Due racconti inediti di Massimo PALME

Nicolas de Stael

Papá Noel viaja en autocar

Il viaggio è come uno stato di grazia. E forse sono i preparativi, il libero arbitrio a darne il meglio. Poi tutto si consuma, rapido.

“La valigia con la droga, ce l’hai?”
“Sì, tranquillo, è dove sai, dentro all’altra, la più grande, è tutto chiaro, un gesto e via…”
Bueno, è che adesso sono sicuro, ma fino a ieri, ieri notte dico… Mi hanno tremato le ginocchia. Tutto qua. Adesso ok. Ok. Siamo qui. Da dove parte l’autobus?”
“Da lì. Eccolo. Italia.”

Lo avevano preparato con molta cura. Tutto era pronto. La marihuana ben sigillata in pacchetti di cellophane, e disposta in scatolette ermetiche. Tutto avvolto in carta colorata, regali di natale, per ogni evenienza…
Le chiamate, nascoste. I contatti, sicuri. La vita, instabile. A tutti e due piaceva pensare, adesso, alle ragazze che conoscevano, o ai lavori che speravano di fare. All’Uiversità. A tutto quello che erano le loro vite frammentate, alla fin fine. Le vite che dovevano vivere. Lo que hay.

“Ci sono due posti in fondo.”
“Daccordo.”
“Non sembrano molto comodi, però…”
Es lo que hay.”
“Che libri hai portato?”
“Ne ho uno in italiano, La condizione postmoderna. È buono.”
“Di cosa parla?”
“Filosofia. E qualcosa in più. Poi ti dico, ok?”
“Nervoso?”
“Voglio partire.”
“Qualcos’altro?
“Uno in inglese, psicologia della percezione. E i giornali.”
“Bene. Sarà un bel viaggio”
“Ventidue ore. E domani cena in famiglia. Non vedo l’ora. Come cucina tua madre?”
“Una cosa. Non mi parlare della niña. Non voglio sapere altro.”
“Perchè?”
“Perchè sono stufo, non puoi stare ancorà lì con la testa…”
Vale. Abbiamo molti argomenti, no?”
Eso es.”

La strada. Pulita e scura. Vuota. Stare sulla strada è come sentire la vita dentro. Sviluppandosi. Estendendosi. La vedi e non la vedi. Dritto. Curva. Dritto. Curva. Dritto. Stop.

“Alla prima sosta voglio attaccare bottone alla bionda davanti.”
“È bella.”
“Lo so, e tu non ti azzardare…”
“In auto mi sarei divertito di più. Sai, l’idea di fermarci per vedere il museo che ti dissi e tutto…”

Rumore. Un po’ di sonno. Non hanno film. Non hanno niente. Fretta.

“Gli autisti vogliono arrivare quanto prima.”
“Meglio.”

Il cuore tranquillo. Tutti e due. L’adrenalina delle settimane passate, scomparsa. La birra bevuta per uccidere la tensione, la notte anteriore, aggiustandolo tutto, ancora sembrava riscaldare il sangue di entrambi.
Sonno. Rumore. Libro. Stop.

“Come ti chiami?”
“Nadia.”
“Vai a casa o cosa?”
“A casa di mio padre. A passare le vacanze. E voi?”
“Fino alla fine.”
Hola
“Ehi, bello, dormivi…”
“Lo vedo.”
“Lei è Nadia.”
“Piacere.”
“Vado a pisciare.”

Continua, continua. Tutto sembra uguale.
Freddo. E il peggio deve ancora venire.
Nebbia. Più freddo.

“Cosa dice questo Lyotard, allora?
“Che non esiste più la verità. Che non ci può essere verità.”
“Perchè no?”
“Gli dei sono morti. Beh, questo già lo diceva Nietzsche… Non esiste nessuno che sappia la verità. È che non si può guardare il mondo da sopra a sotto. Siamo tutti gettati nel mondo. È come un gioco.”
“E chi vince?”
“Nessuno. Tutti. Chi rischia. Non lo so. Tu pensi di vincere?”
“Senza ombra di dubbio.”
“Allora hai già vinto. Muy bien. Capisci?”
“Credo di sì.”

