Fine attività – di Enrico CERQUIGLINI


(Macerie)

Da: Enrico Cerquiglini, Fine attività (Damnatio memoriae), Autoedizione, Lulu.com, 2008.

Lavori in corso

Essere nato da mille e più anni non mi mette al riparo
dalla giovinezza. Ho efelidi e acne e strane pulsioni. Le barche
tirate a riva hanno uno stantio sentore di pesce e beccheggiano
contro rami di olmo. Li sento tutti e mille gli anni, nelle articolazioni
del pensiero: dev’essere il mercurio o l’arsenico che danza
nell’aria o nanoparticelle di idiozia insinuate nell’ipotalamo
o l’odore del tuo sesso o l’aria insalubre di questa garçonnière:
ho dolori alla schiena, nessun chiropratico riesce a ristabilire
la verticale posizione: scomposte composizioni babeliche
evidenziano radiografie d’autore. Non digerisco più il sole:
due spicchi e resto immobile per giorni. Eppure la giovinezza,
scimmia che gioca col vento, ha quel sapore di liquirizia
che sollecita il cuore a un pluslavoro senza plusvalore
e partite doppie e saggio di profitto. Corsi e ricorsi, corse
e rincorse per cogliere al volo un’idea, spesso infetta,
che si mostra nella sua oscena nudità, ancheggiando
in smorfiette angeliche con satanico retrogusto, e la prendi
l’idea, la penetri fino a vederla in trasparenza,
senza nessuna attrazione, scompigliata, abusata, oscurata.
Non c’è riposo: m’invecchiano intorno le case e cadono,
come beccacce il dì dell’apertura, ulivi secolari, ramoscelli
e figli di fattori obesi ed io, millenne e satiro, ingravido
la luce che filtra dalle feritorie, priapico e bolso ricercatore
di senso, aduso all’inganno, bordellatore da novanta,
ed io millenario fanciullo, non Dorian Gray, serbo nel volto
sguardi da serpente e un plastico gesto da discobolo
bolscevico abbeverato nel trogolo con barolo e passito
di Pantelleria. Ma la grazia e la potenza dell’eretta
ebbrezza che non si sazia in diuturni amplessi
mi fanno semidio e menestrello di coturnati stronzi.

*

Sono – ora ne ho certezza – lontano da ogni fonte di vita
e continuo, con mani volutamente tozze, a scavare pozzi
e a pitturarmi il volto con fango di petrolio e lamine di argento.
“Sei anima gentile e sorridente visione” – continuo a pensare,
diviso nella mente tra liste di proscrizione e constatazioni
amichevoli dello smacco in corso – servirebbe, da parte mia,
un più deciso distacco, magari approfittando del vento d’autunno
o del deciso abbassamento delle temperature. Resta, se vuoi,
la curiosità ultima del giardiniere che guarda i fiori morire
e pèr un attimo spera in improvvisa rinascita – impossibile
rinascita di sanmartini prolungati e albicoccati. Ecco: tutto è qui,
nella diuturna angoscia, nel vuoto che lasciano gli oggetti
spostati, nel vuoto non riempito d’aria o d’altro gas
più o meno nobile, nel vuoto non nobilitato da dèi o deicidi,
da cristalli o vagheggiamenti adolescenziali. Non è più tempo
di sogni! Non vedi cadere ad uno ad uno i punti che segnano
il senso? Nell’animo scartavetrato non ritrovi venature
stonanti che lo segano in due? Negli occhi che guardi
non vedi quella luce assassina che distingue il vincitore
dal vinto? E nei passi quando rallenta la corsa non vedi
in quali liquami restiamo invischiati? Non avverti l’odore
marcio dell’acqua che batte la palude? Non senti note
senza strumenti, note affilate che serializzano la notte
e la morte del buio? Non vedi le luci che smorzano altre luci?
Potrei continuare a parlare di Husserl o Kierkegaard
e recitare versi col trasporto dell’attore di mestiere
occhieggiante al suono della voce e ammiccante alle dame
della prima fila, ma questo sarebbe il vero silenzio
che tacita ogni murmure, che desolato porta la desolazione
inconsapevole, in un tripudio di tre gradi di giudizio.
Ora – ne ho sempre più coscienza – so di non riuscire
più a parlare! Lo so da segni inconfondibili del cielo,
da nuvole sempre più dense che formano in gola
ostruzioni e patine di silenzio e buio, e lampi…

