Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (III)

Da: Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Milano, Mondadori, 1975.

[…] “Oooh…oh… Oooh…oh…” gridava ‘Ndrja, spronando gli sbarbatelli e a Masino, lì davanti, gli gettava il fiato acceso sulla nuca.
Fu come se in tre, quattro vogate si mangiassero tutto il mare disponibile fra la banchina e la portaerei. Avevano pigliato una tale vogata, quei vogatori di mucco, una vogata d’una potenza tale, che aveva del misterioso, come se abbuiando alla lancia fosse spuntata un’anima, come una spina dorsale fra poppa e prua, un’anima, in forma di coda d’orcaferone, e spinta da questa, corresse sulle acque, via via che queste s’ottenebravano.
“Oooh…oh…”
A ‘Ndrja doveva sembrargli peccato spezzare quella bellezza di vogata, ma anche volendo, forse non ce l’avrebbe più fatta.
“Mi pigliarono la mano, sti figli di buonamadre” disse fra i denti.
I remi affondavano in acque oramai di mare aperto, nelle acque cioè colorate di nero come d’inchiostro della portaerei.
Ma ‘Ndrja ancora faceva, fece: oooh…oh… poiché anche per lui doveva essere una felicità di quelle alle quali non si resiste perché è come se il cuore scoppiasse in petto e scoppierebbe, solo se si tentasse di soffocare quella ribellione, quei palpiti grossi di gran vita a precipizio.
A quel punto, i remi si alzarono come se si storcessero e gonfiassero e gli sbarbatelli virarono per doppiare il Capo Difesa. Qualcuno di loro ebbe come uno stimolo di riso, come un tripudio argentino dentro la gola, anche Masino provò senza volontà sua, quella gioia, quell’impulso prepotente, e capì ‘Ndrja che fece, faceva ancora oooh…oh…
Lontano lontano, come un balenio contro i neri muraglioni della Difesa, ‘Ndrja credette di intravvedere un’ultima volta i denti d’oro del Maltese, come avesse la bocca spalancata e gridasse senza voce. S’era come piegato sui ginocchi e di lui restavano solo quei denti che si chiudevano e aprivano, gialli dorati, gialli dorati. Forse gli gridava di tornare indietro, ma come faceva a dirgli che la cosa oramai non era più nelle sue mani?
Ora, gli sbarbatelli vogavano confusi nello scuro più scuro, erano solo ombre che ondeggiavano sui remi senza più braccia o mani, come una leggera, potente, sinuosa, inarrestabile groppa d’animalone nero.
Erano scapolati sottobordo alla portaerei, dov’era scuro fittofitto. Là, Masino sentì che ‘Ndrja alzava i remi e tirava un gran respiro come se si sciogliesse da quell’intesa fisica che gli aveva dato come un’esaltazione anche a lui. Ma gli sbarbatelli non alzarono i remi, remavano sempre con lui e senza lui, remavano anche contro l’impalatura di lui: e anche Masino remava, come fosse imprigionato nella vogata e fossero gli altri a spingere il suo braccio, a piegare il suo busto sopra, sotto, avanti, indietro.
“Oooh…oh…” fece basso basso ‘Ndrja, e questa volta intendeva solo dire: che è sto procedere pazzo? Ma gli sbarbatelli lo intesero, forse, ancora come aizzamento, perché si sentì che scorciavano ancora di più la palata, che la scorciavano al massimo, che la scorciavano da tagliarsi la vita.
Spuntava la luna da Malta, scoprendo in quel cielo, appena fuori dallo scill’e cariddi, banchi di nuvole bianchissime. Erano oramai a proravia della portaerei, quando la luna irraggiò in quelle profondità e sotto la corsa della lancia le acque scintillarono tenebrosamente. Di prua, nel mare veloce veloce che pigliavano, come una trapunta di luci, si sentì ancora il verso degli albarelli, che come al solito, pareva contempo lontano e vicino. E col verso degli albarelli, come se mirassero agli uccelli approfittando del chiarore di luna, si sentì da prora della portaerei, lo sparo della sentinella che risonò come graffiasse l’aria con uno strappo lamentoso.
‘Ndrja fece per alzare gli occhi alla immensa, allarmante fiancata della portaerei, e fu come se porgesse volontariamente la fronte alla pallottola, che gli scoppiò in mezzo agli occhi con una vampata che lo gettò per sempre nelle tenebre.
La lancia ebbe un contraccolpo, quando ‘Ndrja cadde in avanti, quasi addosso a Masino, e poi, di seguito, sembrò sfuggire via dal mare che faceva scintillìo e smorzarsi in un subbuglio di remi, allo scuro.
Per un momento, fu un gran silenzio, come se fossero morti tutti con ‘Ndrja. Poi Masino piegato all’indietro, cercò ‘Ndrja con la mano, sentì il sangue in mezzo agli occhi, gli tastò gli occhi con le dita insanguinate e allora scoppiò a piangere:
“‘Ndrja… ‘Ndrja…” chiamò.
“Morì? Morì ‘Ndrja?” singultarono gli sbarbatelli. “‘Ndrja, ‘Ndrja, ‘Ndrja…” lo chiamavano e singhiozzavano. Ma quanto a Masino, fu un momento e poi fu tutto un pensiero, quello di allontanarsi di là, sulla stessa lancia dove si trovava, riportare ‘Ndrja a casa, vogare, vogare, fare quella vogata di una decina di miglia, riportare ‘Ndrja a casa, sullo scill’e cariddi. Si rigirò agli sbarbatelli:
“Oooh…oh… Oooh…oh…” e la lancia, pesante prima e poi sempre più leggera, ripigliò la corsa in avanti.
Masino pensò, pensava solo a portare ‘Ndrja al duemari: solo quel pensiero sentiva, pungente, doloroso, dominante e commosso, nella sua mente. E con quel pensiero, gli pareva di speronare e scavare il mare davanti alla lancia, con quel pensiero barbaro, pietoso, lo riportava al loro mare.
“Oooh…oh…” gridava: e gridava al mare medesimo, lui in persona spronava, speronava.
Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro, dove il mare è mare.
(pp. 1255-1257)

