Apokalypsis cum figuris – Reb Stein

Da: Quaderno 2005 (inedito)

I. Apokalypsis cum figuris

Percorriamo strade segnate
sulla pagina nuda di un grido.

(Meridiane)

Presagi di neve
trascorrono sui muri di meridiane spente.

Si ricompone come voce nell’onda
la stagione recisa confusa in pollini di luna

il tempo di una parola fatta grido
che sbarra il varco alla stella delle dune
e la piega ove si tacita la sete –

notturno intagliato nella sabbia delle labbra.

La pupilla che attende visitazioni d’ombre
chiede spazio ai pensieri
con la grazia del lampo davanti a un argine di spine

dilata lo sguardo
per contenere l’estremo lembo di cielo
raccogliere nel volo quelle reliquie d’ali.

Io rimango in ascolto dei passi del gelo.

Sarà la rosa disabitata che sfiorisce nel palmo
a battezzare la prossima alba
con acque di silenzio.

*

(Soglie)

Brevi voli
architetture variabili dell’assenza
al silenzio eguagliano delle pupille
segni inesprimibili di un perpetuo ordine increato.

Si librano sulla mappa del cielo
come radici che s’inventano una fonte
nella penombra che annuncia il primo astro –

un sogno di invisibili flore
arabescate dal vento in prodigiose geografie di rami
oasi germogliate dall’abisso
per farsi dimora e madre di altre ali.

Potessimo varcare quelle soglie
tradurre in sillabe leggibili nei giorni
il lontano che si azzurra nel muto stupore delle labbra –

potessimo restituire ai deserti della voce
l’alfabeto dimenticato delle stagioni
lo specchio dove la terra si rinnova
fedele a un antico richiamo di sorgenti.

Allora ci parlerebbe la notte
di ogni ora che brucia mentre si muta in alba –

nel lume che riplasma le sue tenebre
in petali da polvere risorti.

*

(Acque)

Vele rosse di marea
che l’orizzonte lascia scivolare verso il suo abbandono.

Tra isole che non riaffiorano
s’immerge il mondo sulla rotta di foglie controluce.

Osserva sopra l’acqua le parole
disporsi in cerchio ad esplorare la notte nel profondo

gli anfratti dove aleggiano assopite semine di fiamma.

Danzano la vastità di ogni silenzio
quelle onde di solitudine e di carne –

grida aggrumate in vivide estasi d’ignoto
appena una riva ci risplende.

*

(Lampi)

Solo l’attesa
illumina il silenzio delle nostre voci
quando la morte è sola –

quando il chiarore di una rosa
è un lampo che attraversa le riviere del buio
e poi scompare nel respiro di cenere
d’inaspettati piovaschi –

già in volo verso il cielo remoto
da cui precipitò l’astro natale

da cui traboccherà il mattino senza il nostro sguardo.

*

(Ricordi)

Precipitare sabbioso dell’anima sulle labbra, è il ricordo – moto di linfa verso radici aride che anima le pietre, muove cerchi muti di parole incise sull’acqua dei trascorsi giorni.

Tu lo senti varcare lontananze
scorrere in forma d’eco vagando a tutta palpebra
tessere gemme col filo assiderato di una lacrima –

travasare dall’urna il nome delle ore
che hanno accese le stimmate nel palmo –

voci di clessidra riemerse dal sonno delle sabbie
perché il tempo rifiorisca grano a grano.

*

(Echi)

Trabocca d’echi –
beve tempo dalla mano che la portò con sé
sigillata dentro ombre di neve
o avvampata dal grido di lune morenti.

Trabocca d’echi – la parola ferita
approdata sulla soglia di voci senza storia

un rigagnolo di luce
scavato tra i seni della notte
librato a interminati voli di deserto.

Trabocca d’occhi
la parola che lava la sua iride nel fuoco –
come una stella in anticipo sul tramonto
che cerca la rotta tra vanescenti coltri di scintille.

Vegliano il suo sradicamento
gli inchiostri immobili
germogliati dal sonno delle pietre –

accenti muschiosi che resistono
in silenzioso divenire di stagioni.

*

(Dimore)

Estranei giochi di luna al cui chiarore albeggia il passo del viandante. Pupille di sorgente dalla notte, mentre il cupore sciama punteggiato d’astri e la deriva lenta dei pensieri è fiamma di quarzo solcata dalla vela di un ricordo – equorea luce che porta incisa l’impronta del tuo nome. Tu che da una riva all’altra, dentro maree di buio, stringi nel palmo il lume d’immagini redente – volti cui resta per dimora la mano serrata dove il silenzio frange.

