Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (II)

Da: Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Milano, Mondadori, 1975.

[…] ‘Ndrja andò poi a sbrigare la parte più scabrosa di saluti, scabrosa perché scabrosa era la personella che doveva salutare.
Marosa era comparsa sulla porta col viso già rigato di lagrime: s’appoggiava con un braccio allo stipite, la faccia inclinata su quel braccio e piangeva, lo guardava e forse non s’accorgeva nemmeno di piangergli in faccia. Era desolata, come se ora restava orfanella, sola al mondo. Però, quando ‘Ndrja incontrò i suoi occhi, issofatto le si ribellò accoratamente il pianto e sparì dentro casa; ‘Ndrja però, entrò dietro a lei e in un passo, l’afferrò tirandosela fra le braccia: solo allora vedette che aveva fra le mani il cestino coi centrini e vedette che ci piangeva col capo dentro.

“Ora, non ti mettere di nuovo a ricamare pesci” le mormorò fra i capelli.
Lei non rispondeva e continuava a piangere con la faccia sul cestino, come per riempirlo delle lacrime pietrose che piangeva. ‘Ndrja riuscì a infilare una mano nel cestino, a girarle la faccia e poi, guardandola, tanto per fare lo spiritoso, le disse:
“Ora, però, ti puoi proprio scialare con l’orcaferone arenato sulla marina, con quello non finisci più di ricamare”
“L’orcaferone? Ricamare l’orcaferone?” gridò, come se si rivoltasse tutta, lei. “Tanto, allora, intendi stare lontano? Allora, non si tratta di partenza. Di spartenza e spartenza grossa, si tratta”
In quel momento aveva gli occhi della tigre, ma il momento dopo, si staccò da lui, pigliò dal cestinetto il telaio da ricamo e gli mostrò, puntò contro l’ago:
“Il tuo cuore,” gli disse, con un lampo negli occhi “ricamo il tuo cuore stavolta”
Gli sembrò come di vedergliela addentare la parola cuore, e s’immaginò il suo cuore, vivo vivo, mentre lei glielo mordeva piano piano, pezzetto a pezzetto: e la guardò negli occhi, allora, la guardò e per la prima volta si sentì arrossire a guardarla, quella muccusa spigata, spigati i pensieri, spigate le minnette, né grandi né piccole, gonfie dure piene come pere a punta in fuori, e il suo ardore, il suo quasi barbaro trasporto. Di questa Marosa, che era spigata a signorina lontana dai suoi occhi, si era proprio innamorato, essì, se n’era proprio invaghito, se gli pareva d’averla conosciuta solo ieri o avant’ieri, di questa Marosa, che se anche diceva e faceva, in tutto e per tutto, ancora con l’agire di quella muccusa, lo stesso, stessissimo stile tempestoso di quel maroso femminino che gli levava il respiro, c’era però qualcosa ora, che si partiva da lei e lo faceva arrossire, lo faceva sentire, tuttuno, sorpreso, preso.
“Il tuo cuore ricamo, e quando ti ricamo quello, quel cuore nero che hai tu, poi mi sai dire, poi. Io aspetto, però, prima, non ti credere, ti dò tempo: e lo sai sino a quando ti dò tempo? sino a quando alla luna non spunta l’altro corno. Allora, se tu non tornassi, lo vuoi sapere come te lo ricamo il cuore? ti pare forse incorniciandolo tutto con: lo amo lo amo lo amo? Ecco, lo vedi? così, così e così” E dicendo, facendo a colpi d’ago si dette a trapuntare, quasi di furia, altroché ricamare, quel cuore nero sulla tela bianca entro il cerchio del telaio.
‘Ndrja, che sino a qui, a sentire del suo cuore nero, dell’altro corno della luna, doveva farsi forza per trattenersi uno scoppio di riso, qui, a vederla come s’accaniva con quell’ago, si sentì passare ogni voglia di riso e di sorriso, ma non solo questo, si sentì pure, stranamente, come perso d’ogni spirito dentro, faglio, immalinconito, col cuore davvero nero nero, occuposo, stranamente, stranissimamente, si diceva, perché, se per un verso non poteva mai essere che aveva dentro di lui tutto quell’effetto, quella scena, scena nemmeno scenata, di Marosa, il fatto era, però, che solo in conseguenza dell’agire di Marosa, poteva avere quella sensazione che lo pigliava completamente alla sprovvista, senza sapere come né perché, quella sensazione che era, quale era, come se lui non se la vedette, godette di fuori quella vista, quella scena di Marosa, ma senza vedersela né godersela di fuori, la fece pure lui con lei quella scena, fece, cioè, la parte sua in quella scena, e la parte sua, in conseguenza di quella di Marosa che s’accaniva a pigliargli il cuore a colpi d’ago, non era giusto, giustappunto, giusto quella, quella che si sentiva il cuore, come gli disse, gli predisse lei, per davvero nero, nero nero occuposo?
