Morgana – Viola AMARELLI

Da: Fuorigioco, Novi Ligure, Joker Edizioni, 2007

Vessillo

Di sbieco, fuori squadra, ala mancina,
ardita vessillifera caduta
una fra tante,
aralda di stanchezza che ristagna
nell’aria acre quando muoiono gli eroi
e tocca, increduli, assurgere agli dei.
Una fra tante, perse troppe battaglie,
vinte le guerre,
cadendo si limita a sapere
che la bandiera intrisa del suo sangue,
polvere altrui,
passa di mano intatta. Ultimo colpo
si disvela il motto mai prima scorto
nello sbocco di viscere e di fuoco,
“nulla vale la pena del dolere”.
Vano è l’avviso per le retrovie,
l’ansia dell’urlo stroncato nella gola.

Finisterre

Fosforescenza al molo le chiazze di catrame,
gocce d’olio,
l’odore di salmastro e putrescenza
vegetale, umore d’animale,
lo smuove e riconfonde il vento
quando sale
da terra o dalla sponda d’orizzonte.
Notte buio d’inchiostro fanali
di lampara, segnaboa
ristagno di corrente ai parabordi
umido dappertutto sino all’ossa
sentore di pioggia o di scirocco.
Novilunio
cerate di silenzio e di bandiere
avvisi di partenze, nuovi corsi,
tratte sbiadite,
canapi sciolti per gomene d’ancore nascoste.
Di transito o d’approdo, benvenuto
nell’alba d’acqua e d’aria che si schiara,
senza frontiere senza indicazioni,
solo respiro solo a sé il presente
di là del sangue, oltre cuore e mente.

Nullius

Oh, i retori della metafisica,
gli agghiacci afasici, le immagini kabuki
o sul versante del pudor composto
artatamente il tono medio basso.
Torniscono fonemi lemuri
ormai del vacuo, degradano
cascame sintagma raffinato
il nulla un tempo ierale.
Incùbe li sovrasta la morte
al singolare, analfabeti e a nascite
e a voglie, eros, immortali
anche a voler trascurare i letti
poi da rifare.

Quartieri Spagnoli

Magro il palazzo pigiama, la canottiera
nera su nero lungo i quartieri
spande eleganza
alto, le spalle larghe
guepiere di pizzo in pieno giugno pallido avorio
incede assorto,le rughe tese, in processione
asceta in cerca della bellezza
intorno il vuoto, nessuno guarda
mentre gli fanno tacito largo
come da sempre, segno e rispetto,
statua vivente sacra a follia.

Eretici

Pochi ignorati ai margini
negli orli slabbrati a scaccio rifiutati
bruciati a volte a volte suicidati
nel minimo derisi in ogni luogo.
Non per orgoglio né per umiltà
altro non era dato, semplicemente,
lieve o pesante
spesso lo stesso entrambi
testimoniando sino nel silenzio
l’essere altrove, l’essere altrimenti.

Senile

La vecchia non riusciva a morire
ogni tanto cambiavano un pezzo
questioni ereditarie
ma grazie a dio la memoria
era oramai un oblio.
Con la dentiera in giada e caolino
-sopravvivono spesso le ricche-
lampeggiava sorrisi ai passanti
bisnipoti generalmente,
loro raccomandando
di non prender molto sul serio.
La vita alla fine,
quella che a lei non riusciva,
non pareva valerne la pena.

Nereide

Per quanto piccola, canto
la deità che m’è toccata e la dispiego,
e alla valva di conchiglia che riluce
il nautilo s’appiglia e sbalza vita.

Nugae

E’ dall’inizio il verbo,
fossi sul soglio Dio
preferirei l’avverbio,
scolpisce meglio.

***

Inediti

Da Tacitamente (work in progress)

Ieri

Balzava il cuore in piena
aritmia, balze di gonne sdrucite
in seduzione,
color terra bruciata, rosso d’ocra,
il tempo che s’impiglia nei capelli
in piazza giocolieri, fuochi fatui
la notte liquefatta venne e vide
scomparso il lanciatore di coltelli

Fuori

Il fuori oggi è come il dentro
torpido, persino le budella abbandonate,
dove la lancia aguzza, il falco pellegrino
e la pianura colma di turchese
dove – sul muro piatto e
lo schermo al quarzo,
dove dove
negli occhi di una cagna
sapiente che ti affianca
-compassione.

Bambole di stracci

Ancora morbida
la fontanella al cranio,
bolla di aria il seno della mamma
sboccio di vita – corpi cianidrici
ammassati – soffio di mani livide
e piedini
schiantata un solo colpo di stivale
come in un prato primula
o campanula
come nel mondo schiantano
invisibili per fame, sete, botte
deflorate
le bocche di leone, violacciocche
tutte le bimbe che non sappiamo amare,
figlie scomparse, bambole di stracci.