[La prima parte della lettura di Giorgio Morale è qui; la seconda qui.]

Ho letto tempo fa l’opinione di un critico, secondo cui la scrittura di Horcynus Orca si salverebbe solo nel racconto della lotta contro l’orcaferone, dove finalmente s’imporrebbe una visione epica che riscatterebbe tante lungaggini. Io trovo invece che, se è vero che la guerra, i cataclismi naturali, l’apparizione dell’Orca creano tutt’insieme una situazione altamente drammatica, ultimativa anzi, da fine del mondo, alcuni dei risultati più potenti D’Arrigo li raggiunge in quella che si può chiamare epica quotidiana. Leggo ad esempio l’incontro di ‘Ndrja con la zita Marosa, il primo saluto dopo il ritorno e prima che ‘Ndrja rivada per i paesi vicini, e quando arrivo al passo in cui questa muccusa fatta femminella racconta il suo patto con Dio (“sinché c’erano pesci in mare e io ne avevo sempre di nuovi da ricamare, Dio per compenso s’impegnava a farti tornare da me”), e confessa le sue tattiche (per evitare che i pesci potessero finire, “io andavo tanto lenta da spasimare”, e se anche finivano, “non appena Dio voltava gli occhi, pigliavo i centrini e mi mettevo a sfilarli punto per punto, e così cominciavo sempre daccapo”), è come leggere in Omero l’incontro di Ettore e Andromaca in una pausa del combattere. Ed è un incanto l’ingenuità, la vivacità e la malizia di questa Penelope, che freme d’impazienza anziché differire l’incontro come la Penelope antica.

Leggendo s’impara a leggere – e tanto più quando è un buon maestro un buon libro. Horcynus Orca mi permette di verificare la verità dell’affermazione di Steiner, quando dice che “‘l’atto classico della lettura’ richiede condizioni di silenzio, privacy, istruzione e concentrazione”. Con i miei ricordi dell’Odissea mi beo di questa ripresa di situazioni e figure della cultura occidentale in chiave attualizzante o critica o parodistica. Rivado indietro nel libro di D’Arrigo e rivedo la feroce ironia del personaggio di Cata come nuova Nausicaa, lo spirito parodistico della rappresentazione di Boccadopa menomato come Polifemo, le femminote e le fere maestre d’incanti e d’inganni come le sirene, la maga Circè dal nome inconfondibile. Rivedo i lotofagi nei mangiatori di fere, che dimenticano la dignità umana, come quelli facevano dimenticare la patria.