 

Viaggi imperfetti

Dei silenzi conosco la ricchezza, gli stilemi delle cose perdute,
degli sguardi che disegnano aritmie di colori, dei gesti ampi e decisi,
e conservo memoria di linguaggi appresi in disfide di letterarie
esistenze, di suicidi col gas, di omicidi al ricino, di vendicati onori.
So dire basta – ingrata saggezza – alle ingrate pressioni del tempo
andato, alle nostalgie claudicanti di anni che solo nella mente
brillano di luce propria. Ho sradicato le piantine della speranza
col sorriso di chi non ha altre attese, di chi attende il viaggio
sgranocchiando arachidi e grani di rosario, distratto solo dal volo
smarrito di un pettirosso tra arcate liberty e malate. Il viaggiatore
è sempre solo: ha mille inquadrature che lo aspettano in vite
non vissute. Il viaggiatore è rassegnato incursore che viola
ogni segreto del nemico e sa svelare imbrogli di fiori e di cannoni.
Viaggiatore che rinuncia al pasto e ripone nel taschino ritagli
di giornale e piume di anatra prima di scendere alla stazione
deserta a dissetarsi alla fontana eterna. Viaggiatore che bestemmia
sorridendo accennando un saluto al cloruro di sodio al barista
accaldato e devastato dal sonno arretrato. Guarda a lungo
l’erba tra i binari e in quell’odore di ferro e acqua di scarico
legge il destino di chi sta. Si stampano strisce di sole sul muro,
sempre più esili e in alto, prima di svanire nella stazione serale.

 

Miscele

(…)

Mi hanno ricordato, lemuri ebbri, che ho combattuto trenta
o trentadue guerre perdendole tutte – un paio ai punti –
senza aver lasciato sul campo che ricordi malati e pietruzze
portafortuna. Non è un bel rendicontare, lo ammetto,
e l’aver lasciato mille figli in ventri infertili non consola.
Vidi un giorno guizzare tra petali di cemento uno sguardo
di timida volpe… Lo vidi riverberato in altri animali
ed ogni volta ho udito parole nuove che mascheravano
il silenzio. Annaspavo, respiravo a fatica – ora ho smesso
di respirare – e chiedevo con lampi d’inferno la grazia
della morte. Ricevevo in risposta stimmate, talismani
e raccomandazioni sul cibo da consumare. Avevo molti
più anni di ora: ero quasi vecchio, a cominciare dagli occhi,
e collezionavo consigli. Volevo raggiungere i mille
per poi venderli come sagge sentenze. Ne mancavano
cinque o sei quando il vento di Levante mi aprì il ventre
portandosi via risme di saggezza e due globuli rossi su tre.
Ebbi compagni i rumori del cantiere dove carpentieri
e tossici duellavano con spade di varia lunghezza
alternandosi in turni sindacalmente impropri. Raccoglievo
di notte i frutti del lampione e leccavo le ferite
dei cani intabarrati prima di chiudere nel letargo
quel che restava della notte. Mi destava la caduta
di piccoli operai messicani che si aprivano
toccando il suolo come marci cocomeri, schizzando
in ogni dove rubino nauseante. In uno di quei giorni
mi diedero la notizia del mio decesso, “per arresto cardio
non so cosa”. Questo mi liberò dal peso eccessivo…

 

Cinque movimenti del corpo

Non era un bel camminare col coprifuoco
Nella città appesa tra montagne e condor.
Per ogni passo udito obliterava il cardias
un quotidiano ticket, un viatico per l’oltre;
le ombre deformate dai fari delle camionette,
dal ronzìo militare, disegnavano giganti ubriachi
pronti a svellere case, alberi e lampioni.
Camminare in fretta, senza perdere
le tracce del sangue, distinguendole al buio dal piscio dei cani,
dai gocciolamenti dei camion, dai liquami del mercato,
apriva interrogativi, slarghi, non seguiti ammonimenti.
E se quel sentiero di sangue, dopo la svolta a destra,
finisce in un cumulo di cartone marcio
da dove spunta una mano che hai stretto forte
con la passione e l’inferno di cui sei capace,
capisci quanto dolore può contenere un cranio,
solo usato per l’ordinaria amministrazione.

