Le streghe s’arrotano le dentiere – Luigi DI RUSCIO

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Da: Luigi Di Ruscio, Le streghe s’arrotano le dentiere, introduzione di Salvatore Quasimodo, Marotta Editori, 1966 (integralmente ristampato in Poesia Italiana E-book, Biagio Cepollaro E-dizioni, Milano)

 

Vivere è una lotta con i mostri
nel profondo del cuore e del cervello
scrivere è tenere
giudizio finale contro se stessi.

(Henrik Ibsen)

 

Per la gatta in calore
le cavalcate dei gatti sopra i tetti
e l’allegria cancella le crepe delle case
la luna è insieme ai canti dei galli
il fischiare è questo voler ammutire i cani
che abbaiano e si agitano come volessero addentare
il vento di questa notte che porta l’odore della cagna
la luna passa tra le nubi e dà la luce a occhiate
e cosa dovrei decidere in quest’ora di notte
che non giunge mai al suo termine
i pensieri s’attaccano ai muri e alle pietre
le streghe s’arrotano le dentiere sopra i tetti.

 

*

 

Vincent Van Gogh

Il tuo ritratto brulicante di tutti gli umori terreni
urla ancora ad ogni passaggio d’uomo
per te riconosciamo dove volano i corvi
dove il mietitore castra l’ardente della vita.

 

*

 

A Rocco Scotellaro

Ora a gara le riviste specializzate
gli editori di grido stampano le tue cose
nei giornali di lusso gira la colletta
per far vivere in pace la tua famiglia
ti daranno il premio Viareggio 54
critici illustri ti glorieranno
come l’unica voce di questi anni della titubanza
ed io come tutti ora che sei morto
che non ricevi più quello che di giusto ti spettava
metto su quattro parole di debolezza in tuo nome.

 

*

 

La costruzione sale
contando le centinaia di caldarelle
montate sulla mia spalla
ogni mattone ha raspato sulle mie mani
ogni mattone ha raspato le dita del muratore
che sputa tra le pietre
che fuma senza posare la cicca lavorando
e bruciarsi le labbra
con acqua amara per arrestare sudore
ogni palmo di mura ha una bestemmia
ogni palmo di scialbo ha la schiena di mio padre
l’acqua che ci ha bagnato è sudore umano
sudore umano tutte le mura che vedi.

 

*

 

Dicono che per empire le fondazioni
prima del bitume occorre metterci un’anima
al posto del gatto ci metterebbero
quello che ha la voce da donna
e si lagna perché la moglie non s’ingravida
e alzare la pala piena gli spezza le braccia
e parlare per lui è uno sforzo troppo forte
le parole le finisce con un gesto monco
o con un giro degli occhi
se parla chi lo ascolta ride
trova sottintesi ridicoli alle parole storpiate
solo se si ubriaca parla spedito con la voce da donna
e protesta con un giro di frasi che rifanno in falsetto
quando gli rinfacciano che è stato riformato
e chi non è buono per il re
non è buono neppure per la regina.

 

*

 

Si dice che per conoscere il futuro
occorre far patti con gli angeli o col diavolo
e lui che ha avuto la paralisi infantile alla parte destra
e la faccia porta storta
deve aver fatto il patto col diavolo
e nel palazzo degli sfrattati dove abita
fora le biciclette stacca i fili della luce
e quasi nessuno va più a trovarlo per farsi leggere le linee della mano]
così per vivere porta l’acqua in un cantiere del governo
nei primi giorni per leggere le mani
raccontava storie del maligno che l’assale
e delle forze che lo proteggono
cosi è stato tentato come tentarono Cristo
-fai empire le fondazioni da loro
dicci come si fa a vendere l’anima –
e non parla più di magìa
parla della vita che lo ha massacrato
e si lagna quando cammina sfiancato con i brocchetti dell’acqua
nella strada che nasce tra i granturchi.