Ma quando risentì la sua voce, quando cioè tornò a parlare a quella muccusa ancora come prima, come sempre, delle sue muccusaggini, lui poteva dire che non si ricordava più, in alcunissimo modo, di tutto questo, di tutto questo che lui pensò o si sognò a occhi aperti di pensare a occhi aperti anche se per un solo istante.
“Il corno della luna? L’altro corno? Ma che dici?” le fece, un poco sullo scherzo e un poco sul serio. Aveva l’aria di non capacitarsi di quello che Marosa intese dirgli, per questo, forse, l’aria di non capacitarsi di quello che lui intendeva dirle, l’aveva lei, dopo, e lei l’aveva, lampante sulla faccia, subito dopo, quando lui aggiunse, con un tono troppo meravigliato, come fatto apposito: “Ah, sì, certo, come no? l’altro corno della luna. Ma lo vedi come mi feci pratico e ‘sperta tu. Tu, ‘sperta, ‘sperta, però, quando ti credi, fra quanto: un mese o anche solo una settimana, forse, che le spunta l’altro corno alla luna? Stasera, ‘sperta mia bella, la sera di questo giorno qua, le spunta, mentre quella regata, là a Messina, è sabato che si fa. Ti dò tempo, dicesti, ma il tempo che mi dài, che mi davi anzi, prima di ricamarmi il cuore, come vedi, già passò. E ora che pensi di fare, che fai?”
Lei, prima restò a bocca aperta, come imbambolata, poi pigliandosi caparbiosamente fra i denti ora il labbro di sopra, ora quello di sotto, si mise a guardarlo fissa fissa negli occhi…
… Qua, allora, ‘Ndrja, non perché lo divertiva, anzi, al contrario, perché quella vista, la vista di quella Marosa che per lui era tutta nuova e impressionante: una Marosa mortizza mortizza, come pigliata dai turchi, l’inteneriva, l’apostrofò lui, allora, per darle modo di parlare nuovamente a suo agio, dicendole: “Oh figliadidio, a guardarti, pare che restasti senza più scopo nella vita” Eppoi, come provocandola, sfidandola, per farle tornare gli spiriti, facendo, anche se tutt’apposita, la scena, aggiunse: “Ci tenevi veramente tanto a ricamarmi il cuore, vero? e ne facesti per davvero uno scopo della tua vita, eh? E allora, guarda, divertiti con questo” le fece serio serio, tirandosi, in così dire, il camisaccio in sopra per scoprirsi il torace e contempo con l’indice della mano destra toccarsi la pelle, là, a sinistra del torace, per segnarsi, segnarsi, segnandosi per lei, il posto, dove, più o meno, aveva il cuore.
A questo punto, si figurava l’effetto che doveva farle, stando di scena in quella posa che fatalmente ricordava, anche alla distanza che c’è fra la terra e il cielo, la posa dell’Ecce Homo nelle figurine che davano in chiesa ai battesimi e alle cresime, a questo punto, con una voce che senza farla apposita, gli venne fuori come se fosse anch’essa in quella posa, le disse dolce dolce: “Ecco il cuore mio, eccolo qua. Ecco, ora tu fa’, fa’, fànne quello che vuoi. Avanti, vieni: forse non mi credi, non mi credi? Io, te lo dico io con volere mio e quasi quasi pure con piacere mio. Fa’, fa’, fàmmelo in pelle, mi senti? quel ricamo tuo, quello che ti mettesti in mente di farmi sulla tela. Ricamalo, ricamamelo qua, in pelle sopra a quello in carne, fàlli combaciare, quello ricamato e quello incarnato. Fa’, fa’, avanti, fàmmelo, sto ricamo a tatuaggio”
Mirava a farle tornare gli spiriti e la muccusa, provocata, provocata e contempo, forse, lusingata, da mortizza che stava, si spiritò addirittura: tornò lei, in sostanza, la Marosa stile maroso.
A ‘Ndrja, per dire che tornò lei, bastò vederla, anche se quella non era la prima volta, bastò vederla come s’intesava, con quell’intesatura da femminona nella femminella, come s’intesava le spalle, e il collo la faccia la guardata.
Tornò, tornava lei e intanto che tornava, con fare, all’apparenza calmo calmo, che è il peggio fare, all’apparenza, per un maroso, tenendo in continuazione gli occhi fissi a quel punto del petto dove lui si toccava con l’indice per segnarsi il cuore, s’avvicinò con l’ago stretto fra i polpastrelli della mano destra e puntato contro di lui come per conficcarglielo là, dove lui si segnava che aveva il cuore…
(pp. 1185-1189)

