Luce del volto – di Mauro GERMANI

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(Wassily Kandinsky, Yellow, Red, Blue, 1925)

Da: Luce del volto, prefazione di Filippo Ravizza, postfazione di Mario Marchisio, Udine, Campanotto Editore, 2002.

L’attesa dell’ombra

I
Da quaggiù, da questa terra lontana, dove l’orizzonte è un pensiero che passa. La luna cade sulle nostre figure, sui sentieri tra l’erba o lungo la riva del lago. Siamo in un tempo fermo e perduto, in un grembo antico. Aspettiamo il vento sopra di noi, la vera storia e l’ultima morte…

II
L’acqua trema nel buio. Ci sfiorano i vapori di nuvole basse attorno alle rocce. Cerchiamo tra la polvere e il cielo (e più in là, dove l’universo tace) le immagini di un sogno interrotto.
“C’è una scrittura d’acqua e di pietra”
“L’abita un’anima sconosciuta, orfana e sola. Vive nell’oblio del tempo, nel suo silenzio…”
“E’ qui, in quest’anfiteatro di macerie, di antichi rifugi, di arcate superstiti e templi diroccati…”

III
“Guarda, guarda la nostra voce nell’aria, il nostro respiro…”
“Parla di questa notte infinita e perduta, delle foglie galleggianti, dei nostri nomi sepolti dalle rovine e dalla polvere. Cerca il suo abisso, il cuore e la luce lontana dei morti, la veglia dell’erba infelice e degli angeli inesistenti e innamorati. E’ l’addio della terra e del cielo, l’apocalisse che l’anima sogna e racconta…”
“Se non fossimo davvero più, se l’agonia divenisse per sempre la lontananza, la solitudine di un volo sul lago, la libertà di un altro nulla!”
“Ma non è più tempo…”

IV
Clandestini e perduti ci incontriamo dove i lumi affogano nella corrente. Non sentiamo più il freddo e accogliamo i segreti richiami del vento. Non conosciamo il nome di questo poema oscuro. La notte viene dal lago, da un centro smarrito, da un sepolcro di stelle. E’ così che preghiamo, è cos’ che la morte si lancia a capofitto nel vuoto, è così che l’impossibile scende adagio sul molo.

V
Arrivammo quaggiù in un tempo remoto. Avevamo un destino notturno, una missione troppo segreta. Conoscevamo gli addii della poesia, i suoni e le parole del lago. Morivamo spesso insieme all’acqua e al cielo. Ci confondevamo tra gli ippocastani e le betulle e dentro di noi il fiato dei poveri, il liquore azzurro del sogno, questa fine solitaria e innamorata…

VI
Indovinare leggende, vedere dalle balze montane scendere adagio la nebbia, partire per i boschi ancora innevati.
Lassù è possibile incontrare figure defunte (i visi d’erba e di nulla), respirare il loro respiro.
“Ci manca il regno promesso”, sussurrano in coro, “l’oblio della terra… Sappiamo di baci tremanti, è vero, abbiamo sorelle e fratelli dispersi, amiamo ancora… Ma non perdonateci più, non chiedeteci più nulla davvero… Invocate un’altra fede… Noi siamo l’unico futuro mai compiuto, il risveglio del mattino deserto…”

VII
La torre diroccata…il nostro rifugio…un cerchio graffiato sulla pietra…
Andiamo spesso ad un altare d’erba selvatica e di legno.
Da lì misuriamo l’altezza dei faggi, ammiriamo i disegni delle nuvole o il giallo della mimosa. Ci sarà stato davvero un primo sguardo? Avrà mai battuto un cuore bianco?
Ma di frequente cerchiamo anche il volo del falco, le avventure dei predatori del bosco, gli occhi sbarrati dei morti, le macchie del loro sangue rappreso. E diventa subito tardi.
“Gli uomini non contano”, pensiamo sulla via del ritorno.

VIII
Baluginante fogliame, voce dell’ineluttabile.
C’è un’ombra più grande che sempre ci sfugge, un maestro invisibile e senza discepoli… Obbediremo ancora, saremo ancora queste tracce vagabonde, questa speranza allontanata.
E tutto senza monete, senza città. Dove salta la notte nel fondo del suo specchio.

