L’infanzia vista da qui – di Francesco TOMADA

Francesco Tomada
(Uno dei più bei libri di poesia degli ultimi anni. fm)

***

Spezza il tempo dell’amore e del dolore con la stessa familiarità severa con cui spesso si spezza il pane questo bel libro di Francesco Tomada.
E lo fa con gli occhi, le parole, i ricordi già un po’ post-contadini, di chi guardava passare i treni da lontano e già sapeva le città e gli imbrogli di un doversi vivere sopra quello che si è sempre stati.
La terra, la nostra, conosciuta eppure immaginata “vuota dentro”, scavata, derubata di sé, fondamenta per le case di mattoni venute su a casaccio negli anni ’70 e non grembo, madre, vita per la vita, sono il tratto evidente di una poetica che racconta, con leggerezza profonda, l’orizzonte stranito e confuso di questa sua e mia generazione che ancora non riesce a sentirsi tale.
L’infanzia vista da qui è quindi prima di tutto, leggendola, un luogo nascosto da cui guardarsi e guardare ciò che si era e ancora e sempre si è.
Padri e madri, figli, nipoti, uomini e donne in cerca di un sé binario e molteplice che sia anche duraturo e si faccia ciclo degli affetti.
Così mentre è chiaro il quando, che è ieri, domani, adesso, rimane di soppiatto il dove, l’angolo da cui si osserva, quasi come se, usciti da lì, da quell’istante che è erba e ginocchia sbucciate, sudore di magliette stinte dal sole, tutto, tranne l’amarsi, non sia altro che un non luogo esteso e abbandonato.
Una periferia dell’essere dove niente è più visibile in concreto.
La casa ha tremato scrive Francesco, ma ha retto. Ha retto da dentro, nonostante le difficoltà del viversi accanto e del dover, a volte, giudicare, correggere, consigliare, senza poter mai sapere davvero come è che si fa.
A dover abitare e poi spiegare, a chi ti viene dopo, un pianeta in cui gli alberi sono gru che hanno radici verso il cielo.
Sono, questi di Francesco, versi candidi e nervosi, macchie di calore che affiorano profonde lungo i muri di una quotidianità piena di inciampi ma anche di occasioni per provare a dimostrarsi veri.
Timidezza e coraggio, voglia di giorni lievi, di amore sempre.
Parole per chi resta mentre un treno parte e divide, per vedersi dentro un dopo che non può e non vuole essere solo tempo da consumare nell’attesa, ma che sanno anche, indignate, dire al mondo quello che al mondo manca.
Scritte per dire e per capire quello che noi ancora possiamo capire della colpa e del dolore e, al contempo, afferrare quella necessaria sventatezza dell’essere che ci serve per intervenire nel presente.
Per raccontare un tempo che si vorrebbe più ricco di strette di mano e di bicchieri da cui si beve in due.
Cerchi di vino sul tavolo di un bar, lenzuola in cui provare a sognare senza dormire.
Un labirinto di strade conosciute e, proprio per questo, mai sgombere veramente dagli agguati dell’abitudine.
Versi larghi, con poche rime, una poesia “street” lucida e asciutta ma anche sempre piena di colori virati all’imprevisto.
Viaggiarla in queste pagine è quasi come aprire la finestra su quella luce docile che hanno, qui da noi, certe mattine di settembre.
Sentire, mentre l’estate andrà chissà dove, che ci tocca sempre di cercare altre prove e nuovi indizi per decifrare questa nostra avventura d’invecchiare che è, spesso, anche un doppio errare fatto di sbagli e giri a vuoto nel vuoto.
Una raccolta intensa e meditata che scava, con una forte ispirazione, un darsi alla vita rimanendo sempre pieni di domande irrisolte, un andare di giorni assaporati e sofferti a pieno, senza schivare mai né gioie né amarezze.
Mani e anni aperti ad un dentro della terra che è mistero e rinascita perenne, prospettiva di radicamento e anche di volo.
Partenze e ritorni, mappe mai troppo chiare.
Leggere queste poesie è farsi un’idea del paradiso come di un posto piccolo e anche un po’ precario, affollato solo da chi ti ama e proprio per questo cerca, perdona.
E, mentre cammina, stringe e spera.
(Maurizio Mattiuzza, Buri Free-ûl istât, 2005.)

