La comunità assoluta – di Lorenzo CARLUCCI

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[Lorenzo Carlucci, La comunità assoluta (Canzoni – Dialoghi – Soliloqui), con una nota di Claudio Damiani, Milano, Lampi di Stampa, I Ediz., 2008. L’opera è la seconda uscita della collana “Festival” a cura di Valentino Ronchi.]

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Ho spostato un po’ di neve, e ho trovato il viso di una donna. So chi è, ma è molto più bella qui, nel sogno, sotto la neve, di quanto non sia in realtà. Un cappello rosso cremisi, una sorta di bombetta leggera, di tessuto leggero. La pelle bianca, gli occhi chiusi sotto la neve, le labbra vermiglie. Le ciglia più nere nella neve bianca, gli occhi più chiusi.
Sotto la neve un viso, nella nebbia figure.

Figure che incontro andando al centro commerciale, nella nebbia, mentre corro a comprare le sigarette, per poi tornare e poterti parlare e fumare parlando sentire la tua voce famigliare e antica prima di dormire, per dormire.
Sotto la neve un viso, nella nebbia figure.

Figure di certo umane, ma indistinte, ovviamente, perché avvolte nella nebbia. Figure che salutano o non salutano, alle quali sorrido o non sorrido. Ricordo quando andando per le strade, scambiavo i lampioni per puttane, o transessuali. Preferibilmente. Smania di un cazzo da succhiare, fosse anche il mio, succhiato da un altro. Smania di piacere, anche solo per le fattezze del proprio sesso, smania di farselo dire, chiedendolo, in faccia, come se fosse un insulto, un vaffanculo. Tu me lo dici, certo, là è facile piacere. Eppure.
Sotto la neve un viso, nella nebbia figure.

Mi ha stupito, trovare il tuo viso sotto la neve, proprio il tuo, un sogno così chiaro, nitido, diurno. La tua pelle mai vista, mai ammirata, così intatta e chiara poco sotto la neve. Potessi scostare un po’ di neve dalla mia anima e trovarvi un viso come il tuo. Fosse così? Fosse questo il senso di quel sogno? Dirmi a me stesso buono, rivelarmi, che pochi centimetri sotto la neve c’è il mio cuore, e ha il viso dormiente di una ragazza di campagna, né bella né brutta.

Sotto la neve un viso, nella nebbia figure. Ho un ritornello e poco più ormai, ridotto all’osso. Sotto la neve. Si sciolgono, nell’inversione dell’inverno, le margherite di neve sui prati gialli.

Sollevo il velo dal tuo viso. Vi poso un bacio, diventa un’ape di primavera. Freme sopra la pelle, poi zampetta verso l’occhio. Il tuo occhio è chiuso, e così bello il disegno sottile delle tue ciglia nere! L’ape sparisce sotto la tua palpebra. Il tuo viso è troppo bianco, devo baciarlo ancora. Sfioro l’angolo della tua bocca con le labbra. Il mio bacio è leggero, come la primavera, alzo le labbra e resta un bruco d’ultimo inverno. Scosto i capelli dalla tua fronte, per vederla più bianca e luminosa come una foglia sbiancata dal sole. Il bruco sparisce in una tua narice.

Le tue narici cosi ben disegnate! Vorrei sapere dove conducono, e tu continui a dormire, sotto la neve. Io, lo sai te l’ho già detto, farei l’amore con te in letargo. Le mani sono lente, pesanti. La testa è piena di sole, sta impazzendo, e ciondola come un alveare sul tuo viso. Tu dormi, dormi, dormi sempre, e io devo ancora baciarti, lasciarti un bacio sulla pelle bianca che diventi una coccinella si infili nel tuo orecchio, lasciare un bacio, caldo sul viso freddo, un bacio nero, una mosca che depositi con cura le sue uova nel solco del tuo labbro.

Tu dormi, dormi sempre, sei come la bella addormentata! Soltanto che io desidero, coi baci, farti dormire sempre di più, sempre più profondamente, sempre più per sempre. E diventare, accanto a te, sempre più rospo o ranocchio. E diventato rospo, voglio scivolare tra le tue gambe, e addormentarmi nella carne del tuo sesso chiuso.

         And then, you tread so softly at my doorstep.

Così lieve il tuo passo, lo ascolto disteso per terra, l’orecchio posato sul pavimento. Vicino alla porta, vicino al muro.