 

*

 

Ha un numero di anni che non si contano
perché per il cantiere non si può passare i sessanta anni
e lui deve aver falsificato le carte
ha fatto la guerra mondiale d’ardito
e racconta la vita degli assalti
come prendere le donne o i fiaschi di vino
lasciando sui tavoli al posto dei soldi le bombe a mano
e l’Africa ha avuto la sua fatica e la sua guerra
e tutto racconta del sole e del vento
e per ogni cosa dà la sua sentenza
parla con calma e il vino comincia a lasciarlo da parte
perché dice che vuol fare la nuova guerra
e non prende pensione perché in guerra non si
mettono marchette
e per rimanere invalido occorre avere fortuna
trovare un proiettile savio che spacchi qualche osso
ma non è una fortuna che capiti a tutti
e la fortuna l’ha persa tutta nascendo.

 

*

 

Il suo lavoro è l’offerta necessaria di ogni giorno
a un Dio incomprensibile e insaziabile
la sua vita è tutta in questa offerta e forse ne gode
e ne godrà sino all’ultimo giorno della stanchezza
per lui il contadino ha piantato la vigna
ogni anno per lui fermenta nuovo vino
cosi ogni giorno riceve l’offerta migliore
ed eccolo tutto nel dondolio delle case
in leggerezza nuova che esplode in ira o in gioia
terra fatta da questi uomini che aspettano l’ultimo incontro
l’ultimo sacramento l’ultima offerta sopra l’offerta di tutta la vita
il mattone la rena la breccia tutto caricato sulla sua spalla
per la costruzione delle case picene dai colori teneri
disseminate sui colli che danno basso vino
o sui piani che danno letto a brevi fiumi
tutte le ore della sua vita ammucchiate inesorabili
come la breccia che il fiume ammucchia alla foce
e il mare e gli uomini lambiscono in un gioco instancabile.

 

*

 

La neve ha ricoperto le putrefazioni dell’autunno
lucida appare al sole la terra
il sole che faticosamente arranca
ogni giorno in giri più alti
dall’orizzonte vaga il gelido vento del nord
e ride tra le fronde degli abeti
questo inverno dovrebbe essere più lungo
prepararci ancora agli splendori della primavera
il contadino armato delle lunghe forbici
ha già tagliato i rami inutili
s’aprono i semi nella terra.

 

*

 

Il suo ventre aspetta solo di rimanere pieno
i seni di gonfiarsi di latte
sente la pena della terra colpita dall’arsura
la pena delle piante vive colpite dal gelo
e s’incanta quando vede i fuochi delle feste rompere il cielo
e seria cammina nella piazza col fidanzato
che vorrebbe troppo spendere nell’unica festa di un anno
la sua vita è sazia in questo giro di terre e d’animali
provenienze e spiegazioni stanno già scritte tutte nel suo cielo
e con onore vive la sua vita
che tiene come quando porta ad abbeverare le bestie
tenendole ben salde con la corda del morso
che rinserra la narice nera.

 

*

 

In questa strada ho cercato le prime parole
visto l’elmetto tedesco e gli scoppi delle bombe
case sventrate e notti sommerse nella paura
le immagini delle madonne trafitte
e cristi spaventosi gessi macchiati di sangue
le dure popolari di mio padre e brillava la marca rossa
l’affanno che colpiva la mia gola la stretta nausea
sono cresciuto tra queste mura che s’alzano murate con la terra
coll’erba murana che s’arrampica sulle screpolature
con i cardi sui cigli delle strade
dove camminava una morte tedesca o alleata
e non vi era neppure il tempo per piangerli i morti
e l’oscura fede che si faceva materiale
al fischio clandestino di bandiera rossa.

 

*

 

Qua mai un uomo ha incontrato un altro uomo tutto è murato in un unico gesto]
muti oggetti che ricompaiono per riscomparire di nuovo
ogni parola è la stessa parola
ogni figura è la condanna dell’altra
quale cottimista ossesso continua a fabbricarvi
quale delirio crea la ripetizione della stessa figura
da dove sono usciti uguali sino allo spasimo
come sarà scelto chi sarà il perduto chi sarà il salvato
quale sottilissimo potrà dividervi
e guardarvi come fosse possibile trovare nei vostri passi
qualcosa che riecheggi lontane scoperte
girare in questo mondo dove ogni sputata deve avere l’approvazione]
imparare a ricercare nei tram il posto più lontano
da quello che dovrebbe essere il mio prossimo
ho imparato a murare la bocca come una ferita
a spiare sulle fessure delle vostre facce.

