Imperfetta ellisse – Quattordici poesie inedite di Giacomo CERRAI

meridiana.jpg
(Meridiana di Ayas, frazione Saint-Jacques, Valle D’Aosta)

Aruspici

il cigolio dell’altalena
ossessivo, somiglia
al grido di uccelli che precipitano
nell’azzurro.
Chi siano non so
né importa. Solo
aria stanca, bambini
cittadini e madri
con un carico di fumo leggero
nei polmoni.
Gli uccelli gridano,
metodici. Si dice presèntano
l’atto primo il secondo
d’un dramma
senza intervallo

*

– conversazione –

         pensavi alla democrazia dei desideri
– o forse delle voglie – :
quel ché di terra terra
che non eleva e ci pone tutti
sugli scaffali ai piani bassi
– tutti più vicini alla polvere – ,
cose che attingono la dimensione degli eroi,
poi deragliano in una semplice ripetizione
di eventi serafici…
         Ma è roba – dico – di tutti i giorni,
la carta straccia dei gesti, l’acquisto
di parcelle significative,
la domestichezza lenitiva del tangibile.
E’ questo, suppongo… aspirando
alla semplicità dell’ora, l’illusione
del tutti uguali, il sogno che si replica.
Ci serve desiderare? essere? quando espira
questo premere sull’acceleratore?
dove il riconoscimento di noi, in noi?
Se tutto scorre più svelto
la vita non si mangia…
         Ti guardi le dita: sembra riflettendo
enumerazione infantile di pochi averi,
il computo di certi nodi…

*

(di molte scorciatoie che ho preso)

di molte scorciatoie che ho preso
rimangono scie, sentieri che scompaiono
come spazi che la macchia riconquista.
erano agevoli pensieri, accampamenti
di piccoli ozi, refrattari
ad impietose analisi.
erano piaceri, aggiornamenti
d’impegni con se stessi,
agende dimenticate altrove.
con quale ignominiosa ragione
li catalogavo tra le cose da fare.
credevo di essere uno
ma dividevo un destino.
non era facile. nessuna meraviglia
su come è andata.
le scie, le tracce ritornano
come cerchi nell’acqua.
qualche modesto rifiuto
batte alle sponde erbose.
perciò lo dico,
a chiunque possa interessare…

*

Fine turno

L’amaro in bocca non è neanche fiele
ma la polvere delle carte l’ondeggio
della polvere in un sole che però è fuori
e questo amaro non è neanche un facile
cucchiaio d’argento non è medicina
ma è tempo che cola come filo spinato
l’intollerante tempo ragazzo di quando
c’è il sole fuori e il desiderio è oltre
i vetri doppi –          altrove – …
E’ la realtà quella?
Fuori la realtà forse fuori l’immaginazione
si incontrano in un prato
vero
finché desiderato a lungo,
forse
in una ragazza d’autunno aeroplani di noia
lanciati aspettando il fine turno mentre
la polvere delle carte si posa il bianco
di esse ingiallisce
come il sole di fuori stanco così reale
perché aspettato così a lungo…

*

(Il coraggio si prende a quattro mani)

Il coraggio si prende a quattro mani,
o non si prende…
una mannaia lucida
appoggiata sul tavolo,
(la sfiori con le dita)
e forza e braccio disteso in alto
in un arco dinamico…
Ma ci vuole coraggio,
l’occhio affilato dell’insonne,
la sete di chi è arrivato in fondo.
Basterebbe un momento.
L’orecchio allenato allo schiocco
delle ossa, che non faccia effetto,
e guardare altrove
(o all’indietro, o
abbassare le palpebre
per guardarsi dentro)
e giù!
un taglio, un taglio netto.
Ma ci vuole coraggio
e non questi moncherini affettivi,
nemmeno la pupilla implorante
della vittima.
E’ che siamo buoni, troppo buoni.
Coltiviamo la viltà del buono
e argini troppo alti,
che non traboccano mai
la nostra infinita educazione.

