Lingua acqua – di Paola ZALLIO

Giulia Napoleone

[Da: Paola Zallio, Lingua Acqua – Poesia intorno a un’idea, nota critica di Giuliano Gramigna, acquerello di Giulia Napoleone, Verona, Anterem Edizioni, “La ricerca letteraria/Collezione del premio Lorenzo Montano”, 2002]

Ho guardato la Lingua con occhi di madre: che non
possiede cosa più Bella.

Nuvola

 

     Chi parla ora: parla alle nuvole.
     L’aria non dà quiete: sul bianco la dignità si offre come
passaggio a vita nova: e la potenza dell’immagine benedice
le speranze, che sbocciano come fiori.

 

     Come un nuvola sospesa, che non si appoggia: la nudità
concede l’abbandono totale e impone il respiro.

 

     respirami dolce nuvola.
     cadi pioggia al centro di questo vuoto scavato per la
passione di essere aria; per la potenza che risuona nel soffio
di essere: solo lingua

 

     Il vento che sorvola questa lingua vita è il volo radente
sul vuoto: che non è il punto zero – è il luogo dal quale sono
guardata: Eros è attraversato dal vuoto: dentro, cade la parola
che da sola si agita e da sola si calma.
     Dopo la sequenza della lotta, l’uno in due -, si calma:
le parole iniziano a cadere come petali, che germogliano
nella bocca:
                         Bocca di fonte.

 

     La voce non sa della tempesta: per terra riposano le
carte. di carne. Il limite di chi scrive è feroce: l’acqua
guarda la scrittura.
     Chi scrive: scrive alle nuvole, guardandole dall’acqua.

 

     Lingua da adorare: io respiro aria forte.
     Prima, ho amato il vuoto: non mi sono girata dalla parte
dell’ombra, del muro – di notte, come se niente potesse
accadere – : accade.
     Il non senso fugge il limite: il corpo apre i sensi: il testo
– accade – di notte: la privazione della luce scandisce il
suono perfetto della perdita. – getto lontano queste parole:
«io non dovevo scrivere».

 

     Il veleno è stato raccolto, per me – da mani che non sapevano,
o non volevano, accarezzare: accarezzarmi. I fiori
biondi non sono notturni, e l’immagine è multipla pur vivendo
da sola: il fiore, notte dopo notte – piegandosi –
continua a sostenersi fino a toccare l’acqua.
     Il miracolo è la luna dentro questo fiore pallido: «io
guardo la luna». no: Lei guarda me. guardami nuvola.

 

     La cosa toccata dalla parola diventa l’immagine della
ghirlanda: e si apre all’alba. La lingua che si lascia profanare
dalla Bellezza è aspra; cresce, e è cresciuta, silenziosamente.
– Dentro una forma sola, si deforma: in forma di poesia.

 

     Io non mi appoggio: la vita si appoggia – e si fa lentamente
a pezzi: si raggruma dentro un soffio, per la potenza
di affermarsi libera, o solo per credersi libera in questo
flusso: si vuole esprimere con forza, e sparire: come una
nuvola.

 

     L’equilibrio si forma vivendomi addosso, è solamente
un corpo contro un altro corpo: «scrivimi: chiudi il
cerchio», – battiti. Battiti.

 

     Io ti adoro. Segni; nello spazio la forma non è la bocca:
la bocca si scrive; la Lingua si incendia: e è felice.
     Le parole desiderano, e io mi abbandono: sono
semplicemente viva.

 

     Ogni battito di ciglia – gli occhi – diventano la soglia:
e dagli occhi al cuore. iniziano i prodigi.

 

     Nello spazio lasciato aperto la O si preserva umile e
vuota. sorella Povertà si offre in abbondanza: amore è al
centro del cerchio.

 

     Difendo con forza il luogo calpestato di un’infanzia
che non c’era: io vedo delle nebbie – l’isteria -, che
consuma l’altro, ed è il limite – : luogo di donna.

 

giulia-napoleone-acqua-iv-1992.jpg

 

TESTO

     L’urto è l’emozione della terra: qui l’infanzia non è poetica.
     Anche le radici d’acqua hanno bisogno di terra, e
affondano nell’acqua. Le spalle si stringono in mezzo a
colline dove la vigna torna a essere odore di fango e salita,
e il suo abitante non domina: mi guarda dentro i rami aperti:
regala alla bambina ginocchia color corteccia.
     Fra le braccia, la realtà del tronco si lascia toccare, e
l’immagine si storicizza nel ventre della Mater Tellus:
l’acqua fluisce fino alle radici, senza diventare radici.
     Sotto le parole fiorisce la resistenza della terra. Dove si
appoggia la bambina: la volontà vuole e resiste.

