Esercizi di sopravvivenza – Andrea CIROLLA

IO E QUEL MIO AMICO

Ho vissuto a lungo fingendomi morto

Fr. 1, parte I

Io e quel mio amico siamo andati nella casa dei vecchi papponi. I vecchi papponi vestono vestaglie rosse lisce di sera. Ci hanno lasciato nel salone. Un tavolo lungo e, sopra, una tovaglia corta ai quattro vertici. I vecchi papponi sono papponi di amiche lesbiche ammiccanti, alcune di nero vestite. Qualche vecchio pappone s’intrattiene con altri vecchi papponi e poi arriva e ammicca a me e al mio amico. Solo dopo porta un vassoio coperto di bicchieri, di cristallo perché luccicano così. Ma alcuni non sono bicchieri, hanno forme più nobili. Non ci dicono niente, a me e al mio amico, i vecchi papponi. Non ci è rimasto neanche il tempo di ammiccare verso qualche amica intrattenitrice nostra e delle sue amiche lesbiche. Ci sembra giusto principiare il pasto. E allora mangiamo i bicchieri perché il cristallo è zucchero lucente, fragrante e trasparente.

Fr. 12, parte I

Quando io e il mio amico desiderammo bere del pessimo vino in quel bar della città, andammo decisi dal barista. Ma prima il cesso, glielo dissi. Il mio amico era sparito e il barista, vecchio pappone lui pure, mi disse di salire all’ottantaduesimo piano. Forse mi stupii, ma andai lo stesso verso le scale grandi. Il vecchio mi riprese. Mi disse che era meglio se salivo le altre scale, quelle verticali. Non posso dire di aver visto molti gradini, salivo poggiando su balaustre sottili di legno scrostato e secco, simile anche a una groviera scavata da termiti.

«Quali insetti sono dannosi per il legno? Ad esempio gli insetti xilofagi. Gli insetti xilofagi intaccano il legno deponendovi le loro uova. Una volta schiuse le uova, appaiono le larve: piccoli vermi bianchi che divorano il legno scavando gallerie. Una volta trasformati in insetti, usciranno dal legno per riprodursi. Gli insetti xilofagi (tra i quali i tarli o i capricorni delle travature) vengono identificati in base alla forma del buco prodotto nel legno e al tipo di tarlatura».

Arrivai in cima con molta fatica. Il mio amico era sopra, seduto a terra, e intorno a lui non c’era il pavimento. Dov’è il cesso? Il cesso non c’è perché non si vede. Come faccio a passare dall’altra parte? Non posso perché non c’è il pavimento. Infine pigiai con la punta del piede un pedale di plastica che apriva una scatola parallelepipedoidale da caffè, nera, come quella di casa mia. Ci feci dentro una lunga pisciata e la scatola era già piena. Poi non ricordo perché ci cacciai dentro la mano, forse per fare spazio. Quello che conta è che alla fine il pavimento fu visto, e io lo attraversai. Fui dentro la vecchia e ultima stanza: una molteplicità di letti a castello (due per castello) e altrettanti comò, antichi, polverosi e grossi. Un lumicino per comò e una foto funebre altrettanto, ma senza la faccia. “Dobbiamo spegnere tutte le luci”. “Sì”. Non avremo ancora finito.

Fr. 36, parte I

Quando finalmente andai al fiume con quel mio amico, mi sedetti alle spalle dell’alberone. Il grande albero troncato non poteva infatti, e non può ancora, vedere quel prodigio. Prima di accendere la mia sigaretta vidi il grasso cigno grattarsi sotto l’ala. Era quasi a riva e stava girato, come per mostrare volutamente le terga. Il grasso cigno non ha un collo non ha una testa. Il grasso cigno ha un grosso braccio pennuto che gli sgorga dal busto. La mano non c’è perché non si vede. La mano è sotto l’ala e io ne sono sicuro. Grattò, grattò per molto tempo. Io persi la ragione e finii a rotolarmi nell’erba, davanti al fiume. Poi m’irrigidii. Poi mi calmai. Poi me ne tornai a casa.

***

QUELLO CHE COMPRA IL LIBRO

È proprio come volevo, quel volume: qual gracchiare!

