Nei giorni che mi condussero al confine – Antonella PIZZO

STRATI

La mia prima poesia
21-01-2003

Ragusa. L’intervento di una madre che ha perduto la giovanissima figlia a causa di un incidente.
«Tanti ”fiori di maggio” lungo quella strada».

Ragusa. «A due anni di distanza dalla morte di mia figlia Martina, a seguito di un incidente avvenuto lungo la strada per Marina di Ragusa, colpita profondamente dagli ultimi avvenimenti che hanno per l’ennesima volta insanguinato le nostre strade, e mi riferisco alla morte di Angelo Pannuzzo e delle due ragazze: Tiziana e Rosalba, ho deciso di scrivere alcune ”righe”, che non vogliono essere uno sfogo personale, ma semplicemente un mio piccolo contributo, un tentativo, per quanto misero, di risvegliare le coscienze di noi tutti….».


‘A strata ppi Marina
(S.P. 25 – Ragusa)

Na bella strata ranni
ri ciùri ‘i màggiu cina
cu na calata aruci
c’agghica finu a mari.

Dabbanna e mura a siccu
carrui e macci tuorti
vadduna, casi antichi
e muntagnula ‘i terra.

E’ ‘a strata ppi Marina
ca ro paisi scinni
e se nun muori prima
lu mari puoi taliari.

‘I viru sulu ju?!
ma sunu magni, truoppi.
Ci n’è ri tutti ‘i speci
su viecci, su picciuotti.

ju viru, ju li viru
nte mura su’ assittati
e pàrrunu fra iddi
si cùntunu li stori.

-Pigghiassi ‘n pugnu ‘i rina
lu mari ciaurassi…
– Sturiassi se è lu vientu
ca l’unna fa accianari.

Ma si firmarru ddà,
nta strata ppi Marina,
nun ci arrivarru a mmari
picchì murrierru prima.

E quannu tu ci passi
taliecci o cantu e mura
talielli ‘i ciuri ‘i màggiu
ca iddi sunu chissi.

Su’ ciuri ‘i gersumini
su’ rosi bianchi e russi
su’ ciàuru ri terra
su’ petri ‘i mura a siccu
ca pìsunu nto cori.

[La strada per Marina: Una bella strada grande / piena di fiori di maggio / con una dolce discesa / che arriva fino a mare. // Oltre i muri a secco / carrubi e alberi contorti / vallate, antiche abitazioni / e collinette di terra. // E’ la strada per Marina / che scende dal paese / e se non muori prima / potrai guardare il mare. // Li vedo solo io?! / …ma sono tanti, troppi! / Ce n’è di tutti i tipi / sono vecchi, sono giovani. // Li vedo!…Io li vedo! / nei muri sono seduti / e parlano fra loro / si raccontano le loro storie. // – Prenderei un pugno di sabbia… / il mare odorerei… / – Studierei se …è il vento / che fa salire l’onda! // Ma si sono fermati… là! / …nella strada per Marina / non sono arrivati al mare / perché sono morti prima. // E quando passi / guarda accanto ai muri / guardali i fiori di maggio / che loro sono quelli. // Sono fiori di gelsomino / sono rose bianche e rosse / sono odore di terra / sono pietre di muri a secco / che pesano sul cuore.]

Così la signora Antonella Pizzo si è rivolta al nostro giornale per dare, come lei stessa afferma, un contributo, che non consideriamo assolutamente ”misero”, per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma soprattutto tanti giovani, a riflettere sulle tante vittime di quella ”maledetta” strada ed a tenere sempre presente che basta davvero poco per non gettare al vento il bene più prezioso che ognuno di noi possiede: la vita. Ecco le «righe» che questa mamma, così duramente colpita dall’immatura scomparsa della propria figliola, ha sentito di scrivere. «Una bella strada grande, piena di ”fiori di maggio”, con una dolce discesa che arriva fino al mare. Oltre i muri a secco, carrubi e alberi contorti, vallate, antiche abitazioni e collinette di terra. E’ la strada per Marina che scende dal paese e, se non muori prima, ti porta fino a mare. Li vedo solo io? Sono tanti, sono troppi, ce n’è di tutti i tipi: sono vecchi, sono giovani. Li vedo, io li vedo! Nei muri sono seduti e parlano fra loro, si raccontano le loro storie. ”Prenderei un pugno di sabbia, il mare odorerei. Studierei se è il vento che fa salire l’onda”. Ma si sono fermati là, nella strada per Marina; non sono arrivati al mare perchè sono morti prima. E quando tu passerai da lì guarda accanto ai muri, guardali i ”fiori di maggio”, che loro sono quelli. Sono fiori di gelsomino, sono rose bianche e rosse, sono odore di terra, sono pietre di muri a secco che pesano sul cuore». Non li vediamo con i suoi occhi, gentile signora, ma quando transiteremo da quei luoghi, proveremo a guardarli. – Rino Durante
(La Sicilia, 21 gennaio 2003)

