Edmond JABÈS nella lettura di Antonio PRETE

L’esilio dal libro – di Antonio Prete

Passaggio al libro

La scrittura di Jabès è un’esegesi che muove non dal libro, ma dalla sua mancanza, non dal senso, ma dalla sua indecifrabilità, non dal volto di Dio, ma dalla sua assenza. Assenza che ha consegnato l’uomo alla lotta con il dolore, con la sparizione, con il vuoto.
    Scrittura come allegoresi di una speranza e di una ferita. Questa separazione e questa ferita aprono un varco tra la lettera e il senso. Il senso si allontana verso quel confine dove la sabbia, il silenzio, la cenere, sono le sole linee di un paesaggio traversato dal vento del nulla. E la lettera modula, nella sua metamorfosi, nel suo divenire, nel suo disperdersi, la possibilità che un nome, tra infiniti nomi, raccolga l’eco del primo Nome.
     Allegoresi, dunque, che si colloca nel vuoto di senso, e quel vuoto interroga, per i solchi di parole cancellate, per l’ombra dell’origine che dorme in ogni attesa, per la lingua del nulla di cui la morte è il ritmo. In questo deserto del senso il vento porta una domanda di vita. Sogno di un’oasi nascosta tra le sabbie.
    Le pagine dei libri di Jabès sono linee di confine che s’aprono dinanzi ad altre linee, in un paesaggio che da visibile si fa mentale, da transitabile astratto, da colmo di voci silenzioso. Su queste linee di confine migrano pensieri come voli d’ombra, pensieri che sanno la solitudine della domanda, il lampo dell’abbreviazione fantastica, la quiete della narrazione. Come sanno di doversi, sempre, confrontare con l’angoscia dell’arbitrario, con l’assenza di una lingua “suprema”, con “l’insensato atto dello scrivere”: è qui che la scrittura di Jabès incontra la tradizione mallarmeana.
    Il libro di Jabès è il giardino (mistico?) di una mattutina meditazione: l’esplorazione dell’interiorità dispone la parola verso il frammento o l’aforisma, verso il gioco della lettera o la trattazione discorsiva, verso il teatro di voci o la citazione, ma anche verso il bianco dei margini, il silenzio delle cesure, il raccoglimento dell’interruzione. Interruzione che Benjamin, in dialogo esegetico con Hölderlin, vedeva come apertura, nel tempo poetico, di un altro tempo, come iridescenza di un’altra lingua. Interruzione che Blanchot, in dialogo esegetico con Jabès, ha visto collocata “dans l’histoire et dans l’écriture en marge de l’histoire”.
    Per questa tensione della pagina oltre se stessa, per questo desiderio, ch’è in ogni libro, d’un altro libro, per questa resistenza della parola al nulla che la corrode, la scrittura di Jabès si sottrae ad un’interpretazione che voglia disporre i suoi temi in un ordinato recinto, in un’esplicazione conversevole, in una teoresi sistematica.
    Il limite che ogni pensiero di Jabès affronta – limite della scrittura, del senso, dell’interrogazione – si trasforma (il che è proprio del limite per il poeta) in un oltredeserto che l’ombra delle palme annuncia, in un oltresilenzio cui l’assenza del nome rinvia, in un’oltrelingua che il vento mormora. Ma si tratta di un oltre confinato nel qui e ora, condannato a specchiarsi nello stagno del presente, nelle sabbie di un impossibile altrove. Nessuna ombra di messianismo, nessuna riposante nostalgia.
    La pagina di Jabès, perché attraversata da voci che sono anteriori alla scrittura, ha un ritmo che spoglia l’autore della sua autorità, e sottrae il libro alla forma del libro: per questo il lettore è forse chiamato, più che al giudizio, ad una prossimità con l’autore, più che a un commento, a quella prima essenziale forma di ermeneutica che è l’ascolto. Ascolto delle voci – di rabbini e di discepoli, di amanti e di perseguitati – e ascolto delle innumerevoli variazioni che muovono dall’enigma di un volto assente verso una ricognizione – una cognizione – del dolore che è nel mondo e che il nome di Auschwitz ha raccolto in emblema. “Non si racconta Auschwitz. Ogni parola ce lo racconta”.
    Si tratta di trasformare questo ascolto in un’altra scrittura, annotare, sul margine bianco dei libri, alcuni pensieri, sperimentare sulla pagina letta il ritmo dell’abbandono e dell’interrogazione, della confidenza e del dubbio: è questa fraternità, arrischiata ed esposta, quel che chiamiamo esegesi?
    Se la scrittura, secondo la definizione di Isidoro di Siviglia, è “linea vitae”, è certo che da essa può prendere avvio la messa in questione di colui che legge.

