Il silenzio impossibile – Joë BOUSQUET

Max Ernst
(Max Ernst, The eye of silence)

[Joë Bousquet, “Il silenzio impossibile”, cura e traduzione di Antonio Castronuovo, Pistoia, Via Del Vento Edizioni, Collezione “Ocra Gialla” – Testi inediti e rari del Novecento, 2007 (Le pays des armes rouillées (1946-1947), Limoges, Editions Rougerie, 1969)]

Ricordi di un gatto in acqua – di Antonio Castronuovo

Quando Paul Léautaud incastonò la figura di Joë Bousquet nel suo immenso Journal littéraire lo fece, alla data dell’8 novembre 1945, in questi termini: «Uomo malato, che non lascia mai il suo letto». Ecco: è a questa immagine di paraplegico ridotto a letto da una pallottola che in guerra gli aveva leso la spina dorsale, alla sua camera di Carcassonne dalle imposte perennemente serrate e tappezzate di quadri di Max Ernst, Mirò e Tanguy, alle notti trascorse grazie all’analgesico dell’epoca, l’oppio, e con una distesa di taccuini sparsi sul lenzuolo, è a questo scenario che dobbiamo guardare per comprendere l’opera di Bousquet, il senso delle sue pagine, il livello altissimo di autocoscienza e la sua speciale metafisica: accogliere il tragico evento della paralisi non come punto finale dell’esistenza ma come porta d’accesso alla conoscenza del mondo, formulata mediante una logica singolare.
La ‘ferita’ e la lunga immobilità ne fecero un sensore predisposto all’ascolto dello spazio interiore: in uno sforzo supremo di essenzialità diventò scrittore di grande finezza, nella cui opera si fecondano reciprocamente vita e arte, realtà e immaginazione, luce e tenebre, mediante un continuo scambio di ruoli. La condizione di immobilità rende agevolmente ragione dell’abbondanza dei cahiers di Bousquet, quei taccuini con cui trascorreva le notti insonni registrandovi i moti della mente e del cuore. La sua vita – oltre alla produzione ‘ufficiale’ di poesie, narrazioni e diari intimi – è dunque calata in un intenso lavoro di annotazione, quaderni di appunti e di memorie oggi in buona parte pubblicati in preziose edizioni a tiratura limitata. In Francia l’opera segreta di Bousquet si trova in alcuni cataloghi ‘minori’, tra cui quelli degli editori Rougerie di Limoges e Fata Morgana di Montpellier. Si tratta di libri il più delle volte esauriti (epuisés, dicono i francesi con un moto di orgoglio illuminato) che fanno, nei labirinti dei mercatini parigini, la delizia dei bibliofili. Tra questi, Rougerie pubblicò nel 1969 il quaderno di memorie Le pays des armes rouillées (Il paese delle armi arrugginite), di cui si propone qui un’ampia scelta inedita in Italia. Bousquet vi affidò tra il 1946 e il 1947 molti ricordi della propria vita, fatti e immagini richiamati secondo il metodo delle opere creative: interrogare se stesso, la propria posizione nel mondo e nella vita, il senso dell’infermità e dell’amore, sentimento cui egli assegna sommo valore. E facendo questo, Bousquet sovverte la norma di realismo cui è soggetto il genere delle memorie, rendendo le sue una sede di espressione onirica e surreale.

