Appesi ai muri a fiaccolare i giorni – Marina PIZZI


(Giorgio De Chirico, Archeologi misteriosi, 1926)

Da: Marina Pizzi, Declini, 2007-2008, inedito

1.

zuppe e declini all’angolo dell’ultima strada
quando le conventicole dell’ombra
a tutta manna brevettano la cenere
lieto il morire finalmente!

4.

un agguato e l’eremo è morente
un furto e la casa si balbetta
uno strattone e la foggia si straccia
un punto in più o meno e l’abaco si spacca
una preghiera e la cometa ne risente alla baldanza
un asilo e l’esilio dà viottoli di baci:
le conseguenze del minimo maggiore

7.

un lamento di assolo in tutta la ronda
un lamento assoluto senza inizio né fine
è questo petto in forse ormai da sempre
in era di ecatombe, in breve velo
la pendula vela del morente
quando anche l’alunno muore
e ben presto il maestro è solo
un chicco e la risaia è immensa

8.

coprimi con l’era in forse
con le stampelle vuote
e dimmi un atrio grande come una scossa
dentro la darsena l’ingombro della rotta
questa temibile pena in foggia da ecatombe
eco del lutto torto di fandonia
nella faccenda il rogo della malia

10.

e poi svolò l’aureola nel pozzo
quale pianto di nenia a far di fato
questo percosso schema della casa
inutile a capirsi. il lesionante stipite del boia
l’autunno nodo che ti prende il fiato.

12.

avrò vent’anni ma il calice è nero
nerissimo l’urlo della specie sottratta
nella faccenduola gravida del pianto
dove la vena inchioda un sangue nero
bravura del commiato mare di scontro
da sotto il mento un sì che non ha valore
ma sisma di cometa l’erba panica
ridotta ad un cimelio di facciata

13.

quel che resta delle parole è un imbrunire di sponda
una spada di fionda come ad intristire
senza dire ché rimanenze di senso
da abluzioni di scritture ed oralità
oggi un chicco di cresima alla crisi del cristallo

18.

si appagò la grotta in un declino
(poi venne altro quale una donazione)
in un pavimento di smanie il primo amore
irruppe di sé le tavolozze della pittura libera
per declinarsi in tutte le sfumature
concesse all’alba degli amanti.

23.

qui si gioca di pergole e silenzi
dove balbetta il vento lo stonio
di uno qualunque arreso sulla riva.
qui si perfeziona l’avanzo del superstite
l’acqua scaduta al centro della zattera
la musa in attonito che non dice più.

27.

pentimenti del seno averti accanto
bracconiere dei sensi limite del tempo
tempo tu stesso e sillabario panico
addentro alle urla di chi lascia scia di sé
le sciorinate scosse

30.

così di schianto l’eredità del volo
questo tramezzo che non serve a niente
dacché l’eredità del volo è ben oltre
la sintassi di steccati che non servono
all’ordine del fato al destino del vero
all’intatto sconfiggere del tempo.

31.

amanuense il catrame scrive ancora
la chiarità dell’amo che si aggancia
al discolo imbuto dell’esperienza
per porre nel disprezzo della sabbia
le briciole nocchiere che salpano
verso scontenti in crisi in sonno e in veglia.

38.

le ore occidue all’angolo della bocca
riparano ad un continente che fu il corpo
quando fu sano.
ora l’occaso tremulo del labbro
ha la stamberga della gara persa
in tutta la faccenda della sopravvivenza.
la goliardia dell’ebete non servirà la festa
questa arenata manciata di rena
promessa a contarsi granello per granello.

45.

è qui che corre la libertà del sale
questo scompiglio in angolo di pece
dove il dolore si ammacca di dolore
restia la cicala a dar felice
questo spicchio di polso in nenia.

48.

mantice di ortiche l’ultimo respiro
questa filastrocca della preghiera
d’ingorgo d’ascia di chiamare dio.

49.

con un percorso d’àncora votiva
vorrò arenarmi al musico votivo
alla località del lutto della cenere felice

51.

al giorno d’oggi mi dà panico l’ora
correre al soldo delle mani vuote
con la nomea del sole in solo scarto.
al giorno d’oggi mi dà genio perdere
questo blasfemo indice di accolita
forse traguardo di baciare il vento.
al giorno d’oggi mi dà salto l’ombra
brava maretta di lasciare l’ascia
sotto il ventaglio del morente fato.
al giorno d’oggi mi dà pena l’erta
dell’imbrunire nell’età braccata
dal segno meno in apice d’asprigno.