 

Preparazione del fuoco

a Pino Lucano
in memoria

ho visto un Robin Hood impiccato alla corda di un sitar, un altro che chiedeva l’elemosina a San’a
impiccato?

ho voglia di cercarlo…

se vuoi farlo sappi districarti tra i lacci del pensiero – solo una mente sgombra trova ciò che non cerca
cerca qualcos’altro vedrai che sbucherà lui e la sua banda di adorabili carogne

cerco Tarzan…

cerca Cita, ti imbatterai in Tarzan che ti guiderà da Sean Connery, poi chiedi a Depardieu, lui qualcosa ne sa di certo

connery?

occhio al vecio!!! ci ha 70 anni ma è un satiro
e al fascino del macho decadente mal si resiste
ma non perdere troppo tempo in ricerche
goditi il sole della Cornovaglia
lascia agli ebbri satiri l’ombra della foresta. delizia il sole della tua presenza

divino

di vino – rosso di montefalco – bevuto in dosi massicce onde evitar il sogno sognato del presente
e mentre scende il vino, tra le neve perenne del Kilimangiaro, sale il vecchio Bukowski ad attendere il fato (una giovane negretta del Burundi) e saggiamente crepare nell’oblio, alla faccia del Nilo turistico

adesso riassumi tutto quello che ho pensato – disse il saggio che aspettava in silenzio che il fiume portasse il cadavere del nemico – alla giovane donna che odiosamente lo serviva

il vecchio era un vecchio la giovane donna un cervo il fiume uno scroscio di luce – un bacio mefitico
il giovane cervo aveva le varici ingrossate – non belle a vedersi – ma rideva del sole che anche oggi cadeva, cade nel solco il seminatore ubriaco
là dove l’uomo comincia a vivere

crepa Bukowski tu le tue puttane da 100 kg, crepa Bukowski tu e il tuo vino-aceto-birra-demonio, crepa Bukowski se te lo puoi permettere. Paga prima il gas, però

ora Robin è ai tuoi piedi: puoi decidere se seguirlo nella foresta o seguire il cervo ubriaco, il vecchio che aspetta il nemico

nei suoi radi capelli è la foresta, nel suo riso sghembo il fiume che la attraversa, nel suo vino l’anima stessa del cervo
nella sua barba bianca tutto ciò che non è

poi?

oltre la notte – se possibile – un’unghiata di miele – un’ape cinese – una botola di libri – una donna che ingrassa – una birra acida – un cane drogato – una fanciulla (biancovestita) che vende serpenti a sonagli

poi?

poi la notte germoglia le stelle cadute – Sean Connery in fuga con Tarzan – tradisce se stesso e Lady Marian e quattro amici si scannano per una donna che insegue Robin Hood – Viva Marx, Viva Lenin viva Maradona. Chiamami domani! ti risponderò da morto o lo faranno le formiche

e poi?

“ma gli operai non sono forse belli?” – tu mi rispondi “Crepa!!! vecchio porco!” –

Forse non mi perdona di aver perduto la vista per un fiore
per un fiordo
per un fiordaliso appassito
per un fresco estivo

 

La fuga di dio

A mio padre, morto, per il mondo, il 21 marzo 1999

Restai fuori, padre, quando scese la porta
a serrare il sentiero azzurro.
Fuori smarrito sangue tra barba e petto.
Escluso dal silenzio,
ho sentito chiara la tua voce – amara come questa notte –,
in balìa di sensi e di croci.
Escluso da tutto – inappartenente giglio senza colore –
tranciato da ogni respiro, inadatto a reggere il libro,
barcollante senza simili in cui specchiarmi,
solo senza consolazione nel coltivare disperanza e
dolore.
Padre, se vuoi, disserra quella porta, una sola volta:
furtivo scivolerò nel silenzio
rannicchiato nel buio.