*

(la notte è solo un pendio)

la notte è solo un pendìo
sul domani veloce.
Non importa se il vento
sbatte dietro di noi le porte
con un certo dispetto.
Ci si aspetta qualcosa.
Niente d’assoluto, certo,
a parte le cose così care
e vigliacche.
Ego ti cerca, ego
ti vuole e ti desidera.
Ego, forse, ti possiede.
E’ questo il domani
è questo l’oblio di chi danza
sopra l’immenso braciere.
Così le sere diventano
scivoli lucidi
come monete non spese.

*

(le voci una riduzione)

le voci una riduzione,
il frammentarsi del suono
come una pulizia delle parole,
cellule d’uovo tese alle membrane
e l’aria, aspirata e persa in gole,
semplice vibrazione del pensiero…
arrivano, arrivano e giungono all’orecchio
senza omissioni, occupano
uno spazio concentrico di onde
come palloncini al soffitto,
suoni non invitati a nessuna festa
percuotono una campana sorda,
nati per essere detti o taciuti,
nati morti.
tra esse non c’è quella,
né sillaba né fonema, quella
della risposta o del rifiuto,
che lalli, ammicchi, riconosca
l’idea e il desiderio che c’era.
fuori le gazze ridono.
il grigio l’azzurro
la ruvidezza dei muri
è una realtà diversa.

*

(Nella serena disposizione delle cose)

Nella serena disposizione delle cose,
oggetti che trovano collocazione
nella nostra vita,
oggetti parenti, icone di una perfetta
congiuntura, d’una sera d’anniversario,
un anno passato così in fretta…
Rumori, fuori, così distanti
che il mondo appare inesistente,
fatto di parole disidratate,
tecnica, babele, entropia dei media.
La sua presenza è fatta
di progetti inevasi e sogni,
terra di transizione tra gioventù e domani.
Il domani non riserva giocattoli.
Se recede è perché riprendiamo il controllo
per amore o speranza.
Qui il vino non perde la sua lucentezza.
Qui il calore invernale e i vetri
appannati e la sera.
Solo domani troveremo felici queste cose,
camicie in un armadio, agnello in forno,
ritorno a casa d’un ragazzo.
Perciò suono il flauto pànico
di una motivata riconoscenza.

*

(puoi anche iniziare)

puoi anche iniziare
con un fraseggio inutile,
se ti fa piacere.
Scaldare la lingua
contro un tacere ruvido
di tavoli, parole,
dòmini neri. Allungare
le gambe le articolazioni
del pensare, nascondere
le palpebre.
Puoi generare volute di respiro
frusciare di pagine espressive
nelle rughe.
           Poi
quello che conta è precipitare
nel mortaio del senso
nel frantumìo di infinite notti
e dolori alle dita strette agli occhi.
Di tutte le conversazioni,
di tutte le conversioni
resta copia.
Ma in quella vertigine
quel mortaio
non importava l’ultima parola:
(stelle slittavano sulla volta
tramortite, e l’alba
repertorio alle palpebre
luce alle pareti)
erano invece abiure.

*

Brusii

ci si perde a volte nei meandri
di una prosa discontinua,
ineguale alle cose, come
una zona morta…
di che parli?        guardi fuori,
dal confine di un’area domestica gremita
d’oggetti crepuscolari impalliditi
e strati strati strati di (…)
mentre brusii alle spalle
e ultim’ore che più non ce ne frega
distanti apocalissi…
di che parli? – dici – .
di certi parossismi
di come le parole messe in fila
hanno tremendi buchi…

*

Disillusione dell’oggi – I

Perciò si diceva stupore::
un fiato sospeso nel rapido
separarsi delle decisioni
o dei destini
– tra corpo e terra, estraneità
confinarie, cielo e anima
in terreni incolti e umidi::
l’inaspettato,
il dio sconosciuto che si rivela
improvvisamente. Pertanto
il non-messia, colui – o ciò –
che non è scritto,
inconfortevole.
Speravi – intimamente – non arrivasse.
Sorridevi, nel tepido mogano
del giorno. Meditavi l’usuale,
la tua consapevolezza
dell’Irreperibile.