54.

feritoie di amplessi queste sfere che ne risultano
di nessuna felicità. neve cutanea in tutto il corpo
con il fuoco di sciogliere la gavetta di latta.
c’è chi ride e chi è contento di questo spettro che cola.
le unghie viola invernano senza speranza.
i polsi duri si spezzano sotto il peso del petto.
le lanterne dei credenti hanno il perno marcio.
il subitaneo intralcio della marea ingoia molti stagni.

58.

è un dolore che s’intoppa
nel lavorio di un’icona
lestissima a sparire
per spartire un avvio tra luce e buio
qui sotto il gomito del sillabario nero
la ridanciana trottola del fato
a turno a turno non ricorda il viso

60.

par triste dover permettere l’ombra
barricare le case al nero pece
solo perché la sponda si rintana
in un crocicchio salso e bruciacchiato.
ma la paura è panico di sforzo
sotto il verdetto della lena d’erta
guerreggiata la fronte il petto a scudo

64.

in coda alla disamina del borgo
ho visto il bugigattolo del maestro
gli arnesi ottusi di una vita spenta
appesi al muro a fiaccolare il giorno.

67.

quasi al cospetto delle rondini fa ridere
questa fausta armonia del credo
le mani belle delle bambine brevi
e dove viene intrisa la vendemmia
esatto molo di navi senza spigoli.

70.

chiuso il conforto in un’erba marcia
s’incastonò la vetta tanto antica
quella ilarità che fu l’avvento
graziato sotto l’indice del vento
a fare da verdetto. invece dopo
la rotta precipitò in un disagio
agito dalle fughe di veleni
che per cipressi vollero le spighe.

79.

con la lapide a far da crocicchio
l’inverno delle liriche corsare
questi conventi d’angoli letargici
le rughe con le risate imbalsamate
tanto per non perdere la chiave
o la vendemmia nuda del vino ghiacciato.

83.

le scale elementari il tempo di eccellenza
combaciano dolore, cialda nulla
questo cipresso intriso di bestemmia
vestito sotto l’ombra della luce.

***

[…]

Spesso si fa una cosa per sopportarne un’altra ben più insopportabile. Così mi appare l’antro misterico della parola elevata al grado di potenza del poeta. E’ un atto doloroso e necessario insito nel fulmineo e lento comprendere che si è presi, si è prigionieri, si è condannati: può allora, alle volte, avvenire un minimo di remissione della pena tramite la recitazione sul palcoscenico teatrale da parte di una voce altra che scaturisce, comunque altra anche se dello stesso poeta leggente. Ma il vuoto non si dà colmo alle spallate foniche, la burrasca della sopravvivenza specchia un altrove davvero scontento da qui a lì a là per farne un laggiù con l’eco del verso ben forgiato. Amanuense artigiano il poeta che dal perdere rigeneri continua la risacca, l’evaporazione del lutto dall’elaborazione dello stesso. Dedica perpetua sempre variabile e variante questa condanna a dimostrazione di un’intera vita, senza tregua, senza requie in ogni momento del giorno e della notte. Splendida condanna del medesimo ripetente, dell’alunno che umile, appena coricato, debba rialzalsi dal letto per trascrivere un verso improvviso così da non mandarlo perso fidandosi della memoria. Santità del non tradimento, diavoleria della fedeltà senza costrutto o, addirittura, al ludibrio di altri più consoni viventi. E, poi, l’anemia o il troppo sangue del sentirsi senza pelle, rotta la difesa e con la ferita aperta. La bella e buona lente non scoprirà nulla, solo parolette di pane confidenti l’intuizione, l’epifanico corsaro del trovarobe. A questo lucro di resine il sì dell’ultimo lichene in crepa di non poter il giardino delle meraviglie, ma solo la forza di vergare davanti e dietro la lavagna nera figlia-frutto di vulcano. […]

(Da: Marina Pizzi, La strage della parola: l’imbuto in gergo, in Variazioni Meridiano, un progetto a cura di Luigi Pingitore, pubblicato su Nazione Indiana da Andrea Raos il giorno 11 febbraio 2008.)

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