Ti ritrovi, così, a camminare lungo l’angolo del vicolo illuminato. Le luci gialle e artificiali esplose. Sull’asfalto e le pareti: la materia illuminata, schizzata, spalmata, concentrata. Un impasto di riflessi e sudore frusto. Così ti ritrovi e così giri la testa e così guardi la vetrina. Dentro ci sono i libri. Già lo sapevi, ma ora esistono in altro modo. Scivolano sulla presenza, s’impigliano al tuo istante. Poi sei già dentro, con un buon fruscio di sfondamento cadi in situazione: prendi la scala accostata, la trascini con fare meticoloso e sali. All’ultimo ripiano, sulla scansìa diventi la tua mano: corri poi ti fermi. Sosti poi riparti. E quindi t’aggrappi, attacchi il dito e lo strappi.

Che gioia, che allegria. Un intero libro di prefazioni a libri mai scritti: cosa tra le più inutili delle cose al mondo, comincia a scartocciarsi la carta dal dorso, mostra quanto brilla lì in fondo. Poi ti guarda ammiccando e tu ridi. Prendi il libro, paghi (naturalmente prima scendi) e non t’accorgi. Rientri nel vicolo dopo che il suo angolo lo hai già snocciolato nella verticale che calpesti. Infine ridi, ridi come per barzellette, come quando, dopo qualche bicchiere di vino, quel tuo amico comincia a raccontarti di come ha saputo starnutire, rigurgitare e defecare tutt’assieme. O di come un tale ha saputo acquistare della Salvia per alterare le proprie percezioni, ma dal ridente – a sua volta – ortolano. Come se fosse per tutte queste cose tu te ne vai ridendo per il vicolo. Arrivi, prendi il mezzo e sghignazzi col libro sottobraccio. Notabene: cominci a leggerlo. E vedi, li vedi chiaramente. Lo scrittore che se ne sta al freddo; e quel suo amico, l’altro scrittore che s’è tutto gonfiato di entusiasmo. Sta seduto ma si fa spazio dal tavolo. Comincia a leggere alla mogliettina, fiero e composto, il suo paragrafo introduttivo. Lei ride, fa la contenta e poi gli spinge la fiamma sotto la carta. Che brucia, brucia fino al nero, fino al puzzo vago, poi sempre più sentito. La carta si fa cenere e lei balla quasi, gli si stringe come se non lo vedesse da anni. Il marito è tornato, è di nuovo suo!

Lo scrittore, il primo, ride e ridi anche tu di lui, di te e dell’altro. E la loro compagnia si fa tanto gentile, e tanto si avvicina! Sbuffa via del soffio caldo, e ti senti già dentro la cerchia. La cerchia lì davanti, di ridenti e di danzanti.

***

Lo specchio

Immaginate un dipinto da cui emerge, tra le linee e i segni, uno specchio prima di tutto. Al di qua dello specchio ci sono due figure umane: un nano ed un uomo. Al di là dello specchio, ovvero nello specchio, c’è la variazione che potrebbe pure essere interpretabile come ostruzione. Ostruzione a che? Ostruzione alla lucidità, perché nello specchio, se appena vi sporgete, potete notare due figure di cui una non è la restituzione di alcunché. E’ spezzata l’invarianza. Mentre l’uomo ricompare a parti girate (questa è la sua sola variazione), il nano è allungato a dismisura. Ma non si tratta di un gonfiaggio, ché dentro c’è la sua carne e tutto il resto. Lui, un rifiuto della società (questo è il tema della mostra in cui trovate il dipinto), ha il suo riscatto. O forse solamente avete la grazia di dare una sbirciatina nel tramite della sua visione. L’ingigantimento del nano: è la sua realtà? Glielo auguriamo. La sua speranza disattesa, sempre? Potrebbe pure darsi. Noi (io, voi) non lo possiamo sapere perché il quadro non c’è. Difatti lo state immaginando (pure io lo sto immaginando). Non è ancora stata comperata la tela, che sarà una tela grande. E il negozio di ferramenta non ha ancora procurato la pinza che serve a tirare e stendere e infine a permettere di fermare con le graffette la tela sul lungo telaio. Solo il telaio, appunto, è pronto, ed è una vuota cornice appoggiata alla parete, sul ballatoio di un castello restaurato. Le vernici, gli olii, i pennelli e tutto il resto attendono in casa del pittore, che nel frattempo finisce di definire la scena da bloccare, con la sua arte e con l’aria che secca il colore, sulla tela.

***

Poesie inedite

*

La bellezza si svela a grumi.
E mai per troppo tempo.
Ne senti il sapore sotto i denti.
Un poco si sprigiona in su,
verso il naso usato
all’incontrario.

