Luce da ognuno a tutti (I) – Annamaria FERRAMOSCA

Debbie Fleming Caffrey, 1992

Da Il versante vero, Fermenti, 1999

Ninna-Nanna All’incontrario

                    Dormi
Ti canto il cielo
Ride
con luci piccole, infinite
come le storie piccole del mondo
Spande per te gocce di latte, avvita trottole
Una s’accende, lanterna serena del tuo giro

                    Dormi
Ti canto il sole
Batte
danze di fuoco accordate
al ritmo del tuo petto
Ma è difficile imitare la musica di un’alba
E tu lo vinci
ché troppo forte è il tuo abbraccio alla vita

                    Dormi
Ti canto l’uomo
Perdo
le parole. Non so più cantare
Si fa convulso il volo di colombe sul tuo capo
Forse le città troppo scintillano
Troppo alti i fuochi che devastano
Non ricordano di poter scaldare
Si interrompono i ponti. E le parole

                   Anche se dormi
canta
Tu solo puoi cantare
dalla regione dell’arcobaleno,
ponte comprensibile
che unisce tutti i nidi di colombe
La tua canzone ferma il dio veloce
che inebetisce sguardi
e spegne i fuochi teneri
delle parole
Tu solo li ravvivi,
tu che non smetti
la cantilena noiosa-grandiosa dei perché
Perché i fuochi incendiano, i ponti crollano,
le parole non parlano, perché?
Tu solo, bambino, puoi rispondere

                    Anche se dormi
cantami l’uomo che sarai
                            Ti ascolto

 

Istanbul

Se i minareti allungassero l’ombra
dipanassero fili di garofano blu
fin nei capelli
di questi sciuscià disincantati
vuoiscarpecomestellemillelire
si fermerebbe il tempo
all’angolo vergogna
dell’hotel Mercure.
Franerebbe il tempo
con ali stupefatte
sul tappeto
dei pentimenti.

E Beyoglu
risuonerebbe a un tratto
di giochi e grida
correre a rompicollo
sfidando la prua delle navi sul canale
cercare lungo i fossi
canne robuste
verdi da scortecciare
poi via sul ponte a pescare
uva di Smirne in tasca
fino al tramonto.

Vedrebbe il Corno d’Oro
ancora i suoi riflessi
nei capelli vaniglia
nei guizzi all’amo
nei lampi
dell’orgoglio bambino.

A sera affonda
il Gran Bazar dei sogni
in polpa di meduse
sultani smeraldini
come ramarri
dagrandevogliofarecapitanomercantepescatore

Sul cuscino
anice e zafferano.

 

Luce Da Ognuno, A Tutti

Scorgere, dopo una notte docile, imprevista
                                                      su Jorge luminoso

luce da ognuno, a tutti
Dopo anni rabdomantici di sete, in ogni voce,
                                                      anche minima e oscura

riconoscere fiori e radici d’anima,
il profumo ricurvo di bellezza

Come rischiara l’ascolto del tuo polso
unito al mio, se vola
                       in catena di prolungabili sussulti
a svolgere dal pozzo corde avviluppate
in salita leggera di parole-carrucole,
                                           in carezza di voci
– il fondo genera fango inaspettato, a volte –
La più insensata invidia quella
                                   delle parole

Luce da ognuno, a tutti
A scrivere di frutti disponibili, d’ali a librarsi
sono la terra e il cielo, in fondo
Noi, dita di sabbia e nuvole, soltanto
Mentre già corrono
i giorni finiti e la memoria

A librarsi… Sì, su un libro, a volte,
                                    si diventa leggeri,
come foglie estreme, consapevoli
                                    dell’imminente volo

Vite sottili, in altalena
d’ombre irrisolte
e luci ferme, generose
S’accendono i fogli, a volte,
                                 per la luce

 

La Piazza Delle Vinte Tarantole (*)