*

(e deciduo)

e deciduo
il dio vegetale
non ammette repliche:
è il da farsi degli alberi,
e il disfarsi sulle cortecce
dove la luce si aggrappa
come iniziali
e scivola sulla terra,
con la sua propria traduzione
di foglie e decadimenti
e resurrezioni,
lontano da occhi indiscreti.
E’ il farsi di spettri più gialli,
di lente marcescenze.
Ovunque l’amore delle pietre,
affondando la terra,
e di acque che fluiscono
ove possibile, verso ogni possibile
alveo,
ogni corrente ascensionale.
Da un punto d’osservazione casuale
enne più uno autunni, lineare frazione
di tempo,
un universo minuto,
difficile eredità,
noi incapacità del creato.

*

La domanda

ricaduta
nella sua primitiva, muta essenza,
una brina di dicembre all’alba:
sempre al limite di uno stato gassoso,
incerta se farsi acqua liberata.
Abbracciamoci è una richiesta
contro i vetri ghiacci,
premerti il corpo o tacere
è la stessa cosa da altri punti di vista
e diverse sostanze.
Sei un spostare di sedie,
uno scatto di fuoco,
un girarsi di fogli.
Che sia la cosa facile, la breve?
Una notte avanzata,
un odore di fumo.
Compagnia di rumori,
una risposta.

*

– omissis –

[…]
il tempo – poi –
lascia le sue scorie nell’incavo dei gomiti
perché ogni volta alzi le braccia per
carezza esortazione o un gesto circolare
di inadempienza,
e queste scorie questi incavi che amavo
la cenere dei discorsi
i sillogismi con cui si fissavano
i confini
tutto vola via come giorni feriali…
il gesto è sussidio
invito al ballo conferenza di pace
etichetta con poche istruzioni come
maneggiare con cura
trattare come se tutto fosse
di una delicatezza che il vivere
non riconosce ma pretende
[…]

*

Nota

Il titolo di questo post, “Imperfetta ellisse“, vuole essere un omaggio non solo alla prima opera poetica di Giacomo Cerrai, che ringrazio per averci regalato in anteprima questi splendidi testi, ma anche all’omonimo blog, da lui gestito con competenza e passione, cultura e misura, senso del dialogo e della circolarità della cultura. Invito, chi non lo conoscesse, a visitarlo.

21 pensieri riguardo “Imperfetta ellisse – Quattordici poesie inedite di Giacomo CERRAI”

  1. Quel ‘taglio, un taglio netto’ Giacomo Cerrai lo opera nel linguaggio, col coraggio di un soliloquio antilirico, seminato di sporadiche assonanze e rime.
    Eppure il risultato che riesce a ottenere è di forte rispecchiamento: chi legge si sente chiamato in causa (da effimere o metafisiche domande, dalla ricognizione di antiche tracce, da disarmanti constatazioni).
    ‘Solo domani troveremo felici queste cose’, quelle oggi mute del quotidiano. Alla poesia il compito di anticipare l’alone del ricordo di cui si caricheranno, di profetizzarne un futuro di significati.
    ‘Di molte scorciatoie che ho preso’, ‘Il coraggio si prende a quattro mani’, ‘Nella serena disposizione delle cose’ e ‘Omissis’, sono tra le poesie più emblematiche e riuscite di questa bella scelta.
    Non pretendo di aver visto giusto ma, come sempre, d’aver detto quanto ho colto (quasi d’impronta in questo caso, alla prima lettura).
    Un caro saluto a Giacomo e a Francesco.
    Antonio

  2. intanto ringrazio Francesco dell’ospitalità che mi offre, una vera opportunità considerando che sul mio blog evito il più possibile di pubblicare cose mie. E poi ringrazio gli amici intervenuti fin qui, Roberto e Rina e Antonio, che non si sottrae mai all’analisi e all’interpretazione, cogliendo punti salienti. Le poesie appartengono a diversi periodi, tre delle quattro che Antonio cita sono tra le più vecchie, con un fondo più lirico, ferma restando la ricerca di un senso che trascenda il personale…
    un caro saluto
    G.