 

*

 

Ovunque l’ultimo
per questa razza orribile di primi
ultimo nella sua terra a mille lire a giornata
ultimo in questa nuova terra
per la sua voce italiana
ultimo ad odiare
e l’odio di quest’uomo vi marca tutti
schiodato e crocifisso in ogni ora
dannato per un mondo di dannati.

 

*

 

Otto ore moltiplicate per tutta la vita
che copre il coraggio degli eroi e di tutti i santi
uomini intercambiabili e danzanti
uomini per la costruzione della macchina
la macchina è l’anima nostra
nel cartellino delle timbrate sono le date della nostra storia
la produzione è il diario nostro
che raspa su tutte le coperture pagliaccesche
tutta l’anima nostra tra quattro mura rivoltanti
dove l’Iddio del duemila crepa perpetuamente e perpetuamente rinasce]
ogni nostro giorno per questo Iddio che è voce nostra
il Dio che è nelle nostre mani
il Dio fresato e saldato ogni giorno
e non vi è nulla di più incantato di quando questo furore s’arresta
colta da paralisi mortale la macchina ferma mammut scannato
lo sciopero votato nelle riunioni dei sindacati
s’è arrestato l’Iddio e il suo manovratore e la terra trema
la fabbrica ferma butta sulla terra il terrore dell’ultimo giudizio
e se oggi timbrare è il verbo
sulle teste vostre è sospeso il giorno della vittoria nostra
per questo giorno viventi viventi per questa attesa.

 

*

 

Settimana santa

I sacerdoti sudano nei riti
dei crocifissi coperti dal panno viola
perché in ordine si giunga al giorno
che i simboli saranno scoperti
la lancia la canna con la spugna e la corona seccata
i costati trafitti le fronti che scolano sangue
dentro le teche di vetro sigillate
i piselli e le fave saranno aperte
i diti passeranno sulle pareti a sgranare i globuli lucidi
e gli odori acuti dei vegetali
inizieranno le capriole dei fanciulli sui campi d’avena
la mandorla nuova inonderà la bocca d’aspro
le campane legate si apriranno sabato impazzite
coglieranno fasci rossi di tulipani
dai campi di grano di un verde che accieca
tutta aperta la natura e felice la ragazza che oggi scopre
la nuova peluria e il sangue della prima mestruazione
il ragazzo ha colto il ciuffo più alto d’avena
e prepara i cappi per la lucertola
che metterà fuori la testa dalle buche dei muri
nulla di più delicato e preciso
del gesto di chi si apposta sulla tana
a cogliere l’animale mostruoso
la nera serpe d’acqua sui fossi
sinuosi movimenti crea e ghermirà il rospo
tra poco empiranno le bottiglie d’acqua di girini
e schermato dal sole vedranno questo pieno di vita
in ampi giri la terra volge il tempo
per una vita che si salva innumerevoli sono le vite perdute
e chi si salva si salva per tutti
i moscondori saranno legati in leggeri fili
e voleranno ordinati intorno al tuo capo.

 

*

 

Sopra la fontana del palazzo arcivescovile

Poche cose ho gustato come bere quest’acqua di notte
sentire la materia che scioglie il torpore e pulisce la bocca
la lingua colpita dal freddo improvviso si dibatte tra i denti
e sapori di zolfi e d’inferni rimangono attaccati nella gola
negli anni dell’infanzia allo svegliarmi dopo furibondi sonni
le palpebre rimanevano attaccate incollate dalla materia gialla
mia nonna prendeva quell’acqua a sciogliere la cecità del risveglio

