Un paese di santi, di poeti, di eroi e di stallieri

Terezin

“Perché sia chiaro, ora e sempre: di quelle ali,
voi non riuscirete mai a far tacere il battito.
E’ memoria fatta della stessa sostanza del vento.
Che riprende a soffiare ogni volta che lo si crede spento.
Ed è quel respiro irriducibile che vi seppellirà”.

L’Innominabile (carta d’identità numero P2/1816), uno degli esseri più osceni, immorali e impresentabili tra quelli partoriti negli ultimi trent’anni dal ventre marcio, perennemente gravido, di una nazione ormai senza più radici e senza futuro; proprio lui, il capo riconosciuto, acclarato e acclamato della banda bassotti – una tristissima corte dei miracoli stipata all’inverosimile di xenofobi, mafiosi, omofobi, fascisti, leghisti, crociati d’accatto, nani, ballerine, troie (masch./femm.) di regime, vecchie e nuove markette della carta stampata e della televisione – che si appresta ad estirpare definitivamente dalla memoria del paese anche l’ultimo barlume di convivenza civile e di valori democratici condivisi; l’Innominabile, dunque, ha finalmente illustrato, senza più alcuna possibilità di equivoci e di fraintendimenti, insieme alle già ben note credenziali, le linee generali del programma che attuerà nei prossimi anni.

Era ora, cazzo!!!

Basta con i verbosi almanacchi politici pieni zeppi di petizioni di principio, di distinguo, di architetture verbali prive di sostanza e di fondamento! Ecco: pochi articoli – due per la precisione – secchi e netti come rasoiate, senza sbavature e senza zone d’ombra, e via con la demolizione… E’ tempo, infatti, di raccogliere, una volta per sempre, i frutti del lavaggio, della rimozione e dell’espropriazione delle coscienze operato in decenni di indefessa dedizione al raggiungimento dell’obiettivo. A perenne memoria e gloria, tra una tartina al caviale e un vassoio di cannoli siciliani alla crema, del progetto seminale di Rinascita Nazionale ideato dal Venerabile e soltanto iniziato, per impedimenti di forza maggiore nella agognata prosecuzione, dal Grande Esiliato.

(E, vedrete, non mancherà l’occasione, ad occupazione manu militari avvenuta e completata, magari in un dibattito a reti unificate, per un significativo, pubblico ringraziamento agli autori del chirurgico intervento di autocastrazione, eseguito, come meglio non avrebbero saputo e potuto lui e i suoi più stretti collaboratori, da chi aveva il dovere etico, prima ancora che politico, di frapporre argini al tracimare di questa marea immonda e pestifera dalle cloache della storia: il pallidissimo liquidatore, in odore di cilicio e di benedizione apostolica, di un secolo e mezzo di lotte operaie, da una parte; e la vociante piccola congrega di aspiranti clowns, sedicenti depositari di una memoria di classe sempre più stinta e impresentabile nelle loro mani, perché tutti affeccendati, da tempo, a rincorrere accrediti per il palco centrale da un salotto televisivo all’altro.)

La sintesi del progetto? Geniale! In tutto degna di coloro che la sottoscriveranno:

1) Largo alla nuova figura professionale, l’unica in grado di rappresentare, sublimandole, insieme alle sempiterne, riciclabili categorie dei santi e dei poeti, le grandi virtù del paese: quella dello stalliere! Le faraoniche opere pubbliche venture, insieme a strade e piazze, ponti e stretti, musei e sagrati, saranno tutte dedicate a questo insonne eroe, ne porteranno il nome come un vessillo imperituro. Lo “stalliere“, quello d.o.c., forgiato e allevato nelle febbrili scuderie brianzole, ha, tra i tanti meriti – al di là della fedeltà assoluta alle consegne ricevute, vero marchio di fabbrica di chi esegue silenziosamente gli ordini – quello fondamentale di assicurare la quiete pubblica (cosa che già avviene, del resto, grazie ai vari mandatari e prototipi presenti in loco, in più della metà del territorio nazionale): in questo modo, e moltiplicando il numero degli aspiranti alla carica, sarà possibile utilizzare le forze preposte istituzionalmente in compiti ben più gravosi e importanti. Ad esempio: scortare le squadracce naziste, nella domenicale transumanza da uno stadio all’altro, badando alla loro sacrosanta incolumità; e, soprattutto, avranno modo, liberate da altre noiose incombenze, di allenarsi con costanza (lo sgombro dei campi nomadi è un ottimo esercizio) ed essere sempre pronte ad entrare in azione, quando si tratterà di massacrare chiunque entri, magari con un corteo pacifico, nelle erigende “zone rosse” (ce ne sarà una in ogni paese con più di quindicimila abitanti).