*

Misteriose, inesplicabili sono le strade che ogni giorno percorriamo in questo nostro viaggio terreno, prive di certezze perché dietro ogni angolo può celarsi un imprevisto, un agguato della sorte pronto a modificare radicalmente il corso della vita perfino ad interromperla definitivamente. Questa premessa appare necessaria per comprendere la motivazioni che hanno spinto Antonella Pizzo a cominciare a scrivere, a progredire nell’ “Ars Poetica”, fino a giungere alla pubblicazione di questa opera prima. Il dramma della perdita ha segnato un giorno, all’improvviso, l’esistenza dell’Autrice, lasciandola stordita, quasi dolorosamente stupefatta a contemplare gli angoli del suo quieto esistere privati di quel calore che, unicamente, l’amore filiale è in grado di donare. La tempesta dell’assenza, col suo tumultuoso corollario di domande senza risposta, non si arresta davanti a nessun argine, celandosi sotto stracci di quiete dai quali riemerge continuamente, insistentemente, in una logorante teoria di ferite mai completamente sanate. Abbandonarsi definitivamente senza lottare o tentare una pur problematica sopravvivenza sono, allora, le sole possibilità concesse all’uomo in queste circostanze, e l’Autrice, forse senza nemmeno sperarlo, come ispirata da una Realtà che non appartiene più a questo mondo, riesce ad incamminarsi sul sentiero della Poesia, attingendo copiosamente ad essa, trovando così motivazioni indispensabili per andare, in qualche modo, avanti. Veniamo adesso alla parte puramente letteraria. Analizzando le liriche della Pizzo mi sono convinto di trovarmi di fronte ad una poetessa vera che, in una crescita indubbiamente rilevante, ha già prodotto dei versi di sicuro pregio letterario. Preferisce esprimersi in dialetto siciliano, e questa connotazione aumenta la mia considerazione verso di lei, viste le difficoltà ed i tranelli insiti nella nostra antichissima “lingua”. Giova, altresì, ricordare che, in questo modo, contribuisce a preservare dalla voragine (purtroppo sempre più vasta!) dell’oblio una ricchezza di tradizioni e significati, strettamente correlati al vernacolo, che è semplicemente delittuoso disperdere. I versi, non vincolati dalla rima, scorrono liberi e chiari, offrendo emozioni che toccano l’anima, e trasportano la mente in luoghi dove, nel silenzio, è facile e naturale abbandonarsi a intime riflessioni, lasciandosi carezzare dal flusso lieve delle rimembranze. Il libro, dal titolo emblematico “Strati” (Strade), è composto di due sezioni, “Unni porta ‘sta strata” e “Calati juncu ca passa la cina”, raccoglie una trentina di poesie, tutte con relativa (e ben fatta) traduzione in italiano, e rappresenta la summa del pensiero della Poetessa sotto forma di metaforici itinerari filosofico-esistenziali. Guidata da una sensibilità esasperata, l’attenta osservazione del variegato ambiente che la circonda, con le relative umane vicende, troppo spesso intrise di tristezza e sofferenza, che senza sosta vi si svolgono, non si ferma alla superficie bensì si approfonda ben oltre, consentendo alla Pizzo di cogliere, trasfigurandoli in versi, sentimenti e sensazioni di straordinaria intensità, celati nei grovigli dell’anima, non facilmente individuabili ai più. Il risultato è una silloge di piacevole lettura che affronta le difficoltose, molteplici tematiche che gravitano intorno all’umanità con serena consapevolezza, senza mai scadere nel patetico, e che partendo dai posti e dalla gente di Sicilia acquisisce, via via, valenza universale. Con quest’opera di esordio, Antonella Pizzo mostra esplicitamente le sue qualità, nonché le notevoli potenzialità che, certamente, in un prossimo futuro consentiranno nuove importanti produzioni letterarie, delle quali siamo sin da ora in attesa. “Strati” è un bel libro, da leggere e meditare, e anche Martina, cui il florilegio è dedicato, sicuramente sorriderà da quella dimensione di luce assoluta, dove sono ignote le ombre del tormento.
Giuseppe Risica

C’è friddu oggi

C’è friddu oggi,
friddu veru
nu friddu umidu,
ri chiddu ca trasi
rintra all’ossa.

Risiu avia stamatina
ri stari cuccata nto mò liettu.