Abbiamo altre parole questa notte:
un corpo musicale,
a vendicare il tempo
passato senza fuochi
Abbiamo l’alba
che batte su pelli tese in sarabanda,
furore d’argento sugli olivi,
fino al mare – l’eco
ingelosisce le grotte –
Piedi
a scandire colpi d’amore sulla terra
E tuoni
a dissipare tutte le aracnitudini

In piazza l’aria
è disegnata di spade con le braccia
Le ragazze scintillano la terra
dove ballano
Volano i cerchi delle gonne alla luna
S’incendiano i tamburi. Fino a sangue
(A sciogliere i cani ritmici, all’unisono,
si sfianca la paura)

[(*) E’ una piazza del Salento, dove il suono dei tamburellasti coinvolge la popolazione in un ballo liberatorio collettivo per tutta la notte.]

 

Tikal

Sono arrivata fin qui ,
mia disponibile madre,
giungla di lusso e ferocia
come a rifarmi un nuovo corredo
di pelle e respiro

Lenta mi immergo nell’ Eden
– i colori potenti mi avvelenano quasi –
e le essenze mi abbattono
tocco liane sospese
a un tetto di rimorsi

Ecco Tikal – le mura divorate –
giaguari ne difendono i varchi avanzando
col passo antico del dio
Ecco i campi di mais festeggiati
coi colori dell’ anima
splendenti sulle vesti

Ecco il popolo Maia
profili di fango indurito
ancora oggi in silenzio
al pozzo dei sacrifici

Grida sottili mi avvolgono
e sanno di agonia
E un sole-pelota balza in alto
e ricade
roteante destino
di una stirpe avvilita

 

Da Porte/Doors, Edizioni del Leone, 2002

Tortora Dal Collare

I vetri spalancati un mattino
inconsapevoli
di aprire la casa a un’area sacra
Tortora dal collare, piccola dea
padrona del balcone (placido esproprio nella notte)
Requisito a nido un ramo orizzontale del mio ficus
dall’alto incoroni regina
i tre muri, un filo di velluto il tuo respiro
si slunga fino al corridoio, spazio
così domestico, ora
così terrestre

Salda e stupita di te stessa
– nuova e intraprendente madre –
io timida invece sotto la tua cova
ad accogliere
la tua voce assertiva, il tuo rullare
facili simbiosi, delicate
convivenze possibili (in tremore di rami)
Spiumano dal collare
i gesti sapienti delle madri
a sciogliere nodi tra terra e cielo
invade
il senso pacificato dell’Attesa
(solo una piuma, multipla sottile
pelle protesa al cielo
sa pettinare l’aria di domande
catturare
minimi segnali di risposta)

E non so darmi pace
Ieri non c’eri più
Inaccettabile sempre e misterioso
motivo di ogni fuga
Forse concitazione di voci dalle stanze
o soffio elettromagnetico dal video
o la notizia che al secondo piano…
c’è guerra, una guerra silenziosa
di stridore più acuto, aria
più irrespirabile?

E tu che avevi, turtur
questo verso monotono di gioia
come monotona è la gioia della terra
come diversa
dagli ultrasuoni dell’indifferenza
Inconsapevole
una lingua mi canta sul tuo nome
turtur, tourne ton tour, ritorna
tenta ancora, conferma
quell’ennesimo evento che potrebbe
nel gioco di natura decretare:
“Biocenosi possibile”
Possibile
           legare al tuo collare la mia pace

Collared Dove

The wide open windowpanes one morning
did not know
they were opening the house to a holy place
Collared dove, little goddess
lady of the balcony (peaceful expropriation in the night)
Having commandeered a side branch of my ficus for your nest
you crown the three walls from above
like a queen, your breath is a velvet thread
stretching all the way to the hall, such a domestic
space, now
so earthy

You are steady and amazed at yourself
– new and resourceful mother –
whereas under your brooding I am shy
as I welcome
your assertive voice, your rolling
easy symbioses, delicate
possible cohabitations (amidst trembling branches)
From your collar down
the wise gestures of mothers are plucked
to untie the knots between earth and sky
the reconciled sense of Waiting
spreads out
(only a feather, thin, multiple
skin outstretched to heaven
can comb the air with questions
and pick up
the tiniest signals in response)

Now I can find no peace
Yesterday you were no longer here
The reason for each escape
is always unacceptable and mysterious
Was it perhaps the fluster of voices from the rooms
or the electromagnetic blast from the video
or the news that on the second floor…
there’s a war going on, a silent war
of a more piercing screech, of air
that becomes more and more stifling?