Si librano rochi in dissolvenze d’ombra
steli febbrili verso la falce
incantata che li placa

profili di foglie cadute
colmano di cenere
la distanza tra il mattino e gli occhi –

di cenere
fin dove riesce a inoltrarsi lo sguardo
azzurri franati che planano nel volo
a improvvise grida nascoste.

*

(Pietre)

Sei tu –
una pietra –
e ancora ti risvegli
nel tuo silenzio che non si misura –

specchio senza albeggiare
del tempo già scritto di un fiore

o fossile di ere che si piegano
al limitare vuoto tra stelle e voci immobili di niente.

Forse l’eternità è solo scambiare gli occhi con un sasso
e con voci sconosciute in una mano
incamminarsi per migrare verso le sorgenti –

i passi segnati dall’ultimo riflesso della luna.

Lampi di stagioni senza ritorno
le domande poste alla sua ombra
con lingue accerchiate di stupore.

*

(Ombre)

Una voce resiste con ali di rivolta tra i bagliori rifioriti dell’aurora. La luce che immutata dispiega i suoi deserti per la prossima notte, traghetta oltre le sabbie acque perdute in muti abitacoli di fonti. Dove la spina che ricama la ferita, è stupore di rose cresciute sul tuo labbro.

Farne un verso
è strappare come un voto ai giorni
lampade capovolte nella mano di chi procede
a passo di silenzi –

mano che chiarori offre alle ore
traversando cammini di altre solitudini

strade oscurate da lacrime autunnali –

sognandole rovescio delle ombre
semi tra i bordi dove non avremo occhi.

*

(Naufragi)

Soltanto il dolore
grido di luce strappato al deserto dei giorni
parla ai silenzi di dio
dalla ferita infetta scolpita nella carne.

Racconta alle labbra del buio
la traccia di stelle dove si spoglia l’ombra della notte.

Implora per ogni naufragio
solo la carità di un orizzonte vuoto.

Ascoltaci –
oggi dalla più antica delle tue pupille
un nulla in forma di lacrima insemina zolla e tempo.

Nessuna mano ritaglia echi di parole
dal vento sottile che tracima quale fiume in piena
acque di impercorribili risposte.

*

(Tramonti)

Declina la luce
in pulviscoli che cesellano bagliori nella sera imminente –

soglie misurabili da una parvenza d’aria innevata
che percorre a ritroso il cammino
dove l’acqua fermenta uragani –

alfabeti inconfondibili
tracciati dall’ombra che allarma gli steli.

I silenzi del tramonto
lasciano ferite di sale sulle mani

sulle labbra memorie cui sanguina nello sguardo
un lampo di improvvisi azzurri
accenti di ore scampate al naufragio del giorno.

Guardali mutarsi in sabbie
e trascinati dal vento risalire come una preghiera
il mobile sillabario delle dune –

fragili pagine d’oasi
dove l’unico oracolo avverato
è il sentiero del nostro stesso grido.

*

(Occhi)

Pietre degli anni – colori di febbre sopra muri di memoria. Arbusti rampicanti, in simmetrie di volo, spiano da quella soglia la mia bocca, gravata dal peso di alfabeti dimenticati. Sulle labbra del giorno, parole diseredate si librano prima del buio. Seminano nell’aria frammenti della luce natale. Come ci fossero ancora terre feconde, al di là di qualche orizzonte lontano – voli in attesa presso sorgenti stupite di vento.

Ieri era occhi infiniti dentro di loro
occhi senza la carità di un solo canto
occhi senza lingua.

Nella pupilla s’iscrisse un sole privo di radici
immagine franta in vertigini di forme
dove balena un segno come di ferita

un fiore –

calice da cui l’universo
rivelato
rovescia ore in comunione
cristalli mobili in un rivo di trascorse acque.

*

(Lacrime)

Un silenzio verdemare di anime migranti affossa le sillabe sul labbro – un silenzio accarezzato come un volto, come tutti i volti che insieme bruciano dietro la scia ignara delle nostre voci. Un silenzio tra mani arborizzate da lumi di memoria. Da grappoli di vite azzurrate dal fuoco di una lacrima.

L’inchiostro che cerca il palmo dalle ciglia
scava la pagina nella pietra dello sguardo.

Nel solco la solitudine canta le sue maschere di carne.

Ognuna ha i nostri occhi –

un crescere di immagini
che ripetono storie di altri inverni

di stormi che guardano fragili ombre di creta
dileguare come lune opache
sotto il peso di un cielo senza approdi.

*

(Migrazioni)

Le mie stagioni si arenano tra le radici degli ultimi soli. E’ tempo di deporre la mia traccia di sale nei tramonti in cui si specchiano voci nate altrove.