Padre, rendimi al nulla.

*

fine-attivita.jpg

Hai tutti i segni di un millennio nel minio e nello sguardo
e nascondi il futuro in trappole di memoria, nell’evocazione
di un’età dell’oro che ti balla sul seno. Appari di notte,
lugubremente invocata, e ti sciogli in confessioni scolpendo
con precisi scalpelli un bassorilievo inclemente. Poi ti accendi
del rossore dei timidi rischiando parole che ti stagnano
in bocca da secoli e secoli. Potrei toccare il tremore dei vetri
o lanciarmi in venture verbali improvvisando istorie o leggendo
dalla mano il diario di mille viaggi tra miseria e giovine
angoscia. O rannicchiarmi ai tuoi piedi in cerca di tepore
umano chiedendo alla terra di farsi da parte e lasciarmi
in questo vuoto, sospeso senza giorni, dimentico di cose,
di facce, di sorrisi marciti. O scaverei nelle tue viscere
per disporre forme nel buio e scoprirmi, all’alba, nel panico,
letta la disposizione, interpretati i segni. Dammi il senso
di questo silenzio prima che svanisca il tutto – vedo ormai
tutto legato a spirali di numeri in un turbine che tutto
annienta – e, lo sai, non piango la fine, non più, piango
queste finestre che mai si sono aperte, quella luce che dicono
esistere e che non vidi. Se tutto è vano, questo vaneggiamento
perché quotidianamente ci scuoia e isquarta? Dimmi due o tre
parole o dammi una pietra che possa incastonare nel cranio
in ricordo di te, del nostro incedere tra folle morenti.

 

Amori senili

Sì, va bene: c’era il fiume, il canto dei grilli, le ginestre
più a monte, l’alba di fuoco. Ma c’eravamo noi? Avevo filo
spinato nell’anima (?) e le formiche mi gremivano gli occhi
e avere vent’anni non giustifica niente. Tutti hanno avuto
vent’anni, almeno quelli che han raggiunto i trenta, ma questo
non lecita intrusioni nei ricordi. Sì, c’era il fiume, il canto…
ma far di conto sugli anni e bestemmiare sottovoce il tempo
che senso ha? Da qualche parte avrai quaranta e più anni,
da qualche parte li ho anch’io, avrai una vita devitalizzata
come tutti, cervello atrofizzato, principi di artrosi,
mal di schiena, forse figli distratti o distrutti e capelli
ravvivati da pozioni dal colore naturale… Avrai forse l’aria
d’una figlia dei cavolfiori o della nipote idiota di un ridente
cocainomane coi coglioni secchi, forse conserverai sprazzi
antelucani nei sorrisi o smagliature di mille cibi ipocalorici
e sandali infradito e vinili graffiati. Sì, va bene: c’era il fiume,
il canto dei grilli… e c’erano i cadaveri freschi di Bologna,
le bombe-non bombe, le gambe nude, il sesso… c’erano
scioperi e gallerie inghiottitreni e gli esami, le bastonate
e qualcuno aveva pistole e tatuaggi. Non conservo memoria
del tuo corpo. Ne avevi uno? Io devo aver perso il mio poco
prima o poco dopo. Non si tratta di perdite irrimediabili
(non ero io quello che camminava sicuro di avere un seme
superiore nei coglioni, ero quello a sinistra nella foto
ma mi si vede poco: qualcuno chiamava e allo scatto
mi son voltato). Sì, va bene: c’era il fiume, il canto…
ma qual fiume trasporta acqua? e quali terre solca?
No. Il letto è prosciugato, i grilli che cantano sono i figli
dei figli dei figli… di quei grilli. Non ti permettere
più di entrare di notte e d’infilarti ventenne nei miei sogni!

