Microracconti – di Bianca MADECCIA

Cinderella

Microracconti

La bambina utile

La bambina utile un giorno aprì alle bambine inutili.
Era da molto che premevano alla porta, così, le lasciò entrare.
In pochi minuti, le bambine inutili presero possesso della casa.
La loro prima azione fu bruciare pile di libri da cui divamparono storie ardenti.
La fiamma,
che mai prima aveva brillato tra quelle pagine, ora svettava incontrastata.
La cenere,
bianca e compatta, riposava a terra, cipria cocente di rare pagine avoriate di buona grammatura.

(Da “La bambina utile”, inedito)

***

Tramonto

Avevano stabilito di incontrarsi nella vita successiva.
Questa non andava.
Si diedero appuntamento davanti al Canto del Maggio, a Terranuova Bracciolini – in quel d’Arezzo -, un posto incantato, perfetto per gli innamorati.
Quando si videro, però, non si riconobbero. Lei era rinata scarafaggio e lui, lui, era un asino.
Lei rimase lì ad attendere accanto al mulo per tutto il giorno e il giorno dopo e quello dopo ancora. Si rivolsero persino la parola.
Conversarono amabilmente del più e del meno, ognuno dei due attento a non svelare il vero motivo della permanenza ostinata davanti a quella porta chiusa.
Poi, una sera, ognuno dei due raccolse il proprio fardello di stanchezza e si avviò verso casa.
Si sorrisero.
Al tramonto si può scegliere solo tra due tipi di sorrisi: gentile o discreto. E questo, nel migliore dei mondi possibili, è già abbastanza.

***

Il veliero

Il non partire, è il peggior disastro che si può correre in viaggio, il più terribile dei naufragi.

Nella sua mente ora scorrevano e si alternavano, come in una pellicola di sogno le immagini di tutti i porti che aveva attraversato accanto a dettagli, particolari marginali. Come alcune finestre, quelle ostili che ti fronteggiano con immobile arroganza e hanno le tapparelle irrimediabilmente chiuse, chiuse al desiderio di conoscere i segreti che le case e i loro abitanti nascondono. Altre poi, chiuse e sporche, o chiuse e impersonali.

La cosa di cui piu’ aveva avuto paura era il tempo, ma il tempo è molto di più che una semplice paura, il tempo è un rullo che sgretola tutto, un vento caldo e forte che corrode ogni cosa, cancella e spazza via, senza gioia ne’ dolore.
Uomini spaventati e paure stesse si erano persi in esso. Folle e disperata l’esistenza dell’uomo che consuma i suoi giorni nel tentativo di passare alla storia e lasciare un segno che rimanga nel tempo, perchè il tempo non lascia niente dietro si se’. Niente.

L’aveva cercata in mare e in tutti i porti della terra quella nave ideale, supremo oggetto di desiderio. Su di essa avrebbe voluto passare il resto dei suoi giorni.

Il limite estremo, la perfezione oltre la quale non si può andare, era apparsa puntualmente e molte volte nel suo orizzonte personale, ma si era rivelata sempre un po’ oltre il punto nel quale era arrivato.

La nave inseguita era sempre sfuggita dalle mani all’ultimo momento. O, quando ormai stava per farla sua, scopriva che alcune delle caratteristiche non si adattavano al suo desiderio.

Ma a lui non era mai piaciuto tergiversare o contrattare con il destino.

E ora sa, l’ha scoperto da poco, che il Caso è tutto e che tutte le
navi nascono e portano lì.

Quanto inutile tracciar di rotte.

(vincitore del concorso Culture Express 2007, indetto dalla Fondazione Eni Mattei).

***

Della natura del desiderio 2

La leggenda narrava che Koyaanisqatsi, lo scintillante serpente piumato, sarebbe arrivato dall’est. Lo avrebbero riconosciuto dalla luce che emanava la pelle. Avrebbe portato felicità, potenza, gloria e salvezza eterna per tutti.
Per queste ragioni, grandi erano l’attesa e la speranza.
Lo straniero Cortéz non era un dio. Era un cinico teatrante. Neanche dei migliori. Un uomo piccolo e oscuro ma pronto a tutti i trucchi. E arrivava dall’est. Portava con sé solo una corazza, un cappello piumato, dieci uomini allo stremo e il virus della peste nera.
Quando apparve, il sole era alto e batteva sulla metallica armatura. Riflessi, niente altro che riflessi. Un gioco di collanine e cianfrusaglie. Quel popolo, che pure ingenuo non era, fu abbagliato dall’attesa. Non ebbe bisogno di altro per dare forma al desiderio.
E a Cortéz bastarono due secondi per vedere l’oro che splendeva ovunque.
Dunque, fu una pura questione di coincidenze.
Questa è sempre stata, nei fatti, l’essenza dell’inganno che ha attraversato secoli, mari, uomini, popoli per giungere immutato fino a te.
Io non sono la tua divinità scintillante.
Sei tu che mi stai costruendo addosso l’abito del tuo desiderio.
O meglio, è la tua speranza che mi dà forma.
Io sono solo una durissima corazza scintillante baciata dal sole di mezzogiorno. Un miraggio vuoto. Un oscuro Cortèz di passaggio. Un fantasma.
Tutto il resto, l’ha costruito la tua solitudine.