Mi nasciu ‘n pinzieru assira
‘n ùnicu pinzieru
‘n pinzieru nicu nicu.

Suonnu nunn avia,
‘cussì ppi distraìrimi taìccia
mi misi a ‘ssicutallu
curiusa ri sapiri
unn’è ca ia a finiri.

Si nn’iu accussì luntanu
ca mi stancai macari ’i caminari.

Si nn’iu a parrari
che mò pinzieri viecci
pinzieri stanchi
pinzieri siddiati
ca nun rinièsciunu
a truvari na strata nova
pinzieri stufi
ri falla sempri ‘a stissa.

E a chisti nun ci parsi veru
r’incuntràrini unu nuovo
e allura si misunu a riscùrriri
e fìciunu nu baccanu tantu ranni
ca nun mi fìcinu capiri ciù nnenti.

Finiu allura
ca passai la notti sveglia
‘i pieri sempri ciù friddi
e la testa sempri ciù cunfusa.

[C’è freddo oggi: C’è freddo oggi / freddo vero / un freddo umido / di quello che entra / dentro le ossa. // Avrei avuto desiderio / stamattina / di restare coricata / nel mio letto. // Mi è nato un pensiero ieri sera / un unico pensiero / un pensiero piccolo piccolo. / Non avevo sonno / così per distrarmi un poco / ho cominciato a rincorrerlo / curiosa di sapere / dov’è che andava a finire. // Se ne andò cosi lontano / che mi stancai anche di camminare. // Se ne andò a parlare / con i miei pensieri vecchi / pensieri stanchi / pensieri annoiati / che non riescono a trovare una nuova strada / pensieri stufi / di farla sempre uguale. // E ad essi non parve vero / di incontrarne uno nuovo /e allora cominciarono a discutere / e fecero un baccano così grande /che non mi fecero capire più niente. // Finì allora / che passai la notte sveglia / i piedi sempre più freddi / e la testa sempre più confusa.]

Da “Strati

VIDEO Scanzunati
http://it.youtube.com/watch?v=FyQfvPIAwsc

***

Le prime poesie in lingua

Cielo di latta

Ho un cielo di latta e un tamburino rosso,
dove batto ribatto, taratan, parole dense.
Amici, ho anche fumo nero
dentro e proprio ieri
un barlume mi si è spento in testa.
E sì, che questa sera sento
campane che trillano nel vento
trillano strane, d’un modo senza senso
difficile mi è capirne il movimento.
Adagio, lento, allegretto ma non troppo,
cielo stagnato, luna impaludata,
longeve note risuonano d’echeggi
tempo lontano, tempo di fox trot.
Ho fosco fumo dentro e una penombra
spessa, spesso radunata nella mente
e proprio ora, proprio questa sera sento
solite fronde che frullano nel vento
frullano piano, d’un moto senza tempo
che mi è duro carpirne un mutamento.

Io vissi la mia vita in parallassi

Fu movimento brusco, fu un’inezia
a farmi straripare da quel lato
fu lento abbrivio o forse fu l’inerzia
mi sparse in vita e sangue sul selciato.

La vita è solo un fatto marginale
aleatorio, un gioco a tric e trac
la trottola che gira ci fa male
se ruota attorno a una casualità.

Conosco le tue notti senza pace
e tutte le risposte senza senso
e di scovarti giù non sei capace
scandagli eco sonar nell’immenso.

E’ chiaro, e’ naturale, dirsi prassi
o travestirsi d’usi e consuetudini
utilizzare la ragione e i dissi
per giungere a mutarsi le abitudini.

Lo so, cambiarsi d’abito è altra cosa
mutare stabilmente è comprensibile
ma trasmutarsi in cosa misteriosa
ti è come un’idea poco accessibile.

Non è uno snaturarsi in cambiamento
né è degenerare in perversione
e se potessi ti farei un esempio
d’intendimento o di penetrazione.

Io vissi la mia vita in parallassi
io vissi la mia storia in un’ellissi
in uno spazio breve di un’eclissi
io vissi e molti dei tuoi segni scrissi.

Io vissi dentro gli angoli e i cateti
io dissi, è ciò ti basti per capire
io vissi nei perimetri e nei lati
e ora vivo in quest’infinito dire.

Se ti incontro, ti incontro che sei note
(in fotoceramica sulla tomba di mia figlia)

Se ti incontro, ti incontro che sei note
d’antico minuetto o d’una marcia
ti incontro che sei samba brasiliana
oppure sei la nona di Beethoven.

Se ti incontro, ti incontro che sorridi
e sei sorriso di grande contentezza,
ti incontro che sei vento oppure arietta
un turbine che sale e che discende.