 

     Per l’acqua, la terra rimane il centro della materia.
Il cuore dell’ambizione è vuoto: questa terra nuda nutre
lo stile-passione. Acqua e terra onorano diversamente
lo stile del codice: fonte del parlare gentile. Qui l’innocenza
passa attraverso le spine, in silenzio – e fiorisce.

 

     Dopo la rivelazione delle cose si fa evento l’aperto:
irrompe lo spazio-scrittura; sospeso nel vuoto. Il possibile
diventa scrittura nella necessità di affermarsi – firmarsi
con il corpo: corpo-scrittura. La volontà sotterranea dello
stile lascia le sue tracce: i sensi del cuore. L’acqua è la Lingua:
è, e è sempre stata.

 

     Non è il sole che fa rossa la vite e scalda la vigna:
i raggi stratificano di senso le parole. Gettate, che si gettano,
come semi: l’Io e il Sé si gettano nel simbolo di questa
scrittura.

 

     In questa collina fiorisce la gentilezza dell’infanzia virile,
fragilità in forma di forza. E la terra nutre la povertà:
per tutta la notte la bambina corre dietro alle lucciole.
     La terra non è madre né matrigna: neutra come un foglio
bianco. Radici bagnate d’acqua: io abito l’essere
femmina di questi germogli: volontà di dire e non dire,
apparire e non apparire. Sono solo acqua non toccata, che
tocca, e tocca raccogliendo gli opposti: Psyché e Eros.

 

     Il corpo acerbo è ingenuo, e sorride: la risposta dolce
conserva la sua asprezza. Tocco la terra toccata dai sensi e
la femminilità lega – collega – il sentimento del corpo alla
mente. Il nesso simbolico accoglie alba e tramonto:
nell’inconscio la femminilità è la seduzione della luce.

 

     Il corpo libero continua a crescermi non-adulta: forte.

 

     Nell’abbandono viene alla luce Eros-Lingua. Incomincio
a dissotterrare la fragilità della parola scritta, a partire
dalla potenza della parola, che è solo parola: il valore
umanizza il simbolo.

 