 

Francesco vive a Gorizia, là dove il mediterraneo fatica a farsi sentire ed i Balcani sono ad un tiro di schioppo; Francesco è un padre di famiglia, premuroso e attento; Francesco è un chimico, che misura le reazioni dei viventi, nel loro travagliato operare, e le riporta con ordine sul quaderno; Francesco, infine, è un poeta, che registra tutto questo in versi, che sono come brevi sentieri da passo, costruiti per meglio meditare sul paesaggio intorno. Ecco Marghera, Auschwitz, gli affetti, i dettagli ordinati con calma, per ribadirne il peso, la necessità di ricavarne radice. Sembra quasi che il poeta tema il vento, la notte e ogni altra forza capace di imporre l’oblio, di negare un orizzonte ormai addomesticato, dietro il quale tuttavia c’è l’immenso vuoto, l’incolmabile assenza, una sorta di lacuna originaria, che continua a chiamarci e che ci tiene lì, in quel sentiero familiare. E così capita che i dettagli, anziché salvarci, amplifichino la loro buia radice e che la poesia quasi chieda scusa per questo suo stare sospesa sul dolore del mondo, per questa sua incapacità di trovarne una ragione fondante.
(Stefano Guglielmin, 1 novembre 2007)

 

Testi

 

A Stefania

Non delle auto nella strada. Né del rumore del treno a kerosene sloveno, che quando si sente vuole dire che sta per piovere e pioverà. Né della caldaia accesa, che è appena settembre ma fa già freddo.

Non voglio dirti di quello che sento, ma di quello che ascolto, che è altro perché ciò che si vive è sempre altro rispetto a chi lo vive. Come il silenzio è una somma algebrica di suoni che troppo spesso l’abitudine arrotonda per difetto.

Paola al telefono con mia madre.
Paola, mia donna dalle labbra e dal cognome greco che perdo e ritrovo come il mazzo di chiavi che dischiude la casa, tu sei chiavi e casa. Parli a bassa voce, nella voce hai la pazienza di chi sa aspettare con forza, non con rassegnazione. Del tuo nome ascolto l’alternarsi di vocali e consonanti senza comporle in parole e significati. Suono che riempie se stesso e anche me, ma non abbastanza da non sentirne il vuoto appena manca (forse non lo sai ma pure questo è amore).

Madre, so che non ti allontaneresti mai ma non verresti mai più vicina, come non ci siamo mai abbracciati. Questo è quello che non sento stasera, il fruscio dei tuoi vestiti sui miei, come quei pigiami di sintetico che lasciano scintille a sfregarli. Da bambino mi facevano paura, ma adesso che giustificazioni abbiamo?

Ho tre figli che dormono nella stanza vicina. Anche nel sonno hanno il respiro veloce, come se volessero costruire l’aria, come se l’aria fosse fiato di animale bambino e per questo necessaria.
Si potrebbe cercarvi nel buio, appoggiarvi le labbra sulla bocca e di ognuno sentire il fresco-caldo dell’alito infantile. L’innocenza ha un suono delicato, una fretta timida di polmoni che in punta di piedi riempiono la stanza.

Così ti ho detto di me.
Non è presunzione, non sono il centro del mondo ma questo è il mio mondo, non sono il filo che lega ma il punto dove il filo si annoda, il segnale raccolto in mezzo al brusio che divide le stazioni radio. Ascolto e ascoltando cerco la profondità nel sentire, provo a colmare il mio nome. Il mio identificativo, Francesco, che saperlo così comune in Italia non aiuta a sfuggire la solitudine.

Il treno sloveno è partito e adesso piove davvero.
E l’aria si riempie del suono di gocce che schiantano al suolo nell’attimo in cui il volo diventa caduta.

