Come lampade nella cenere – Cristina ANNINO

Testi tratti da: Cristina Annino, Casa d’aquila, Bari, Levante Editori, 2008.

Dalla sezione Canti d’aceto

Sosco (*)

Stamani ha piovuto; nel buco non
sentivi il baccano, sono impazziti
alberi. La piccola
foresta ha battuto la finestra con una
cinghia. Che cosa
stupida gli elementi! Questa forza
scempia o vigliaccata sonora, e l’aria
ride sulla terra con sufficienza di
prove. Sosco, creatura con misura
tecnica per non impazzire, i tuoi
piedi in mano nell’aria, risali a
riva. Venendo la tua vita a tagliare
zenzero.

(* in criminologia: il soggetto, ancora non identificato di alcuni crimini)

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*

Il Dama

Comincio allora: inforca
le sue ossessioni di dama. Domande come
quaccheri, pinguini, bestie elementari in
altezza e, fin dove lo porta la fantasia, gli
mettono la testa in mano. Nella
casa dell’autobus ricorda, in fondo alla
luce, dov’ha perduto. Chi gli ha dato col
bisturi quella botta: l’ADDIO? “Ho
un cannibale davanti”, scrivo da benedetto
idiota, “è qui, teniamoci almeno vivi”.
Passano i
minuti per bontà, si fanno robusti, si
canta, si può spendere soldi, no? Cavarseli
di tasca. Ma l’ADDIO ha mollato
il tilt, spezzato i ginocchi e via. Ché
appena il suo io esplode, la bottiglia in
mano diventa gomma su per le
narici dell’alba, un qui pro quo. Meglio
oppure una bomba.

*

Geronimo dice:

Crede
nella pena delle pie mosche, nel lutto
dell’erba celeste, ogni filo un cognome, nel
dolore continuo dei campi. Ha su
una croce
tremenda: che
dovranno fotterlo, alla fine, per
bene, col proprio tormento. Il vento
torna sempre su stazzi e letame, piega
le mani in remissione di
peccati e si scava l’inguine. Povero
coglione benedetto da Dio! croce in
mano, alza
il dito marrone più bello della
nidiata. Dice
Quella mente massacra mille
cose, per rimettersi in pace la
coscienza. Ci
mangeranno vivi, alla fine, ci
leveranno la scorza com’al melone.
Tutti,
amici, uno per
volta. E nessuno avrà pace nella nostra
riserva
”.

*

Trinidad

Allora pensò che moriva; così, dall’oggi al
domani, piena da
spaccarsi le tempie “io non ho nulla, non
temo niente, non spero più. Sono
zecche di caldo le mimose, io zero”.
Decifrava
i rebus, le parole incrociate, enigmao, col Koko
registrando tutto, ossia ossa di seppie di
lichene ammaestrato, beone e fuoco
ovunque. Come sparassero da
un mobile in cucina, e lei coprisse
lo sparo con la mano.

*

Rispondere è obbligo

Le pizzerie sono lei, la demenza
luminosa, gli angoli, i crocevia e le
salite. Lei
è il senso terreno che ho, i guizzi
muscolari se spacco le dita al muro.
Ma quanti
amori, che tu sappia durano sulla
terra? Se lo sai. Oppure quanti
assassinii dovremo fare, quanto
leggere, lingua sul terreno, tirandoci il
cucchiaio sulle labbra? Quante
ore ci darai per non finirla così, zampino
nel tegame, a friggere.

*

Corto viaggio

Se si liquida uno, se ne
calcola il peso, struttura fisica e le pasticche
c’ha preso prima. Poi lui ti
guarda a lungo, com’un treno che
arriva. Tre
possibilità: t’inclini troppo al suolo
calamita schiacciandoti i vagoni. Due,
lui t’ama, ma lo stesso
treno viene personalmente (il
panorama, si sa, ha spalle fino al
cielo). Tre: vada come
vada, ti stima l’identità, poi vibra
la corrente.