Freddo. Neve. Nebbia.

Nebbia. Automobili. Cani. Stop.

“Tranquillo. Al massimo perderemo due ore.”
“E la droga. Merda, era meglio arrivare diretti a casa senza questi…”
“Bastardo paese! Parliamo di qualcosa. I tuoi esami?”
“Bene, tutto febbraio sarò impegnato. Ne ho uno il 16 e un altro il 22.”
“Non scriverai molto durante queste vacanze, credo… ”
“No lo sai mai quando scriverai. Di colpo scrivi, e basta. Comunque non credo, no. Voglio solo ubriacarmi. E vedere gli amici. È un anno che non torno”

“Buongiorno. Documenti.”

Silenzio. Sguardi vuoti. Luci sopra i sedili.

“È pieno l’autobus, eh…
“Sì, non capisco, non è che sia poi regalato…”

Attesa. Poche parole.

“Guarda, nessuno dorme.”
“Vedo.”

Attesa. Silenzio. Nebbia.

“Fa freddo. Non potrebbero chiudere?”
“Se aspettiamo che finiscano con l’altro autobus si farà domenica…”
“E pensa el gatto e alla volpe che avevano tanta fretta…”
“L’agnello aspetta…”
“Ah, mia madre prepara il salmone…”

Rumore. Strada. Hasta luego.

“Ci lasciano andare.”
“Meno male.”
Venga, a dormire un po’!”

Soli nelle tenebre. Buchi azzurri come unico riferimento. Non erano neri i buchi? E teoricamente bianchi?
Cosa ci sarà più in là… Risolvere l’enigma dello spazio e del tempo… Cosa farà oggi la persona che ci riuscirà? Studiare. Studiare. Studiare.

“Sveglia.”
“Che c’è?”
“Niente. Polizia. Sono saliti e si sono portati via uno.”
“Ma dai!”
“Eccoli. Maledetta Italia.”
“Berlusconi e Fini ci sono riusciti, eh?”
Que se vayan a la mierda. Il mondo è così grande…”
“Ripartiamo.”
“Bene. Non credo che avremo altri problemi.”
“Ci vediamo una di queste sere? Mi farebbe molto piacere, como lo abbiamo discusso a Pamplona, tu porti i tuoi amici e io i miei… Che siano i migliori però…”
“Si può fare. Martedì?”
“Martedì andrebbe bene, sì.”
“Tu quando rientri?”
“Giovedì.”
“Sai una cosa?”
“Cosa?”
“Ho i coglioni pieni. Tutto mi sembra inutile, freddo. È come se qualsiasi emozione svanisse molto presto. Tutto scappa. Non lo so, una volta era diverso. O ero io che ero diverso. Ma ho come la sensazione che il mondo ora abbia davvero superato la linea. Non c’è molto altro. Possono cercare più lontano, o più in profondità, però quello che abbiamo è qui davanti. Vivere, forse, è solo fermarsi. Esistere. Lì dove sei. Senza troppe domande. Senza perchè o per quanto. Senza niente. Nudo, con il tuo amore che ti saluta baciandoti rapido, tu stai davanti al computer guardando la posta. Sono le nove, avete preso il café. Tu fumi la tua sigaretta, lei se ne va al lavoro. Sorride. Sembra così semplice, no?”

Stop. Scendere. Capolinea.

“Ci viene a prendere tua sorella?”
“Viene col ragazzo. Un tipo… Ti piacerà. Eccoli! Forza, andiamo.”
“Hai dato una bottiglia al conducente.”
“Era simpatico, no?”
“Cosa vuoi dalla vita, amico?”
“Non lo so. Essere felice?”
“Nessuno è felice.”
Bueno, dimenticare di non esserlo.”
Vale.”
Vale.”

Silenzio. Montagna. Sole. Un sereno 24 dicembre.