 

I- I DISEDIFICI

 

Double face
(pensiero all’uscita del turno di notte)

Guarda le gru di Marghera altissime
e bianche nel buio come radici
di alberi piantati a rovescio
nella terra

dunque questo non è cielo
ma un cielo capovolto questa non è
vita
ma quello che alla vita viene tolto

 

Su un verso di Antonella Anedda

Anch’io di Sarajevo ricordo l’immagine
di una donna che corre verso il rifugio
proteggendosi la testa
come se piovesse

la pace che viviamo ha la fragilità
delle cose che succedono per caso
essere sorpresi in strada troppo lontani da un riparo
e bagnarsi solamente
oppure morire

 

Auschwitz, 3 marzo

(a Daniel)

Anch’io ho camminato lungo i binari
dove fermavano i treni dei deportati

volevo capire quel poco che posso
della colpa e del dolore
ma sono un uomo troppo piccolo
e questa pianura è troppo vasta e vuota
è terra distesa a sottolineare ciò che manca
è neve caduta a coprire ciò che resta
così dovrebbe essere il silenzio
qualcosa che si vede si tocca e
congela per sempre un angolo del cuore

ad Auschwitz una volta almeno si dovrebbe
andare tutti, rimanere muti muti muti
scegliere un nome a caso fra i sopravvissuti
io ho scelto Rose che allora era bambina
e poi chiedere scusa di essere arrivati troppo tardi
di esser nati troppo tardi
forse di esser nati

 

II – I GRANI DI RISO

 

La parola pronunciata
sott’acqua
sale in superficie
divisa in cento bolle
d’aria

(lo specchio rotto riflette
frammenti di realtà
individuali)

non riesco a ricomporre
la mia immagine

 

Hanno arato i campi stamattina
e nel sole freddo dell’inverno
il dorso delle zolle brilla lucido
come un diamante estratto dal profondo

io credevo che il dentro della terra fosse buio:
non capivo dove i semi prendessero il coraggio
e i crochi
il colore della loro fioritura

 

Oltre Savogna, verso l’Isonzo

(A Mario Carnelut)

So che tutto deve finire
come le strade quando si fanno sempre più strette
fino a confondersi fra i campi

oggi ho pensato alla morte e vorrei che somigliasse
a perdersi nell’erba come quando
dietro alla casa di mia madre
si camminava fino alla ferrovia
e vedere il treno era già l’idea di un lontano
dove un giorno si sarebbe andati

 

Astronomia privata

Ho cinque nei sul braccio
sinistro e già da bambino
li univo in una forma
di incudine

come una costellazione
in negativo
sul cielo roseo della pelle
che delimita lo spazio alla vista
ma non lo rinchiude

e non sai dove prosegue
l’infinito

se dentro o fuori o semplicemente
ti attraversa

 

Cinque grani dal rosario del bevitore
(ma il conto è incerto)

Un bicchiere di vino duro terrano che tinge le labbra di viola. Potremo guardarci mentre sembriamo truccati a rossetto, e fra maschi si fa solo per riderne e a stento. Allora stentiamo, prendiamo in giro la nostra vergogna come se fossimo tanto adulti da poterla sopportare. Forse dovremmo anche noi sanguinare dagli inguini un giorno, sentirne il disagio per capire quanto è necessario sentirsi desiderati.

Un altro bicchiere.
Il vino rosso non ha pazienza è aspro e nel farsi bere rivela i visceri e spoglia i pensieri. Un giorno vorrei amarti così, a sorsi spietati, per ogni sorso chiudere gli occhi trattenere il respiro e sentire nel gusto che il cuore batte un colpo a vuoto.

Ogni volta che alzo il bicchiere rimane sopra l’acciaio un cerchio di vino. Questi sono i miei orologi senza lancette – basta contare i quadranti che restano impressi sul banco – questo è il mio tempo che posso far ripartire da zero in un colpo di spugna.
Io sono Dio che di ventiquattr’ore ne faccio una sola.

Un altro bicchiere un altro bicchiere un altro.
Come rallentano i gesti adesso, come a dirsi che c’e un corpo fuori dal corpo e non obbedisce. Così deve essere la lentezza necessaria del palombaro in fondo al mare. Risalirà come nuotando nel cielo, come da bambino mi immaginavo facessero gli angeli.

Un altro bicchiere, l’ultimo.
Nostra Signora degli asfalti, proteggi gli ubriachi e i pendolari, perché l’andare a volte chiede coraggio, il ritorno più spesso fatica, e ostinazione.
Amen.

 

III – LA FAMIGLIA

 

La famiglia

Mio nonno aveva i gesti
lenti di chi sposta l’aria e
il volto vestito solo con una
limpidezza
di occhi

ma questi capelli che così
presto mi vengono bianchi
sono il segno che dentro
alle vene è rimasto
qualcosa di te? sono gli
stessi capelli che danno
al tuo ricordo il candore
di pane azzimo?