Preso da questo gusto per le corrispondenze, scopro un nuovo Averno, una terra dei morti, nei paesi che ‘Ndrja attraversa nel suo viaggio nei dintorni insieme al piccolo Masino che l’ha voluto accompagnare. ‘Ndrja incontra i morti non come ombre, ma nelle immagini delle fotografie che le femmine espongono ai passanti, tante femmine silenziose, invisibili dietro le porte fino a un secondo prima, che s’affacciano con immagini sorridenti di tanti giovani che la guerra si portò via e di cui domandano notizie.

Ed è agghiacciante, e la memoria letteraria mi fa pensare alle Anime morte di Gogol, la domanda che una donna fa a due individui ambigui, il Maltese e il suo scagnozzo Sanciolo (un’allusione anche al Don Chisciotte, per questa impresa dei due figuri che ha dell’impossibile?), che viaggiano in carrozza in cerca di uomini da reclutare per una regata in quel paese dove rimasero solo donne: “Reclutate pure gli uomini morti?… Pure gli uomini morti comanda?”. La ribellione delle donne, dopo un’esasperata messa in vendita dei loro uomini, “che quattro colpi di remo pure morti glieli possono dare”, esplode in pianti e sputi che mettono in fuga la carrozza e i suoi passeggeri.

In questo breve viaggio – e nell’incontro con il Maltese e il suo scagnozzo – ‘Ndrja si appalesa per una sorta di Renzo Tramaglino, inesperto del mondo e disposto a farsi accalappiare dal primo che gli parla, tant’è che gli pare una buona idea farsi assumere dal Maltese per una regata che inglesi e americani intendono organizzare per sabato, gareggiando in segno di amicizia anche con un equipaggio locale. E pensa, cavandosela con poco, di guadagnare quelle mille lire promesse come compenso che permetterebbero ai pellisquadre di affrontare la spesa per costruire nuove barche e rimettere in sesto il loro mondo. Ma getta una cattivo presagio, quando ‘Ndrja s’allontana, approfittando della distrazione dei due all’arrivo di un gruppo di femminote sulla spiaggia, il fato che Sanciolo lo guardi “con gli occhi stretti, come sorpresa, di curiosità e di diffidenza… come lo vedesse già piccolo piccolo in lontananza”.

***

“Venne marte e marte veramente fu per l’orcaferone”. Così comincia l’ultima parte di Horcynus Orca, con una prolessi che ci immette nell’atteso epico scontro finale. A dire il vero, bisognerebbe, più propriamente, parlare di attesa delusa. D’Arrigo riprende la tradizione, ma per rovesciarla. A dare il colpo mortale all’orca non è l’uomo, non è l’eroe, ‘Ndrja non c’entra: sono le fere. Esse scodano l’orca (d’ora in poi scritta con l’iniziale minuscola) basandosi sulla loro “genialità di mente accoppiata alla più barbara scelleratezza” e rivelandosi veramente come l’equivalente ferino dell’uomo civilizzato (l’uomo intelligente e “occhialuto” di Svevo?). Per l’animalone inizia una lenta agonia – anche se morendo continua a dare la morte, con le “fauci che si aprivano e chiudevano pestando, sputando, inghiottendo, eruttando ossa e sangue”.

Insopportabile, alla lettura, il dramma dell’orca: “scodata e immortale, era il peggio che le potesse capitare”, ridotta a “un gigantesco, nero, miserrimo rottame… orrendo, ridicolo e contempo pietoso a vedersi”. L’uccisione del mostro non segna un ristabilimento dell’ordine, come nella mitologia antica e nelle leggende medievali. Ma sentiamo che quanto avviene ci riguarda. E’ come la morte di una parte intima di noi. Una menomazione irreparabile, una castrazione che ci riduce muti e impotenti. E fa dell’orca, lo vedremo fra poco, una figura di ‘Ndrja.

Mi ritrovo anch’io, come i pellisquadre e come ‘Ndrja, a guardare questa agonia come se fosse un cataclisma psichico, con “qualcosa che non si poteva dire, qualcosa di oscuro e indefinibile, come una sensazione fisica esaltante e contempo malinconica, un barbaro senso di ebbrezza, di allegria, e contempo d’incontenibile, traboccante nostalgia per qualcosa che non avrebbero mai saputo dire, ma che doveva fatalmente essere qualcosa di diverso e di contrario a quella esaltazione fisica, a quella ebbrezza e allegria, qualcosa di simile alla vita di fronte a qualcosa di simile alla morte… anche se pareva esserci qualcosa di vizioso in questo… era quell’alito di mare, tremendo, oscuro, rigurgitante di fatalità e di catastrofe che sentivano e ogni volta, nel momento che lo sentivano, speravano, si desideravano con tutto l’animo di non sentirlo più… e contempo, col cuore strano, spaurato, stranamente spaurato, come fosse più forte di loro, speravano, si desideravano con tutto l’animo, di risentirlo ancora, di poterlo risentire perlomeno ancora una volta”.