Se ti incontro, ti incontro colorata
d’azzurro d’oltremare o di cobalto
sei giallo canarino oppure verde
rosso carminio di felicità.

Se ti incontro, ti incontro che sei luce
sei riverbero riflesso, rifrazione
che abbaglia a ritmo intermittente
o segue un tempo che sai solo tu.

Se ti incontro non credo ai miei occhi,
aria di luce, suoni di colori,
se ti incontro, ti incontro in altro mondo
ti incontro in quello dove sei adesso.

C’è un bug nel sistema

Il corvo che plana, svolazza, sfarfalla
in immagine resa chiara con comando aumenta
luminosità in spazio netto in cielo con nuvole
alleggerite da strumento sfuma contorno,
il corvo che, nero, ho disegnato con forte contrasto,
è entrato dalla finestra aperta in cucina.

Vola il corvo, si libra, da una parete all’altra, vaga
batte e sbatacchia sui muri, si posa spossato,
sulla madia antica riposa, si inarca, si piega,
e poi cerca, affamato, voglioso, bramoso,
si quieta e spilucca minuzzoli di pane scordato.
C’è un bug nel sistema. Ci ho un bug nel sistema.

E un bellissimo corvo, il mio corvo, lo ammetto, poi sazio
lui parla, mi parla, mi dice balliamo, ripete balliamo.
Ma il sound manca.
Un sound mi manca, un sound gli manca.
E’ solo il sound che ci manca, solo un sound ci manca.
Ci ho bug nel sistema e un sound che manca.

Trascinammo alla vecchia stazione le nostre giornate

Trascinammo alla vecchia stazione le nostre giornate
sorpresi, su tralicci di luce, ci arrampicammo.
Lungo fili tesi la teoria di pennuti
dispose la rappresentazione.
Smettemmo le nostre ali e indossammo le loro
copiammo movenze e gesti, tracciammo
nuovi segni e tratteggiammo linee rette
a memoria recitammo i loro chip.
(non ricordavamo i nostri)
Fu allora che i files si rifiutarono di reggerne il peso
fischiarono anche le tortore e i pastori zufolarono
disappunti.
Fu quello il nostro tonfo, il nostro più grande cedimento,
e sì, che c’eravamo abituati. Ci allontanammo.
Finanche il treno ci disapprovò.

Gatto bianco, gatto grigio

Io ti parlo, tu mi ascolti
ma il discorso è vacillante
tremolante si nasconde
a ridosso di parole frettolose.
La risata che ti strappo
che mi cucio a piacimento
faccio pinces e retropunti
me la indosso.

Ti carpisco tre parole
le registro attentamente
faccio sunti, bignamini
le condenso nella mente.
Poi ti rubo l’inflessione
giusto tono intonazione
percezione straordinaria
di un abbraccio virtuale.

Gatto bianco, gatto grigio
uno sguardo che si posa
e la vita, generosa, mi regala
la visione di due gatti
che improvvisano un corteo
sullo stretto cornicione
nella lunga recinzione
di un cortile.

Dalle mie mani aperte sgorgano

Dalle mie mani aperte sgorgano
sottili radici come capelli di legni ritorti
si stendono e si separano e si ricongiungono
filamenti indecisi che si agitano in un’inezia.
Si elevano rigogliose le tue braccia
sono rami verdeggianti, sono selva;
una moltitudine di specie arboree le tue ciglia
sono lecci, sono querce, sono allori.
Ho piantato bulbi e tuberi nelle tue rotule,
li ho fissati con forza, li abbevero con liquido mio
vorrei che vi nascessero tulipani rossi e giacinti bianchi
perché io sono l’ Olanda e le mie gambe sono campi in fiore
sono steli nuovi che ondeggiano in danze di colori.
La tua schiena è un mosaico di schegge preziose
di topazi, di smeraldi, di lapislazzuli
tutte disposte a formare un disegno finito.
Lì, io v’intravedo un occhio che mi fissa
un accenno di sorriso, il tuo piccolo naso.
Saresti una compiutezza, saresti un cosmo
se non fosse per quei piccoli grumi di parole cagliate
e certi strani silenzi a forma di ragno
che vi si aprono a spezzare la perfezione
e a ripensarti disegno incompiuto.

Visione circolare dell’infinito spazio circolare

Ricordo bene lo spazio circolare
distanti erano i pianeti e puntini le stelle.
Qualcuno aveva steso nell’infinito nero
un filo senza fine, circolare,
e noi, mollette per la biancheria,
ci stavamo mollemente appesi.
Ricordo bene che noi eravamo noi
ma che solo l’idea di noi nel vuoto circolava.
Larve trasparenti appiccicate al filo
in un equilibrio piuttosto circolare
senza braccia e senza mani ondeggiavamo
senza mai cadere nel circolare vuoto.
Piccole lumache azzurre senza guscio
senza occhi guardavamo con stupore
quell’infinito circolare nulla
che sempre circolare ci accerchiava
e ci reggeva nell’infinito spazio
divino e come sempre circolare.