 

A Giordano
(ora posso usare il tuo nome)

Avevi il sole diritto negli occhi
e in te ho riconosciuto
ogni colore che intreccia il cesto
dell’iride

mi sono riempito della tua immagine
era acqua gelata che scende
nella gola e poi
più in basso
al punto esatto sopra il diaframma
dove il respiro si ferma ed esita
prima di tornare indietro

adesso dicano pure
dicano pure
che non mi assomigli

 

Impercezione

Dormi e il tuo corpo si fa sottile
come un quadrifoglio tra le pagine
e non è carta ma stoffa di lenzuola
e non è libro ma tu portaci fortuna
in questa escoriazione fino al vivo
che per paura di essere banali
solo di rado chiamiamo amore

 

IV – UN’ORA E NON OLTRE

 

Non ho mani da operaio. Le dita sottili come una danzatrice maschio. Eppure avrei voluto una pelle dura stratificata dal legno, una cicatrice che biforca la linea della vita come il destino di una scelta inciso a fuoco sul palmo.

Non ho più voglia di scrivere versi, dividere versi. Meglio avanzare finchè la voce resiste e la parola sospinta sospesa si ferma sfinita sul labbro di sotto in bilico con il suo corpo di fiato.

 

V – L’INFANZIA VISTA DA QUI

 

A mia madre

Guardo la casa dove vivi sola
la stessa dove anch’io sono nato
e ho vissuto

dici che più niente ti lega a questa terra
che verrai ad abitare più vicina a me
non si sa mai, un’influenza
o soltanto un mobile da spostare

intanto hai rinnovato le stanze
cambiato la cucina lucidato i pavimenti
dipinto la ringhiera dello stesso colore bruciato
che ha sempre avuto

è come se prima di andare
tu mettessi in ordine i ricordi

e ho paura di pensare che hai più di settant’anni
e senza dirmi niente per non farmi preoccupare
ti stai preparando a qualcosa di più grande
di un trasloco

 

Senzavino

Mio nonno diceva che mangiare
senza vino in tavola
gli ricordava il tempo della guerra

mia nonna gli sopravvisse a lungo
quando anche lei morì
trovammo milleduecento bottiglie vuote
allineate come soldati lungo il muro
dietro alla legnaia

dopo pranzo negli ultimi anni lei si sedeva sul divano
con un sorriso strano che allora non capivo
pensavo che fosse per qualcosa alla televisione

invece
aveva approfittato della pace

 

Aras – Ad Alessio

(uno)

Ti ho regalato il disegno
di una farfalla dalle ali colorate

mi dici “appendilo più in alto
dove il ragno non arriva”

le mie mani sono capaci
di mescolare acquarelli
ma sono i tuoi occhi a vedere
la leggerezza del volo

(due)

E poi davvero una farfalla
ti si è posata sulla palpebra
ed è rimasta ad ali giunte
fidandosi di te

camminavi tenendo un occhio aperto
per guardare in terra

ma con quello chiuso vedevi
molto più lontano

(*)

So come muoiono le farfalle

come un uomo disteso di schiena su di un prato
guardano tutto il cielo che hanno
attraversato e poi

allargano le ali sopra l’erba
per allontanare la fatica
e pensano per sempre di volare

 

(notturno, due note per un ritorno)

Dal ventre di mia madre mi trassero a fatica, avevo una mano sugli occhi come a coprirmi dalla luce e non passavo, non passavo. Mio zio si fermava ogni giorno davanti alla culla, poi mi guardava la testa e diceva: ”Non prenderà mai una forma normale”. Aveva ragione, ho ancora i lineamenti non regolari, ma stanotte c’è una luna comprensiva che mi segue verso casa e la sua luce lieve cambia i miei difetti in ombre.

Un capriolo è uscito dai campi, è rimasto nel fascio dei fari con le pupille brillanti come diamanti a mezz’aria. Ho frenato, mi sono fermato, dopo un secondo lunghissimo è andato via. Come le bestie abbagliate quando aspettano la morte, così io chiedo ci prenda la vita: di schianto e noi lì ad aspettarla ad occhi serrati, con quel coraggio che io non ho avuto neppure nascendo.