2) Centralità irrinunciabile della scuola (totalmente privatizzata e sponsorizzata ad hoc), vero pilastro di ogni ipotesi di progresso e di confessionale civiltà. Perché è fin troppo evidente, ormai, come decenni di pedagogia sovversiva, infiltrata nei programmi falsamente democratici di una istruzione pubblica miseramente aperta a tutti, abbiano portato il paese al degrado e provocato danni irreparabili a intere generazioni di mancati teleutenti e consumatori. Il popolo ha bisogno di essere amorevolmente guidato e reindirizzato, con un lavoro capillare che non può non passare attraverso un’opera di bonifica degli strumenti privilegiati della propaganda atea e giacobina: i libri di testo, a cominciare da quelli di storia! Siano fatte, dunque, giustizia e verità, e si ristabilisca, insieme all’ordine provvidenziale dei fatti, la loro retta interpretazione, cancellando le ignominiose invenzioni che continuano, purtroppo, a traviare tante giovani menti. Su tutte: la guerra di liberazione e la Resistenza, da cui sarebbe nata la repubblica; il pluralismo e la libertà di pensiero; i diritti del lavoro e delle donne; la laicità dello stato; l’esistenza della mafia e le sue collusioni con i potentati politico-economici; la democrazia, la sovranità popolare… Già, la democrazia, la sovranità popolare: perché questo è il vero nodo da sciogliere: e sarà sciolto. Finché non sarà per sempre chiaro che l’unica forma di democrazia possibile è tutta nella libertà, che generosamente sarà concessa, di eleggere un parlamento formato unicamente da membri già precedentemente scelti e designati. Da oggi sia questo il vero significato del termine: possibilità, alla quale si può sempre rinunciare (tanto, prima o poi, anche l’inutile e rituale formalità della scheda e della matita indelebile sarà solo un ricordo), di ratificare gli organigrammi predisposti alla bisogna: stallieri nei posti chiave compresi. E del resto, non funzionano così anche le aziende padronali?

Sintesi mirabile, non c’è che dire: un programma che è un vero vestito fatto su misura per un paese in stato di abdicazione permanente da se stesso e dalle proprie radici.

Che fare, allora?

Oggi, guardando i miei figli, ho deciso di mettere da parte, per un giorno, le convinzioni di una vita, i suggerimenti, di uguale segno, dell’istinto e della ragione, la voce della memoria e quella della mia storia personale: domani parteciperò al rito. E lo farò in loro nome e per loro conto. Solo per dire all’Innominabile e alla sua corte di servi che mi fanno schifo fin nel profondo delle viscere, perché sono la negazione di tutti i valori, le speranze, i sogni e gli ideali di un’intera esistenza. Che cosa potrei ancora insegnargli, di che cosa potrei continuare a parlargli, qualora sapessero che non ho gridato forte e chiaro il mio No a chi sta cercando di rubargli il futuro? A chi mira a strappargli la libertà di progettarlo secondo valori che siano tali perché condivisi, ben altro dal profitto, dalla merce, dal consumo, dalla negazione sistematica del diritto e delle diversità?

12 pensieri riguardo “Un paese di santi, di poeti, di eroi e di stallieri”

  1. Partecipiamo al “rito” in tanti. Non pensiamo oggi a quello che non è stato fatto prima, o a quello che si poteva fare meglio. Facciamo un gesto ancora libero,dignitoso e rispettoso della nostra storia migliore. Facciamolo nella speranza di dare un futuro a chi verrà dopo.

  2. Più tardi andrò a votare,e,come pure le mie figlie,credo che dovrò superare me stessa,noi stesse,per imporre alla mano una croce su un simbolo.Ma lo farò perchè solo così sento di poter dire dopo io ho votato e ho diritto di parola. Io penso che chi nega passato e futuro non sia degno neanche di vivere.
    un caro saluto
    jolanda

  3. ..di quelle ali,
    voi non riuscirete mai a far tacere il battito.

    Denuncia coraggiosa, e mai -voci tagliate-. Era una rubrica, la mia preferita, a suo tempo, di una rivista che leggevo di soppiatto perché l’abbonamento era della scuola, e con cui piacevolmente avevo un costante e ‘segreto’ appuntamento.
    Toccanti spazi di umanità, lacerante nella sua sofferenza, ma meravigliosa per il suo grido di dolore che si risolveva in canto appassionato e mi lasciava dentro la forza di un dire che nella sua spassionata e trasparente presa di coscienza riusciva a trasmettermi con forte incisività quella bellezza particolare che solo la verità può dare ..dicendo.