Se la circostanza circostanziata

Se la circostanza circostanziata
fu precisa e particolareggiata troppo
mi sconvolse la moltitudine uscente
dalla carreggiata solita e confusa.
La nostra meta è la destinazione ultima
è la residenza assegnataci
da un casellante sbadato che non vide
che il treno era passato e non fischiò
e non disse la consueta frase
che sempre si dice in questi casi e cioè:
“Signori si parte, tutti in carrozza.”
Col cappello nero, la fascia rossa
capostazione dal fischio distratto
da altre occupazioni o da un torpore
spento che lo prese proprio quando
cadeva il pomeriggio in quella strana
primavera, che ronzavano le mosche
nella vecchia stazione puzzolente
di piscio sfatto, non disse niente,
alzò la testa, si tolse il cappello,
sputò in aria e tornò a dormire.
E noi restammo là, con le valigie inutili
a sognare un lungo lungo treno.

Però a volerlo dire proprio esatto

Però a volerlo dire proprio esatto
non è che mi piaccia molto
il verso della gazza, la sento stamattina
gracidare ma non capisco cosa voglia dire
però la invidio e l’invidio nel suo volo
perché non deve cucinare per il pranzo
– ci metto l’aglio e pure un po’ di sale –
così mi viene in mente il catechismo
con don Giuseppe e la sua tonaca corvina
(che nel colore trovo somigliante)
che ci diceva con un’aria molto seria:
gli uccelli che volano nel cielo
non stanno a preoccuparsi
del domani. Dov’è il mio futuro don Giuseppe?
E’ in questo cielo chiaro? E’ in questo cielo netto?
Forse domani sarò una gazza anch’io?

Non sono tante le cose che so

Non sono tante le cose che so.
So che le cornacchie tornano sempre
dove hanno trovato cibo, e gli scarafaggi, anche.
So che nella mia testa stanotte passeggiavano
pidocchi, appena nati.
So che dove c’è fame e povertà c’è anche la paura
di non riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena.
So cosa mangerò oggi perché l’ho preparato
cosce di pollo, parfait d’amore di mandorle amare.
So che mi farà male. Mi hanno detto cosa sono
i settenari, non i sette nani, i settenari,
sapevo dei sette re di Roma e dei sette vizi capitali
che sette sono le note e solo tre le virtù teologali
ricordo il settimino di mia madre, un cassetto
per ogni giorno della settimana.
So che sette sono i giorni d’ogni settimana
e che ogni giorno bisogna pur mangiare.
Credo che più o meno siano sette le cose che so.

Considero Parigi in modo rapido

Considero Parigi in modo rapido
intinta in avorio di palazzi
pondero i viaggi che avrei voluto fare
stretta a Prevert con le sue foglie morte.
Fra ali di gente e margini di crocchi
fra ciglia e orli agguanto le parole
accenti strani e orientali occhi
in quella place che sognai di notte.
E poi balocca gioconda con la bocca
mima languori finge sfinitezze
trabocca a trecce nella capigliatura
e con le nari mi soffia vento e sorte.
Considero Parigi in modo strano
nelle folies bergere e nei bistrot
in quel museo che visitai di notte
en rond danzai su un ponte ad Avignon.

(4.8.05)

Oh, no, questa volta non tocca a noi
abbiamo già preso a piene mani spilli ed aghi
li abbiamo infilati nei nostri corpi, in fondo
e poi in fondo, fino a sanguinare, fino all’anemia,
corone ci hanno dato e di flagelli, sette, come
quelli che leggemmo nella bibbia che trovammo nel cassetto
all’albergo genovese. Ricordi le lenzuola
erano ruvide e ci piagammo i piedi
a camminare e lo pagammo caro
quella volta il prezzo, ma zitti e muti
non ci rifiutammo, ora non possiamo
ci hanno già dato e ci hanno già levato.

(6.8.05)

Se non t’avessi sottinteso
dell’esplosione minima interiore
ma che valse una vita
se è valsa la vita
se non l’avessi tenuta nascosta
in me custodita, celata
a me stessa negata
se non l’avessi ora sapresti
di quanta evidenza sei stato
nell’incrocio fra Via Risorgimento
e l’incomprensibile buio.