Se ‘Ndrja ha la statura di un eroe epico, è per altro. E’ perché “qua, ora, sullo scill’e cariddi… ogni fatto, ogni persona, ogni cosa, ogni vista e ogni pensiero per ogni vista, era come se lo riguardasse di persona, come se lo chiamasse col suo nome e cognome, lo chiamasse responsabile, corresponsabile, a tutto quello che succedeva”. Prima Ulisse in viaggio, poi Mosè che passa le acque, poi Cristo resuscitato dalla guerra, poi Achab che non combatte nemmeno la sua battaglia, poi Renzo Tramaglino in cerca di una identità certa, adesso ‘Ndrja è un nuovo Amleto, che tornando a Cariddi trova il mondo sottosopra (lo scopre davvero solo adesso, come la guerra abbia lasciato “macerie a terra e solitudine a mare”) e si sente chiamato a rimetterlo in sesto.

Parallelamente al dramma dell’orca si consuma quello dei cariddoti di vedetta dallo sperone sulla scogliera. ‘Ndrja s’accorge che essi, che avevano fama di essere tutti d’un pezzo, “con la guerra, s’abbassarono i pantaloni”. Essi, che non ne avevano mai voluto sapere di pescebestino, verdoni, fere, adesso invece, a vedere l’orca in agonia, segretamente smaniano “di mettere le mani sopra a quelle tonnellate di carne bestina”. E lo farebbero, se solo trovassero il modo di trascinare a riva l’orcaferone, e nel desiderarlo è “come scappassero da dentro se stessi”. Però nessuno ha il coraggio di dirlo a parole.

E’ ‘Ndrja che lo fa: “Che peccato, però… se st’animalone… si scatafascia qua davanti, finisce magari che ci fete sotto il naso e noi, grandi babbigni che non siamo altro, non ce ne approfittiamo”. E’ il via a una nuova discussione: con don Luigi, custode delle tradizioni, che ricorda ai pellisquadre il “bell’onesto del loro mestieruzzo”; mentre il signor Cama, razionalista e pratico, sostiene che ciò che conta è che “c’è una fortuna là, c’è una miniera di roba: perché l’orca… quella peste nera… è tutta buona dalla testa ai piedi… o si mangia o si scangia con moneta… pelle, lardo, carne e ossa”, per trarne olio, pettini, pugnali, frecce, zoccoli, forchette, coltelli. Si stabilisce un nuovo parallelo tra orca e comunità, quando anche il mostro si vede degradare nel giudizio del signor Cama, che lo definisce non più Orca vera, ma pseudorca.

***

Arriva uno zatterone inglese che sbarca lo scagnozzo Sanciolo, mentre il Maltese omosessuale, timoroso della manovra, rimane su: vengono per concludere il reclutamento di ‘Ndrja per la regata. Mentre gli inglesi s’accorgono dell’orca e s’allontanano per dare un’occhiata, Sanciolo, per fare capire che “non venne per vendere, bensì per accattare, per regalare anzi”, tira fuori il biglietto da mille destinato a ‘Ndrja e lo esibisce ai presenti. ‘Ndrja da una parte ne è disgustato, e sbalordito della “piccolezza e meschinità di quel pezzettino di carta, che non faceva godere né occhio né spirito”; dall’altra vorrebbe essere utile ai pellisquadre: infatti solo lui potrebbe ottenere attraverso il Maltese che gli inglesi trainino l’orca fino alla marina.