 

Affari finali

Tutto cedo. Per fine attività.
Oggetti e affetti, onori e pudori,
versi e accenti circonflessi,
lettere e damigiane d’etere,
libri e colombi ebbri,
pellicole e tende parasole,
parole e carta moschicida.

Cedo la vecchia Geloso
dai mille comunicati
nel sudore dell’estate
alternati ai Sessanta svanenti.

Cedo, per un nonnulla,
i segni infantili (la falce di mio padre,
il martello di Ascanio, la stella mattutina),
i geloni, i lenti mulari,
la scuola di campagna, la stufa a legna.

Cedo a prezzo irrisorio,
i primi dolori, le umiliazioni fanciulle,
la fedele timidezza,
la tristezza della miseria
di foto mai sviluppate,

Cedo, a veri appassionati,
amori assassinati, fantasmi bolsi,
zii con un solo occhio,
bestemmie inconsolabili,
lacrime rosse di cristi manomessi.
Vi aggiungo erezioni innocenti,
ricchezze e seni mai sfiorati,
un pallone con le facce del Messico,
una corsa in un bosco che non riconosco,
una ragazza creola e la spilla da balia
a chiudere lo spacco della gonna.

Cedo, in un’asta all’olandese,
le ore spese a sognare mondi
a sporcare fogli di sillabe
su ritmi che vibravano dentro
i calzini bucati, i ginocchi sbucciati
in mille cadute, le cadute di stile,
i viaggi, le mete dei viaggi,
i ritorni da viaggi, le spiagge odiate,
le bevute al morir della notte.

Cedo, a rigattieri e ricettatori,
baci rubati, amori sbiaditi,
palpiti e ricami, carezze mai smentite,
calze sfilate con malagrazia naturale,
odore di corpi disciolti in acqua,
favole senza lieto fine, incubi,
amori letali, amori ideali,
amori infantili, senili errori.

Cedo, a coltivatori di utopie,
stracci rossi, ritratti del “Che”,
quattro versioni del Capitale,
tutto Lenin, Le lettere di Gramsci,
le lotte operaie e contadine,
un autunno caldo e, in omaggio,
un’icona russa e un fiasco di San Giovese.

Cedo, per soli due euro al pezzo,
una posa di Garibaldi, il primo sorriso ricevuto,
un dente di cane (razza spinone),
una ruota di scorta, un peperone ripieno,
una salsiccia di istrice, un litro di latte
di gatta, una gabbia per topi,
una lettera di disamore, uno scaldino di rame,
tre proiettili vuoti, un setaccio, un gallo
impagliato, una pelle di coniglio.

Cedo, ai cultori del futuro,
sogni non usati, idee sotto vuoto,
omicidi per riempir la noia,
musiche inascoltabili, progetti
di nuove opere, astri nascenti
e astrolabi trovati in cantina.

 

Fine attività

È guerra diversa, padre, quella del deserto
è guerra perduta anche se vinta.
Non è la storia ad affrontarsi:
il bene e il male, la luce e il buio:
sono due poteri bui, due forme del male
che si dicono bene. Sono due, mille
e più di mille, ragioni che accecano il pensiero.
Nemico è l’uomo, padre, ogni uomo
che non ammette dèi,
dèi delle cose, dèi dei privilegi,
che vorrebbe nell’uomo un simile sofferente.
No, padre, questa è altra guerra.

*

Innescarono l’ordigno
le pecore mangianti uomini
enclosures di lana confortante
altri misurarono il tempo per metri e chilometri
altri avviarono il treno
altri vararono caravelle, piroscafi,
transatlantici, carghi, portaerei
altri sfidarono l’atmosfera
altri rinominarono il mondo
chiamarono città i carnai
fiumi le fogne
altri cominciarono a nutrirsi del proprio ventre
altri del ventre altrui
altri delle proprie feci
altri chiamarono vita la morte
preghiera la bestemmia
uomini primati ammaestrati
indispensabile l’inutile
altri oliarono i meccanismi
del locomotore
onde varcare il suono
altri sfidarono la luce
altri chiamarono giusta la guerra
democrazia il sopruso
lecito l’illecito
giusta l’ingiustizia
pace la guerra
vitale il nulla
altri potenziarono l’ordigno
perfezionarono i detonatori
confezionarono nuovi modelli di primati
più efficienti e più robusti
fuochisti
altri chiamarono libertà la tirannia
libertà il nuovo assoluto nazismo
insinuarono il potere nell’istinto vitale
gli assassini vennero premiati
con croci di pace e tributi militari
i malati occultati
i non perfetti isolati
altri chiamarono
uomini i fino a ieri mostri
mostri depressi
i vacillanti nel pensiero
treni translucidi sempre più veloci
musiche d’ogni continente
d’ogni stromento
sparata
per preparar lo schianto.