(Pag. 24 – 25)

*

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Poesia della mia solitudine
aperta in un ampio giaciglio

Hai rotto l’argine al mondo
– l’androne

Poesia della rima italiana
aperta in un calmo sbadiglio

Ho mani di figlio
per l’ambra
– l’androne

Poesia della mia meraviglia
ridotta: giaciglio

la tua scapola è la mia incudine
vi tendo due mani di figlio

Hai rotto l’argine al mondo

scoperto il suo limite altèro

ripetimi l’anima a bocca

e chiudimi gli occhi al mistero

Poesia della tua solitudine
e delle tue ossa di rosa

smarrisci il mio fiato sul cielo
ripetimi dove si posa

la voce del piccolo uccello
che dorme in un ampio giaciglio

si sveglia al mattino e ti tocca
con mani con bocca di figlio

imboccami con la parola
la lingua ed il canto di mirra

il fiato profuma di sborra
poesia della tua meraviglia

io sono un coniglio in un prato
smeraldo
mi adopero all’ampio giaciglio
tu fammi strisciare tirando
le ciglia con mani di figlio

madonna, estratta alla riffa!
mi senti gridare d’estate?

ho spento la cicca nel ghiaccio
baciato le rime baciate

non ho un’altra via per lasciare
i piedi da soli sul ciglio

riducimi alla betoniera
e baciami gli occhi di figlio

continua a parlare se il senno
riduce la cenere in luce

tradiscimi a qualche crocicchio
e fammi arrivare la voce

ridotto il tuo fiato nel collo
che langue con ali di mirra
ti parlo vicino in un rutto
che ancora profuma di sborra

madonna, legata ad un palo!
i lividi sulla caviglia:
i calci i calci nel culo!
ti voglio vedere inciampare
e torcersi le tue caviglie
cadere cadere e raschiare
col mento l’asfalto
e le ciglia squillare
le ali frullare per terra
ti voglio slegare e scadere
ti voglio mandare alla guerra

madonna, scontata nel piatto!
ti amo, con occhi di figlio
con mani di figlio, coniglio,
nel rogo del mondo colato.

– l’androne

(Pag. 41 – 43)

*

Ci si risveglia dal sonno, forse perché è nel sonno che la memoria fa più male; è nell’abbandono del sonno che “metz yeghern” dimora, è qui che alleva e dispiega la sua ala di morte, covando la storia in natura di lebbra: una sorgente inquinata che tracima oltre il vetro dei sogni, e già preme alle porte dell’alba per predarne la luce. Ci si risveglia, allora, sempre in forza di un dolore in cerca di requie o di grido sulla bocca dell’aria; in nome del “piccolo male” che ci segna a dito lungo i giorni, e ci imprime l’unica stimmata capace di soffiare convinzione ai passi nell’attraversamento della “frana”. E’ a questa luce razionale, netta, senza idillio, che occhi e mondo devono reciprocamente abituarsi, affidarsi come in un abbraccio soterico, senza nessun’altra redenzione che non sia la consapevolezza di poter creare di nuovo, al tocco della mano, cose vive, restituirle al novero e alla loro sostanza di voci. La “comunità assoluta” è la cronaca riflessa di questa odissea, il “racconto” di questa restituzione al “quotidiano” dei suoi sigilli e dei suoi altari infranti: non la verginità e il senza tempo di un paradiso perduto e ritrovato per incanto e suggestione d’arte, ma la dimensione esatta del taglio e della ferita, cioè il cammino a ritroso, di cicatrice in cicatrice, di lembo in lembo, di sutura in sutura, fino al primo colpo. Fino al “muro di mattoni” dove ogni nome è un volto che “porta gli occhi del padre”; e chi vi si sofferma, si porta via la certezza di somigliare per sempre all’altro che non conosce, né mai conoscerà. (fm)

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9 pensieri riguardo “La comunità assoluta – di Lorenzo CARLUCCI”

  1. E’ vero che non si guarisce mai del tutto dalle ferite, ma ripercorrerle, di cicatrice in cicatrice – come dice Francesco, è poi l’unica maniera per continuare a conviverci, a lenirle, a ragionarle.
    E questo mi sembra che tenti di fare anche la prosa poetica di Lorenzo Carlucci, che leggo per la prima volta, quando scopre ‘sotto la neve un viso, nella nebbia figure’ e riscatta a nuova luce la nettezza che si era persa.
    Sorprendono invece i versi pascoliani di enespace4: una poesia agrodolce, che un po’ (piacevolmente) stupisce.
    Lieto di questa lettura.
    Antonio

  2. Grazie, Antonio. Ti assicuro che questo libro, un vero e proprio “prosimetro” sul tempo e gli spazi della solitudine (tra le altre cose), è un’opera da leggere assolutamente, e Carlucci un autore di cui sentiremo parlare a lungo nei prossimi anni.

    fm

  3. “smania di farselo dire, chiedendolo, in faccia, come se fosse un insulto, un vaffanculo” – e nel contrasto: ho conosciuto Carlucci. La Comunità Assoluta – e ho letto e conosciuto meglio: Lorenzo. Che risponde – con dedica – a una domanda che gli posi molti post fa. Canzoni – Dialoghi – Soliloqui e più che il dolce [il miele che sottolinea Damiani nell’introduzione] mi ha colpito proprio quel *piccolo male* – [tra chi ulula e ride] – un grande sentire, parole a spaccare [le ossa – e toccano. Vertici].