  3. Grazie a te, Giacomo, per essere qui con i tuoi testi; grazie, soprattutto, per l’essenzialissima lezione di stile che ci offrono: uno stile che, nella sua limpidezza, è essenzialmente ethos che si riversa dalle/oltre le parole, mostrando, con naturale adesione alle cose, il carico di senso che si trascinano e che ci chiedono di custodire.

    Un grazie ed un saluto anche a Rina, Roberto e Antonio.

    fm

  4. Tornerò a finire di leggerle. Ora non posso perché voglio tenere dentro di me ( di molte scorciatoie) e quella bellissima immagine de” le scie, le tracce ritornano come cerchi nell’acqua.” e il finale molte dolce “perciò lo dico,
    a chiunque possa interessare…”. Un abbraccio Giacomo. Sandra

  5. “quello che conta è precipitare
    nel mortaio del senso
    nel frantumìo di infinite notti
    e dolori alle dita strette agli occhi”.
    Leggere i tuoi versi, Giacomo, è come precipitare in un fare poesia che spesso è faro e, quindi, lucida guida di parole e musicalità.
    Enrico Cerquiglini

  6. cara Sandra, hai ragione, le poesie andrebbero lette una o due al giorno, e rimeditate. grazie delle tue parole
    e grazie a Enrico, di cui sto leggendo l’ultima fatica “Fine attività” (lulu.com), per le sue lusinghiere parole.
    un caro abbraccio a tutti
    G.

  7. “la notte è solo un pendio” con quell’ego che ruota sul domani è forse la cifra del pudore razionale che innerva tutti questi testi, un carissimo saluto Giacomo è sempre un piacere leggerti, Viola

  8. cara Viola, trovo questa del “pudore razionale” una notazione intelligente e puntuale, oltre che feconda di approfondimenti. Può essere in parte esemplificato dall’uso che a volte faccio di termini tecnici o scientifici “depotenziati”, ripersonalizzati, riportati a una realtà più umana, quotidiana. Uno di questi è, nel caso della poesia che citi, il termine “ego”…
    un carissimo saluto
    G.
    p.s. mandami qualcosa di inedito se ti va…

  9. Giacomo ci rende noto che queste poesie appartengono a periodi diversi della sua vita, eppure non si sente, eppure le avresti dette tutte “figlie” di una stessa ispirazione o istanza interiore. Mi sono molto piaciute Giacomo, belle le immagini, le metafore che usi in cui secondo me riesci a dire della trascendenza del quotidiano. E se è vero che lo stile è l’uomo questo dice molto di te e della tua sensibilità poetica così precisa e attenta. (Se non sbaglio Cristina Campo parlava dell’attenzione come della caratteristica essenziale di un poeta). Un carissimo saluto a te e a Francesco e colgo l’occasione per augurarvi una buona Giornata MOndiale della Poesia che è proprio oggi e una Buona Pasqua. Lucianna

  10. grazie Lucianna. rinnovo anche qui i miei auguri a te e a tutti gli amici. E’ vero quello che dici circa l’attenzione che in fondo è la fonte principale del materiale poetico. In quanto alla metafora, da sempre sono convinto che sia uno degli strumenti essenziali del poeta. Ma come tutti gli strumenti, non deve essere fine a sè stesso, naturalmente.
    un abbraccio
    G.