And you who had turtur
this joyful call as monotonous
as earthly joy
as different
from the ultrasounds of indifference
Unawares
a language sings to me on your name
turtur, tourne ton tour, return
try again, confirm
that umpteenth event which might
in Nature’s game decree:
“Biocenosis is possible”
It is possible
                 to tie my peace round your collar

 

Porte Di Terra Dormo

Porte di terra dormo, doors                 (Sia pace a Jim) *
coperta di giardini                              Musica
dal petto si sollevano                         impasto vivo
zolle come respiri                               d’anime
mi fioriscono visi                                geografiche ondate
Sotto l’unica luna                              d’erica e geranio
lunadiboscolunadisavana                     musicanerabianca

Porte di terra veglio, puertas                (Sia pace a Federico) *
inquieta per possibili domini                   Può accadere
per l’odore di grida                              che la fertile terra
or-gasmi di potere                              ansimando
segni di vuoto or-rendi                        sia desertificata
se del dominio nudo                            senza più nome
l’eco resta soltanto: or                        Or, oro
Sillaba, per cui tutto è commesso          metallica
lucidamente                                       macchia

* Morrison
* Garcia Lorca

I Sleep Earthen Doors

I sleep earthen doors, doors               (Rest in peace, Jim) *
covered with gardens                        Music
from my chest rise                            live dough
clods like breaths                              of souls
faces blossom for me                         geographic waves
Under the one moon                          of heather and geraniums
Woodmoonsavannamoon                    blackwhitemusic

I watch over earthen doors, puertas   (Rest in peace, Federico) *
restless for likely masteries                It could happen that
for the smell of cries                         the fertile earth
orgasms go-verning                          panting
go-ry signs of emptiness                 would be turned into a desert
if all that is left is an echo                 with no name
of the bare mastery: go                    Go, gold
A syllable for which anything can be    metallic
perpetrated with a lucid mind             taint

 

Ti Ho Disegnato Un Seggio

Ti ho disegnato un seggio
e l’ho dipinto ironico
trono di girasoli a-capo-chino
Ti ho immaginato sguardo-nel-fogliame
paralisi stupita delle labbra
domanda fusa al tocco delle dita

E non posso risponderti
ma devo
insolentirti col muso della volpe
intimidirti per l’occhio dilatato
nella consolazione di una sillaba

E giustamente tu ora mostri i denti
alla volpe braccata nel sentiero
delle Parole, fino alla sua gabbia
Impossibile snidarla, impossibile
anestetizzarla
Le ridono intorno sbarre orizzontali
lievi come linee d’orizzonte
(orizzontale e lieve è la scrittura)
Non ti resta
che lanciarle grida d’amore come sassi
nel centro esatto dei suoi cerchi d’aria

Dal cuore spicco i semi al girasole
e lego il trono al polso e salgo i cerchi
E rido se ruzzoli dal trono
sparpagliando tutte le mie carte
anche tu in midriasi pupillare
parola ti dilata in canti e stelle

Così mi segui. Il sogno è un Librocielo
Noi sotto un planetario di manoscritti

I Devised A Seat For You

I devised a seat for you
and painted it as an ironic
throne of head-bowed sunflowers
I imagined you as a glance-among-the-leaves
as lips stunningly paralysed
a question melting at the touch of fingers

And I cannot answer you
though I must
insult you with a vixen’s muzzle
intimidate you with my dilated eye
while I am consoled by a syllable