[La prima parte della lettura di Giorgio Morale è qui.]

C’è un racconto, preparato mentalmente nei giorni di solitudine e taciuto per tanto tempo, che Caitanello vuole fare al figlio, “due parolette”, lui dice, due parolette che durano tutta la notte.

Il racconto si apre con il quadro allucinante del 17 agosto del 1943, in cui “s’assistette al sole che s’inganzava con la puttana guerra… Là in fondo, sullo scill’e cariddi, la sabbia e l’acqua mandavano fumi e barbagli, le due rive erano accese di lampi, mare e cielo erano uno sconquasso di zatteroni e aeroplani, pioveva fuoco e s’inceneriva il legno dei natanti e la carne dei cristiani… agitando queste ali di sangue, fiammeggianti, la guerra volteggiava… infuriando in terra, in cielo e in mare”. Se prima abbiamo avuto l’Odissea, adesso c’è l’Iliade con “…morti, feriti, squartamenti di membra, fiamme, scoppi, squarci, ondate schiumose di sangue, fumo e neri crateri, gridi, implorazioni, lamenti tedeschi e italiani, americani e inglesi, che però parlavano a quel punto tutti la stessa lingua, portavano tutti la stessa divisa, morivano tutti la stessa morte”.

C’è un susseguirsi di flagelli da Medioevo, da Apocalisse. Dopo la guerra, la fame, che accende gli stessi fuochi che abbiamo già visto dall’altra parte dello Stretto nel paese delle femminote, che riportano la stessa aria pestilenziale.

E poi le fere. Nello “scill’e cariddi massacrato” si ha l’impressione che sia arrivata la fine del mondo, il preannuncio di qualche tremendo sconvolgimento. Da un’altura sullo Stretto i pescatori intenti a spiare segni di guerra scoprono un nuovo prodigio: un ammasso di fere mai viste, che si succedono come una rassegna di eserciti in un bollettino di guerra: passano le Naso a bottiglia, le Grampo Grigio, le Fianco Bianco, le Dente Duro, le Vere Genuine, le Bandiera Bianca, le Porpose, le abituè. Tutte attirate lì dalla fame, per tendere un agguato a un mare di pescespada, anch’essi attirati in quantità mai vista da quel caldo africanesco.

Sono stremato da questo ritmo incessante. La scrittura di D’Arrigo è come lo scirocco per don Ferdinando: un “veleno” di cui non si può “più fare a meno… che prima… resuscita… poi… lascia più morti di prima”.

***

Improvvisamente mi trovo affossato nella sedia insieme a ‘Ndrja ad ascoltare il racconto del padre, le famose “due parolette” che non finiscono più.

Nel racconto con cui Caitanello vuole colmare anni di vuoto ci sono scene e figure potenti, indimenticabili. Figure da antologia e tali da imprimersi nell’immaginario. Come il mummione don Ferdinando, che va a morire con la sua chiumma di vecchioni per non togliere il cibo di bocca ai muccuselli continuando a mangiare pane a tradimento. O come la lotta solitaria di Caitanello (che ricorda quella di Santiago ne Il vecchio e il mare) contro le fere, in segno di protesta verso l’apatia e la degradazione dei compaesani, ridotti a divorare per fame le carogne spinte a riva dal mare. O l’elogio della stretta di mano intonato dal giovane Federico al vecchio Caitanello, che diventa inno alla liberazione dal fascismo, dopo anni di saluto romano e saluto militare. Che a ‘Ndrja ricorda l’episodio del soldato tedesco fatto prigioniero da una banda di ragazzini a Napoli che tenta di aver salva la vita offrendo amicizia col gesto di proporre una stretta di mano (ma la mano, con le quattro dita unite e il pollice alzato, pare una pistola puntata). E assume toni di tragedia e rammarico, dal momento che Federico ha avuto la mano destra maciullata in guerra e Caitanello è in rotta con i compaesani che non hanno apprezzato la sua avventura solitaria e rifiuta loro la rappacificazione e il saluto.