Ma i modi volgari dello scagnozzo lo disgustano. Per far cessare il battibecco tra ‘Ndrja e Sanciolo, don Luigi fa l’occhiolino a ‘Ndrja: e a ‘Ndrja crolla il mondo. Questo occhiolino, questo espediente trucchigno, ruffianesco, scellerato gli fa l’effetto “come se la terra gli si muovesse sotto i piedi”, gli sembra “di avere le vertigini e di oscillare”. Capisce che la sua stessa idea di chiedere al Maltese di far arenare l’orcaferone è venuta a don Luigi e ne rimane “ribellato in sangue”. E’ un’idea “naturale per lui” pensa, che è “solo uno sbarbatello”, ma contronatura per il vecchio pellesquadra. Tanto che don Luigi, lui testaricca, marmoreo, dall’agire franco netto leale spartano, “al solo venirci in contatto, anche solo in pensiero”, s’altera e sembra “un nuotatore che alla disperata, già preso d’asfissia, non appena getta la testa fuori… storce la bocca tutt’aperta per pigliare una gran boccata d’aria”. ‘Ndrja gli vede in faccia, tutti d’un colpo, “gli anni giusti… la vecchiaia”. Il vecchio pellesquadra suda, balbetta, segno che a incarognirsi ci soffre anche lui, mentre ‘Ndrja si ripete “Non è giusto, non è giusto”. E’ un brutto segno, vuol dire che il mondo s’è veramente rivoltato, perché “il pesce, di là comincia a puzzare, dalla testa”.

Anche il padre Caitanello appare imbambinito, e gli altri pellisquadre “inselvaggiti dal non fare, alterati… immammalucchiti ”. ‘Ndrja si sente l’unico “pazzo savio o savio pazzo”. Per tredici pagine D’Arrigo parla dell’occhiolino, per trentacinque del checchiare di don Luigi, per sei ‘Ndrja si ripete “non è giusto” – e tra queste c’è tutta una pagina di sinonimi per dire la falsità di don Luigi, in una lingua insieme colta e popolare che sfida in virtuosismo analoghe pagine di Porta e Belli. Finché ‘Ndrja per bloccare l’incarognamento di don Luigi afferra Sanciolo per il collarino del giubbotto e gli spinge le dita contro la gola. Don Luigi capisce e rimane “senza spirito e come disamorato”.

Per resuscitare l’antico spirito di don Luigi e dei pellisquadre da questa sorta di morte civile ‘Ndrja ha un’ultima risorsa: assicurare che con le mille lire che guadagnerà con la regata farà costruire una nuova barca. D’Arrigo dà voce al sentimento di ‘Ndrja in un bell’intermezzo lirico dedicato alla barca (“Oh, la barca, che si può dire che gli fa da culla e bara al pellisquadra”) che mi ricorda quello dedicato da Gogol alla trojka ne Le anime morte. Ma ai pellisquadre, fatti tutti “vermi di terra” e contagiati dall’idea del guadagno da trarre dalla carogna dell’orca, la barca ormai non li intriga più. Anche don Luigi non reagisce. ‘Ndrja è sconsolato: “Il punto quello è, se uno si alterò o no, se è quello che fu sempre o se non è più quello: in meglio o in peggio, resta il fatto che si alterò… e questo… meglio, non può proprio essere”. E in più si sente in colpa perché l’idea prima riguardo all’arenamento dell’orca l’aveva avuta lui, ‘Ndrja in persona.

***

Mentre lo zatterone con a bordo il Maltese prende la via del ritorno, ogni occhiata dei pellisquadre a ‘Ndrja assume “tutt’un’aria ruffianesca, compiaciuta compiacente”, e quando il Maltese sbarca le battute si fanno proprio sporche, sboccate, infami, scellerate, tutte a incoraggiare il fottisterio tra ‘Ndrja e il Maltese: “’Ndrjuzza ci rimette per caso?” dicono. “L’importante è salvare la patria”, cioè a dire fare arenare l’orca. Ma siamo sicuri che si tratti di salvare la patria e non l’“affare”? A ‘Ndrja pare di non poter cambiare nulla e che tutto sia già successo. Ma ciò che più lo lascia pensieroso, “avvisaglia del peggio”, è la frase che sente mormorare a don Luigi: “Si fece lontana la barca, ‘Ndrja”. Prima gli pare un “commentario della rovina”; poi le parole gli arrivano stonate, mute, sorde; poi gli sembrano esprimere il risentimento di don Luigi nei suoi confronti; infine l’arenamento dell’orcaferone gli pare “meno di uno sputo nel mare”, segno forse che lui stesso, ‘Ndrja, s’è “mezzo persuaso a fargli arenare l’orcagna”.