La terra, il libro

    Dal ciclo che Le Livre des Questions inaugura al recente Livre du Partage il libro è un’ossessione e una dimora che, come un miraggio, l’esilio rappresenta e fa svanire, scrive e cancella: per questo ogni libro si chiude su un volto perduto o su una ferita o sulla cenere del senso. L’intestazione di Libro è ombra dell’intestazione del libro sacro ma anche suo svuotamento: raccoglie nel volume il bianco dell’opera, l’impensato che è il respiro del pensiero, i vocaboli che svaniscono lasciando nascere la parola, le larve dei libri sognati o perduti o mai scritti, l’impossibilità di una scrittura piena e di una piena decifrazione. L’intestazione di Libro raccoglie l’esperienza della parola sacrificata, consumata, fatta cenere: oltrepassamento della lingua o suo naufragio?
    Eppure, sotto questa cenere, dorme la brace, cioè la parola dei saggi e dei folli, l’appartenenza a una tradizione nell’assenza di legami, ad una memoria nell’oblio della promessa. L’intestazione di Libro è la scena di una drammaturgia che fa dialogare la sabbia con il nulla, il cielo con la finitudine, i solchi degli uccelli nell’aria con il movimento della scrittura, il silenzio della pietra con i volti della sofferenza: drammaturgia allegorica, per la quale tuttavia il dire e l’altro dal dire hanno ciascuna la propria materica presenza.
    Il libro, nella meditazione di Jabès, è la terra della propria identità e della propria dimora: luogo della riconoscibilità di un destino e delle sue vicende, di una vocazione e dei suoi percorsi. “Io sono nel libro. Il libro è il mio universo, il mio paese, il mio tetto e il mio enigma. Il libro è il mio respiro e il mio riposo”, è scritto nel Libro delle interrogazioni. La ripetizione, propria della salmodia, si adagia sulle linee di un paesaggio familiare: l’equivalenza tra i libro e il paese, tra il libro e il corpo, tra il libro e l’universo, trasforma la lettura in un’ermeneutica assoluta, la scrittura in un atto di vita.
     Questa appartenenza al libro porta con sé, come ogni appartenenza, l’ombra o l’angoscia di un possibile spaesamento: “Io sono, senza i miei scritti, più anonimo di un lenzuolo al vento, più trasparente di un vetro di finestra”. Ma questo spaesamento è già detto nella presenza stessa del libro: se il libro è testimone dell’assenza di Dio – di quel colpo di scena sul teatro del mondo che è l’assenza di Dio – vuol dire che in ogni sua pagina trema la distanza dall’origine, in ogni sua parola lo sradicamento dal Verbo, in ogni sua riga la linea di un orizzonte oltre il quale c’è l’indicibile del libro.
    Nella riflessione di Jabès libro sacro e libro profano non sono in opposizione, voglio dire che la desacralizzazione che muove la scrittura del testo raccoglie in sé il silenzio del libro sacro, del libro perduto. E’ a partire da quel silenzio che si apre la parola: la somiglianza col libro perduto è la segreta analogia che suggerisce ogni decifrazione del senso.
    Un altro turbamento attraversa il libro, uno smarrimento che Jabès chiama talvolta disperazione del libro, disperazione modulata a bassa voce: il libro sa che mai sarà letto con pienezza. Pur morendo, a differenza degli uccelli, con le ali spiegate, con le pagine aperte, il libro non rivive del tutto nell’atto della lettura. L’essere insieme votato alla decifrazione inesauribile, plurale, infinita, e alla decifrazione che lascia intatto l’enigma, impronunciato il Nome, irrisolta la ferita, fa del libro il luogo di una prossimità intravista e dispersa, d’una appropriazione possibile e negata, d’un amore sfiorato e naufragato.