    E ancora: il ritorno di un NOME [il nome/la vita/ la faccia. A caduta. Libera.], “la maledizione/del nostro sentire” e non potere “monologar col vino”. Una sorpresa che sorprende: il gusto agrodolce di vermi e versi misti [Eros kai Thanatos e preghiere e pensieri ai figli, alle voci. La “natura violenta”. Smeraldi e seghe].

    “Non voglio in ginocchio mai più
    soffocare.”

    E grazie Lorenzo, grazie Francesco

    Chiara

  4. Sono davvero felice per questo tuo bellissimo commento, Chiara. Per un’infinità di ragioni. E ne basterebbe solo una – la certezza che, comunque, coloro che hanno davvero qualcosa da dire/dare, finiranno con l’incontrarsi -, a colmare più di una esistenza.

    Ti ringrazio e ti abbraccio.

    fm

  5. Grazie a te, Francesco. E ancora: a Lorenzo.
    L’onestà di uno scontro – richiede la stessa onestà di un incontro: e ringrazio. Ci sono pagine *assolute*. E sciolte da ogni incomprensione. Belle. Alte. Un dono [che mi è stato fatto]. Punto. La parte migliore di una corda tesa. Una scoperta – a voce piena. E rimango in ascolto: gli “Insulti” di Carlucci – sono pagine che restano. Amate. Intese.

    A presto, A entrambi

    Chiara

  6. cara chiara, sono davvero commosso dai tuoi commenti, e felice. non avevo alcun bisogno di una conferma della tua onestà (è infatti come dici tu: la stessa onestà per lo scontro e per l’incontro.) ma avevo forse bisogno di una conferma della capacità della poesia d’essere letta per quello che è: qualcosa d’altro da chi la scrive, sgravata dalle contingenze del carattere, e pure esattamente chi la scrive (e ancora è il gioco del nome/lorenzo e del cognome/carlucci, che fai tu qui sopra). grazie davvero.

    lorenzo

  7. In ritardo, per problemi di connessione intervengo su questo libro di Carlucci, condividendo appieno il commento di Francesco e posto qui col permesso di Lorenzo la e-mail di breve commento che gli ho inviato appena letto il libro.

    “Caro Lorenzo,immagino tu sappia che la tua è una poesia profondamente
    filosofica, anzi “mentale” nel senso quasi buddhistico del termine (e
    la mente da quelle parti ha sede nel cuore). Se ogni discorso è rete, alla
    Wittgenstein, questo libro è una buona rete. A maglie larghe, che
    tengono il mondo lasciandogli spazio, le corde e gli intrecci soltanto per
    darsi, corporeo, e visionario, un sostegno.Questo tuo mi sembra un libro “advaita”
    , un esplorare ciò che c’è,noi inclusi, con stupore e sgomento ma – e questo colpisce-mai con
    terrore. La “clarità” luminosa della tua scrittura riesce infatti (ed è raro)
    ad affrontare il dolore,il mal essere e il crudo senza farsi sommergere
    oltre misura.. Se c’è un ordine, ammesso vi sia, è sempre un temporaneo equilibrio di
    cui prender atto,semplicemente. Nitore e limpidezza, dice giustamente Damiani,
    > ma aggiungerei anche appunto la semplicità, con un ritmo di fiato che
    senza una parola in più o in meno -sa quando fermarsi, di solito
    all’essenziale. Il tuo è un pensiero, una visione in cammino (tutto quel proseguire e
    >> > passeggiare e l’ubiquità e l’ebreo errante) nella realtà,
    accogliendola .Non so se il titolo rimandi a un esser tutto ogni cosa
    insieme ( vabbè, immanentismo trascendentale), ma, di sicuro vi leggo
    molte venature alla Spinoza (“sotto il cielo è la libertà, senza alcun
    lineamento”) che molto amo, e , more geometrico, la stessa scansione
    formale della “Comunità” riverbera, mostrandola, la tua passione
    matematica, evidente nel tuo sempre traslare,oltre, esperienze (il
    “problema del concetto del mondo”- forse il problema è il concetto ma
    questo è un altro discorso e un’altra appunto rete).”

    Realmente, secondo me un libro importante, un caro saluto , Viola

  8. Lorenzo – le tue poesie avranno conferma [ben più vasta del mio piccolo grande sentire spontaneo]. Poche sorprese – squarciano “la parete”: il tuo dono ha impressa – questa forza!

    E ancora: grazie

    [Io è felice!]

    Chiara

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