A ‘Ndrja soprappensiero sembra che “barca” suoni come “bara”. Rivede la sua storia recente, ripensa al passaggio dello Stretto sulla barca di Ciccina Circé, e ha “l’impressione di essere morto e vivere da vivo il suo traghettamento per mano di donna verso la morte, verso dove vivono i morti”. E io che leggo ho le vertigini. La Sicilia diventa l’isola dei morti; Ciccina Circé, che ha affermato la vita contro la morte, un passaggio verso la morte essa stessa; i cariddoti si manifestano come nuovi Proci; Horcynus Orca, la storia di un nostos impossibile, una Divina Commedia all’incontrario.

‘Ndrja “se ne risentiva dentro talmente un senso funereo, talmente nel senso di quell’immalinconimento che era come se il suo animo si separasse a quel punto, in quel giorno, a quell’ora, in quel momento, non da una parte della vita, ma da tutta intera la sua vita, perché era come se la sua vita si svagasse di tutto, tutta in una volta, e nell’attimo stesso, per il fatto stesso che si smagava, la perdeva”. “Il mare si seccò” pensa ‘Ndrja “la carcassorca l’appestò… anche se ancora non mi vedono, morii fatalmente pure io col duemari”. Persiste la sensazione di essere lui all’origine del degrado. La morte volontaria di don Ferdinando Currò gli pare una previsione del destino suo e della sua comunità. La parola “arca”, come adesso suona la “barca” che continua a mormorare don Luigi, diventa non l’arca che salva la vita, ma quella che salva dalla vita, da questa specie di vita.

Ma con la mente ancora al significato delle parole di don Luigi, in un silenzioso monologo interiore di sessanta pagine fitte fitte da inserire nella migliore tradizione novecentesca e che mi lasciano senza fiato, ‘Ndrja arriva a pensare che don Luigi abbia voluto fargli un onore, invitarlo a “decidere cosa è bene e cosa è male per gli altri… decidere che il male, alla finfine, è scegliere la morte contro la vita”. D’altra parte, finché non era entrato in scena don Luigi, e poi gli altri pellisquadre, quella, di far arenare l’orcaferone, lui l’aveva ritenuta un gran trovata: e “la sua incazzatoria nasceva anche da questo… questo che significava: o che lui era tornato di guerra più ingenuo o che era tornato più alterato di loro”.

L’unica cosa certa che gli resta è la barca che pensa di ordinare coi soldi della regata. Con la barca in mente va incontro al Maltese, a cui chiede di far arenare l’orcaferone: il che viene fatto prima che finisca il giorno. L’orca è già morta: e anche i pellisquadre, come me, rimangono delusi. Dalla morte dell’orca ci si sarebbe aspettati un impressionamento maggiore, che facesse “tremare terra e cielo”, non una morte così ordinaria. Eppure fa impressione lo stesso, col mare che vi mareggia dentro, facendovi flusso e riflusso e facendola sembrare viva. “Eccola là, la famosa orca che dava morte: goccia di pioggia tornata all’acquasale, polvere tornata alla polvere dell’immensità marina… Se non era immortalità, quella, era certamente qualcosa che le rassomigliava assaissimo, qualcosa di meglio forse della vera: perché, certe volte, è più comodo avere la fama di essere qualcosa che essere quel qualcosa”.

***

E adesso il racconto acquista agilità, correndo verso lo scioglimento come a un appuntamento fissato. Seguiamo la danza di Masino, muccuso agile e intraprendente, che si tuffa e va a incordonare l’orca perché possa essere trainata; e poi c’è la passa degli spada di ritorno, alla cui vista i pellisquadre piangono e ridono: “segno che non era successo niente, che tutto era come prima, nella fatalità della natura”; e poi femmine, vecchi e muccusi aiutano gli uomini a tirare a riva la carcassa; e poi tutti quanti rinculano, per istinto, senza intesa, per vedere tutta intera la carogna, levando un ohohoh di meraviglia; e poi femmine e muccusi corrono a riempire piatti di cicirella tratta dalle cavità dell’orca… ancora una volta un enigma: morte in vita, e vita in morte.

