagguantasse. Voleva approfittare, così diceva, di quel periodo dai piedi lievi, e festeggiare finché il tempo era propizio.

Era bella, di una bellezza eccedente. Un corpo pieno, col dono della presenza. Come se ad ogni passo prendesse possesso della terra. E la voce era la risonanza di quel passo. La medesima forza, la medesima presenza affilata.
C’era un vuoto, al fondo della voce di Sofia, che pareva forgiare le parole, come tratte dal nulla con gesto di illusionista. Si aveva l’impressione che venissero pensate solo dopo essere state pronunciate. Prima c’era solo quella melodia, la voce adorata di Sofia.

Ma quella sera era stato diverso.
Irene seduta davanti a lei. Vi erano parole sospese a mezz’aria, che una di loro due avrebbe potuto cogliere, e pronunciare.
Rimasero sospese, incolte. Sofia aggirò il silenzio con un flusso di parole deraglianti, come da una ferita. La voce, quella sera, era diversa. Sincopata, scandita da gorghi sospesi, silenzi innaturali.

La ricordo la sera in cui festeggiò i suoi diciott’anni. Aveva invitato gli amici a casa del fidanzato. Una bella villa, sulla prima collina, con un grande vigneto intorno. I genitori del fidanzato erano usciti di casa apposta per farla sentire più libera. Ma lei, quella sera, pareva una creatura del silenzio. Poi pianse. Ricordo, un pianto discreto, ma inconsolabile. Lo spavento dell’età adulta, disse qualcuno. Non era così, Sofia era già diventata adulta. Piangeva invece perché sapeva che la sua infanzia se la sarebbe portata dietro per sempre. E vedere in volto la propria infanzia, senza remissioni né indulgenze, la terrorizzava. La consolazione fu il dono di ognuno a Sofia, quella sera, e Sofia non lo accettò da nessuno. Lasciò il suo fidanzato il giorno dopo.
Si fermò a dormire da me, quella notte.

Poi ci trasferimmo in città, per l’università. Abitavamo in due condomini vicini. Ma lei, periodicamente, si chiudeva nelle sue notti profonde, e mi lasciava fuori. Spariva, prendeva congedo da sé.
Non rispondeva quando telefonavo, né quando suonavo alla porta. Nessuno sapeva più nulla di lei. Quando riemergeva dal suo silenzio, e le chiedevo dove fosse andata, non rispondeva. Sorrideva con indulgenza, come una madre sorride al sobbalzo del suo bambino per l’abbaio di un cane.
Si racconta che un giorno i vicini, sapendola in casa e non vedendola uscire da settimane, né sentendo alcun rumore, si rivolsero alla polizia. Stavano per entrare nell’appartamento, quando lei si fece viva. Socchiuse appena l’uscio. Aveva addosso un sorriso freddo, d’un altro mondo. Nemmeno le servì parlare. Si scusarono per il disturbo.
Un giorno si fece mettere un camino in sala. Si perdeva nel fuoco. A riconoscersi nei mondi che abitano ogni fiamma, nella perpetua combustione che gli dà vita. E continuava a prender congedo da sé, e dal nostro mondo – l’unico, per noi che non possiamo conoscere gli altri.

(Non dovrei essere io a parlarne, per averne un resoconto distaccato. Perché nel ridar vita alle sue ombre sparse, ridò vita anche alle mie. Ma proprio per questo, forse, è un resoconto fedele.
Io, viaggio con l’addio in corpo. Attraverso pianure di cieli troppo vasti, sotto crepuscoli feroci, sul sedile del navigatore, a riscrivere i suoi sguardi che mi sono toccati in sorte. Per dare un nome a tutti i morti che mi abitano attraverso di lei. In questo viaggio senza respiro, nella ferocia di questi cieli, so di essere una rovina infestata da spettri).

In casa, devota ai suoi lavori. Usciva per la spesa, non vedeva nessuno. Ogni tanto ci invitava a cena, ed era gioiosa, lieve, limpida. Era, o si mostrava. In ogni caso si mostrava così a se stessa, prima di tutto. Aveva il miracolo negli occhi.
Poi si sottraeva al mondo, chiusa nella sua cella di libri e mare alle pareti. Traduceva, correggeva bozze. E specchiava la sua bellezza nelle pagine dei libri. Fino a perdervi la luce degli occhi, che non sapevano più riconoscere altra luce. Fino a non ricordarsi più del miracolo che la abitava. Perché nell’abitarla, quel miracolo la sformava, e la annegava nell’oblio.