Eolica

Le pale al vento sbrinano colline
per una terra grigia
vuota che si sperde,
pietra riottosa
gialla quando estate
tralicci secchi come cuori
– fermarsi al vento
– stanco di remare,
lo sdegno che resiste nell’austero.

Deiezioni

Affogati da, tra
deiezioni stanotte i roghi
plastica e bitume
l’aria invocando
un colpo di vento
percola un cervello.
Tienimi i polsi, amato
rovisteremo i cieli se
la terra avvelenata.

Requie

Chiese rifugio e aiuto alle piastrelle
quadrati invetriati di cobalto,
pesavano le labbra e i pensieri,
andare fuori
lì nella cornice quaranta x quaranta
caolino lucidato di fornace
lì, dentro aderendo,
trasformata
– requie di senso, compiuta la nottata.

Maternale

Pazientemente il tempo macina lancette
di carne esplosa contro l’oppressione,
la terra in grembo riaccoglie il clamore
una manciata di suolo nero a restaurare
l’humus che rapini.
Sapessero l’inutilità di ogni morte,
contabilità che scorre sull’acqua
come la sorte di chi va nascendo
l’alea continua.
Paziente una donna inforna il pane
ad ogni lutto durando la fatica di mangiare.
Una briciola contro l’amarezza.
Bimbo, tu quieto spezza il cerchio
limpido guarda tutto, il grano e l’acqua,
la sera si imbrunisce
dentro un vento rovente di dolcezza

Tacitamente

Smisuratamente tacque, sorpresa ci fosse
la verità, una qualunque
quella più adatta a quel momento
stupefatta di sentire battere il sangue slegando lacci consunti,
nastri di vecchi corsetti,
innumerevoli certo i suoi limiti
sconfinando trasse un sospiro di sollievo
randagio fuori di gabbia
tutta la strada intorno
chiara e splendente come il plenilunio
libera notte, libera l’aria, sgravata di parole.

Eros

Tintinnio la risata nella gola
affluente diffusa grande arteria
scorrevano le dita graffi di gatti nati solo ieri
leccavano le labbra e i baffi
tagliati nel disegno – che mostro
cattivo – un lungo nascondino
senza fiato, il finto inseguimento
travestito da bacio fuori squadra
dispersa l’animella sotto
i fianchi dove assemblano dentro tubi ritorti
a imparare un alfabeto morsi
le parole che scheggiano scintille
“mira la freccia che straborda
a poppa, prova la prua,
mira la polena, cerca cerca”
ora cerchio espanso
il sangue ora divampa su al cervello
l’esplosione
mille i fuochi e la luce e la corsa
vibrante sono tempo
metronomo spaziale
dissolvenza integrale
l’urlo puro, la nascita di un dio all’infinito

(c’era stato, si dice, un cacciatore
c’era,
lo mirò tornando lucida
stanchezza, lo mirò, caduto
nel crepaccio)

Minimalia

Oltre il tuo sguardo vado né ti vedo
luce è la luce come la nova luna
alla fonda e nell’abbaglio effonde
ride ogni cosa, l’una con tutte
non io, non tu né altre.

*

C’erano state oscurità, implosioni,
bagliori di sé a sé
tutto timore e sgomento ecco, il dolore
noi corremmo altrove.

*

Motiglio di pretese le mie e le altrui
un’ombra, e di passaggio, la presenza
e allora fresca e leggera
come alla quercia o al folto dei noccioli
sandali in acqua, la polvere scomparsa.

Creando

Creando
       comprese il bene e il male
lo prese
       insieme magma e creta
toccandolo
       velluto luce oscuro
un punto
       espanso in corsa lenta
scansione
       nel rollio respiro il mondo
insieme
       scivolò goccia nell’onda
sfiorando
       calcari e madreperla, ossa fenicie
nel nulla
       rideva il senso pieno
un trillo
       aperta l’aria all’alba.

***

Morgana
(Soliloquio)

Grigio dilaga, traslucido d’argento finché sono di colpo, grado zero.
Non avverto il dolore solo il fatto. Emersione. Da qualche luogo e tempo]
inesistente. Sono. Accade a volte, apnea di stanchezza.
Come se non fosse finita. Come incompiuta una sconfitta.
Ma questo arriva dopo, quando galleggiano appaiati vittorie e fallimenti.]
Nausea guidata. Mnemosine. Lamine incise:
aiutami all’acqua chiara a ricordare.
Persino disfatti avevano preghiere, invocazioni. Ai vermi.