(11.8.05)

Quando arrivi e spalanchi il giorno
con falcate ti faccio un caffè
nella vecchia macchinetta
usando polvere scura come terra grassa
(ti ripeti in testa che stai bene
poi sorridi e mi dai un bacio)
abbiamo abbassato la tenda al sole
oggi letto il giornale
niente dice di noi, non fa notizia,
non è una novità che io e te teniamo
una nota in alto da trent’anni
e ancora il mondo è blu come la canzone.

(12.8.05)

Mio amore ti scriverei una lettera se sapessi
e cercherei parole adatte nel vocabolario
che mi comprò mia madre nel sessantatre
parole strambe parole mai sentite
non quelle lise e troppo consumate
perché tu mai ti logorasti nelle ore
e nei giorni che mi condussero al confine.
Mio amore antico, marito e padre,
uomo carrubo, albero del pane
ti canterei canzoni se sapessi.

***

Da A forza fui precipizio – Edizioni Lietocolle, 2005

L’idea della fine e della parola ultima pervade questa raccolta, ma non è un concetto conclusivo, quanto un sentimento che rincuora e acutizza di senso l’oggi, il presente.
La leggerezza e la pesantezza, l’acqua e la pietra, sono presenti nello stesso tempo, nello stesso attimo a indicarci come il cammino possa variare le sue potenzialità a seconda della riflessione che si compie su di esso, come solo una poesia matura e pronta sa fare.
(dalla prefazione di Anna Toscano)

Quando questo mio andare si compirà
il capo si svolgerà all’indietro
nei capelli si scioglieranno i nodi
polveri si solleveranno al vento
che a spirali nei luoghi designati
soffia dove nessuno è identico
dove saremo come piume d’ali
appartenenti allo stesso uccello.
Io non ci sarò a vedere cosa è stato
del mio guardaroba e della scarpiera
quando mi aprirete i cassetti
e sfoglierete le pagine spesse;

dove mi spalancheranno gli armadi
senza vergogna si allargheranno
gli spazi segreti e gli antichi lini
che ho ricamato a fasi alterne
e vi chiederete perché comprai
un maglione a righe arcobaleno
e a tinta a tinta lo coltivai
quando già vestivo a lutto.
Figli miei non so se capirete
ma non disfatelo a fili a fili
perché è un patto senza tempo
è un accordo di placenta
fra me e voi voluto
come un legato occorso.

*

Allora restammo fermi
a guardare il nostro aereo fasullo
e, convinti, ci dicemmo che non poteva reggere:
non può volare per sempre un aereo di carta!
La razionalità distrugge i sogni,
disfa le ore e il tempo,
come le foglie l’autunno inoltrato
fanno precipitare gli aerei.
Aerei fittizi, costruiti con fantasie
che vorremmo volassero,
fino a raggiungere l’astro
a cui aspiriamo.
Le abitudini sono gli abbagli
gli inganni consueti
del nostro accidioso vivere
che lente, ci guastano.
Dove trovare il coraggio di volare?
E dove la nostra esatta rotta?
Dove il nostro tempo?

***

Da “I morti non sono nervosi” – Feaci Edizioni

La poesia della Pizzo emerge da uno sfondo di divenire e di morte, alla ricerca di un orizzonte simbolico capace di dare senso all’insignificanza della morte (si veda la nostra presentazione di A forza fui precipizio, edito da Lietocolle). Poi, intorno a questo nucleo centrale si dispongono altri elementi (lo stile ad esempio, l’ironia contro-fobica, la forza descrittiva delle immagini, la parabola sognata, la ripresa – in questo caso di Dante – e altro ancora); ma l’elemento centrale resta sempre questa ossessione del pensiero della morte, che in alcuni tratti sembra riecheggiare un certo gusto medioevale (si pensi ai Carmina Burana) o certe iconografie barocche o manieriste.
L’insieme ha indubbiamente un forte carattere: questa raccolta, più ancora di A forza fui precipizio, ha infatti una costante caratteriale (decisione, tagli netti, forte emotività, incisività, forza intellettuale) che trova riscontro anche nello stile (pulito, preciso, capace di condurre con autorevolezza il lettore nel suo orizzonte tematico); e questo risultato non deriva soltanto dalla coesione tematica (inevitabile, data la rilevanza e la centralità ossessiva del pensiero della morte) ma anche, e lo si vede dall’eloquio, da una capacità ormai solida di “pensare nel linguaggio della poesia” (della sua poesia ovviamente), ossia nella raggiunta maturità di uno stile personale – nel senso che è stato scelto, pensato, psicologicamente accolto e deciso. Il che significa che (questa è la mia impressione) con questo linguaggio e con questo stile la Pizzo chiude una stagione creativa caratterizzata però anche da una ricerca stilistica e ne apre un’altra, nella quale l’attenzione di decentra dalla forma, ormai acquisita e decisa, e si concentra sul tema.
Gianmario Lucini

Uomini testa braccia gambe corpo fili
uomini scatola legata contenente
stanotte mi sono arrampicata assieme ad altra gente
sul lobo stretto di un orecchio grande
salivamo uno davanti e gli altri a seguitare.