    Non posso fare a meno di ammirare la potenza delle tue parole, Francesco, qui portavoce con il tuo coraggioso ‘battito’ che ha diritto ad esistere e a farsi sentire.

    Grazie.
    Rina

  4. Caro Francesco, tagliente, inesorabile e portatore di amare verità, il tuo post. Tuttavia, un rifiuto fisiologico, prima che ideo – logico, mi ha impedito di compiere il rituale-farsa; sia detto con tutto il rispetto di quegli oppositori che in tutta libertà, onestà e coscienza ci hanno provato. La mia rabbia, la mia etica (ammesso di averne una); la mia ‘visione del mondo’ (idem) mi impediscono di figurarmi, di pensare che qualcuno – per censo e non per sapienza e dirittura – possa governare me, te e quant’altri aspirano, sperano, crepano con l’idea dell’avvento dell’ homo novus. E’ un’offesa senza limiti all’intelligenza, alla sensibilità, alla vita stessa. La mia posizione, ne convengo, è ingenua, utopistica fino all’idiozia. Anzi, corre il rischio di relegarmi in una profonda voragine di qualunquismo, all’insegna dell’orribile luogo comune che recita:”tanto, qui, è tutto il solito magna-magna…”. Tant’è: i governi di queste luminose democrazie, è risaputo, sono e sempre saranno il paravento di un sistema universale disumano, basato sullo sfruttamento e l’annientamento dei più deboli. Non scopro alcuna acqua calda. Ma mi ripugna compiere una “scelta” che può determinare un esercizio del potere ora nella sua versione più dura, ora nei suoi risvolti più morbidi. La sostanza permane la stessa. Lo ribadisco con rabbia… e con grande tristezza. E, vigliaccamente (come già ebbi modo di dire), continuo a scrivere poesie mancandomi il coraggio per compiere atti di terrorismo.
    Ti voglio bene.

    mirko

  5. Caro Francesco, con grande sforzo – e per l’insistenza di mia moglie, degli amici, delle persone che stimo, pensando da ultimo ai miei figli – mi sono deciso infine a votare, facendo il tuo esatto ragionamento. Ora i dati mi confermano ciò che già sapevo, e sapevamo: di un paese irrimediabilmente sconfitto, senza memoria, senza occhi, senza cuore. Uno su due, capisci? Uno su due ha scelto in questo modo… Chi avrà la forza tra cinque anni di rimestare tra le macerie e, nel frattempo, di continuare a sperare? Eppure sento che non bisogna arrendersi, che non bisogna ritrarsi dalla vita, dalle scelte, dalle opportunità che in qualche mondo ci verranno incontro, se sapremo riconoscerle.
    Un abbraccio
    Giovanni

  6. Ci abbiamo provato, ci proveremo ancora. Teniamo alta la vigilanza e saldo l’impegno, per quello che possiamo. Purtroppo non mancheranno le occasioni.

  7. Potrebbe essere un nuovo capitolo. Forse la sinistra non si è dissolta, ma fa già parte di un progetto più di vasto. Speriamo che dal disorientamento, si possa passare a una migliore messa a fuoco, a un recupero delle energie.

  8. Forse oggi siamo di fronte a qualche nuovo: mi pare che si presenti compiutamente in Italia un modello bipolare. Ambedue i maggiori partiti non sono più il partito della tradizione novecentesca, il partito della militanza e della coesione ideologica. Non c’è identificazione tra partiti e movimenti, né tra partiti di sinistra e lavoratori. Penso che occorra porre termine alla totale identificazione tra partiti e politica e reinventare la politica, a partire da nuovi soggetti e nuove forme di organizzazione.

    Nella “Lettera a una professoressa” si diceva: “il problema degli altri è uguale al mio. Sentirne tutti insieme è la politica. Sentirne da soli è l’avarizia”. Come si fa oggi a sentire insieme? Chi, come, dove può mettere insieme il proprio sentire?

  9. Dar voce e forza a questa domanda, in tutti i modi e le forme possibili. Tirar fuori le bandiere, se parlano di ciò che siamo, di un’intima appartenenza e del desiderio di unire le forze e le energie. Il web potrebbe essere uno strumento importante. Sono sogni?

  10. Grazie a tutti per i commenti e le testimonianze. Intanto vi invito a leggere gli ultimi post sul blog di Luigi (Metropoli) che trovate linkato nel blogroll.

    Un caro saluto.

    fm

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