LEOPARDI e JABÈS (I) – di Alberto FOLIN

LA FIGURA DEL SILENZIO NELL’IMMAGINARIO MODERNO: LEOPARDI E JABÈS

Tratto da: Edmond Jabès. Alle frontiere della parola e del libro, cura e traduzione di Alberto Folin, Padova, Casa Editrice Il Poligrafo, “Saggi”, 1991 (Ed. orig.: Écrire le livre: autour d’Edmond Jabès, Seyssel, Editions Champ Vallon, 1989)

(Introduzione)

     Potrebbe sembrare strano che due scrittori così lontani tra loro nel tempo e nella formazione culturale, come Leopardi e Jabès, vengano posti a raffronto, in rapporto a una stessa «figura» ampiamente ricorrente nell’opera di ambedue, quale è quella del silenzio. Certo, un accostamento del genere è senz’altro indebito, qualora lo si intenda sul piano di una filiazione. Non esiste rapporto diretto tra l’opera di Jabès e quella di Leopardi, sia perché essi hanno attinto a fonti completamente diverse, sia perché – sul piano strettamente storiografico – essi vivono in aree differenti spazialmente e cronologicamente.

Leopardi – operante nel primo Ottocento – esprime il periodo di crisi delle certezze illuministiche, che subentra al fallimento della Rivoluzione francese e dei suoi ideali. La sua è una cultura materialista che affonda le radici più antiche nella tradizione del pensiero classico.

     Jabès raccoglie nella sua scrittura la domanda sull’Origine: una domanda che proviene dalla nostra contemporaneità, nella quale non più soltanto l’esperienza della Verità, ma anche quella del Negativo è divenuta problematica. Inoltre, la tradizione cui Jabès fa riferimento non è, o almeno non è solo, quella classica, bensì quella dell’umanesimo ebraico: dunque, una tradizione religiosa e teologicamente fondata.

     Apparentemente, allora, una grande distanza separa l’uno scrittore dall’altro. Eppure, se noi ci avviciniamo alla scrittura spogli di ogni pregiudizio storicistico e ideologico, ma aperti alle domande che provengono dall’opera, distaccandoci dalle categorie precostituite che inchiodano il libro al tempo e allo spazio; allora non solo riusciremo a percepire le analogie e le differenze che fanno del testo un’esperienza di pensiero, ma – soprattutto – favoriremo il costituirsi dell’opera come «luogo»: luogo del pensiero che si sottrae a ogni definizione temporale e spaziale, trasformandosi, infine, in ciò che essa effettivamente è: il non-luogo entro cui si raccoglie la domanda sul senso stesso dell’«epoca».

     Da questo punto di vista, certo, Leopardi e Jabès appaiono accomunati dalla medesima tensione conoscitiva: quella di voler cogliere, lontani da ogni ideologia, lo «Spirito del Tempo» attraverso un’interrogazione solitaria ed interiore, che fa del «libro» un’esperienza dell’essere e del nulla. Nell’uno e nell’altro la distruzione di ogni certezza è talmente radicale, che l’uomo – al di là di ogni umanesimo – appare infine nulla più che un movimento del linguaggio, il quale accenna nella direzione di un Altrove: di un «solido nulla», nel caso di Leopardi; di un visage d’autrui nel caso di Jabès.

     La domanda sull’Origine, intesa come luogo del Negativo, che accomuna questi due scrittori, contribuisce a collocarli in posizione simmetrica anche in rapporto a una possibile periodizzazione storica. Se Leopardi, infatti, può essere correttamente situato all’inizio della modernità – di cui interpreta in modo lungimirante la parabola – Jabès ne è l’esegeta del tramonto: e come, in un’epoca nella quale appariva vincente l’ipotesi «progressista», Leopardi opponeva un limpido pessimismo; così, oggi, nell’epoca del nihilismo «compiuto», Jabès sembra accennare nella direzione di un’«Aurora».