Tutto ciò è attuato mediante il singolare stile linguistico che aveva impostato negli anni. Quel che infatti egli persegue è accesso a un mondo di espressione ‘ulteriore’, il tentativo di forgiare un linguaggio attorno alla propria energia repressa, di attribuire un corpo verbale alle immagini che ne abitano le notti, di adeguare l’espressione a un cosmo mentale già proiettato oltre la lingua e la sintassi comune. Ne scaturisce un codice espressivo che non si rifiuta all’abbraccio dell’irrazionale, tendenza che apparteneva al temperamento di Bousquet, intriso non solo di romanticismo tedesco e mistica medievale, ma anche di surrealismo (ancora nel 1946, a surrealismo estinto, annota: «Surrealizza il giorno, surrealizza la notte; surrealizza la persona, e vedrai che il linguaggio è un pensiero surrealizzato»). In queste memorie la scrittura si adegua al programma da lui stesso una volta enunciato: che la sua opera doveva restare aliena dalla tentazione di piacere agli altri. Tuttavia qualcosa di soave sostiene queste pagine, come se anche qui egli tentasse un’operazione poetica. Si tratta allora di entrare nel suo linguaggio, di adagiarsi nel torrente di questa logica eterodossa e trarne la sensazione di un flottare calmo. Chi leggerà questi ricordi dovrà insomma farsi semplicemente trasportare dalle parole: troverà così il tragitto di un’altra logica, garbata e notturna.

La memoria di Bousquet agisce similmente alla fisiologia del ricordo: trattiene solo ciò che giudica fondamentale. Il soggetto delle memorie, come viene indicato alla fine del libro, è infatti «ciò che il tempo non ha cancellato e che mai si cancellerà dal tempo». Fondamentali sono gli spezzoni di sogno, le impressioni residue di antichi dialoghi, le apparizioni di figure vaghe e fuggenti. Questi sono i suoi ricordi: sogni soprattutto, i «taciturni sogni» che lo aiutano a vivere «senza distruggere la mia persona», che gettano cioè le basi strutturali della sua mente. E così, il ricordo che introduce la collezione altro non è che un pensiero su se stesso, il programma di un’intera esistenza segnata dall’essere nato come «un gatto in acqua»: bisogna infatti nascere di lato, solo così «ci si fa notare per gli sforzi compiuti a entrare nella fila». Sforzi che appartengono alla volontà, nella cui ombra si realizza tutta la vita («Quel che crediamo di essere non è che la nostra volontà»), specialmente quella dell’uomo che compie la propria opera, lungo il solco di una vocazione che equivale a «un modo di concepire se stesso, un modo che gli spiana la strada». Comunque, nascere «di lato» segna tragicamente la vita di Bousquet: la collana di apparizioni (il padre medico, uomo irritabile che lo voleva uguale a lui; la casa di campagna dell’adolescenza; le figure che attraversano i giorni come visioni) allude sempre alla condizione di fondo, al fatto cioè che egli, quando annota i propri ricordi, è da molti anni immobilizzato in un letto.

Non è infatti difficile cogliere dai ricordi la sua esistenza di paraplegico: nei rari riferimenti all’immobilità, ma soprattutto nella centralità assegnata alla camera in cui ognuno accede, ma dalla quale lui non esce. E’ un’immobilità che insegna in certo modo a morire, suggerisce di farlo «assorbito ciascuno dalla propria notte viva», di modo che anche un paralitico, vivo ma infisso nel «punto d’incontro in cui la luce è preda del buio», potrà diventare una stella, un occhio che guarda ed è guardato, nell’infinito riflesso di una singolare scissione psichica. A segnare questa sublimazione resta la cicatrice della ferita dorsale, motivo di trasfigurazione di ogni ricordo di Bousquet e sorgente della sua consapevolezza tragica: che, in fondo, «non si guarisce da nulla».

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Testi

Da: “Il silenzio impossibile”

Ogni grande opera è vocazione. E’ per ogni uomo un modo di concepire se stesso, un modo che gli spiana la strada… Quel che crediamo di essere non è che la nostra volontà, la vita che realizzeremo è tutta la sua ombra. Assieme a questo corpo fragile, anch’essa calcola gli ostacoli con cui si farà grande, per renderci infine interamente presenti alla coscienza, sorgente di tutto il nostro essere.

*

Nei nostri esami di coscienza appare l’anima, ma per visitarci appena; tra tutte le nostre forze è quella che tratteniamo, ignorando le prove che così richiamiamo su di noi e di cui sarà frutto la sua sosta. Affrontiamo le nostre prove per unirci all’anima, di cui non siamo che la speranza, e per non pesarle più di un ricordo.