IX
Le orme segnano il passo, ma poi? La nostra erranza è di chiodi e di nuvole, ha il tempo dell’agonia e lo spazio della notte.
Di chi mai siamo gli eredi?
Prima d’essere lamento, questa terra ebbe una voce ed una gloria.
Ora preghiamo nella differenza, cerchiamo l’ultima voragine e vogliamo un’altra croce…

X
A volte scendono dalle colline schiere di cavalieri invisibili. Alzano nella corsa una nebbia di polvere, come un grido che scuote le acque e fa tremare le rovine intorno.
E’ il sogno di una battaglia remota che torna, una sfida impossibile e sempre incompiuta.
“Ho sentito una notte il fragore delle armi, l’affanno dei cavalli al galoppo…Una lama mi ha passato la carne e il sangue ha macchiato la terra…Il lago era immobile e nero…Qualcuno mi ha baciato la ferita, è stato un attimo…La luna dev’essere entrata dentro di me…Ricordo ancora quel silenzio improvviso, la bianca vertigine, quell’amore folgorante e deluso…Tutte le parole si sono sciolte nelle vene e ho tramato di freddo…Oh, se avessi perso davvero!”

XI
Quando morivi eri più bella. La notte cercava la tua voce, io sognavo.
L’acqua ti colava dalla fronte: era l’occasione giusta per sentire i brividi del lago, la malinconia di quell’infanzia perduta e segreta, l’addio che il vento annunciava.
“voglio confondermi”, dicevi, “ho tentato anch’io la domanda, i miei occhi bianchi e trafitti, le mie nozze…L’avevo amato, sì, questo destino fantasma…le mura di salsedine, il passo deciso, i funerali ricorrenti del cielo…Come se fosse bastata la vita, come se il lamento delle parole fosse dentro di me…”

XII
“Ma non sappiamo ricordare più”, dicono le mura sgretolate, “c’è sempre uno sguardo cancellato, una frana lenta che il tempo trascina, un cielo senza morti e senza misericordia…Che cosa fummo una volta? E che cosa siamo se non questa patria immemore, questa perenne agonia?”

XIII
”Che ne è del mio volto?”
“Qualcuno scrive da sempre…Ha abbandonato la sua nascita…Non ha né casa né cielo…Il vento scuote la sua anima nella notte, passa di qui, ha la voce di un profeta dimenticato oppure di un amante tradito…E’ senza volto e senza storia…Non c’è che il suo mantello di nulla, il tremore d’un riflesso sull’acqua come un’antica nostalgia…”
“Io ho solo quest’anima sfollata…Ho davvero paura del mio sguardo…”
“Devi far presto…devi entrare nel lago nero, inginocchiarti sull’acqua…Io ti guarderò dove manchi, dove mi dimenticherai, dove soffriranno le siepi e questi sassi…”
“Ecco, mi prendono le nuvole…voglio essere fedele, voglio ritornare un’onda…”

XIV
La di partenza…Una scia argentata che la corrente sospinge fino alla sponda opposta…
Dov’è che riusciremo a non essere più, ad avere la pace di un eterno mattino?
Il vento…la calce dei muri…i cerchi nell’acqua…le antiche leggende…i segni di un perduto alfabeto…
Ammutoliti. Tutto ci chiama e ci smarrisce. Non c’è più tempo…
Siamo lettere di una scrittura che si cancella. Siamo una domanda che tace.

*

L’ordine

I
Una voce nasce ai rintocchi, ai nomi spenti del cielo.
Chiama nel freddo, qui, dove qualcuno aspetta il suo sogno e trema, tra le lampade e il vento.

II
Anch’io guardo l’infanzia, le case appena esistenti sotto la neve, un’altalena bianca nei campi.
L’ordine è adesso questo singhiozzo, l’aria che gela i campi e la piazza e soffia dov’è facile perdere, senza più remissione, come un abbraccio splendente nel vuoto.

III
Ho cercato la mia divisa di bambino, ho salutato in silenzio.
Voi siete venuti a prendermi con una domanda nel petto, vi ho visti piangere come una volta. Avete raccontato la vostra promessa, accanto ai vetri appannati, la nebbia intorno alla casa, i miei occhi.
“Abbiamo una manciata di terra rubata all’amore”, avete sussurrato, “un canto desolato che conosce la tua leggenda, un respiro oscillante nel tempo…”

IV
Tu mi parli nell’ultima luce, mi chiedi quando è successo e il tuo sguardo è un segreto lontano, come l’ombra che scende dalle colline e si perde quaggiù, diventando lamento e memoria, sogno e preghiera.