Poi arriva il momento del saluto a Marosa. Avete presente quando di un gran libro rimangono proverbiali certe scene, tanto che non si trova nessuno in Italia che non conosca l’incontro di don Abbondio coi bravi, o l’addio di Lucia ai monti, o il castello dell’Innominato, o la madre di Cecilia, o la morte di don Rodrigo? Con Horcynus Orca è così. Si avvicendano scene grandi, potenti, particolarissime eppure archetipiche. E se l’intero libro non potrà avere un larga diffusione per l’impegno che richiede, molte scene potrebbero essere divulgate in antologie. L’addio a Marosa è una di queste. La muccusa piange, i tristi presagi s’accumulano: lei dà tempo per tornare a ‘Ndrja fino a quando non spunterà l’altro corno della luna – che spunterà, lei non lo sa, ma ‘Ndrja sì e glielo dice, quella sera stessa. Poi, promette allo zito che se non torna in tempo gli trafiggerà con l’ago il cuore che sta ricamando, e fa vedere come. E ‘Ndrja prima pare avvertire il colpo, poi si scopre il petto e indica il suo cuore nella posa dell’Ecce Homo che si vede nelle chiese, invitandola a pungerlo lì. La scena finisce fra piangere e ridere… Il libro s’assottiglia, e già si sente aria di disarmo, di partenza.

Ma non prima di assistere a una nuova scena di degrado. Duecentocinquanta lire sono il prezzo della dignità di un vecchio che siede sugli scogli, duecentocinquanta lire perché mostri, per divertimento del Maltese e del capitano inglese, il suo pesciazzo imperiale. Poi si vedono per l’ultima volta i pellisquadre “che si agitavano attorno all’orcagna come anime dannate in un’opera d’inferno”. Masino decide di accompagnare ‘Ndrja. Masino che è come un alter ego di ‘Ndrja: ma quanto ‘Ndrja è ingenuo, tanto Masino è saputo e provato, nato col vecchio dentro, quel padre che morì prima che lui nascesse; e per questo a ‘Ndrja sta un po’ antipatico. Dal mare si sente, a sorpresa, la voce di Marosa che chiama “’Ndrja Cambrìa”, forse un richiamo, forse una minaccia.

***

Si parte, e ritorna un sapore picaresco nel viaggio pieno d’incontri e sorprese. Arrivati al Faro, i vogatori sono fatti salire su un camion militare che li porterà a Messina. Allo stesso camion chiedono un passaggio Boccadopa e Portempedocle, e a ‘Ndrja sembra di tornare indietro, di non aver mai passato lo Stretto. Si sente che la fine s’avvicina, come nel finale delle commedie in cui si danno convegno tutti i personaggi. Arriva anche il suono di una campanella provenire dalla casermetta dove i soldati inglesi pomponelliano cantando Rosamunda, e poi si vede “il tafanario nudo, alto di ponte, della femminota, e la campanella che ci sbattoliava contro”: e già sappiamo che è lei, Ciccina Circé, “che si faceva quella bella passata di cazzi ‘nglesi… festevole, danzosa, sciampagnona e soldatara”, tutta all’opposto di come ‘Ndrja l’ha conosciuta, “solagna e ombrosa, scabrosa e sprezzante”. E anche questa è attesa delusa, o meglio stravolgimento delle attese: perché che Ciccina Circé fosse l’incontro di una notte, lo sapevo; ma non avrei mai voluto, come ‘Ndrja, incontrarla in quella casermetta. Quando il camion parte, ‘Ndrja urla il suo nome, “Ciccina Circé”, e lei corre dietro il camion per scoprire chi la chiama, finché inciampa e cade “lunga sulla strada”, come Nannarella in Roma città aperta.

Lo stile del racconto si fa neorealistico, nel presentare Messina come un grande cimitero, con mucchi di macerie, i crateri aperti dalle bombe, fetori di putrefazione, come in Germania anno zero. Ogni tanto nella notte si sente qualche sparo contro gli intrallazzisti; uno muore sotto i loro occhi, preoccupato di non rovinare col sangue le sue stecche di sigarette. Gli altri sbarbatelli reclutati per la vogata scappano spaventati. All’alba ‘Ndrja e Masino decidono di andare a trovare il mastro d’ascia a cui ordinare la barca. Lo trovano paralizzato su un giaciglio, fisso e smemorato, con la moglie che fa la scena per tenerlo vivo, lavora al suo posto e finge di chiedergli come fare, con un continuo vaeviene fra la barca e il marito, per dargli l’illusione di non essere inutile. Però, assicura che davvero “la barca la fa lui per mio mezzo… me lo ricordo bene quando lo vedevo, tengo a mente sino all’ultimo chiodo”.