*

Il segreto di Carmen

Di lei qualcosa
è sul pensiero gru della neve.
Dico
i denti di Carmen, dopo tanto, non li
ricordavo così, come se vivendo se
li fosse morsi, mantenendola quelli. Parla,
e il collo l’ingoia, mangiatore di
fuoco con triste
digestione che s’abbassa la neve
al vento. Ora io,
son le quattro ma è buio, mi
scontro qui proprio con la
Forza. E sembrerebbe il contrario.

C’hanno sfilato
la vita come soldi, Carmen, ce l’hanno
tolta. Odore d’incenso, c’è l’aldilà, c’è
aria in ebollizione, e vedo la fine. Quel
risetto di chicchi che parla è fatica
pura, oddio, fredda calda; non siamo
più
. Io ti
credo, io rendo le tue frasi una
stanza, bevo birra, ma per legge
di gravità ormai dovremo entrambi
cadere dal ramo.

*

Guardi l’acqua

Guardi l’acqua uscire dal
rubinetto, ch’attira i tuoi gatti. Saltano
dalla riva del deserto bevendo. Ecco,
bastano due minuti o tre d’un certo
capire fondo, per indici d’ascolto, per
gravità, per i tuoi
fratellini siamesi che ami. Per peso,
movimento sonoro; si sono loro
infischiati almeno di mezzo mondo.
Allora segui
la cavità d’un pensiero, rotolaci
dentro: quant’è alta la
gabbia? Il terreno, narici, umido,
sabbia. L’aria va di
traverso, trasmettilo in tecnica
pura, poi avanza!

*

Oceano

Con spinta di chiese nel
vento, chi lo capisce? Triste fino
al petto di nubi in mutande; ercole
andante buttando in aria filosofia, con
palato più forte d’un trattato divino.
Non dà
casa agli uomini mai, né speranza. Le
porte persino toglie, strappandosi a morsi
il collare. Tacchi altissimi
sull’atlante e quadratura del che. Ma
chi lo capisce, che l’unica
cosa da dire gl’è uscita di mente e si
liquefà, lasciandosi dietro gli intrugli. Si
scuoia. Muore
così, tra Messico e Stati Uniti, battendosi le
mutande; un ossesso
di vertebre fino alla noia.

*

L’artista

Bene di profilo ma davanti
niente, tetramente scosso non
volendo bere perché isterico, per non
cadere a terra. Lui, Impala
unico, nel rosso che tramontava.
Aveva
trasformato violenza in arte, ma è
sciocco tutto; mette sale, non basta.
In un
lungo minuto sparge quel poco
di muscoli e ossa, se li contava. Le
vertebre soprattutto brillando
come lampade nella cenere.
Chiedeva
aiuto, ché il mondo ci dà e poi ci
toglie e non lascia niente. Un
accendino, il cuore del Prado;
l’avrebbe spezzato in due, a potere.
S’alzava
la brace a ogni passo.

*

Amici mortali

Saranno le mosche, ma questa
pazienza è cogliona. L’attesa, la questua, la
vita ingobbita. E desiderare!
Quest’essere
i muri capanna, questo ridere per
chissacché; siamo soli a dividerci un
po’ di manna, gli amici fan
finta di saltare ostacoli. Vanno
via. Ogni cosa
parte con i bagagli, poi torna, chiede
“allora?”. A quest’ora
saremmo grandi, se il mondo
volesse, se le mosche volassero
alte tingendo di viola gli
armadi. Saremmo geni, ci
empiremmo i polmoni di sedie, se
ci lasciassero fare. Faremmo
libri immortali con branchie
filanti, e anche la grazia d’amare.
Semmai!