Eppure D’Arrigo dice che ‘Ndrja non ce la faceva a stare sveglio a sentire il padre parlare tutta la notte. Che le storie del padre erano a tutta prima sconclusionate e senza capo né coda e che solo alla fine ci si vedeva un costrutto.

E viene da dire anche a me, come a ‘Ndrja, “uffa, uffa, per la madò, quanto fu lungo”.

***

Un tuffo toglie a ‘Ndrja la fatica del viaggio e lo stordimento della veglia notturna. Un tuffo, e “il corpo rioccupò la sua porzione di mare come ritornasse al suo naturale, dopo tanto stare a terra sulle sole gambe, col piacere e l’ebbrezza della prima volta… E allora sì, in questo si trovò a combaciare col muccusello di un tempo”. Un tuffo per ritrovare se stesso, prima dell’alba, nelle acque della ‘Ricchia, dove lui e i compagni, da muccusi, giocavano e sguazzavano mettendo in scena la storia della seduzione, delle sirene e dei naviganti, che don Mimì contava loro. Sirene che don Mimì apparentava a fere e femmine. E il narratore commenta: “Che grande stranezza sono le parole… si partono dal luogo d’origine, dalla cosa, dalla persona, dal fatto d’origine, e si traslocano, girano, girano”.

Anche noi sentiamo la frescura del tuffo e ci riscuotiamo. Ricomincia la magia di D’Arrigo, magia di lingua e di storie, di immagini ed emozioni…

Il sonno coglie ‘Ndrja accanto alla grotta delle sirene. ‘Ndrja sogna e rivede Ciccina Circè fatta a sirena, risente i discorsi di don Mimì e rivede i giochi nell’acqua. Rivive la sua iniziazione sessuale, quando lui e i suoi compagni fecero conoscenza della vera e propria femmina, una femmina in carne e ossa, superando quella loro “confusione in testa, fra le sirene che erano femmine e le femmine che erano sirene”; vincendo la vergogna e la paura che la femmina “facesse un solo boccone del.. pesce con la barba, e lo facesse con una bocca senza denti che aveva in mezzo all’anche”.

Ma come, quando era nell’acqua, “gira gira, non si ritrovava, qualcosa gli sfuggiva sempre e questo qualcosa l’aveva sempre alle spalle e gli pareva per questo di inseguire se stesso”, così adesso, ridestatosi, Ulisse che non si riconosce nella sua Itaca, ‘Ndrja si trova solo davanti alla ‘Ricchia, come il muccuso che restava scompagnato nel gioco, e non è più possibile gridare, chiamare i compagni per sentirsi meno solo. “Il silenzio deserto della ‘Ricchia se lo sentiva dentro nel sangue… come in punto di trapassargli il cuore”.

Nel nome del padre, come era iniziata, finisce questa parte centrale di Horcynus Orca. Col padre che all’alba pulisce il lume per metterlo via, simbolo che l’“esilio in casa… era finito”. Anche se, alla luce del giorno, Caitanello appare al figlio ancora più chiaramente “vecchio, meschinello e mezzo rimbambito”.

“Si fece vecchio, vecchierello si fece, don Caitanello mio”.

***

Da un po’ lotto come l’asino di Buridano tra due desideri: continuare la lettura del libro o fermarmi a scrivere di quanto ho letto. La lettura m’attira, i pensieri vorticano e s’accavallano. E nel dubbio mi blocco, scrivo nella mente ciò che non scrivo sulla pagina, e che inevitabilmente perdo. Per fortuna a pagina 758 c’è una spaziatura maggiore, che nella scarna segnaletica di D’Arrigo indica la fine della terza parte e l’invito a una sosta significativa.