 

*

(Qui è possibile leggere un’ampia selezione di testi inediti.)

21 pensieri riguardo “L’infanzia vista da qui – di Francesco TOMADA”

  1. bellisima senzavino, ma anche le altre hanno un risuono dolceamaro (un secco/crepuscolare) che è tipico della poesia e della bravura di Tomada, Viola

  2. Grazie Viola, è bello ritrovarti.
    E grazie Francesco che mi ospiti per la seconda volta qui a distanza di poco tempo. La tua vicinanza mi è preziosa, lo ricordo volentieri tutte le volte che posso perchè so di doverti molto, anche se tu dirai di no.
    Di Maurizio Mattiuzza, che ha scritto l’introduzione ma è soprattutto un grande poeta, segnalo che è appena uscita su Liberinversi una selezione dei suoi testi, in friulano ed italiano.

    Francesco

  3. Ciao, Viola, vedo che la nostra sghemba posizione poetica fuori quadro è sempre più allineata: “senzavino” è anche la mia preferita: “cent’anni di solitudine”, un intero secolo di orrori e di silenzi allineato “lungo il muro / dietro la legnaia”, in tredici versi che non si dimenticano più.

    Francesco, se c’è qualcuno che deve qualcosa, è solo il lettore: e il debito è tutto nei confronti di chi ha scritto il libro.

    fm

  4. Una piccola visita Francesco. A dirti quanto condivida quel che dice Maurizio sulla tua poesia. E quel ricordo di grazia chiaroscurale e disarmante e talvolta straniante, gli accostamenti messì lì come per caso ma legati da un fuoco sotterraneo viscerale, l’umiltà esigente del poeta e dell’uomo riflessa persino negli a capo… ricordo di una e un’altra lettura del tuo libro, ricordo che non smette di essermi presente. Sei la prova di come il poeta lavori al buio e nel buio fili i suoi gomitoli di luce e di come la poesia ami farsi cercare. (Averti trovato fortunosamente – ma sarà vero? – e conosciuto è un privilegio). Roberto

  5. Ho letto questo libro bellissimo ormai diversi mesi fa, e mi ha fatto davvero piacere ritrovarne tanti testi su questo blog (un blog che seguirò sicuramente, ci sono tanti rami e derivazioni da seguire, tanta passione per la poesia.. ho già capito che ci si può perdere per ore..) Volevo soprattutto dire a Francesco T. che rispetto ai miei commenti forse un po’ troppo impulsivi di ottobre, ho completamente cambiato opinione sull’introduzione: mi era sembrata come un po’ stonata e fuori luogo, e invece oggi l’ho trovata giusta, calda, invitante e acutissima. Faccio ammenda andando subito a leggermi altre cose di Maurizio Mattiuzza. Ciao a tutti e grazie ai poeti. Barbara

  6. Straordinaria la pulizia e l’intensità di questi versi in cui scorrono cure e drammi di guerra e di pace, come negli inediti proposti precedentemente da Francesco (M.).

    E in bel dialogo la nota di Maurizio Mattiuzza, di cui, seguendo il consiglio, ho letto proprio adesso i testi su Liberinversi: grande intensità anche in quelli, e tematiche coinvolgenti!

  7. ringrazio Roberto, che ho avuto il piacere di conoscere non per caso, ma per merito suo qualche mese fa; sta portando avanti un importante lavoro sulla poesia della regione Alpe Adria con passione e tenacia. Il privilegio è reciproco, lo sai bene.
    e Barbara. Sono contento che tu abbia scoperto questo luogo. Io faccio fatica a seguire le scritture nel web, che trovo troppo dispersivo, ma questo sito di Francesco fa eccezione, ci passo spesso perchè è una pagina familiare per la passione ed il coraggio che ci mette. E la competenza grande dell’uomo e dello scrittore. Mi fa piacere che tu rivaluti l’introduzione, che secondo me è molto bella, forse anche perchè ci ritrovo il Maurizio amico che ho conosciuto e perso e ritrovato dopo vent’anni, quando probabilmente eravamo cresciuti abbastanza per provare a capirci meglio.
    e Giorgio che si ricorda di me a distanza di mesi, dagli inediti a questi testi un poco più vecchi.