*

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15 pensieri riguardo “Fine attività – di Enrico CERQUIGLINI”

  1. saluto l’amico Enrico, di cui sono stato ospite nel suo Antologiablog e di cui avevo pubblicato nell’aprile 2007 cinque testi dell’allora lavoro in corso, con una sua nota in cui brevemente spiegava le ragioni, intense e disperate, del suo progetto. Progetto che, mi si passi l’apparente contraddizione, ha l’ambizione fin dal titolo di essere definitivo, un ultimatum al mondo e alla poesia che prefigura (e fa temere) un successivo silenzio di Enrico, in realtà un poetico urlo contro il mondo e il tempo e tutto il resto. Ma il mondo e i suoi mali sono infiniti ed è per questo che spero invece che Enrico continui a comporre i suoi testi poetici, quadrati e densi come lastre venate a tratti da lampi lirici e rimpianti…

  2. Me li sono gustati tutto l’anno questi bellissimi testi. Ora me li rileggerò in cartaceo con più calma ed attenzione che a volte mi manca in internet (la vista dopo un po’ mi provoca fastidio). Avevo già colto l’essenza di queste poesie che è sempre un piacere ritrovare. Uno sguardo che sento molto vicino e affine.

    Un caro saluto

    Luca Ariano

  3. Soprattutto le poesie dal verso lungo mi ricordano le atmosfere di alcuni passi dei “Canti di Maldoror” di Lautréamont e mi paiono dire benissimo il senso di fine di una civiltà.

    Grazie a Enrico e a Francesco.

  4. @Giacomo: grazie per l’intervento. Per ora il Fine attività che ha visto la luce e, diciamo, un lavoro ancora in corso. Sto lavorando su un’altra cinquantina di testi che dovrebbero sia rimpinguare le attuali sezioni che, probabilmente costituire un’altra. Il silenzio mio? Verrà, eccome se verrà. Sono ormai un estraneo alla poesia e alla scrittura, un non-poeta, un non-scrittore, uno scrivente finché non finisce la biro. La poesia è altra cosa e poco mi intriga.

    @Luca: caro Luca, grazie per le belle parole e per le lunghe discussioni/chiacchierate telefoniche. Una copia è tua, e lo sai.

    @Giorgio: Diceva Lautréamont:
    Il y en a qui écrivent pour rechercher les applaudissements humains au moyen de nobles qualités du cœur que l’imagination invente ou qu’ils peuvent avoir. Moi je fais servir mon génie à peindre les délices de la cruauté, délices non passagères, artificielles, mais qui ont commencé avec l’homme, finiront avec lui.
    Naturalmente l’esercizio di Isidore Ducasse prevedeva altre vie, ed era assistido da un genio, seppur malefico, che io non ritengo assolutamente di possedere. Né credo alle delizie della crudeltà umane, neppure in senso ironico. Quello che forse può avvicinarmi a Lautréamont è una visione insolita, già nel metro, del fare poesia.

    Grazie a tutti e naturalmente grazie a Francesco, cortese ospite.

  5. bellissime. bellissime nella loro misura senza lascito del tempo, nel contrasto della leggerezza dei suoni e/nella durezza dei significati. Un “non-poeta” da leggere.

    grazie
    lisa

  6. Sì, evviva i “non-poeti”!

    E grazie a tutti per i commenti su un autore che merita tutto quanto di buono avete scritto.