Il giorno si sporca
anche troppo in fretta.
O ti sforzi di pulire.
O ti cerchi un angolo smacchiato.
E allora inforchi i tuoi occhiali:
quelli da ricerca, quelli belli grandi,
e cominci ad affondare
le mani nell’esprimibile
fino alla sabbietta ancora netta,
completamente circondata,
racchiusa,
ma ancora netta.

E’ così che lecchi un po’ di salvezza.
E capisci perché,
Perché quei sassolini li chiamiamo bellezza.

*

“Al margine della traccia di lacrima impara a vivere”

La veduta strabica
e un corpo è in lacerazione,
ciò che spinge non lo vede.
Sputa i pezzi quel plasma nero.

La faccia strappa la linea, si dilata, si deforma,
solo pelle che lotta
contro massa che preme.
Questa massa nera. Un vigore
che trascina guance, preme occhi, vuole bocca.
La contrazione livida, è nelle braccia.
E’ nel crampo della pancia,
è nella spinta contro “cadere”.

C’è comunque un guardare
attraverso il nero di roccia.
In alto, c’è quel puntare
ai margini della goccia.

Una lacrima messa fuori
da considerare; una lacrima slegata
rotola: dalle conche dei suoi occhi
le tue abluzioni.

Sole s’è fatto goccia s’è fatto pozzo,
la sua profondità allarga la macchia.

*

La bambina pittrice dipinge famiglie.
Non la sua, né la mia.
Dipinge famiglie, gli cambia le facce
e i membri, pure i vestiti.

Ma qualcosa rimane
di questo suo immaginare
la vita e i panni stesi
ad asciugare, a farsi sporcare.
I bambini che si rincorrono,
i nonni che li raccontano.

Ce n’è uno, c’è un bambino
che ha modellato il lenzuolo.
Non è che vuol fare il fantasma
(come può farlo, il fantasma?).
Credeva di attraversarlo,
ci ha spinto dentro il naso
a quel biancore appeso.
Ci ha fatto la maschera,
ha allungato un braccio, poi un altro.

Poi il giardiniere l’ha raccolto
ha chiuso il sacco, ha stretto il laccio:
lo stelo di un papavero
a mo’ di abbraccio.

Il giardiniere sta in alto,
più in alto di tutti.
Ha le mani sporche di terra e di concime.
Coltiva certi papaveri…
hanno tutti il capo in giù
e la corona
sembra debba caderci sulla testa.
Una fine mesta, se pensiamo
che abbiamo anche noi
le gambe all’aria.

Non dica ci ammaliamo,
dottore, non lo dica.
Perché a me pare proprio il contrario,
che al suo corsivo debba mancare una lettera,
una consonante,
quella centrale per la precisione,
quella che sola rimane.

Così sarebbe che noi ammaiamo
proprio il primo di maggio
sulle porte delle innamorate.
Ma se proprio colà non si puote
preferisco che sia un verbo riflesso,
che a noi tornando
con malia ribatta, e
di magia combatta.

*

Dicono che il rostro
sia becco di uccello grifagno.
Cosa mai sarà un uccello grifagno
mi chiedo.
Mi dicono allora che tiene le griffe,
gli artigli insomma.
Come gli “occhi grifagni”
che ghermiscono fortemente.

E che poi, per metonimia
e per giunta al plurale
sia la Tribuna del foro Romano.

Io di queste cose
non so niente.
So solo che il merlo
che ci viene a trovare
(quaggiù in lavanderia)
non ci azzanna
nemmeno con le unghie.

*

Sì, in fondo rimaniamo uguali come il cielo.
Passeranno gli anni, tutta una vita,
ma avrò solo intorno altre mura e altri scorci
per lo stesso cielo.

Da piccolo a mio modo mi sentivo spirituale,
parlavo con dio,
come fosse mio padre.
Anzi, forse un amico un po’ più grande,
per esempio di 5a elementare.

Ora
specialmente la sera
io
faccio molto fatica,
ultimamente, a vivere alla sera,
che fatica,
ma prima era il contrario.
Ora è come se la vita si ripetesse –
per quella che è passata
e per quella che verrà –
in ogni giornata.
Così mi addormento vecchio, ogni giorno.
E se parte male è come se nascessi menomato.
Tante vite quanti i giorni, pensa te –
dico io –
che fatica.

2 pensieri riguardo “Esercizi di sopravvivenza – Andrea CIROLLA”

  1. Eh sì, non ci avevo pensato. In effetti mangiandolo lo si danneggia anche, il legno (il virgolettato indica la citazione da un articolo d’informazione entomologica dal quale ho attinto e al quale, purtroppo, non so più risalire).

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