Uscì in strada, dopo giorni nella cella di libri e mare alle pareti. L’aria era spessa, il cielo senza forme. Si fermò sul margine, a farsi umida delle persone che le passavano davanti. Come facevano i suoi genitori, nella strada del paese, le sere d’estate. Mettevano le sedie fuori dalla porta, e aspettavano i paesani passare.
In città non c’erano più paesani. Lei però s’illudeva di esserlo ancora. Senza sedia, appena fuori dalla scala che scendeva alla metropolitana. Fumava una sigaretta, e guardava. Vide arrivare un giovane dagli occhiali e il corpo sottile, si erano incrociati giorni prima, si erano fissati negli occhi. E solo il fatto che lui avesse trattenuto lo sguardo presso di sé, e non avesse fatto parola, e non si fosse avvicinato, aveva potuto innescare il secondo sguardo di Sofia, e la catena di tutti gli altri. Lui, forse, usciva dal lavoro a quell’ora. Ma aveva lo sguardo di chi sembrava essersi perduto. Dietro gli occhiali che lo difendevano dal morso delle distanze, lei trovò ancora uno sguardo teso e senza speranza, e per questo lucido e determinato – come quello di un suicida. Lo bloccò per un braccio, lo fissò ferma negli occhi. Lui riuscì a non dire nulla. Fu per questo che lo trascinò verso casa. Salirono le scale come per compiere un destino. Dopo un giorno lo pregò di andare. E di non richiamarla. Lui non fece resistenza. Se l’avesse pregata, forse lo avrebbe fatto restare ancora. Ma lei aveva la fine inscritta in ogni gesto, e non sarebbe servito a nulla. Lui comprese, e se ne andò. Nei mesi seguenti continuò a passare sotto quella casa, sperando. Non la vide mai.

La noia, quando accade, priva dei sensi. Sofia invece vi si abbandonava, e in quella deriva riusciva a cambiarle il nome. Della noia, era come il fiore feroce.
Il nostro passaggio, a rivederlo adesso, fu una scia di disastri. Come stelle esplose, che hanno lasciato non un buco nel cielo, ma la sua assenza. E nulla, mai, potrà aver luogo in quell’assenza. Sofia era l’apice del disastro. Ci racchiudeva tutti in sé, noi che le ruotavamo intorno. La odiavamo, anche, per la sua troppa grazia; e lei si faceva odiare volentieri. Così noi la potevamo odiare ancora di più.

Poi affittò una stanza al paese. Sotto i monti di marmo, a un tornante dove lo sguardo si biforcava, e si apriva il mare. Sofia stava sola quasi ogni giorno. Continuava a tradurre, a correggere bozze. Andava a letto molto presto, per alzarsi all’alba. Se poteva passeggiava nella rugiada dell’erba, a piedi nudi. Si scagliava contro il destino già scritto, ma senza attendersi nulla in cambio. Ciò che voleva afferrare lo aveva alle spalle, il suo era un gesto senza presa. Se qualcosa doveva venire, sarebbe venuto dalle rovine.

II.

Ha avuto paura, signorina?
Immagino il volto di Eugenio, confuso nella luce dorata del crepuscolo. Sono vicini a dove il bosco si apre sul mare. Sofia stava per scivolare in un dirupo, presa com’era nell’ascolto di Eugenio.
Non affrettare il passo, Sofia. Non forzare. Devi solo tenere il passo, poi il mare ti viene incontro da solo.
Non ho avuto paura.
Eugenio tiene gli occhi spalancati, neri d’attenzione. Un’attenzione antica.
Abbi paura, Sofia. E’ meglio.
Lei si sente nuda davanti allo sguardo che pronuncia quelle parole, scoperta in ciò che non vuole dire mai, nemmeno a se stessa.
(Scacciava le paure come si fa con le mosche, con i pensieri. Non ci voleva molto a scuotersi di dosso quel fastidio. Ma se invece di cader fuori scivolavano dentro? Se si impadronivano degli angoli, dei cunicoli più nascosti e inaccessibili del corpo? Sofia non voleva considerare questa ipotesi. Tutto per lei era decidibile).
Eugenio le sta davanti, a imporgli di vedere ciò che non può essere deciso.

Eugenio ha una sessantina d’anni, e ne dimostra almeno dieci di meno. Ed è temprato da una vita che Sofia non conosce.