Nessuno sapeva dire come
come tornare indietro, come capire
e perché frotte di gente di diversa stirpe
ci veniva incontro e ci impediva il flusso.

E’ questo l’inferno?

L’albergo in stile Luigi sedici
la porta e una chiave barocca
e nella stanza un comodino pomposo
e nel comodino un cassetto dorato
e nel cassetto un santino merlettato
di un vescovo morto a novant’anni.

Monsignore – c’era scritto – preghi per me che ho molto peccato.

La bambina dai tratti di zingara era dietro un cancello.

Sono senza madre – disse al bambino che la portò via.

Gli adulti e piccoli saranno divisi?

Perché visiti la mia bocca? I miei denti non erano marci.
Perché mi spezzi i molari e mi frantumi i canini?
Ora non potrò più mangiare.
Le mia labbra sono vuote come incarto di caramelle
nella mia lingua un tubo incatramato
e tappeti di canapa nera sopra stesi.

Visitai nel dopo pranzo in sogno
il luogo delle mie memorie
e mi parve un paese fantasma
simile a Pompei
però non era tutto bruciato
era solo un misero paese rifiutato.
Dentro gli edifici c’erano le stanze
e dentro le stanze
grovigli e limature
e nella polvere c’era poca luce.
Tutti quegli uomini che parlavano fra loro
che gesticolavano e sorridevano
che si arrabbiavano e sbraitavano
tutti quegli uomini diversi
con abiti diversi, di diversa taglia
di diverso colore
e pensieri diversi, e amori diversi
e paure diverse, e figli diversi
e case diverse
tutti quegli uomini diversi
che sembravano diversi
e forse erano diversi ma io mi chiesi
se io esisto, se loro esistono
se tutto ciò non è e non sia stato
solo un’apparenza.

Nei giorni che mi condussero al confine. (II)

15 pensieri riguardo “Nei giorni che mi condussero al confine – Antonella PIZZO”

  1. splendida antologia, spesso struggente…antonella è una artista (usiamo questo termine) che mi emoziona veramente, fino all’anima. Parla di ciò che vive e soffre davvero, non infinge, non gioca con le parole, reagisce e mette in azione una lingua “naturale”, fatta per capire e farsi capire, per gestire anche ironicamente una realtà che a volte appare non significante e a volte terribile, una poesia insieme territoriale e icastica (una Sicilia che vedi) e universale (da Jacopo da Lentini o Cielo d’Alcamo a Guenter Grass, potremmo azzardare)…Insomma, molto ci sarebbe da dire sul lavoro di Antonella. E in questo caso limitarsi a dire che mi piace ha non poche giustificazioni…
    un caro saluto
    Giacomo

  2. Una acquisizione della poesia di inizio millennio, questa. Parla da sola. Tanto di cappello.

    Insieme alla Zuccaro, un poeta memorabile.

    Grazie e forza!

    P.S. “C’è un bug nel sistema” mi pare girare su “Metodo” di Cornacchia.

  3. Sposo in pieno la considerazione di Ungaretti citata, con pertinenza, da Giorgio.
    Condivido anche le capacità di universalizzare che legge Giacomo Cerrai nell’intensa poesia di Antonella Pizzo.

    Un caro saluto
    Antonio

  4. Purtroppo ho problemi di connessione che mi impediscono di seguire, come vorrei, questo e gli altri threads. Mi dispiace.

    Qualora qualche commento non comparisse subito, è solo perché momentaneamente bloccato dagli imprescrutabili disegni della macchina.

    Buon proseguimento e un caro saluto a tutti gli intervenuti degli ultimi due-tre giorni.

    fm

  5. A una prima lettura a caldo di questi testi colpisce l’intensa musicalità.
    Come se con l’altissimo prezzo pagato con il dolore, si aprisse un’immensa voragine di canto, che avvolge tutto e tutti.

  6. anche io condivido la citazione.
    bello questo percorso che proponi, francesco.
    e seguire il divenire dei testi e dell’artista, come è Antonella.
    una poesia densa, scrittura vera, da nutrirsene.
    francesco t.