*

L’appuntamento

Non avrò futuro che essere
pesante: le premerò le costole
con l’aggeggio ferroso, da
tagliare le gambe a chiunque.
Mai saputo quanto
debba durare l’amore o un
incidente di strada: stessi
dati di ferro sonoro. Allora, come si
scappa da questi due sensi?
Non so
usare l’amore, madama, non lo
vedo, non lo spezzo in due, non lo stacco
dal muro, non ci ragiono. Non reggo il
peso soprattutto di questo volume.

*

14 pensieri riguardo “Come lampade nella cenere – Cristina ANNINO”

  1. così sono: realistiche oniriche ritmiche. poesie *vere* – né più né meno. e più sono poesie più è difficile parlarne, per me. i difetti sono appigli, e il critico si arrampica. ma ciò che è *perfetto* – basta guardarlo sentirlo dirlo. e i poeti conoscono anche le nostre piccole cose e i nostri piccoli dolori (“non reggo il peso”, “questa pazienza è cogliona”, “addio”), e non dico che li sublimano – non so ancora che cosa significhi sublimare; credo che li *salvino* [ora parlo male, parlo in un modo imperfetto, non raccomandabile]. e d’incanto (incanto): siamo stati salvati un po’ anche noi, *in realtà* [così nella fede: non è che il credente sia immune dai “dolori” e dagli “sbalzi d’umore” e “dalle ossessioni delle” proprie “manie” – no, il credente continuerà ad impazzire a soffrire e anche a morire, come tutti; e continuerà anche a peccare, come tutti; ma sa di essere stato coinvolto in un’aura superiore alla sua vita: ha trovato un Padre/Madre, è protetto; se quel credente è cristiano, sa che le sue “piccole cose” sono state provate anche da Cristo]

    questi sono i poeti come Annino. e poi: ci sono poeti la cui dimensione è un’altra. che scrivono poesie, certo, spesso molto belle o eccellenti; ma quelle poesie tendono ad un mondo non letterario. sono versi che vanno in una direzione. a questa seconda specie di poeti appartieni tu, Francesco: quando scrivi, tu preghi, e scrivere è la tua liturgia. ecco perché non ho scritto nulla su Per soglie d’increato [e su un libro simile, altamente bello, come la raccolta di Guglielmin; e probabilmente non scriverò nulla sulla Casa esposta di Giovenale: a Genova, quando lo presenteremo ci metterò solo la voce, voce-di-bambino, e Zublena saprà parlarne meglio di me]. ecco perché leggevo Per soglie d’increato e sentivo qualcosa di intoccabile e indicibile: lo leggevo ancora come libro-di-poesia, non sapevo e non pensavo di leggere un libro di preghiere. ecco, per esempio:

    per soglie d’increato
    vanificando accenti conosciuti,
    per margini brinati
    di mondi lontanati
    all’apparire – dove non serve
    nominare ad ogni passo
    il prodigio che trascorre
    in mobili immagini di evento,
    epifanie di lumi
    rovesciati in ombre
    quando già credi
    di stringere il mistero,
    contemplarne il volto,
    tradurre le pupille in segni
    e voci: –

    tu dialoga con lo stupore
    che non conserva tracce,
    con la stella che dissigilla
    un senso che non dura,
    con l’assenza che si desta
    in palpiti migranti fatti verbo,
    al verbo estranei per legge
    d’indicibile esperienza –
    per osservare la vita nello specchio albale
    di una luce
    pensata prima d’ogni dire,
    prima del silenzio.

  2. Grazie, Massimo, per quello che scrivi sulla poesia di Cristina: la tua lettura è, come sempre, preziosa, pro-fetica, in quanto accenna a una “salvezza senza redenzione” che altri, magari, un giorno vi leggerà, o sarà aiutato/obbligato a legger-vi.

    Per quanto mi riguarda, il mio grazie è duplice: quello che ti esprimo, qui (…..), dove “non” c’è “più” bisogno di parole, e quello che comparirà, “in forma di parole”, tra cinquanta minuti esatti: non sarà difficile riconoscer-“ti”, se non si è ciechi, nella “presenza-assente” che le attraversa, nel moto che le anima: da un “punto”, da una “virgola”, da una “pausa”: da un “accento” sospeso in aria come una “nuvola”.