(Nell’anno del signore 1519 alcune centinaia di uomini con pochi cavalli si imbarcano da Cuba diretti verso le coste del Messico. Al comando della spedizione Hérnan Cortéz, che alcuni anni prima ha lasciato la Spagna per cercare oro, gloria e fortuna nel Nuovo mondo).

***

La donna isola

Chiuse gli occhi. Il mare arrivò subito dopo. Si lasciò portare via dalle onde. Passavano sopra di lei le chiglie delle imbarcazioni e di tanto in tanto alzava gli occhi per vederle transitare. Fiduciosa aspettava di essere portata in un nuovo luogo. Il mare l’avrebbe sorretta. Il mare non l’avrebbe tradita. Era così tutte le sere. Dopo aver galleggiato nel blu per un tempo imprecisato la donna sentì la terra sotto di se’. Il suo corpo si era arenato. Aspettò qualche secondo e aprì gli occhi.
Fu costretta a chiuderli subito a causa di un fascio di luce accecante. Era come essersi addormentata in un quadro di Matisse per svegliarsi di colpo in un giallo Van Gogh. Richiuse subito gli occhi.
Una spiaggia. Sabbia. Bianca. Fine. Come la cipria. Ti restava attaccata al corpo. Rimase così sdraiata, le spalle espanse dal calore. La nuca e i capelli massaggiati da quelle piccole sfere tiepide. Si spostò un poco. Non aveva voglia di alzarsi. Si abbandonò alla terra. Sentiva il sole accarezzarle la pelle. Si addormentò così.
Dimenticò sé stessa.
Si fuse con la terra
e si trasformò in un isola.

***

Nel vento

Tutte le sere, al tramonto, le vacche venivano ad occupare lo spazio che la marea aveva lasciato libero. Un comando invisibile sembrava guidarle. C’era come un sorriso sulle loro labbra.
Quel giorno poi, in tutto lo stato di Goa, sembrava non ci fosse una sola vacca che non stesse danzando nel vento.
Nessuna rivalita’ tra spirito e’ corpo. Nessuna gara di tiro alla corda tra l’anima che anela al cielo e il corpo che ti imprigiona a terra. Esse semplicemente erano. In loro spiritualita’ e sensualita’ ballavano guancia a guancia.
Un giusto modo di respirare e di abbandonarsi al tramonto. In quel momento, per chiunque assistesse alla scena, fu lampante che non poteva venire niente di buono da entita’ che non hanno mai danzato al chiaro di luna e che non si sono mai tuffate in un fiume all’alba.
Avete mai guardato una vacca negli occhi? E’ a quel punto che la saggezza del corpo dovrebbe iniziare a danzare. Le vacche vivono oltre: in uno spazio in cui si puo’ e si deve fermarsi ad ascoltare religiosamente l’odore della terra dopo il temporale estivo, l’abbraccio di un amante, l’immensita’ del cielo sopra la testa. Bisogna essere umili per avvicinarsi a loro: esse conoscono da sempre il segreto dell’essere una voce isolata e collettiva trasportata dal vento da un’oasi all’altra del deserto.
Oh si’. Quel giorno in tutto lo stato di Goa non c’era una vacca che non stesse danzando nel vento.

***

Fammi uscire

Non ha alcun senso. Il bastardo continua a sbatacchiare quelle sue piccole dita rachitiche sulla consolle, come un maledetto pianista, offendendo con quell’orribile sinfonia che produce tutto il creato e il senso stesso della vita.
Distrugge le regole del cosmo e le rifonda a modo suo, senza poesia, senza geometria. Un vero golpe di idealità che sta annientando tutto ciò che di sacro appare ai miei occhi.
Per mesi, anni, l’ho osservato, letto i suoi racconti, paralizzata, ammutolita dal terrore per il male oscuro che costui produceva senza sosta e che stava profanando il luogo sacro delle riflessioni e delle mie catarsi mattutine.
Mi stacco e avanzo cautamente tra la folla dei suoi neuroni.
Scosto braccia e liane come un esploratore nella selva delle banalità umane, mi addentro nel suo regno. Il silenzio mortale dei primi istanti poco a poco si fa brusio, e poi cresce ancora più forte fino a divenire un vocio assordante.
La foresta si richiude dietro di me, mi ha inglobata, digerita, dimenticata. Ma non ancora omologata. Devo fuggire. Devo fare in fretta, prima che questo piccolo bastardo se ne accorga. Sono stanca, non ne posso più di vivere qui relegata nelle grondaie del suo cervello, schiacciata dai suoi neuroni indifferenti.
Fammi uscire idiota.