    Francesco, la tua definizione “(Uno dei più bei libri di poesia degli ultimi anni. fm)” è impegnativa! Però ammetto che mi ha strappato un sorriso vero, così me la tengo stretta, stasera mi concedo questa presunzione.

    ft

  8. Grazie a Roberto, Barbara e Giorgio per le interessanti considerazioni che ci propongono.

    Gli inediti contengono tracce ed aperture verso un altrove che, pure, dal mio punto di vista, è tutto interno alla logica che sorregge l’intero percorso di scrittura di Francesco. Un ampliarsi dell’orizzonte che dilata, contemporaneamente, il raggio d’azione dello sguardo, lo re-indirizza, gli svela altre misure, lo immette nell’oscurità di certi anfratti.

    Alcuni testi, se possibile, sono stilisticamente superiori a quelli qui antologizzati, ma non in senso puramente formale, visto che la capacità (innata?) di questa scrittura, la sua cifra peculiare, è proprio nel connubio indissolubile che i contenuti riescono ad esprimere in relazione alla struttura che li rappresenta e li dice.

    Un caro saluto.

    fm

  9. ciao Francesco! ti avevo già letto su blanc, ma qui c’è molto di più… e trovo conferma. la tua è una poesia delicata e profonda che sorprende poi, di colpo, per la forza di quei pensieri con schiaffo del dramma che, per paradosso, delcatamente, porge al lettore!

    patty!

  10. Conosciuto qui da te, Francesco, questo poeta che è davvero grande. Me lo ri-confermano queste poesie.
    Aras è un gioiello.
    Non c’è solo poesia in questa poesia. C’è quel di più che conta, e conta tanto.

    Un saluto
    Liliana

  11. ciao Patty!
    ti vedo e ti incrocio dal prof. Stefano, anche oggi con Matteo Fantuzzi. Mi fa molto piacere il tuo giudizio, anche perchè per certi aspetti intuisco il mio modo di scrivere un poco diverso da quello che tu cerchi, forse per motivi anagrafici. Grazie. Certo che crescendo a pane e scritture, con questi maestri e con la tua sensibilità, credo che ci regalerai delle belle sorprese in futuro.
    e grazie Liliana, che incontro di tanto in tanto in rete, e seguo con attenzione (così colgo l’occasione per ricambiare i complimenti con sincerità). cerco di scivere quel di più, perchè per la scrittura in sè non è che io sia molto capace. l’unica mia speranza, più che dote, è la nudità, la spontaneità nelle parole.

    ciao
    francesco

  12. Francesco usa le parole come il cesello. I suoi versi danno forma ai legami, hanno una forza intima e profonda… lasciano in chi legge un sapore/stupore che si pianta dentro. Raro. Continua, continua a scrivere…
    Monique

  13. Solo un passaggio per salutare Francesco Tomada e riconfermargli pienamente la mia stima e ammirazione.
    La sua è poesia che tocca gola cuore le vene più fonde, dove scorre la radice di noi.

  14. grazie a Monique, il tuo continua a scrivere che traduco in continua a scavare è un incoraggiamento che mi serve.
    e grazie Iole. come ci siamo già scritti, è stato bello trovarsi in questi spazi, e la stima è ricambiata. vedrai che presto ci saranno altre occasioni, aspettando i tuoi libri.

    e sempre un caro saluto al poeta di casa.

    francesco

  15. fermare i ricordi del tempo
    attraverso le parole
    che scorrono come pennelli
    sulla tela…
    grazie del talento che ci doni

  16. grazie violeth.
    io non so se il mio sia davvero talento, come dici.
    cerco di fare quello che riesco e che mi è necessario.
    e per me, che sono fuori dai giri che contano, sono queste dimostrazioni di stima ciò che dà forza.

    ft (in omaggio a fm)

  17. Azz, non mi ero accorto di questo sito!
    La stima che ti porto, Francesco, ormai credo tu la conosca, e ti sarai anche accorto del bene che noi ti vogliamo, le poesie me le sono salvate su word, mi piacciono un casino e mezzo, bravo! Smetto altrimenti penseranno che fra me e te c’è qualcosa di tenero, ma vi assicuro che a noi piacciono le donne eccome!!! Valter

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