     Ora, è proprio l’analogia del modo con cui questi due pensatori si avvicinano alla scrittura, che ci porta ad un primo – non secondario – accostamento. E’ noto, infatti, che la sistemazione di Leopardi entro i tradizionali «generi letterari», è sempre stata, ed è tuttora, problematica. La problematicità consiste nel fatto che non è ancora ben chiaro se Leopardi debba essere considerato un poeta, un prosatore o un filosofo: oppure le tre cose insieme; e in che modo, in quest’ultimo caso, poesia e filosofia si integrino e dialoghino fra loro. Ma non è così, forse, anche per Jabès? Difficile dire se Jabès sia poeta o pensatore: se sia, ad un tempo, l’uno e l’altro; e questa difficoltà non concerne un mero esercizio di catalogazione, ma investe il senso stesso della scrittura jabesiana, il suo fondamento radicalmente interrogante:

     La poesia pensa all’interno della poesia, il pensiero invita a pensarvi attorno. Lampadario appeso al soffitto o faro che esplora il mare, poesia e pensiero sono al centro di ogni sopravvenienza.
Universo chiuso – profonda enclave – delle nostre credenze e incredulità. Solo nell’uscita c’è salvezza.

(Le Livre du Partage, Paris, Gallimard, 1987)

     L’andamento frammentario e aforistico della prosa dell’uno e dell’altro, assume l’opera come metafora di ciò che il libro – allo stesso modo dell’esistenza – non è: non è racconto, inteso come narrazione; non è dis-cursus, inteso come successione lineare di momenti storicamente fondati. La scelta di una scrittura frammentaria è dunque dettata da una necessità di pensiero: dire, nel dileguarsi della parola, come nel dileguarsi della scrittura, l’indicibile; dire ciò che non si può dire, ciò che sta prima di ogni atto di parola: dire, infine, quel silenzio che circonda la percezione uditiva e la rende possibile, allo stesso modo in cui l’invisibile rende possibile l’apparizione del presente, la sua immagine. E come in Jabès il deserto diviene il non-luogo in cui l’assenza di suono e l’assenza di immagine dischiudono all’Io la profondità di un ascolto e di uno sguardo autentici, inediti e inauditi, così in Leopardi il deserto si stende, oltre l’«ermo colle», al fine di rendere possibile la parola inaugurale: la domanda che il pastore rivolge alla luna (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia), «quegli infiniti silenzi» che si configurano nello spazio dell’immaginario interiore (L’Infinito), il nascere di una «lenta ginestra» tra le rovine disseminate della caducità (La ginestra), sono tutte «figure» che mirano a questo scopo fondamentale.

     Il negativo, ciò che preclude la vista e l’ascolto, è perciò parte fondamentale e costitutiva del fenomeno, dell’apparire del mondo in quanto puro apparire: questo negativo non potrà mai essere detto da una parola piena, argomentante e narrativa, poiché, in questo modo, esso si rovescerebbe in positivo, dissolvendo la possibilità stessa della cosa presente, del suo pervenire dal Nulla alla luce rischiarante del Tutto.

     Un accostamento di questi due autori – posti, come si è detto, uno all’inizio e l’altro alla fine dell’età moderna – può dunque aiutarci a scoprire quel «qualcosa» che noi già sempre siamo; può avvicinarci al senso profondo che percorre la nostra epoca e alle domande che la assillano, se è vero che un destino – qualunque destino – si profila nel momento della fine, e cioè in quello del suo svanire.

[continua…]

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8 pensieri riguardo “LEOPARDI e JABÈS (I) – di Alberto FOLIN”

  1. *”Al principio era la Parola” dicono diversi testi sacri sia indici che cristiani che africani; però la Parola non è il Principio. Il mistico aspira a questa questo principio della Parola. Questo Principio “anteriore” alla Parola (che era al Principio), ma non è separabile da essa. è il Silenzio.*
    da Raimon Panikkar, L’esperienza della vita. La mistica, Jaca Book,2005, un saluto, Viola

  2. *”Al principio era la Parola” dicono diversi testi sacri sia indici che cristiani che africani; però la Parola non è il Principio. Il mistico aspira a questo principio della Parola. Questo Principio “anteriore” alla Parola (che era al Principio), ma non è separabile da essa è il Silenzio.*
    da Raimon Panikkar, L’esperienza della vita. La mistica, Jaca Book,2005, un saluto, Viola
    (riposto senza refusi, almeno spero),V.

  3. Come vedete, c’è già la seconda parte. La settimana prossima, la terza.
    E’ un lavoro veramente suggestivo e ricco di spunti. Vi consiglio di rileggerlo, a “cose fatte”, nella sua interezza.

    fm

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