***

E all’improvviso (nonsense)

…e all’improvviso slacciandosi i pantaloni come un’immensa pornostar tiramisù la giungla tigrosa azzannò i polpacci delle innocenti gimnosperme zigrinate che si addensavano in acacie piumose incipriate da tamarindi meccanici in fiore tra gallerie ed intrichi di rami amaranto in liquidazione al vov mentre seicento metri più in là dai fetidi rifiuti fangosi coperti di fungaie coi tacchi da cui emergeva un groviglio di forme vegetali zapatiste in lotta tra loro le casalinghe di Cossiga ammiravano i faraoni aulenti nelle carlinghe infuocate alla carbonara sperando in una risposta dall’autobus che riposava ignaro. Fu solo allora che centocinquanta metri più in basso manageriali serpenti acquatici zebrati oramai ridotti a un mantello di Renato Zero si avvolsero a bambù patatosi mentre colonie di vampiri avvocatizi sciamavano a lato delle iguane dagli occhi lastlimonosi che sedevano immobili simili a sfingi alla pizzaiola mentre il coccodrillo addentava un’anitra di poliuretano espanso imbevuta di Cif Ammoniacal o in alternativa se vegetariano un tronco galleggiante di felce arborea decomposto in identiche paure che attanagliavano il nuovo pontefice ammandorlato con canditi.
Trenta chilometri più in là i bidoni vuoti piangevano.
Quello stesso giorno, dopo l’assalto finale, Corfinio cadde e fu un massacro.
“Sono guarito. Resterai con me Marzia?”.
“Fino alla morte Marco”.
E fu subito Amaro Averna e uova sode.

***

Zebrandosi verso l’infinito

Zebrandosi verso l’infinito

E dall’alto delle montagne un taxi smeraldino-amaranto impaginato si intigrò zebrandosi verso l’infinito mentre i soldati guardavano le montagne e Yobe, Sokoto e Kano, precursori di Zarfama sostavano sotto il cielo in libertà condizionata che, rotolando tra le nubi, precipitava a valle verso i rubini in fiore che attendevano qualcuno che li liberasse dalle limonose corone in leasing dei re e dalle regine aulenti. E, inaspettatamente, libertà verità e bellezza furono per sempre nei secoli dei secoli, Amen!

***

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12 pensieri riguardo “Microracconti – di Bianca MADECCIA”

  1. cara bianca, spero non ti dispiaccia se inserisco nel mio blog uno dei tuoi microracconti, citandoti ovviamente.
    lo sento troppo mio per evitarlo.
    ti ringrazio.
    D

  2. Anch’io sono rimasto affascinato da questa scrittura capace di condensare l’universo in un frammento. E il tutto nell’orizzonte di uno sguardo bambino capace di riscrivere il vero volto delle cose sul rovescio delle immagini che si dispongono “naturalmente” al giudizio silenzioso della sua pupilla.

    Credo che la “La bambina utile” sarà un gran bel lavoro. Tra l’altro, più leggo queste “microgenesi” più mi torna in mente l’opera della grandissima (e dimenticatissima, purtroppo) scrittrice spagnola Ana Maria Matute, in particolare quell’autentico capolavoro che è “I bambini tonti”.

    Un saluto a tutti e un abbraccio, che ricambio con affetto, a Luca.

    fm

  3. la sintesi surreale e limpida della vita, il lato dolcecrudo del mondo; “ciò che può dirsi si può dir chiaro” e Bianca lo sa dire in maniera egregia, un abbraccio a lei e a Francesco, Viola

  4. “Io non sono la tua divinità scintillante.
    Sei tu che mi stai costruendo addosso l’abito del tuo desiderio.
    O meglio, è la tua speranza che mi dà forma.
    Io sono solo una durissima corazza scintillante baciata dal sole di mezzogiorno. Un miraggio vuoto. Un oscuro Cortèz di passaggio. Un fantasma.”
    oddio che bello!
    non ti conosco, Bianca, ma ti faccio davvero mille complimenti!
    voglio postare anche io uno dei tuoi racconti nel mio blog, spero davvero che non ti dispiaccia!

    Patty!

  5. Cari tutti, caro Francesco, veramente grazie dello sguardo e dell’accoglienza generosa. E’ molto bella anche l’illustrazione scelta. Ma questo blog, oltre alla scelta dei testi, ha sempre bellissime immagini.

    Mi interessa molto lo sguardo dei bambini (o lo sguardo bambino) e nella “Bambina utile” sto lavorando proprio attorno a questa idea. Ho cercato Ana Maria Matute ma credo dovrò andare in Biblioteca Nazionale per trovarla. Segnalazione preziosissima.

    Buona serata e ancora grazie.
    Bianca

  6. ti ho postata nel mio blog, bianca!!!
    sul mio umile blog, Scarpette Rosse!!! ed ho messo il link!
    vieni a dare un’occhiata e a lasciare un commento, se ti va! mi farebbe piacere!….ed io passerò a trovare te appena ne ho il tempo!!!
    baci! grazie!
    Patty!

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