    Un caro saluto.

    fm

  7. il titolo mi rimanda a “th€ final cut” d€i mitici pinkfloyd.
    è un prog€tto ch€ ha tutta l’aria di una pr€sa di posizion€ d€finitiva.
    t€sti int€nsi € ch€ t€ngono in t€nsion€.
    complim€nti ad €nrico.
    r.

  8. Enrico, col richiamo a Lautréamont certo non mi riferivo al contenuto dei testi, ma a un ritmo dei versi, a un giro di frase, al modo in cui nascono e si susseguono le immagini, sì, insolito, senza concessioni al “poetico” – e inoltre a un senso di distanza dallo stato di cose presenti… E’ vero che avrei potuto dire le stesse cose senza il ricorso a Lautréamont, però mi è venuto in mente, non cercato, soprattutto per le prime 4 poesie. Comunque spero si sia capito che quello che volevo dire è: complimenti!

  9. Grazie a Lisa per le belle e immeritate parole. Grazie a Roberto per il ricordo di “The Final Cut” dei Pink Floyd. Li ho ascoltati spesso in questo ultimo anno ma non credo che nulla del loro magistero traspaia. La presa di posizione in effetti è, spero, chiara e definitiva; ed è anche una presa di distanza dal genere. Grazie a Giorgio: era chiaro il riferimento a Lautréamont, e qualcosa, almeno il “Il y en a qui écrivent pour rechercher les applaudissements humains au moyen de nobles qualités du cœur que l’imagination invente ou qu’ils peuvent avoir” lo accetto volentieri.
    Grazie di nuovo a Francesco per la sua generosa bontà.
    Enrico Cerquiglini

  10. C’è qui un grande e raro coraggio, quello di chi non vuol chiudere ‘per inventario’ ma per ‘fine attività’; ed è toccante vedere come Enrico Cerquiglini lo dispieghi questo coraggio, che mai sfocia in rassegnazione o in melanconia (nemmeno in ‘affari finali’, anzi…). Se ci sapessimo guardare dentro, in tanti ci riconosceremo nella sua invettiva, nel suo urlo meticoloso, nella sua poesia di fine poesia…
    Un caro saluto
    Antonio

  11. Grazie Antonio per il commento. Il coraggio che mi riconosci è il coraggio di chi non andrà sotto terra col rimpianto di non aver detto quello che aveva da dire, senza badare troppo al formalismo e senza perdersi in voli pindarici travianti e ulteriormente devastanti.
    Un caro saluto
    Enrico

  12. Caro Enrico a me francamente sembra che scrivi molto meglio di 15 anni fa. Mica tutti riescono a migliorare. Sei un geniaccio maledetto. Peccato (se è vero) che la poesia non ti intrighi molto. Secondo me uno che scrive così bene dovrebbe dedicarsi alla poesia invece di perdere tempo in cose di nessuna importanza come andare a lavorare. Per quelle va bene chiunque. Anche io.

  13. Caro enrico ,ti leggo e mi sorprendo di ciò che scrivi sulla piazza della poesia così affollata di miserevoli cose, che vien la voglia di andare ai giardini comunali. Oggi mio figlio mi ha scattatto una foto riproducendola sul monitor.Vi ho visto tutti i segni della mia età: piccoli solchi, rughe, qualche macchia di cui non so l’origine; a destra e a sinistra della mia fronte ciuffetti di capelli bianchi,: una maschera che non mi appartiene; rispetto a quella di quando avevo venti anni. E chi li ha mai visti? Sfogliando la mia vita l’ho vista passare nelle tue POESIE che affondano senza retorica nel solco della nostra breve esperienza quotidiana e umana. Un Lampo, direi, forse molto meno, lo scherzo della Natura, o del Caso o di un Dio che dà e toglie e ci lascia tutto il tempo per rincorrerlo, o per negarlo in questo mondo meraviglioso.Quello che hai scritto mi basta ed è come un film dove i fatti, le azioni, le sorprese, i personaggi ecc, convivono accomunati da un malinconico volo d’ala della vita. Un abbraccio: Mario M. Gabriele

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