And in fact you now show your teeth
to the vixen stalked along the path
of Words, right up to her cage
It is impossible to flush her out, impossible
to anaesthetize her
Horizontal bars laugh all around her
light as lines on the horizon
(writing is horizontal and light)
The only thing for you to do
is to throw her cries of love like stones
at the very centre of her rings of air

I pick the sunflower seeds from its heart
and tie the throne to my wrist and climb the rings
And laugh if you roll down from the throne
scattering all my cards
even you with mydriasis of the pupil
while the word dilates you into songs and stars

Thus you follow me. The dream is a Sky-book
We, under a planetarium of manuscripts

(Trad. di Anamaria Crowe Serrano & Riccardo Duranti)

Nota

Annamaria Ferramosca
Vive a Roma. Ha pubblicato in poesia: Il Versante Vero, Fermenti, 1999; “Porte di terra dormo”, Dialogolibri, 2001; Porte/ Doors, Edizioni del Leone, 2002 (edizione bilingue); Paso Doble, Empiria, 2006; Curve Di Livello, Marsilio, 2006.

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21 pensieri riguardo “Luce da ognuno a tutti (I) – Annamaria FERRAMOSCA”

  1. Dalla ninna per il piccolo, già visto uomo, all’offrirsi ad altra lingua – in mezzo il viaggio, i ricordi, e una luce benefica, transitiva.
    Queste poesie svelano una scrittura mobile, aperta, contaminata di vita.
    Antonio

  2. felicegrata per l’ospitalità di Francesco.
    e per la tua lettura puntuale anche qui, Antonio. c’è spesso un bambino/bambina nei miei testi. il candore dell’infanzia è abbacinante, indica, in-segna. e le mie esperienze dell’incontro si volgono in illuminazioni, dovunque, in terra domestica o straniera. cerco di trasmetterle. grazie per la tua ricezione
    Annamaria

  3. Grazie, Antonio, per il commento: la poesia di Annamaria, che ringrazio per la sua presenza qui, si definisce proprio all’interno di una intuizione che fa dell’atto della scrittura un incessante offrirsi alla lingua dell’altro. Ciò sarà ancora più evidente (ma tu l’hai già ampiamente intuito da questi testi) nelle liriche sue più recenti che pubblicherò più avanti.

    Un saluto a tutti e l’augurio di una buona giornata.

    fm

  4. Una lettura condivisa dunque, nonostante la mia eccessiva sintesi.
    Leggerò molto volentieri i prossimi testi di Annamaria.
    Un caro saluto

    Antonio

  5. grande il piacere di conoscere meglio le bellissime poesie di Annamaria, così trascinanti per sensualità, colori, ritmi, voci, in un impasto melodico sapiente e evocativo
    Complimenti di cuore
    lucetta (frisa)

  6. testi che una volta di più mi parlano di un uomo e di una donna antichi e mai scomparsi.Mi parlano di un continuo nomadismo e di migrazioni, anche solo dentro il guscio di una notte, una zolla, un suono, l’inizio di pensiero, il traguardo di un incontro, il tocco di una stoffa. La gioia e il dolore profondo legate insieme come insieme stanno giovinezza e senilità, ignoranza e sapienza, ma non solo duale è il movimento, ma una coltivazione di erbe fiori frutti e mani che li colgono li seminano direttamente nel palmo e nella gola del vento, quello che cresce in petto tutti i battiti e le battute del cuore del respiro delle maree dei movimenti delle stelle e dei pianeti,il crescere delle rocce, in nascere degli uomini. Bellissimi testi, in-canto. Grazie,ferni

  7. questo è il salmodiare individuale che reca la voce dei popoli che non innalzano frontiere se non in se stessi; questo è il linguaggio che infrange Babel per parlarci di un’epica delle genti che stanziali non possono essere; mai. Per sofferenti migranze, per desiderio malato di conquista, per ricerca di esperienze altre, per nuove sorgenze di luce, per accompagnarsi alla notte, per avere la notte a compagna. E’ la poetica dell’incessante movimento, il flusso/riflusso della parola che si fa chaos contrapposto al grigio, “rassicurante” confinamento del kosmos. E’ la vita che si afferma vanificando le pianificazioni e le relative restrizioni dell’ordine… dolce anarchia del suono, del gesto, della parola e dell’ ‘essere’ parola…
    Deriva e naufragio del vivere. Per essere in vita. Grazie, Annamaria.