V
Quante volte sei venuta nella somiglianza, cercando un riparo tra i convogli, piegata da un’ombra cupa e infantile.
“Anche tu sei stata bambina”, ti dico, “anche tu hai amato una parola impronunciabile, fedele al presagio del buio, trepidante nella meraviglia e nel nulla…”

*

Il mio nome

L’acqua dei sette mesi e la notte bianca al davanzale, l’attesa come dono e lamento nella stanza accanto.
Il mio nome è un voto, un bacio nell’aria che trema nel buio.

Io ti guardo adesso, mentre la luce ritorna dai soffitti, dalle finestre bagnate, dai cortili, dagli anni che furono amore e domanda.
Adesso sento il tuo respiro e la voce.
Per me è tutto, è una piccola fiamma nel gelo, una preghiera che tocca la notte e mi chiama, mi cerca nel tempo.

Perché il tuo corpo è stato la mia casa, e il tuo sangue questa parola segreta, questo nome che ci porterà nelle onde, negli spazi aperti del cuore.

Custodirò il tuo tempo, il cielo vicino alla casa, la neve a febbraio. Non sarai sola.
Io aspetterò ancora dietro ai materassi, e la voce mi guiderà nel corridoio, nei mattini e nei pomeriggi di Milano, fino ai giocattoli, al mio diario, a Tippete che mi guarda da buio.

Fra le tende e i fantasmi alle pareti, quanto tempo nel tempo, ora, quanta voce negli occhi, nella camera d’ospedale in mezzo alla notte, nei passi rapidi e silenziosi delle infermiere, nella tua pelle così trasparente…
Io mi vedo lontano, ti bagno le labbra, penso che una luce ti aspetta.

Sapessi come domando, come ritorno ai cortili, alle mattine fredde di noi.
Sono attimi sposati dal sangue, doni della memoria, fiati del cielo e del tempo, tu che mi accompagni e dici: “E’ questa la musica che ti mando, questa la promessa che ti feci quando ti sollevai nel pianto, nel giorno che consacrai il mio inverno, la mia voce per te”

C’è una foto, una luce che tocca il tuo viso.
Tu vieni dall’eternità di un bacio, da una ferita che è giovinezza, acqua scintillante, sogno che ferisce il mattino.
Sorridi.
E una pace sembra scendere di lato, spiare dalle chiome invisibili, averti, mentre qualcuno ti ascolta da un alone di vento e leggenda.

Nel sigillo scavato nel buio, accanto a Santa Teresa, come una domanda già persa, un nome segreto, una fine senza principio.
Le lettere macchiate nel cassetto, quel dolore di terra e di mare, tutti senza rimedio…
Oh, t’avessi trovato bambina, un attimo prima della vita, e poi anno dopo anno da Livorno a Milano, senza più ombre e paure, insieme per sempre nella libertà chiara del cielo…

“Non importa se finisce adesso, se finisce così…”
Pregavi da quel precipizio, come a chiedere scusa. E allora tornavano tutte le sillabe degli anni cinquanta, la piazza con la fontana, i miei sudditi morti
Il tuo petto tremava sotto le lenzuola, ed era carne, sì, vita più grande, mistero dell’ora onnipotente.

“Tra poco, mamma, saprai la tua storia, il lume giallo del tempo, la carità di chi annuncia e protende una mano… Vedrai il cielo esatto di un dono, la terra segreta di una parola…”
La mia voce era un’altra e un’altra era la notte.
Tu non c’eri più e mi abbracciavi ancora una volta.

*

Note critiche

(…) La scrittura di Mauro Germani disegna l’andamento netto e preciso di una prosa poetica di dolcezza e forza telluriche nella loro quasi insostenibile profondità emotiva. C’è ovunque l’impegno ribadito e costante di ritrovare la strada, ripercorrere il ricordo dell’oltre, di quell’eternità che si rinnova al nostro finaco tentando di decifrare l’amnesia più antica, ripercorrere la verità che sta sotto o a lato del passaggio cinico e indifferente del tempo. (…) Il libro di Mauro Germani è allora la sicura, lineare conferma di un’autentica poesia, di una personalità assolutamente originale e quindi realmente autonoma all’interno della poesia italiana di questi decenni. La stessa lettura comparata, dalle composizioni più antiche già conosciute e passate al vaglio della critica e quelle più recenti, risulta essere un crescendo all’interno di una Weltanschaung compatta e coerente; variano negli anni le tematiche ma cresce e si approfondisce armonicamente la visione di una parola poetica – da Germani tradotta caratteristicamente nei termini della prosa e spesso dell’aforisma sapeinzale – che non si arrende, che “scava a ritroso” fino ai bordi dell’enigma, fino a gettare veri e propri fasci di luce sull’origine del linguaggio e sul mistero dell’essere. (Dalla prefazione di Filippo Ravizza)