Attorno riluce madreperla, si schiarisce, non esiste orizzonte. Né fondale.]
Freddo. Resiste.

Per quanto mi fossi allontanata per miglia boreali,
per quanto avessi calcolato moti siderei, orbite astrali su rotte di narvali]
seguendo gli stridii dei marsuini.
Per quanto avessi raddensato mescolii d’oli e di resine,
liquami di licheni a luce di candela, al sego di balena,
cera d’api, torba fumante e torce fiammeggianti.
Per quanto avessi sezionato viscere abbandonate, malate calcedonie,]
fatui i fuochi dei corpi in decomposizione,
carogne putrefatte d’uomini e bestiame. Resiste.

Per quanto avessi scavato sin dove agglomera
embrione il godimento d’estasi, l’ascesi di astinenza,
languori di piaceri, nuche sfiorate da brividi al respiro,
cesure di mannaie, bocche stillanti vulve liquefatte,
spasimi colmi di gonfiori eretti. Resiste.

Per quanto avessi intravisto gli scoiattoli, rari, tra il miele che i boscaioli]
cavano da acacie saggiando querce e l’ansimare del pesce
boccheggiante al pari della volpe coda folta giunta
allo stremo alla corrente, non solo il daino asseta. Resiste.

Per quanto avessi sillabato incesti, affastellato
glifi e lingue da alcuno mai parlate.
Per quanto avessi conosciuto la sete di dominio e la potenza
di caos e distruzione, per quanto avessi lottato tra fango e
crepuscoli intristiti. Resiste.

Per quanto avessi ucciso la speranza, reciso l’illusione, riuscendo a ricrearla,]
specchio di vuoto, per chi disperso – ognuno – la cercava.

Per quanto avessi intrecciato le pavane
e le lasse canzoni che più ampliavano i sensi e le emozioni,
per quanto avessi inciso sopra l’aria, vibrante d’afa e umido esalante, miraggi]
che empivano universi, un attimo compiuti, che altro importava. Resiste.]

Per quanto dessi morte e vita assieme, per quanto fossi algida e avvampante,]
morula d’acredine reietta, rigettata, rifiutata. Per quanto avessi urlato]
nelle notti colme di stelle e di dolcezze l’urlo di chi è privato d’ogni sogno,]
fosse pur incubo. Resiste.

Mnemosine o amnesia, gli equivalenti che non ho avuto in dono. So.
Non uno dietro l’altro, né a fianco, né a sprazzi o lacerti, come chi riesce]
a morire chiama i ricordi o i rimpianti, vagheggiamenti
e balbettii di mente.
So, quel che ho da sapere, che è stato e poteva essere,
che non è nato, quello che mai è stato pensato.
Lo sguardo sincrono, distorto ed esaustivo. L’imperfetto del dato
fattuale. Quello che gli altri rifiutan di vedere
So , integra, la parzialità che ho dilatato.

21 pensieri riguardo “Morgana – Viola AMARELLI”

  1. La poesia di Viola Amarelli parte dalla terra, dal basso, si nutre di amore per l’umano nelle sue infinite forme, luci ed ombre e grazie alle lunghe e cocciute radici dirige i suoi rami forti verso il cielo.

    Una scrittura densa di etica, intellettualmente forte, a tratti sferzante, come lo è spesso la visione del mondo degli esseri moralmente rigorosi, ma sempre coerente.

    La Amarelli è scrittrice dallo stile maturo, che ha elaborato una poetica personale, una visione da essere umano e poeta “fuori sequenza”, da “fuorigioco” eterno dalla vita perché sempre proiettata in avanti, fuori dai giochi e dai linguaggi di gruppo, originale e anticonformista, insomma, sè stessa.

    Un punto di forza evidente della scrittura di V. Amarelli, secondo me, sono le immagini che conoscono in alcuni punti la tensione, la morale, l’uso della luce e le ombre di un Caravaggio. In altri punti invece, la scrittura ha tale spessore da sembrare quasi balzare fuori dalla pagina con la forza dei bassorilievi antichi scolpiti in pietra.

  2. Mito e fascinazione, anche linguistica, lessicale e ritmica del mondo classico, da un lato, e, dall’altra, una moderna, necessaria, conscia frammentazione . E’ nitida e coraggiosa la lirica di Viola Amarelli, capace di uscire fuori da schemi e cliché senza mai rinunciare ad una forma di osservazione schietta, aliena ai compromessi, che è essa stessa presenza, accettazione del lato serio e vero del gioco, la lotta per la conservazione di quell’umanità che oggi come ieri è minacciata da montagne di rifiuti fisici e morali, la monnezza dei tempi.