    Un abbraccio.

    fm

  3. Il consiglio è sempre quello di farsi un gran bel regalo: procurarsi questo splendido libro. Esistessero, o avessero senso alcuno, le scuole di scrittura poetica, lo proporrei in adozione permanente.

    fm

  4. Massimo, Francesco, un grazie come al solito, più del solito, per i commenti, per l’ospitalità. Non aggiungo altro.
    C.A

  5. mio Dio quant’è brava!!!!! non so dire neppure perchè mi prenda tanto, dato che le ho lette e rilette queste poesie prima di trovare il coraggio per scrivere qualcosa che fosse sensato, guardando tutta questa poesia che apre al mondo intero, dalla piccola nicchia, in basso, dei miei 17 anni…
    eppure, le parole, è difficile trovarle….anche così…anche avendo letto e riletto tutto.
    è la vita stessa che trova spazio in questi versi, ma non si tratta di un piccolo occhio che tenta di catturare lì, dal suo margine… è presenza piena la Annino, che coglie, assorbe, filtra con esatta perfezione ogni goccia del nostro esistere , ogni goccia, ogni dettaglio di ciò che accomuna il nostro sentire nella nostra condizione di esseri umani… facendolo con la perfetta sfumatura del tono d’ogni verso, d’ogni parola…
    c’è da “imparare” tanto… leggere e rileggere ancora, per sentire ogni volta, ancora più a fondo, d’essere parte d’un tutto, d’una verità mai completamente coglibile o dicibile, chiaramente… rendendosi conto che, se c’è un solo modo per parlare di un tutto fatto dei dettagli dell’anima, forse, è questo!

    un bacio!
    Ciao Francesco!
    mille volte grazie a Cristina!

    Patty!

  6. Gli amici mortali, ci piacerebbe essere noi se non fosse presunzione! se non fosse come seguire una diva del cinema in strada, importunarla. Allora in punta di piedi ci teniamo strette le poesie, il libretto del Levante, e andiamo a leggerle e rileggerle, pensando chissa’ – forse questi amici mortali anche se per il poeta non siamo noi, anche se lo sappiamo che non sono state scritte PER noi, noi che siamo i lettori in un certo senso questi amici diventiamo: perche’ perlomeno condividiamo la gioia di leggere queste cose con quegli amici che invece loro davvero si’ sono quelli per cui il poeta ha scritto. Potere della poesia, che allarga il mondo a tutti, quelli per cui e’ stata scritta e quelli che la trovano come un oggetto smarrito. Che potenza questi testi, che tesoro! Ecco. Chissa’ se aveva amici mortali cosi’ anche Dino Campana, adesso vado a leggere e informarmi e studiare per rispondere a questa domanda!

  7. “sul pensiero gru della neve”. il precedente commento mi riporta – fortuna! – a leggere per la prima volta questi testi della Annino. Credo che qui abbia l’aria, lei che in scrittura inverte l’ordine degli elementi – se un ordine esiste – neppure disordinandoli, ma come a disunire ciò che per “sicurezza” si era fatto concausa, o conseguenza dello sguardo, che forse è reale forse mai neppure per sbaglio; e, come ad unione di elementi compiuta, tutto si disfa, stupendo lasciando tremare il senso ultimo di ogni incomprensione, perché in un attimo solo tutto coincide, si fa naturale, appena

  8. SIgnor “Luino”, dicci tu quali testi di poesia contemporanea credi abbiano valore, e verremo a leggerli, magari a commentarli. Noi qui per questi ci siamo sbilanciati, e in pubblico, perche’ al valore di questi testi ci crediamo! . Ma per favore lascia anche nome e cognome, come chi puo’ discutere le proprie opinioni, non come chi lancia il sasso e nasconde la mano.

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