Preceduto da un nuovo elogio del vistocogliocchi – “la notte è femmina e fa chiacchiere, il giorno è maschio e porta il fatto” – e dal fetore di carogna della piaga sul fianco sinistro in cancrena, fa la sua apparizione, all’inizio della terza parte di Horcynus Orca, il giorno stesso dell’arrivo di ‘Ndrja al paese, il fatto, un fatto tale da riempire quel giorno e i giorni che seguirono: l’apparizione nello scill’e cariddi dell’Orca. Mostro che s’annuncia come un sommovimento cosmico, come il riemergere del caos: “La sua mente si smuoveva dal sonno di roccia, avvolta in nebbie fitte, in nuvolosità nere fumose, il suo corpo immenso andava spostandosi nelle tenebre sterminate, impenetrabili dell’abisso”. La memoria corre naturalmente a Moby Dick e, evocata dalla balena bianca di Melville, al Leviatano della Bibbia e ai mostri dell’epica primitiva, come il Gilgamesh.

Ma c’è di più. Un sommovimento simile evoca qualcosa di primordiale. Se già al primo apparire siamo stati affascinati dal mare di D’Arrigo per la molteplicità e varietà delle forme che l’abitano, pesci, pescibestini, alighe, cicirella, acque, sale, rena, pietrebambine, scogli, che lo facevano assomigliare all’oceano origine della vita, adesso questa vita potente e indistinta che si sveglia evoca le acque profonde dell’inconscio. Non per nulla i pellisquadre si sentono tutti istintivamente attirati da questo fenomeno ineffabile, orca, animalone o ferone o orcaferone che sia (anche qui la disputa sul nome), attirati come da un abisso da questa forza incontrollabile, “qualcosa che in parte era morto e in piccola parte moriva”, tutti compresi del ruolo di testimoni di quanto si vocifera, per mari e oceani, di questo enigma che riunisce morte e immortalità, che soffre senza dolore, che dà sofferenza senza nulla saperne. Come già era successo tempo fa a don Ferdinando Currò, che in quell’occasione aveva corso seri pericoli e portato la sua chiumma dietro all’animalone, per soddisfare piacere di libertà e capriccio di conoscenza, e con ciò assumendo dimensioni da Ulisse dantesco, in una delle precedenti manifestazioni del prodigio, forse cicliche, come il rimosso della vita spirituale, che prima o poi ritorna.

Subito s’accende una discussione tra il delegato di spiaggia, il signor Cama, e il più vecchio dei pellisquadre, don Luigi Orioles, che fa parere piccola cosa le diatribe attuali tra rinascita, superamento o ibridazione dei generi letterari, perché in Horcynus Orca s’alternano tutti i generi, in questo genere che legittimamente li comprende tutti dalla nascita, che è il romanzo. Questa discussione ad esempio assume i caratteri di un dialogo platonico, non più logico ma teleologico. Dice don Luigi che “Il Creatore… se crea un tale casobello, l’orca ovverosia, qualche ragione l’ha… E se è Dio, il Creatore stesso, che se l’inventa, st’orca o ferone, può mai passare? Passa forse Dio?”, e a me, oltre che Platone, mi viene in mente Agostino e le sue domande sul male, secoli di filosofia e di sette segrete, per cercare di capire se ha una sua verità il male e rispondere alle domande intorno ad esso. Mentre il signor Cama, razionalista e forte della scienza del suo libro che elenca tutta la fauna marina, ribatte che non c’è motivo nell’agire dell’Orca, “qui, dovette entrare per puro sbaglio, appunto per l’orbaria che dicono. Solo per puro caso”. Ugualmente divisi sono i due sul che fare. Per don Luigi non si deve attendere passivamente, occorre darsi da fare, perché “qualche ragione… l’abbiamo pure noi per non farci impestare”, mentre per il signor Cama si può “dormire a cuscino mollo”, tra poco, assicura, l’Orca toglierà il disturbo, tanto “il mestiere suo di dare morte… non lo fa né per forza né per piacere, lo fa invece per natura”.

***

L’enigma è destinato a infittirsi quando verso mezzogiorno l’Orca fa aggallare masse di cicirella, che arriva come manna per i cariddoti affamati. Il grido “Figliò il mare, figliò il mare” saluta il prodigio. Il pensiero corre al Dio biblico, che fa piovere manna sugli ebrei in viaggio, guidati da Mosè verso la Terra Promessa; mi viene in mente anche che Mosè è il nome con cui i soldati che volevano passare lo Stretto chiamavano ‘Ndrja. Infatti l’Orca viene riconosciuta come “la causa… il benigno cataclisma… morte nostra elemosiniera” e a lei si levano le preghiere dalle femmine riconoscenti perché ripeta la grazia, lei, “anima bontatosa”, che “porta morte a tutti, a noi invece porta vita” (come il Dio degli ebrei, in virtù di un’alleanza speciale col suo popolo?), mentre donna Cristina vi vede l’incarnazione di don Ferdinando e il signor Cama ne approfitta per rilasciare una patente di santità all’animale. D’altra parte, commenta il narratore, “Il male ha bisogno del bene, no? E la morte della vita, sennò la Morte stessa morirebbe per difetto d’uso”. Tanto che c’è bisogno dell’intervento di don Luigi ad avvertire “Giovanotti, stiamoci attenti… pure noi, al pari di muccusi e femminelle, ci andiamo facendo delle illusioni solo perché il mare cacò qualche pugno di cicirella?”.