    L’interrogazione che il libro fa all’interprete è come la domanda del nome che una donna, nel Libro del Dialogo, fa allo scrittore, un mattino, entrando silenziosamente nella sua stanza, e silenziosamente sparendo. Il dialogo dell’interpretare, per Jabès, non ha esiti di azione comunicativa, ma è irruzione del silenzio nella parola, balenamento della prossimità nella distanza, apertura del senso nella notte del senso. Il dialogo tra il libro e l’interprete non ha luogo se non nel margine dello scrittore, tra gli spazi bianchi, nelle interruzioni, nel prima e nel dopo dell’incontro con le immagini. Più che comprensione del libro c’è condivisione del suo spaesamento, dei suoi silenzi, partage della sua speranza che le parole modulano su quel fondo dell’abisso dove, per Jabès, hanno sede, insieme, inchiodati uno all’altro, il problema della scrittura e il problema dell’essere.
    Il libro oppone alla scrittura della violenza la scrittura d’una amorosa e disperata resistenza al nulla, oppone alla parola che sul muro grida “morte agli ebrei” la parola dei saggi e dei folli per i quali la speranza è l’ala della disperazione, oppone alla lingua dei significati il movimento dei vocaboli che lasciano la loro ombra per morire nella parola.
    C’è un presentimento del libro a venire in ogni voce che muovendo dal margine del libro della tradizione, racconta, per aforismi, per sentenze, per paradossi, per parabole, la storia d’una sofferenza e d’una sopravvivenza, d’uno sradicamento e d’una attesa: l’ebraismo è questo movimento dal libro al libro.
    Ma c’è anche, nella scrittura di Jabès, un’allegoria del libro per la quale il senso che sta nell’ombra della lettera si dilata via via fino all’impossibile: il libro è l’immagine del principio, poiché “ha l’età dell’acqua e del fuoco”, le sue righe sono il nero della morte, il suo ritmo è il suono che nel cuore del nulla è turbato dai passi della morte, la sua scrittura buca il silenzio della creazione.
    L’allegoria del libro è sottoposta a una metamorfosi continua: fino a sfiorare, con le ali della sua figura, l’identificazione con Dio, con un Dio la cui perfezione è nella lingua: «Se dio è il Libro, la Sua perfezione risiede soltanto nella lingua». Il Verbo è l’origine del libro.
    Quant au livre: della nozione mallarmeana di libro persiste in Jabès solo il riconoscimento di una tensione che, nelle pieghe dell’esistenza, muove dalle cose e dai giorni verso il libro. Ma la proposizione «tout, au monde, existe, pour aboutir au livre» diviene per Mallarmé ascolto di una lingua ch’è al di qua della lingua suprema – da questa mancanza muove la poesia -, ma soprattutto dice l’infinita apertura delle cose verso il nome, nella arbitrarietà e separatezza e malinconia di un linguaggio che mai modulerà «l’alphabet des astres».
    Nella meditazione di Jabès sul libro il movimento è, in certo senso, opposto: dal libro dell’origine al libro della tradizione, dal libro non scritto all’atto della scrittura. Per Mallarmé il pensiero del libro si delinea secondo la relazione con lo spazio, da una parte, e la relazione con la musica, dall’altra. Per Jabès è la relazione col tempo ad essere dominante, e dunque la relazione con il récit. Senonché, come il tempo è evocato in una sospensione della nostalgia e dell’éskaton – presenza di una tradizione che si manifesta nella sua frantumazione e perdita, nella sua cancellazione – così il racconto si affida ad un ritmo spezzato, ad una drammaturgia plurale, ad una rappresentazione dei pensieri che scorrono come ombre sulla parete del nulla.
    Se il libro è una dimora, quella dimora non è che il sogno, – raccontato, interpretato – di un’altra dimora, dalla quale si è, sempre, in esilio. Per questo interrogare il libro è interrogare un assoluto sullo sfondo bianco di un oltretempo nel quale tutte le voci si spengono. Ma è anche interrogare, nel linguaggio, la prima ferita, la prima sottrazione di perfezione e certezza alla lingua. Leggiamo nel Livre du partage: «E se il libro non fosse altro che la memoria, la memoria infinita, d’una parola mancante? Così quel che è assente parla a quel che è assente».