Si perderà negli anni l’inchiostro –
la carne tra le pietre della sera.

Lo stesso grido dal cuore delle cose.

Immense nel migrare delle sabbie.

*

(Reliquie)

Presenze umane riaffiorano dai silenzi di mari interiori. Attraversano l’anima degli anni con passi diseguali, con lampi di sete nella voce. Sono astri di calce e resina impigliati tra immobili grate di parole – lembi di cielo allo scoperto, a precipizio sopra tavole imbandite con calici di pollini.

Poeti ammalati di futuro scivolano sulle onde di quei volti ritrovati – reliquie che incendiano l’aria, come petali che la mano avrà da piangere dopo aver profanato l’immensa chiarità delle sue rose.

Le labbra rischiarate da roghi di alfabeti, gridano visioni insospettate, racconti di deserto – stagioni da leggere al sole di ore sconosciute.

*

(Alberi)

Nati a un battito di ore
gli uomini sono pietre agli occhi di una lampada.

Alberi scesi nel mattino con rami e passi ancora
sporchi d’ombra.

Sciamano fino alle chiuse del sole
gli accenti che si nascondono nella luce remota dei cortili.

Nei nostri giorni prendono il colore vivo della sete –

di un verso che si offre
come la carità dell’acqua a un roseto in fiamme.

La memoria delle origini
è un deserto di luci impronunciabili.

Un sogno d’oasi murate in lenti di clessidra.

La ferita di quelle sabbie si rimargina
all’insaputa dei nostri occhi

arresi al buio.

*

(Isole)

Lacrima immobile tra bagliori rovesciati, ogni pietra è nel giorno lo specchio del suo divenire. Preghiera errante naufragata nei mari che si dovranno correre, ebbri di parole svuotate del loro seme.

Anche oggi un frammento di sillabe
cade dalla lingua ammutolita dei muri –
reliquiario dove il sole raccoglie irripetibili ore
tracce di respiro cicatrici di ali inesplorate.

Cade si scheggia rimpatria
come il battito di ciglia restituito all’orbita di un lampo
o la vela che lenta si oscura di fronte agli abissi del cielo.

Anche oggi
il tempo profuma dei fiori vermigli delle notti –

dalle sue mani sporgono sogni di zolla
isole d’erba dove frange l’onda di una pupilla rinata.

*

(Florescenze)

A un crocevia di occhi, paesi di memoria che lentamente si abbandonano all’abbraccio della sera. Un bambino che calza profumi di carne nuota in un letto di pioggia lungo le croci del sud. Ripensa i volti che ha disegnato sui sassi per compagni, i suoi passi che si inalberano in fronde per dissetare quelle labbra, le radici che ha piantato nell’aria per abitare il vento. Florescenze di silenzio ai confini di un’età senza luogo.

Ho qui nel palmo pietre di mille anni
sul viso palpebre di foglie
albagìe di rami.

Veglio la stella che trovò dimora
nel seme acerbo di parole fulminate in gola.

2 pensieri riguardo “Apokalypsis cum figuris – Reb Stein”

  1. Il tempo abita queste poesie, ne è l’oggetto, la ragione, l’essenza, “dalle sue mani sporgono sogni di zolla”. Il poeta lo cerca ovunque, il già trascorso tempo, le ‘pietre degli anni’, sa che senza di esso “i nostri giorni prendono il colore vivo della sete”, che gli uomini resterebbero ‘pietre’, la natura non avrebbe interlocutori. Per farlo convoca, con metafore ora dolci ora dolorose, una realtà trasfigurata, perfino ‘il silenzio verderame’. Da tutti i testi traspare una grande pacatezza, un misto strano di fiducia e di rassegnazione: ‘nessuna mano ritaglia echi di parole/ dal vento sottile che tracima quale fiume in piena/acque di impronunciabili parole’. E’ un poeta che sembra avere condiviso e assimilato Heidegger e Gadamer, lo stare in ascolto dell’essere:’Io rimango in ascolto dei passi del gelo’, ‘Veglio la stella che trovò dimora/nel seme acerbo di parole fulminate in gola’.

    Poesia di rara qualità e bellezza.
    Antonio Fiori

  2. Grazie del tuo commento, Antonio: sempre di grande qualità e finezza.

    Heideggere e Gadamer sono stati a lungo presenti nella riflessione e nella scrittura di Reb Stein. Ci aggiungo, in questo caso, un interlocutore (solo) apparentemente distante: il Bachelard degli studi sulla “terra” e il “tramonto”, nella loro interazione con la dimensione del divenire (e del tempo della poesia).

    Un caro saluto.

    fm

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