  3. Cara Bianca, ho una particolare predilezione/predisposizione, direi quasi ontologica, per gli artisti (in primo luogo per le “persone”) “fuori gioco”, “fuori sequenza”, “fuori quadro”, “fuori dal coro” e, per ciò stesso, perennemente “dalla parte del torto”. Per me sono i migliori compagni di viaggio: e bisogna essere proprio ben ciechi e sordi, per non imparare qualcosa nel cammino. O, peggio, bisogna proprio non essersi mai incamminati…

    Ciao, grazie del prezioso contributo.

    fm

  4. quali meravigliosi orditi questi inediti, cara Viola, da aggiungere alla preziosa trama di una poetica già unica, archetipica e futuribile e delle cui malìe fui assalito inesorabilmente scoprendo Fuorigioco. Impossibile procedere oltre, ma sappi che la mia attuale afasia grafica si nutre di quel senso dell’Indicibile che in realtà tutto dice.
    Con affetto,

    mirko

  5. Su Viola ho speso già tante parole colme di gratitudine e fascinazione quindi non mi ripeto su questo prestigioso blog. Vorrei solo aggiungere che con Viola mi è parso sin dalle prime letture di specchiarmi, attraverso la sua poetica, nel mio sacro femminile. Aria Terra Acqua e Fuoco di parole, suoni, archetipi, miti, silenzi, strappi, graffi, in continua evoluzione trasformazione ed elaborazione creativa. Quel che cerco di dire è che la sua poesia mi consegna un universo di segni e simboli fondanti e fondamentali.
    saluti cari
    pepe

  6. dimenticanza imperdonabile da parte mia non complimentarmi, inoltre, per la preziosa incastonatura di Matarazzo. Non volermene, Roberto. Imputiamo la distrazione, per parziale discolpa, alla stanchezza…

    mirko

  7. Per la verità ce ne sarebbe anche un’altra…, ma deve essere cosa di poco conto, visto che a quella, ormai, non ci bada più nessuno…

    fm

  8. Poesia densa, di sentimento e intensità coinvolgenti.
    Splendida proposta, Francesco.
    Bambole di stracci e Maternale, senza nulla togliere alle altre, sono bellissime. Respirano dentro, risuonano.

    ciao
    liliana

  9. nonostante la mia poca, pochissima esperienza, ho sempre pensato che la vera poesia dovesse essere la pienezza della presenza e, poesie che, con questa densità, con questa forza, fossero riuscite ad essere tali ne avevo lette ben poche, fino ad ora!
    in questi testi si sente il mondo muoversi attorno, muoversi da ogni angolo e lei, Viola, muoversi con esso con tutta la sua splendida consapevolezza del reale,nel bene e nel male, ma anche dell’arcano, il tutto con un inconfondibile nota femminile, non legata soltanto alla carne, ma anche a una profonda essenza di donna.

    Patty!

  10. bei testi, davvero. non conoscevo l’autrice. grazie.
    (a francesco marotta, che pure ama emilio villa, segnalo una mostra bellissima di cui parlo nel mio blog). con un saluto, beppe s.

  11. caro Francesco, se l’ulteriore dimenticanza da te ravvisata è quella che temo (e senza dubbio così è) ti prego caldamente di perdonarla. Desidero almeno in parte rimediare con una virtuale stretta di mano e un sentito grazie per il bellissimo post.

    mirko

  12. Sono contento per l’unanime apprezzamento che incontra la poesia di Viola. Saluto e ringrazio tutti gli intervenuti.

    Caro Beppe, ti ringrazio per la segnalazione: avevo messo in cantiere una visita alla mostra per il mese prossimo, un avvenimento veramente unico e irripetibile che ruota intorno all’opera di una delle poche figure ineludibili della cultura del Novecento. Tra l’altro, avevo già avuto modo di apprezzare la tua bellissima nota sull’apertura (che invito tutti a leggere sul tuo blog): la tua devozione è esattamente la mia.
    E’ stato veramente un piacere il tuo passaggio qui. Un cordiale saluto.

    Mirko, nessun problema di nessun genere. Spero di rileggerti ancora su queste pagine e ti ringrazio della cortesia, che non è da tutti.
    Un caro saluto.

    fm

  13. Ciao Viola, sei sempre la benvenuta.
    Ricordo a tutti, comunque, che i commenti non sono mai chiusi in nessun post. L’unico ‘inconveniente’ è che, di tanto in tanto, wordpress li blocca, e se non sono al computer non ho la possibilità di sbloccarli manualmente.

    Una buona serata a tutti.

    fm

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