Quando l’Orca lascia il mare antistante la ‘Recchia e si dirige verso Malta la situazione pare tornare alla normalità. Sono passati i grandi cataclismi, “la guerra, la carneficina, il mare di sangue, quel… concentramento di fere oceaniche, l’orcaferone, Morte e fetore antico di carogna”. Ma le fere sono rimaste. “Ora sì, ora sì” commenta don Luigi “che tornammo al tempo antico”, che è il tempo della vita naturale, il passato che si proietta nel futuro, in contrasto col tempo tutto strappi ed epilettico della storia. E ora che i nemici dei pellisquadre tornano ad essere le fere, cioè i nemici di sempre, don Luigi rivaluta l’avventura di don Caitanello, che con la sua lotta solitaria, quando l’apatia fiaccava lo spirito dei cariddoti, ebbe il merito di ricordarlo, che fra l’uomo e la fera la lotta è e deve essere “alla pari”. Anche se è illusione di poco: lo stesso giorno torna il ferone (in coincidenza con l’apparizione della flotta inglese e americana nel porto di Messina), lasciando tutti ammutoliti, col suo codazzo di fere che gli fanno corte attorno. E assomiglia sempre di più a una forza inconscia, primitiva, che precede qualsiasi identità, quando si scopre che è proprio cieco e si dice che “un immortale come lui… forse non lo concepisce nemmeno l’accoppiamento a maschio e femmina”.

In questa situazione senza più guerra ma ancora senza pace il più vecchio dei pellisquadre, don Luigi Orioles, che, custode delle tradizioni, sempre più ricorda padron ‘Ntoni dei Malavoglia, capisce che occorre rimettere in moto la vita della comunità e col discorso che fa a ‘Ndrja per incaricarlo di fare quattro passi nei paesi vicini per verificare come vivono, se hanno ripreso la vita normale e se c’è qualche artigiano disposto a costruire barche, ci regala la sua “orazion picciola” da Ulisse dantesco. “Ci può bastare questo?” dice. “Campare è vivere forse? C’è dignità in simile campare?… Vogliamo rinunciare al nostro modo di vivere?… La nostra vita, ogni giorno di più, si faceva vita di carogne…”. Occorre “levarci da sto stato di degradazione… perché sennò sarebbe la fine dello scill’e cariddi e di tutta la gente che campa sullo scill’e cariddi… Vediamo la situazione… se c’è modo di uscirne. E se non era scritto che ne uscissimo, si scriva, se non altro, che ci ribellammo… e che la morte non ci pigliò a collo chino”.

(continua…)

5 pensieri riguardo “Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (II)”

  1. Grazie, Francesco, dell’ospitalità di questa seconda puntata. Ti dirò che, scorrendolo qui e là, mi viene il desiderio di rileggere questo libro, e di riscriverne.

    M’incanta, ad esempio, la bellezza e la terribilità di questo brano dell’addio a Marosa: Marosa muccusella ingenua, Marosa-Penelope, Marosa crudele e sensuale come le donne dell’arte del primo Novecento… E come tratta il mito, D’arrigo: da una parte il mito illumina il personaggio, dall’altro il personaggio getta luce sul mito, sia che vi aderisca sia che se ne discosti… E’ proprio la scrittura di D’Arrigo ad avere un effetto mitizzante: dilata il particolare, rende archetipico il contingente, mobile eppure scultorea… Insomma, “Horcynus Orca” mi pare inesauribile…

  2. Giorgio, la settimana prossima pubblico anche la terza parte: ho ricevuto pressanti … sollecitazioni da alcuni lettori. E ne hanno ben ragione.

    Credo che il lavoro che hai fatto su questo classico tutto da ri-scoprire abbia pochi termini di paragone. E non sto parlando solo della rete.

    Grazie ancora, con un caro saluto.

    fm

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