*

Nota critica di Giuliano Gramigna

Credo di trovare una chiave (come si direbbe: la chiave di un codice) per lingua acqua di Paola Zallio, in questo passaggio: «Ho guardato la lingua con occhi di madre: che non possiede cosa più Bella». E’ il guardare, guardarsi, essere guardati: ma guardati dove? Poco prima, nel testo: «Parlano i prodigi: acqua, dolce acqua, chi sei?, il punto da cui guardare la terra…». Si tratta di identificare il puto da cui si guarda, in cui si è guardati. Mi viene in mente il lamento riportato da Lacan: «Tu mi guardi sempre dove non sono». Come identificarsi se non nel luogo dove ci prende lo sguardo dell’Altro?
     Nuvola, acqua, sembrano gli elementi che fanno corona allo sguardo, ne determinano la posizione e la funzione. «E la nube che vede? Ha tante facce / la polla schiusa.» Questo però è un testo dalla grande poesia del Novecento: Montale, “L’estate”, nelle Occasioni. E’ stato un soprassalto di memoria, ma niente potrebbe testimoniare meglio ciò che è cambiato, si è trasformato, nella poesia italiana in questi ultimi settant’anni (“L’estate” è del 1935).
     Forse lo chiarisce un po’ anche il sottotitolo con il quale Paola Zallio accompagna il suo testo: «poesia intorno a un’idea», che non è semplicemente, penso, una confidenza di laboratorio. Il testo poetico per destinazione, connotato da un carattere tipografico specifico, è seguito da una nota, cui tiene dietro direi un “testo secondo”, in carattere più minuto, al quale si è tentati di conferire la natura di commentario ma insieme di addizione creativa, allogato com’è sotto un titolo, charme, che ne sottolinea il potere incantatorio ma forse anche mistificatorio. «La scrittura è aria», la parola della Zallio tende a essere ánemos, pneuma, piuttosto che corpo grafico – ma dunque anche vuoto in cui qualche cosa accade. «Anche la natura si nomina, e cade il senso del simbolo: dentro la scrittura. Il suono dell’aria è l’appartenenza alla realtà: l’aria fischia il suono.»
     Il suono di questo vento o ánemos dà regola alle lasse o strofe o capoversi con i quali l’autrice ha sostituito il fantasma della metrica che stringe o morde un poco tutti. «Cadi pioggia al centro di questo vuoto scavato per la passione di essere aria; per la potenza che risuona nel soffio di essere: solo lingua.» I corsivi sono dell’autrice e come tali vanno presi e “adoperati”. «Respirami dolce nuvola»: come per lo sguardo, per il guardare, anche il respiro, il respirare è reciproco. Tutto il testo della Zallio è intessuto dal ricorso di una struttura grammaticale circostanziata: il pronome personale nella sua forma enclitica «accarezzarmi», «sostenersi», «vivendomi addosso»… dove la forma del significante prevale sul significato; come se la lingua si rispecchiasse in se stessa, appunto in quanto lingua, riconoscendo il proprio luogo, il proprio spazio e dunque il proprio vuoto.
     Mi sembra che tutta la poesia della Zallio sia preordinata alla strutturazione di questo vuoto. «Nuvola», «acqua», «terra» etc. non occorrono come figure di una mitologia naturalistica tradizionale: a tali elementi spetta di determinare lo spazio dentro cui si produce la scrittura. La Zallio è onesta quando scrive: «Io non mi appoggio: la vita si appoggia». Anche la comparsa, in charme, della bambina non appoggia, non lega troppo tutto il discorso poetico a una suggestione autobiografica, di memoria controllabile.
     Di tutte le lettere, ingombranti o addirittura compromettenti, è privilegiata la O che «si preserva umile e vuota». Ma poi O sarà la forma della bocca che soffia l’ánemos, il cerchio dove, come dice il testo, va a collocarsi Amore.
     Lingua acqua ha naturalmente a che fare con Eros: lo si era del resto preveduto fin dagli inizi, magari da quell’inserzione o inciso in corsivo vita nova («come il passaggio a vita nova»). Eros è aria, cioè: «solo lingua». Tutto il teatro del guardare (da dove guardare, dove essere guardati), il lettore lo sente preordinato non dico a questa conclusione, non c’è conclusione, ma a questo punto di fuga. L’O, il foro dell’imbuto a cui il testo, dopo aver agglomerato i suoi elementi anche carichi di storia personale, fuoriesce al vuoto di lingua, e torna a chiedersi, come nella frase inaugurale: «chi parla ora».

*

[Questo post è dedicato a Massimo Sannelli.]

*

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5 pensieri riguardo “Lingua acqua – di Paola ZALLIO”

  1. poesia centrale, anzi nucleare direi, dove l’acqua sembra l’elemento dominante, regna dall’alto sulla propria immagine, su questo stesso elemento che è il vuoto. del resto “Chi scrive: scrive alle nuvole, guardandole dall’acqua.” ma come forse direbbe Antonio Porta “preferisco guardarmi guardare”
    mi è piaciuto molto “Nuvola” anche se è meglio rileggere, ma adesso leggo pure l’altro testo.

  2. poesie bellissime. Tempo fa trovai su internet un testo della Zallio poi… il silenzio. C’è una tale forza in tanta levità. Stupende

  3. di quella “fragilità” antica sono stato il testimone. grazie a Paola, a Francesco, a Paola. ho molti peccati di omissione, commessi per stanchezza, per crolli del frate-asino, per la mancanza di un tipo di abbraccio che in terra è rarissimo… dov’è Paola? non lo so, ho solo idee vaghe. ha smesso di scrivere? continua? non lo so. e mi sono chiesto anche: ha avuto senso seguirla, se poi ha smesso? ma forse non ha smesso. ma forse è servito. ma forse ma forse ma forse. l’importante è che lei ci sia – in qualche modo, in qualche luogo. e chi *è*, ha *fatto*. domani è la festa dell’Incarnazione, un mese fa è stato il compleanno di Paola, il 25 febbraio, come Aldo Busi.

  4. Dici bene, Massimo, “l’importante è che lei ci sia”. E io, ne sono sicuro, lo sento, non ha mai smesso di scrivere, non potrebbe.

    Prima o poi sapremo quali germogli sono spuntati sulla/dalla “lingua acqua”: sapremo “chi parla ora”.

    Un caro saluto.

    fm

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