l’occhio ora s’alza limpido sarà perché dicono
— chi beve quest’acqua vedrà sempre chiaro —
lo sbruffone esce da una bocca di una testa di pietra
un muso d’assiro con occhi come uova d’oca
capelli simmetrici in boccoli donneschi
la faccia dell’enigma quando chino sotto quella faccia di pietra
faccio la mia bevuta notturna
tra le case patrizie silenziose come covi di ladri
fontana attaccata al muro enorme del palazzo arcivescovile
cogli archivi di tutti i peccati
e pene da scontare per tutti gli uomini
nel mio paese prima che muoia un vescovo crepano cinque papi
scaraventati governi lapidi fracassate
la notte ha lo stesso volto impassibile
e la fontana di vena butta col suo stesso calmo scorrere
i vecchi dicevano che era l’acqua dei diavoli
a gonfiare la fontana dell’occhio sano
in questa terra ogni pietra caca la sua storia
la fontana piscia la sua acqua
e la testa mia vi naviga
in questo agosto di ritorni feriali
d’aclassati come mendicanti
di leccatori di pietre illustri.

*

16 pensieri riguardo “Le streghe s’arrotano le dentiere – Luigi DI RUSCIO”

  1. A tratti l’eco di Quasimodo, più spesso vite di dolore, ritratti di poveri cristi.
    “Ho imparato a murare la bocca come una ferita” dice il poeta, per un metabolismo silenzioso della parola che ha consentito, alla fine, di sprigionare il canto, di dare voce agli ultimi. Il lessico è capace di sorprese improvvise (‘le streghe s’arrotano le dentiere sopra i tetti’, ‘la macchina ferma mammut scannato’, ‘i moscondori saranno legati in leggeri fili’), di minimi sguardi, ma quel che più caratterizza queste poesie è la grandezza delle metafore e il fuoco della denuncia.

    Antonio

  2. Dalla fatica del lavoro alla fatica del vivere – e lo sguardo dell’uomo e del poeta che ne rivela la dignità: giustamente questi testi tra i “capolavori dimenticati”.

  3. ogni volta una conferma della grandezza (che è più che bravura) di Luigi Lo Ruscio.
    Speriamo che tutti questi capolavori non restino dimenticati.

    Francesco t.

  4. Più che dimenticati, direi ignorati . Ignorati dalla “cultura ufficiale”; quella che consacra, a volte, autori pressoché inesistenti e getta nel cestino la poesia.

    Di Ruscio ha comunque un seguito di estimatori, pur patendo il destino di chi scrive fuori dai canoni: con le sue poesie irriverenti e la sua straordinaria ironia non può che collocarsi “fuori”. E oltre.
    liliana

  5. La fatica del lavoro e la fatica del vivere. Una fragilità e disumanità(storie ordinarie) messa a nudo impietosamente, senza velature. La poesia come riscatto e risorsa nei confronti di una condizione altrimenti insopportabile.

  6. direi che è riduttivo etichettare quella che considero come tra le più grandi poetiche della contemporaneità (e non solo) con l’appellativo di “poesia operaia”. Certo, Di Ruscio ‘canta’ e innalza quella parte di umanità subalterna alla ferocia del potere, ai suoi perversi meccanismi di sfruttamento delle risorse e del lavoro; ma lo fa con un tratto poetico libero dai vincoli di un ‘genere’ proprio perché la sua scrittura spazia in una universalità temporale che la rende testimonianza sacrale attraverso l’elaborazione di un’epica che tuttavia nulla concede alla retorica del lavoro e della fatica vista spesso con l’occhio “benigno” del borghese.

    mirko servetti

  7. Sono perfettamente d’accordo sull’inutilità delle etichette, soprattutto quando ci si trova di fronte a un corpus poetico di tale valore.