    mirko

  8. a ferni, misteriosamente apparsa mentre ringraziavo lucetta e roberto, dico
    che lei è la prova vivente dell’effetto fertile della poesia. mie minime parole colano su di una terra che anima e moltiplica e dilata immagini e senso. Nient’altro che questo vorremmo dalla scrittura. grazie per il dono che a sua volta mi riverbera la tua musica
    ringrazio anche mirko per la sua empatia. hai colto quell’attraversamento
    delle genti che sento comprendi profondamente. E’ qualcosa che il mio immaginario perennemente insegue cercando lungo tutti i meridiani le tracce solidali, le curve di senso che legano noi nomadi mentre accade la deriva del vivere di cui tu parli. davvero mi riconosco e ti ringrazio,
    annamaria

  9. è un onore insperato per me, Annamaria, apprendere che tu abbia accolto positivamente le mie parole riconoscendoti in esse.
    Sono inoltre profondamento grato a Francesco Marotta per le scelte sempre oculate e di alto livello poetico con cui ci rende privilegiati partecipi.

    mirko

  10. Grazie a tutti, soprattutto per i commenti e la vostra presenza qui.

    Mirko, anch’io avevo apprezzato molto quello che avevi scritto: il tuo riferimento al nomadismo e alla poetica dell’incessane movimento mi sembrava particolarmente calzante per la ricerca di Annamaria: lo vedo nascere dalla stessa intuizione che io traducevo in “una offerta alla lingua dell’altro”, che è sempre un andare, un tendere a…

    Bello, comunque, questo comune sentire. Una conseguenza del fatto che abbiamo “frequentato” la stessa “bottega” artigiana? Mi piace davvero pensarlo.

    Un caro saluto.

    fm

  11. mi cogli piacevolmente di sorpresa, caro Francesco, sul tema delle comuni frequentazioni. Vengo tuttavia a chiederti, pregandoti fin d’ora di perdonare la mia preoccupante labilità mnemonica, se intendi dire che alcuni rispettivi testi abbiano convissuto editorialmente (riviste, nella fattispecie, o altri eventi); o se le tue parole si riferiscono ad un assonante gusto del sentire e del creare. In ogni caso, che aspettiamo a metterci in contatto?
    Ricambio con viva cordialità i tuoi saluti.

    mirko

    P.S. A proposito: se dai un’occhiata all’Altervista di Lello Voce dove appaiono i tuoi bellissimi testi di poesia, vedrai che non molto tempo fa lasciai un mio commento riferito proprio ad una sostanziale consentaneità dei nostri procedimenti scritturali. Sempre tu sia d’accordo, ovviamente.

  12. Mirko, ho visto il commento che hai gentilmente lasciato su Absolute Poetry solo adesso, in seguito alla tua segnalazione. Ti ringrazio tantissimo per quello che scrivi, anche se non sono assolutamente d’accordo per quello che dici sui tuoi versi: la penso in modo diametralmente opposto, altro che ‘balbettanti stralci’!

    “Bottega” era un chiaro riferimento ad una precisa parentesi della nostra vita in versi, al di là delle assonaze nel sentire e nel creare. Lucano, Zaninetti… ricordi?

    Un caro saluto, e a presto.

    fm

  13. Caro Francesco, perdona l’invasione ma ho bisogno del tuo soccorso, pregandoti di scusare ancor più la mia dabbenaggine. Nel “ripulire” le caselle della mia posta elettronica è accidentalmente andata smarrita la tua e-mail con la conseguenza di non avere più il tuo indirizzo. Puoi riscrivermi un messaggio anche breve? Te ne sarò grato. E… sì, ora ricordo: felice di ritrovarti.

    mirko

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