  11. caro giacomo, profitto della sempre cortese ospitalità di Francesco per chiederti se puoi postare la tua mail in pvt sul mio blog, il cui link trovi qui a fianco, un augurio di pasqua serena a te, a tutti i lettori di questo blog e soprattutto a chi ci ospita, Viola

  12. pubblico qui le conssiderazioni che l’amico Matteo Veronesi mi ha mandato privatamente:
    Ho letto le poesie che mi hai indicato (pubblicate tra l’altro sul sito di un poeta validissimo, dal lirismo meditato, riflessivo e insieme limpido, come Marotta).

    Il tuo è, per così dire, un minimalismo simbolico, che parte dalle cose, dagli oggetti e dalle esperienze del vicino, del quotidiano, dell’immediato, per cercare percezioni e significati ulteriori. Ma l’oggetto, l’esperienza o il ricordo non sono, per questo, annullati, dimenticati o dissolti: piuttosto, ricondotti ad una sfera e ad un valore ulteriori, che, però, restano saldamente ancorati (ma non per questo incatenati o limitati) ad un dominio autenticamente umano, e profondamente vissuto. La poesia illumina e compie il significato e il valore della vita senza per questo farla sfumare in un impalpabile e
    vacuo cielo metafisico. Nei tuoi versi, la natura e l’umano trascendono se stessi, vanno oltre se stessi senza per questo uscire dalla solida cerchia della realtà e dell’autentico.

    Approfitto per ringraziarlo anche pubblicamente

  13. Giacomo, credo abbia delineato in poche righe un ritratto veramente a tutto tondo.

    Un saluto e un grazie anche da parte mia.

    fm

  14. ” di molte scorciatoie che ho preso ” anche questo mio messaggio è una scorciatoia , un coraggio dell’ultimo minuto, dato che era da tempo che volevo scriverti per complimentarmi delle tue poesie, che veramente mi prendono l’anima, come se fossero anche mie alcune sensazioni che esprimi con parole che però sono solo tue. Rimpiango di non avere il tempo che vorrei per approfondire la poesia che, anche se non proprio “salva la vita”(Vedi D. Bisutti), però almeno la incoraggia.
    Ho stampato ora le poesie, le leggerò con attenzione , poi ci sentiamo. ti manderò ( ecco la scorciatia di cui ho trovato il coraggio)qualcosa di mio per sapere con sincerità che ne pensi. Ciao Nadia Chiaverini

  15. Sapevo di avere un “parente” speciale, ma non così speciale. So che mi crederai se ti dico che ho pianto alle parole delle tue poesie.
    Ho avuto sempre ragione a fidarmi di te e dei tuoi consigli (anche se concessi a fatica e con tanto riserbo).

  16. mi scuso di tornare qui dopo molto tempo, spinto da Francesco che vorrebbe pubblicare queste poesie anche su un altro sito…trovo così altri due commenti, davvero graditi: una vecchia conoscenza, di cui ho saputo che scriveva solo pochissimo tempo fa, e che ringrazio per le parole di apprezzamento; e Antonella che definire una parente è riduttivo: si tratta in realtà di mia “sorella”, nella sostanza se non nel sangue…del mio riserbo lei è una vera esperta.

  17. Belle poesie! E non lo dico perché Giacomo mi ha ospitato nel suo blog (certo, è un “grazie” anche questo) ma perché sento il “battito” nei versi, quel “pulsare” tra sistole e diastole come tra realtà e sogno, desiderio e consapevolezza …
    Non sono un “critico”, mi fermo qui.
    Voglio solo aggiungere che “Imperfetta Ellisse” è un luogo dove si viene letti davvero e, se il caso, ospitati, di là da “conoscenze” e “opportunità” che, mi pare, siano le linee guida di altri blog.
    Insomma, un luogo dove davvero c’è “audizione” seria e disinteressata. E questo fa la differenza.
    Un caro saluto

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