***

Una birra dallo Slavo

“Era ipersensibile, Luke.”

La fredda aria alzatasi da poco ghermiva la loro pelle, ma in modo piacevole, alla fin fine l’inverno li aveva lasciati da poco.

“Mi ricordo troppe cose, sai?”
“Perchè?”
“Perchè ricordo?”
“No, perchè sono troppe le cose?”
“Non so più dove metterle. È come se tutto si concentrasse in un punto, in una valvola che non distribuisce come dovrebbe.”
“Cosa facciamo con il cadavere?”
“Tu che dici? Lo lasciamo qui?”
“Era proprio uno stronzo, davvero.”
“Andiamo a berci una birra dallo slavo.”

La birra. Piacevole momento a svanire.
Una birra e una canna. Una canna e una birra.

“Certo che non sei cambiato.”
“Tu dici?”
“Tra i ricordi che lottano ho varie immagini di te. Te e me, te e Luke. Il gruppo. Quanti eravamo? Sette? Sei?”
“Sei. Sempre sei. E una sola macchina.”
“La tua…”
“Geronimo.”

Una canna. Una birra.

“Cosa pensi di fare adesso?”
“Mi fermerò qualche giorno.”
“Vieni a casa mia.”
“Parlami di lui.”
“Sai già tutto.”
“Ma dov’era andato a cacciarsi?”
“Non lo so.”
“Poi è riapparso…”
“Senti, non importa dove cazzo è stato, no?”

Birra. Canna. Birra.

“Cioè, dico, se un figlio di puttana la combina grossa, poi scappa, poi torna, che importa ciò che ha fatto nel mentre?”
“Non sembrava cambiato.”
“Chissà perchè è tornato…”
“Fa freddo adesso.”

Canna.

“Ci facciamo l’ultimo giro?”
“Dove siamo stati? Non può essere che non importi. È davvero la perdita del presente. Se non si storicizza è perduto.”
“Adoro seguire i tuoi voli, però io mi faccio l’ultima.”

Birra. Birra. Canna. Birra.

“Adesso cerchiamo la strada di casa.”
“Cinque anni che sei via, e già non te la ricordi?”
“Non è la memoria il problema. È la condizione. Le birre non storicizzate.”

Canna.

“Andiamo a vederlo per l’ultima volta.”
“Non credo sia una buona idea.”
“Per i vecchi tempi. C’era anche lui, no? Glielo dobbiamo in qualche modo.”

Bosco. Sentiero. Canna.

“Eccolo lì.”
“Quanto ci metterà a marcire?”
“Lo troveranno prima.”
“Già.”
“Era ipersensibile.”
“Era anche egoista.”

Era soprattutto ricordo. Forse non storicizzato, però i cristalli del presente possono tagliare durante cinque anni.

“Mi avevano detto che era andato a Milano.”
“Può darsi.”

Tutto potrebbe, poco in realtà è, ecco il fatto. Poco diventa. Luke lo sapeva. Tradendo, parlando, infamando, lo sapeva. Tutto scorre e non rimane. Ma taglia e continua a tagliare. Questo forse non lo sapeva. O non ne era sicuro.

“In ogni caso, adesso siete in pace.”

Cinque anni di cristallo tagliente. Cinque dita a stringersi, come volessero tagliare il cristallo. Un colpo solo come a infrangere uno specchio. E poi la torre, il nero, il suolo.

“Era un ipersensibile, Luke.”
“Lo eravamo tutti.”

Ipersensibili, figli di un tirare a campare, forse più colti, o scaltri, certo più coraggiosi. E sofferenti.
Ipersensibile, ma anche debole nel cedere alla prima tentazione istituzionale. Questo era Luke.

“Non si parla con gli sbirri.”
“Quante volte glielo avevamo detto…”
“Una birra dallo slavo?”
“E una canna. In memoria di Luke.”
“Era ipersensibile. Adesso è morto.”
“È morto. Già. Tutto qui.”

***

[Qui è possibile leggere testi poetici di Massimo Palme.]

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