    “Cultura operaia” è solo un tag e ha, dal mio punto di vista, un unico valore: quello di permettere una maggiore conoscenza dell’opera in questione, attraverso i motori di ricerca, anche a chi ne ignora l’esistenza.

    fm

  8. Avevo scritto un commento molto lungo ma mi ha scritto “stai scrivendo troppo forte, rallenta”. Cosa vuol dire Francesco?
    Vabbè, lo sapete quanto apprezzi Di Ruscio che trovo essere uno dei poeti più sottovalutati da certa critica e dall’editoria.
    Sappiamo putroppo quale logiche oggi siano imperanti.
    Per fortuna c’è il web che può far conoscere certi poeti che mai troveremmo sugli scaffali o nelle antologie.
    Grazie Francesco!

    P.S. Sì, ci vedremo il 27 salvo soprese…

  9. Luca, è la prima volta che sento una cosa del genere: ne so esattamente quanto te. Chiedo anch’io lumi, dunque, a chi, più esperto, saprà dirci, magari, se è uno “scherzo tecnico” (comunque di dubbio gusto) di internet; se è un tentativo di normalizzazione (comunque di pessimo gusto) operato da wordpress; oppure se si tratta delle prove generali di quanto ci aspetta a partire dalla settimana prossima (e allora è la fine, e non solo dei blog).

    Per quest’ultima evenienza, ad ogni modo, domani posterò la mia “fotografia” integrale, insieme all’indirizzo. Così non perdono tempo prezioso a “cercarmi”…

    fm

  10. Caro Francesco, a proposito di ‘potere’ e correlati ‘perversi meccanismi’, non mi stupirei di quanto paventi. Ecco una delle variegate risultanze (questo e altro, nel feroce campionario a disposizione) prodotte dalla democrazia di massa, da questo “migliore dei mondi possibili”. Non c’è che dire: la cosiddetta realtà riesce sempre, attraverso le sue epifanie, a creare quello stupore cui dovrebbe seguire quello sdegno catartico e risolutore. Ma…quando? Dobbiamo attendere che il lento e costante lavoro dell’entropia si definisca e si compia? In tal caso, non ne usciremo mai.
    A presto.

    mirko

  11. Sul fatto che certe risultanze, siano il prodotto della democrazia di massa in quanto tale si possono avanzare seri dubbi. E’ meglio considerare le forti, graduali e potenti influenze a cui la massa è sottoposta, nell’esercizio (limitato) della democrazia.

  12. per ‘democrazia di massa’ ( e dunque non di ‘popolo’, nella sua migliore accezione) intendo quella trista fenomenologia livellante e omologante già analizzata a suo tempo da pensatori della grandezza di McLuhan o Pier Paolo Pasolini. ‘Democrazia di massa’, nello specifico, risulta la forma più perfezionata e compiuta di ‘fascismo’. L’esercizio alla democrazia è un diritto che i popoli debbono guadagnare (conquistare) attraverso la lotta per l’emancipazione e l’autodeterminazione. Il resto è permissivismo concesso da un potere a struttura piramidale. Per quanto mi riguarda, non so che farmene.

    mirko

  13. Basta intendersi sui termini.Credo che le nostre posizioni siano abbastanza vicine. Nella storia l’esercizio della democrazia è maturato grazie a ciò che una parte del popolo ha saputo conquistare anche per la “massa”. A caldo mi viene da pensare all’interessamento di Pasolini per quelle masse, che non si è mai spento. Oggi come oggi è diventato difficile distinguere ciò che è stato concesso dall’alto ( semmai è più evidente ciò che viene tolto) e ciò che è stato conquistato. Stiamo attenti a non buttare con le acque sporche anche il bambino.

  14. La mia seconda raccolta “le streghe si arrotano le dentiere” fu scritta e continuamente riscritta dal 1953 sino al 1966. Negli anni 50 molte poesie sempre del mia seconda raccota furono pubblicate in “Realismo Lirico” di Aldo Capasso e 17 poesie, sempre della mia seconda raccolta, furono pubblicate nel numero del luglio 1958 della rivista “Il Contemporaneo” rivista diretta da Renato Guttuso, Carlo Salinari. Dimenticavo, una poesia sempre della mia seconda raccolta vinse un premio letterario nel 1953, presidente della giuria era Salvatore Quasimodo, la poesia è “la costruzione sale”. Luigi Di Ruscio

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