Di ritorno a Messina tutto si svolge per caso, come in tanta parte del romanzo novecentesco, Svevo e Pirandello in testa, in un crescendo che sarebbe comico, se non ci si sentisse la morte addosso: ‘Ndrja e Masino vedono gli sbarbatelli, che accettano di tornare a vogare; incontrano per strada il Maltese in carrozza, che li porta al maretto di San Ranieri a far le prove. C’è bel tempo, il posto è tranquillo, la guerra sembra lontana. ‘Ndrja rifiuta le mille lire che il Maltese vorrebbe dargli subito, a prescindere dalla regata: “Dopo… Me le vorrei guadagnare, prima. Dopo, vossia me le dà dopo”. Sapendo per fama come va a finire la storia, si direbbe che ‘Ndrja se la vada proprio a cercare, la morte.

La chiumma sale sulla lancia e trova subito l’accordo, la vogata prende una potenza che ha del misterioso, e ‘Ndrja non riesce a fermarla. Da lontano vede il Maltese con la bocca spalancata come se gridasse. “Forse gli gridava di tornare indietro, ma come faceva a dirgli che la cosa non era più nelle sue mani?… Gli sbarbatelli… remavano sempre con lui e senza lui… Spuntava la luna da Malta… si sentì da prora della portaerei, lo sparo della sentinella che risonò come graffiasse l’aria con uno strappo lamentoso. ‘Ndrja fece per alzare gli occhi alla immensa, allarmante fiancata della portaerei, e fu come se porgesse volontariamente la fronte alla pallottola, che gli scoppiò in mezzo agli occhi con una vampata che lo gettò per sempre nelle tenebre… Masino… fu tutto un pensiero, quello di allontanarsi di là, sulla stessa lancia dove si trovava, riportare ‘Ndrja a casa… sullo scill’e cariddi….”. Masino si sostituisce a ‘Ndrja nel guidare la voga: “‘Oooh… oh… Oooh… oh’ e la lancia… ripigliò la corsa in avanti… La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lacrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro dove il mare è mare”.

Così finisce il libro e la storia, quattro giorni dopo che è cominciata, quattro giorni che sembrano millenni, i tre millenni della civiltà occidentale da Omero a oggi, senza che l’eroe possa vedere l’alba del sabato tanto atteso. E così, si potrebbe dire, tornò a casa il marinaio, nocchiero semplice della fu regia marina ‘Ndrja Cambrìa… se questa è casa… al riposo eterno… fra quel dolidoli di sbarbatelli che fa il paio con “l’onore di pianti” che fu riservato ad Ettore…

7 pensieri riguardo “Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (III)”

  1. Horcynus Orca, mai letto, dicono una una cosa potente e difficilissima da leggere. occorre fare però questa esperienza, se lo trovo in biblioteca domani lo prendo. a.

  2. Grazie, Francesco, per la generosa attenzione a questa lunga lettura.

    Antonella, in “Horcynus Orca” io ho trovato due brani che mi hanno impegnato come lettore: il racconto del padre a ‘Ndrja la notte del ritorno e il “checchiare” di don Luigi che è segno del degrado della comunità. Ma anche qui la difficoltà mi pare funzionale a quanto si viene consumando.

    Per il resto, superate le prime pagine di introibo al mondo di D’Arrigo, vedrai la supposita difficoltà diventare innanzitutto piacere – estetico e intellettuale – della lettura che la vince su pregiudizi e intellettualismi.

  3. bene, l’ho preso stamattina, 1000 e rotte pagine, non so quanto tempo ci metterò e se mi piacerà, penso di sì, appena finisco saprò dire meglio. intanto ti ringrazio, il tuo lavoro mi ha dato l’input a prenderlo. un caro saluto antonella

  4. A me, che sono natio di Bagnara e ho un ricordo antico delle bagnarote, di Bagnara e Scilla, dello Stretto, la tua lettura è un ulteriore stimolo per leggere Horcinus Orca (che non trovo purtroppo da nessuna parte). Grazie, Rino.

  5. Ti conviene rivolgerti a una buona biblioteca per il prestito.

    La casa editrice d’origine, molto probabilmente, tutta presa nel pubblicare le nuove cazzate alla moda, quegli obbrobri di cui si perde pefino il ricordo dopo pochi mesi (ma che intanto vendono tantissimo e fanno incassare bei soldi), si è dimenticata del patrimonio di grandi libri, ormai introvabili, che ha in catalogo.

    fm

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