(…) Luce del volto ovvero dell’enigma della parola poetica alla ricerca della grazia, dal guscio vuoto di una soggettività brancolante e dispersa al dono che l’Assoluto fa di se stesso, consegnandosi alla prigione di un microcosmo sofferente e votato al martirio che restituisce la vera vita. Mauro Germani appartiene alla non folta schiera dei poeti in prosa, il cui maestro ineguagliato rimane il Novalis della seconda stesura degli Inni alla Notte. Ma il diretto antecedente del nostro autore, specie riguardo alla riflessione inesausta sul linguaggio, è con ogni probabilità quell’Edmond Jabés che in occasione di un’intervista ebbe modo di dichiarare: “per uno scrittore, ogni parola scritta nasconde un’altra parola del tutto inafferrabile ma incessantemente differita e infinitamente più essenziale. Verso questa parola egli tende”. Anche in Germani, questo protendersi a un orizzonte semantico in continua fuga da una verità cui non è possibile rinunciare va inquadrato nel contesto che gli è proprio, ossia in una dimensione religiosa e non puramente simbolica, né tanto meno emotiva o estetizzante. (Dalla postfazione di Mario Marchisio)

*

Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. E’ stato fondatore e direttore responsabile della rivista “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato i volumi di narrativa Racconti segreti (Forum, 1985) e Il prescelto (Alberto Perdisa Editore, 2000), e i volumi di poesia L’attesa dell’ombra (Schema, 1988), L’ultimo sguardo (La Corte, 1995) e Luce del volto (Campanotto, 2002).
Suoi testi di narrativa, poesia e critica sono apparsi su varie riviste, tra cui “Scarto minimo”, “La Corte”, “Anterem”, “La clessidra”, “Atelier”, “Poesia”.

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5 pensieri riguardo “Luce del volto – di Mauro GERMANI”

  1. bellissimo blog, poema in prosa con varie risonanze (Bonnefoy in primis), ma nulla toglie alla profonda bellezza e fluidità di questa prosa poetica che vorrei incontrare spesso nei miei spostamenti su Internet (intanto vado a cercare il libro dell’autore … )
    Complimentissimi.

    Blumy

  2. davvero intense queste voci che fai emergere dai tuoi scritti. Li ho letti e tornerò a rileggerli, necessitano di uno spazio ampio, dentro sè, per accoglierli e ascoltarli, in silenzio. grazie,ferni

  3. Grazie per i vostri commenti.

    Mauro Germani è, come dice Roberto, un poeta eccellente.

    Il suo unico “torto” è di appartenere a una generazione, quella dei nati negli anni Cinquanta/primi Sessanta, che è stata letteralmente cancellata dalle mappe della poesia italiana contemporanea, dalle ricostruzioni, dalle antologie, dai canoni: non certo dal cuore, dalla mente, dal concreto operare di quanti amano la poesia fuori dalle etichette, dalle mode, dalle tendenze generazionali e da tutti i castranti rituali dell’accademia e dei suoi tristissimi officianti di ieri e di oggi.

    Questi suoi poèmes, scritti tra il 1988 e il 2002, parlano la lingua sempre attuale di tutto ciò che è, per sua natura e vocazione, refrattario a ogni inquadramento, a ogni logica pacificata, lineare, omologata.

    @ Roberto Matarazzo

    Sono da sempre tra i lettori estimatori del tuo blog, per mesi raggiungibile anche attraverso queste pagine.

    Un caro saluto a tutti.

    fm

  4. Di Mauro Germani vi invito a leggere, appena pubblicati sull’ultimo numero di “Carte nel Vento“, tre testi inediti e una nota teorica. Il tutto sul sito della rivista “Anterem“, a questo indirizzo.

    fm

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