Immagino che la luce dorata che invade il bosco emani dal volto di Eugenio, e ne sprigioni una giovinezza che non declina, che continua a farsi più intensa.

Sofia lo invita a cena. Lui accetta.
La notte, per la prima volta dai suoi diciott’anni, Sofia piange.
Con il sole, Eugenio torna a bussare alla porta. Porta dei fiori con sé.
Sofia lo accoglie. Prende i fiori. Ride. Mente.
Ti ho sognato, stanotte. Comincio ad aver paura.
Non aver paura di questo, Sofia. Sono io che devo avere paura, adesso.
Ma non si spaventa. Resta in piedi, a fissarla, a scorticare quella grazia che gli si fa davanti come una minaccia inattesa. Lei non si muove. Si fa investire da quella risposta interrogativa, che le rigetta addosso il peso della scelta, e del perdono. Poi si sposta di qualche passo, verso la finestra che dà sui campi rossi di papaveri. Eugenio resta immobile. Si sentono voci dalla strada, gitanti domenicali. Non basta a turbare quel silenzio.
Mi fa male, dice Sofia.
Lui non dice nulla. Sofia posa i fiori sul tavolo. Eugenio si avvicina, li prende in mano. Dice che sui monti ci sono fiori bellissimi, che vorrebbe portarla su quelle cime.
Squilla il telefono. Sofia non vuole rispondere. Risponde.
Sono Andrea.
Il ragazzo dagli occhiali. Sofia non si chiede come ha fatto ad avere il numero. Si limita a rispondere a monosillabi, che le escono di bocca per conto loro, come risposta a uno stimolo meccanico. E’ breve, la telefonata. E nulla più che uno schizzo di luce filtrato da una porta.
Un amico, dice Sofia dopo aver riappeso. Eugenio, è come non avesse sentito.

Eugenio ha la luce sul volto, il corpo forte. Due volte ha perso una moglie. Morte, partite – non lo dice. Dice solo che ne ha avute due, e che adesso non ci sono più. Che lui si porta in corpo quei tagli. Che ha subito quelle iscrizioni nel profondo della carne, che non lo lasceranno più, fino a quando sarà lui a doversi lasciare. Che saranno quelle iscrizioni a sopravvivergli.
Ma alla fine non c’è mai fine, dice Eugenio. Non c’è fine, dice. Quando non ci si attende più nulla, non c’è più fine.
E’ per questo che lei mi fa paura, dice Eugenio.

Cosa Sofia racconti, è difficile dirlo. Sicuramente non si confessa. Non ha nulla da confessare. La sua trasparenza le impedisce persino di pensarlo.
Sa raccontare di sé solo attraverso i libri che ha letto. Il resto non lo dice. Perché non può essere detto, dice. Con questo rifiuto, non accede a quel gesto, votato al fallimento, come quello di una belva che si getta contro le sbarre di una gabbia, quel gesto che vuole mimare ciò che non può dire nulla, che non può che restare muto, e che pure è, esiste, insiste, e preme incessantemente in ogni direzione, senza lasciare quiete, minando alle fondamenta tutto ciò che si crede saldo, percorrendo ogni esistenza lasciandovi tracce indecifrabili e incancellabili.
Non volendo dire ‘questo’, che non può essere detto – qualcuno diceva che Sofia era inumana.

Poi Sofia dice i suoi sogni. Scrive a voce libri che non lasciano traccia.

[…]

6 pensieri riguardo “Cirque de la solitude – di Marco ROVELLI”

  1. adorabile questa sofia… a tratti mi somiglia!

    e splendida la scelta dell’immagine! splendido bebber, io l’adoro!

    ciao comunque! lo so che non sono stata invitata, ma mi andava comunque di lasciare una traccia del mio passaggio, l’indirizzo del blog me lo ha dato il mio splendido prof Gugly.
    mi piace qui, mi sa che verrò spesso a trovarti! ma vieni pure tu a trovare me, su scarpette rosse, se ti va!

    grazie ancora per i complimenti su blanc de ta nuque!

    baci,baci!

    piccola Patty!

  2. Non c’è bisogno di nessun invito, Patty, sei la benvenuta.
    Torna pure quando vuoi, ma ricordati: sempre dopo aver studiato (anche fisica…).

    Un caro saluto.

    fm

  3. grazie mille per l’ospitalità, allora!

    verrò a trovarti solo dopo aver finito i compiti… sono una brava bambina, in fondo, non stare a sentire il Gugly!

    buona notte! :)

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