  7. la poesia di Antonella, segnata da una insanabile ferita, ha nell’urgenza della parola la sua forza primordiale , quasi una piena che travalica in gorghi e scarti il limite tra l’esserci e l’assenza, un corpo a corpo continuo con la realtà nuda dove s’infrange ma mai si arrende il canto, persino quando diventa un salmo di dolore, Viola

  8. Una gioia ritrovarti, Antonella, e una ridda di emozioni e turbamenti in quest’alta poesia, arcaica e attualissima. Traspare, specie nei testi ‘in lingua’, la tragedia classica, l’adesione al dolore sofferto da una millenaria e nobile civiltà che comunque non vuole piegarsi al sopruso e alla violenta volgarità del potere. Sublime, poi, l’andamento dei versi che sono vero e proprio ‘Canto’. Emozionante. Con affetto e stima.

    mirko

  9. ringrazio francesco per avermi costretta a cercare nel caos del mio pc i miei primi segni, i primi segni della mia follia poetica :-) se mai dopo morta dovessi diventare famosa penso che non riuscirebbero a ricostruire la “mia opera” tanta è la confusione, così tanta che io stessa non riesco a capacitarmi, al punto che certe volte trovo delle poesie che ho scritto e che avevo dimenticato d’aver scritto, ma poichè tale ipotesi è assurda e irrealizzabile il problema dell’ordine non si pone. mi dispiace che francesco non ci sia, lui si sarebbe occupato di rispondere ai vostri commenti meglio di come so fare io. come ho detto in altri luoghi, e qui ripeto, ho sempre molto imbarazzo a parlare dei miei testi. alcune di queste poesie però le ricordo bene e per queste non si applica la questione espressa prima, quella di non ricordare i miei testi, mi riferisco alla prima, alla vita in parallassi (che penso piaccia molto a giacomo di ellisse :-) e alla poesia se ti incontro che sta lì bella sistemata e vi resterà anche dopo la mia morte che le cose e gli oggetti ci sopravvivono. la mia è una poesia spontanea, poesia naif. spiegare da dove viene e cosa ho inteso dire non riesco e non mi va. io scrivo e basta, altro non mi viene e non so fare, altrimenti parlerei, teorizzerei, invece faccio e basta. siete stati tutti molto gentili e cari per esservi soffermati sui miei testi. Di cuore vi ringrazio tutti, che Dio vi benedica. Caramente vostra poetessa oggi sì domani chissà antonella

  10. Ringrazio tutti per i commenti e per le preziose note: quelle che, sempre, ogni lettura lascia risuonare, quando si fa attenzione alla voce dell’altro che dalla scrittura ci si offre e ci parla.

    Se necessità e libertà concorrono a guidare la parola nel suo farsi corpo segnico, questo itinerario ci permette di osservare da vicino la tensione intrinseca di un dire che, nel breve volgere di pochissimi anni, ha saputo, quasi per naturale “vocazione”, organizzarsi con estrema forza in forma di poetica granitica, gelosa custode del fuoco che la anima e del territorio che, di tappa in tappa, viene scoprendo e rappresentando, prima di tutto, allo sguardo interiore di chi scrive e che, spesso, in tanti testi, è il primo attonito spettatore della metamorfosi che si declina sulla pagina.

    Ancora più sorprendente appare, a riguardare tutto il percorso fin qui fatto, la grande maturità stilistica raggiunta nelle ultime prove: una padronanza della propria voce, in tutti i suoi timbri e i suoi registri, in tutta la sua estensione e i suoi colori, che rende l’autrice capace di generare degli apparati polifonici pur rimanendo nello spazio visivo/uditivo dell’auscultazione di poche reiterate note. La maestria è tutta nel cavare suoni/visioni inattesi da ciò che, fino a un attimo prima, si credeva ampiamente noto, conosciuto, sperimentato. Che è, esattamente, quello che la poesia fa sempre: quando è grande poesia.

    Sulla “immensa voragine di canto” e sulle sue ragioni profonde, (in)udibili, verte anche la nota che ho premesso alla seconda parte di questo post, che leggerete tra qualche giorno.

    Grazie ancora a tutti, a iniziare dalla nostra ospite.

    fm

  11. non è leggendo che si oltre-passa quel labile confine che la vita invece, con crudezza plastica ci strappa dall’osso e lo scaglia avanti a noi d un PASSO: come se ci fosse possibile raggiungerla. lei là, già nell’altrove, visibile solo quando ci tocchiamo la cassa dei ricordi, dei riordini interiori e ancora abbiamo difficoltà a districarci delle tante erbe spinose che ci saltano addosso, vive, più vive di noi. La raccolta di Antonella ha la lucidità e la passione della terra e del mare, quando il cielo ci rovescia dentro i destini di tutti. davvero una forza non domabile, ti entra e ti cattura, non puoi fingere di non sentirla e, alla fine, si siede accanto a te, e attende che tu le dica. BELLISSIMA VOCE.Grazie ,ferni

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