[Da: Il libro dell’assenza di Dio, a cura di Francesca Scaramuzza, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1988, pg. 33-39]

***

Testi

Sulla soglia del libro

– Che accade dietro questa porta?
Sfogliano un libro.
– Qual è la storia?
La presa di coscienza di un grido.
– Ma ho visto entrare dei rabbini.
Vengono, a piccoli gruppi, a partecipare le loro riflessioni di lettori privilegiati.
– Hanno letto il libro?
Lo stanno leggendo.
– Intervengono già da ora per il loro piacere?
Avevano il presentimento del libro. Si sono preparati ad affrontarlo.
– Conoscono i personaggi?
Conoscono i nostri martiri.
– Dove è situato il libro?
Nel libro.
– Tu, chi sei?
Il guardiano della casa.
– Da dove vieni?
Ho molto viaggiato.
– Yukel è il tuo amico?
Gli somiglio.
– Qual è il tuo destino?
Aprire il libro.
– Sei nel libro?
Il mio posto è sulla soglia.
– Che cosa hai cercato di imparare?
Mi fermo talvolta sulla via delle sorgenti e interrogo i segni, l’universo dei miei antenati.
– Scruti i vocaboli ritrovati.
Le notti e i mattini delle sillabe che sono anche miei, sì.
– Ti smarrisci?
Già da duemila anni sono in cammino.
– Ti seguo a fatica.
Anch’io spesso ho cercato di desistere.
– E’ questo un racconto?
La mia storia è stata raccontata tante volte.
– Qual è la tua storia?
La nostra, che è assente.
– Ti comprendo male.
Le parole mi straziano.
– Dove sei?
Nelle parole.
– Qual è la tua verità?
Quella che mi dilania.
– E la tua salvezza?
L’oblio delle mie parole.
– Posso entrare? E’ già buio.
Una fiammella brucia in ogni vocabolo.
– Posso entrare? E’ buio intorno alla mia anima.
Intorno a me, la stessa oscurità.
– Che cosa puoi per me?
Tutto sta in te.
– La scrittura che ha per fine se stessa è solo una manifestazione del disprezzo.
L’uomo è legame e luogo scritti.
– Odio ciò che è detto dove io non sono più.
Cambi l’avvenire, appena tradotto. Resti te senza te stesso.
– Mi opponi a me stesso. Non uscirò mai vincitore da questa lotta.
La sconfitta è il prezzo riconosciuto.
– Tu sei Ebreo e ti esprimi come tale.
Le quattro lettere che designano le mie origini sono le tue quattro dita. Ti rimane il pollice per schiacciarmi.
– Tu sei Ebreo e ti esprimi come tale. Ma ho freddo. E’ buio. Lasciami entrare nella casa.
Una lampada è sul mio tavolo e la casa è nel libro.
– Abiterò finalmente la casa.
Camminerai dentro il libro: ogni pagina è un abisso dove l’ala riluce con il nome.

[Da: Il libro delle interrogazioni, cura e postfazione di Gianni Scalia, introduzione di Massimo Cacciari, traduzione di Chiara Rebellato, Casale Monferrato, Casa Editrice Marietti, Biblioteca “In Forma di Parole”, II, 1985 // Ed. orig.: Le Livre des Questions, Paris, Editions Gallimard, 1963 ]

***

Aurora

Salvare quel che il fuoco non brucia, là dove lo scritto si dispiega.

Il fuoco assale il libro ai suoi lembi vulnerabili.
Ah, per un istante ancora sottrarre alle fiamme le poche parole di una vita che il caso ha voluto si spegnesse.
Non aveva detto un saggio: “Dopo averlo aperto, getta nel fuoco il tuo libro, affinché ogni sua parola sia la preda abituale della fiamma che l’ha letta?”

…lo vidi allontanarsi. Di spalle non potevo riconoscerlo che dal suo passo.
E’ proprio questo l’uomo che ho accompagnato ovunque? E perché, questa volta, l’ho lasciato proseguire da solo per la sua strada?
Un’indicibile stanchezza m’invase. Rinunciare a partire, a errare.
Mi sedetti sulla pietra presso la quale mi trovavo.
Dei passi che indovinai vicini mi fecero a un ratto sobbalzare.
Di già. Riprendere già la strada.
L’uomo, mia guida, mio compagno, mio doppio temerario e spietato, continuava a precedermi.
Aprii, con una certa impazienza, il libro che mi tendeva. Però via via che tentavo di decifrarlo, il testo si cancellava.
Dietro di noi, gli ultimi tizzoni rosseggianti della mia anima – resti abbandonati di un favoloso incendio -, accennavano a esaurirsi.
Scrivere, scrivere, per mantenere vivo il fuoco della creazione! Far risorgere, dalla quieta notte dov’erano sotterrate, le parole ancora stupite dalla loro resurrezione! Ma è soltanto per consegnarle, oh funesta follia, alle impazienti fiamme del nulla che le divora e che le rivelerà alla morte e al loro destino di sofferenza?

Aurora, immenso desiderio del libro.
Ma sapevamo, oh fatalità, che l’abbagliante mattino della scrittura era, nel suo deserto di cenere, solo il miraggio dell’al di là, dove il fuoco è al suo zenit?

“Il libro della condivisione, diceva, non può essere che il libro di una speranza condivisa di parole,
la cui alba e il cui crepuscolo – oh chiarezza di ogni chiave – furono il risveglio e il termine.”

Dall’ardore di un primo fuoco allo sfiguramento di un fuoco agonizzante avremo delimitato l’abisso con parole lucenti.

[Da: Il libro della condivisione, cura e traduzione di Stefano Mecatti e Anna Panicali, Milano, Cortina Editore, 1992 // Ed. orig.: Le Livre du Partage, Paris, Editions Gallimard, 1987]

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