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Come morire? Assorbito ciascuno dalla propria notte viva… Così un uomo immobile diventerà una stella; l’occhio del gatto che un bambino aveva creduto vedere al posto del suo sguardo.

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Non conosco più il senso della parola poesia: è che non credo più in me stesso. Non ritrovo più in me l’uomo dei sensi, colui che faceva da contrappeso alla figura sociale e visibile, e questa sparizione inghiotte cartelli collocati di fronte a domini riservati.

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Non ho potuto donare un nome a quel giorno prezioso in cui la mia donna in lutto è venuta a visitarmi, purificata dalle sue lacrime.

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La donna che amo mi dona il risveglio. Credo di immaginare il suo corpo: è l’acqua profonda dei miei occhi che assume toni di pelle, al fine di tuffarmi nel mio stesso sguardo. Ma come riconoscerla subito ogni giorno, quando, per trovarla, sotto il cappello bianco, tra la tenda e il muro, è necessario che esca dall’ombra in cui la sua bionda chioma m’avvolge e rende ogni cosa un sogno, la mia casa, le stanze, tutto ciò che ella calpesta per giungere a me nel suo livido tailleur. Voglio che mi faccia scordare perfino il nome dell’amore. E’ un prodigio, è un incantevole dono che ella possa apparirmi e ridestare i miei giorni, senza destarmi dal sogno in cui la sua figura mi apparve.

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Il linguaggio non è una vana sequenza di parole, è l’atmosfera stessa dell’anima, un’alba che s’illumina, non certo del sole, ma di ciò che la terra dischiude in noi, sul fianco oscuro dello sguardo.

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L’amo sempre di più. Mi sono serviti anni per nascere da lei. Il suo corpo, davanti ame, si spoglia della mia ombra, diventa tutto il mio sguardo e me ne fa un rifugio.

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L’uomo non è, ma nasce. La sua esistenza è l’analogia interiore dei suoi istanti più alti; egli non è questa assonanza ma colui che la guarda. E’ spirito, e la sua vita è il segno di questo spirito.

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La coerenza della nostra vita trova la sua immagine nello stampino di sabbia del nostro corpo, l’io non è che l’intuizione di una compiutezza in cui ci è impedito di perderci, come nell’immaginazione universale…

*

Sono taciturni i sogni. La visione vi supera i suoni: la si direbbe portata su ali d’uccello. Isolate, delle voci vi seguono. E anche, mi sembra che esse conducano e riconducano al sogno; sempre udite un po’ di lato, come quelle voci che percepisco a metà nella corte che mi separa da mia madre.

*

Non sono dove mi si vede. Ho tutta l’altezza del giorno che ci rischiara insieme e che dovrebbe essere così vasto e illimitato da reggere la notte calda e vitale che mi colma. Questo giorno è più alto del cielo: vede nei miei occhi, deve vedere nei miei occhi la strada che fa percorrere a chi viene da me, a chi mi accosta per donare i giorni sgorgati per me dalla terra, dalla cenere fredda in cui ogni mattino s’interroga prima di appartenermi.

*

L’esperienza del sogno m’aiuta a vivere senza annullare la mia persona: previsione oscura, segreta, che si sostituisce alla conoscenza dell’avvenire, che mi dissuaderà dal vivere e amare. Non conosciamo l’avvenire, non ne riceviamo il colpo: ce lo nascondiamo, ma ci culliamo con lui, entriamo da sonnambuli in questa vita smisurata… Quale grandezza, di cui non siamo che l’eco, ci rende quel che siamo?

*

Questo post è dedicato all’amico Martino Baldi, con riconoscenza.

***

8 pensieri riguardo “Il silenzio impossibile – Joë BOUSQUET”

  1. Anche se dovrei essere io a ringraziarti per avermi fatto conoscere Bousquet più di un anno fa. Un grandissimo scrittore, relegato in Italia a una francamente incomprensibile semiclandestinità.

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