LEOPARDI e JABÈS (II) – di Alberto FOLIN

edmond-jabes

Tratto da: Edmond Jabès. Alle frontiere della parola e del libro, cura e traduzione di Alberto Folin, Padova, Casa Editrice Il Poligrafo, “Saggi”, 1991 (Ed. orig.: Écrire le livre: autour d’Edmond Jabès, Seyssel, Editions Champ Vallon, 1989)

[La prima parte qui.]

(Il silenzio e la voce)

     Questo luogo negativo si presenta, fin dal suo primo insorgere nell’immaginario collettivo moderno, come limite: un ostacolo che separa l’infinito dal finito, la morte dalla vita, il silenzio dalla parola. Il fenomeno porta già in sé, nel suo apparire, questo fondamento negativo, il quale si iscrive, in ultima analisi, nell’essenza costitutiva del linguaggio, perché è il linguaggio che differenzia l’uomo dagli altri enti. L’istante in cui il linguaggio è interrogato, è quello in cui esso esce dal silenzio, e si presenta, perciò, prima di divenire tale, come voce: non più mero suono e non ancora parola articolata [1]. La differenza tra linguaggio e voce non è molto diversa dalla Dif-ferenza ontologica che Heidegger intuisce tra essere ed enti.
     L’origine indivisa, e la partizione originaria (Urteilung) alle quali pensano il giovane Hegel e Hölderlin, è precisamente questo Tutto indistinto che è stato condannato all’oblio dall’affermarsi del principium determinationis, dal logos, dal discorso logico e scientifico che ha separato radicalmente l’uomo in mente e cuore, filosofia e poesia, razionalità e affetti, anima e corpo. Ricomporre questo universo indiviso non è possibile, perché il percorso della storia dell’essere è irreversibile. Ma è forse possibile cogliere, con il linguaggio essenziale della poesia, questo oltre, questo al di là, a partire dal quale prende avvio la metafisica che contraddistingue il pensiero e la civiltà occidentali.

     Leopardi, appunto, tenta gli estremi limiti del linguaggio a sua diposizione, per dire la voce nel momento del suo dileguarsi; o meglio: nel momento in cui la voce si avvia ad essere parola significante, ma ancora resta al di qua di ogni approdo significativo.
     E’ perciò la voce degli enti (piante ed animali) ad essere interrogata, innanzitutto, come «voce della morte», perché, per dirla con Hegel, «ogni animale ha nella morte violenta una voce, esprime sé come sé tolto. (Gli uccelli hanno il canto, di cui gli altri sono privi, poiché essi appartengono all’elemento dell’aria voce articolante, un sé più sciolto)» [2].
     Analogamente, Leopardi, molto prima di scrivere l’Elogio degli uccelli, che si trova in stupefacente assonanza con la meditazione giovanile hegeliana, osservava che il «linguaggio mutuo [leggi: muto] delle bestie descritto secondo le qualità manifeste di ciascuno potrebbe essere una cosa originale e poetica introdotta così in qualche poesia» [3], e aggiungeva, subito dopo, una riflessione assolutamente straordinaria, che ci porta – senza che ci sforziamo troppo – alle soglie del pensiero di Edmond Jabès: «Voce e canto dell’erba rugiadose in sul mattino e ringrazianti e lodanti Iddio, e così delle piante ecc. Sannazzaro ib. [Arcadia, prosa 9] e mi pare immagine notabile e simile a quella dei rabbini dell’inno mattutino del sole…ecc.» [4]. L’analogia con un passo di Jabès balza agli occhi con un’evidenza sconcertante:

     In principio era la vita, poi la vita si fece verbo [verbe].
Mi è capiato una volta di scrivere questa parola: v’herbe.
Il filo d’erba è primo indizio, timido annuncio del prossimo sorgere della Parola divina; la sua prevedibile – naturale – conseguenza: la precaria possibilità di una scrittura precedente lo scritto. In seguito, dio tacque e l’erba seccò.

[Le Parcours, Paris, Galimard, 1985, pg. 26]

     «Le brin d’herbe», nel testo di Jabès, non è immediatamente «voce o canto», come nel testo leopardiano, ma è pur sempre «indizio» di una voce: di un suono, tendente alla parola, che è di là da venire.
     In questa prospettiva, la vicinanza tra la meditazione jabesiana e quella leopardiana non si fonda solo su un’impressione soggettiva, ma trova conforto anche in un’analisi parallela delle fonti: quei testi rabbinici e cabalistici studiati intensamente da ambedue gli autori.
     Leopardi si richiama qui, esplicitamente, alle sue letture più segrete e più frequentate nell’età adolescenziale e giovanile: letture che lasceranno una traccia profonda nello scrittore maturo; mi riferisco alla tradizione veterotestamentaria e cabalistica, che egli lesse e studiò lungamente nel Lexicon Chaldaicum Talmudicum et Rabbinicum del Buxtorf, stampato a Basilea nel 1640. Il capitolo X dell’opera giovanile leopardiana Saggio sopra gli errori popolari degli antichi [5], inoltre, contiene una grande quantità di riferimenti ad autori come Clemente Alessandrino, Filone di Alessandria, Mosé Maimonide, Rabbi Salomone, Origene ecc. Saranno queste letture che detteranno a Leopardi, nel 1824, l’Operetta morale intitolata Cantico del gallo silvestre [6], nella quale egli interpreta il mito cabalistico del canto del gallo risuonante a mezzanotte [7], in chiave fortemente negativa.
     Orbene, in questa Operetta, la visione apocalittica con cui si conclude la rappresentazione del mito dell’origine, già apertasi con la Storia del genere umano [8], mette l’accento in modo privilegiato sulla negazione della percezione acustica: come se l’essere potesse lasciarsi vedere, nella sua essenza, a partire dal dileguamento di qualunque suono o voce:

     Se sotto l’astro diurno – scrive Leopardi -, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, né strepito di fiere per le foreste, né canto di uccelli per l’aria, né sussurro d’api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda; certo l’universo sarebbe inutile: ma forse che vi si troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non si trova? [9]

     L’insensatezza del mondo: o meglio, l’interrogazione sul suo senso, comincia a partire dal silenzio che sta prima della creazione, e che ne suggella la decadenza nel momento della sua scomparsa: quando «del mondo intero, e delle infnite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empiranno lo spazio immenso». [10]
     Se ora torniamo al testo jabesiano cui mi ero riferito poco fa, ci accorgiamo che la negazione della percezione acustica è parimenti posta al centro del mito della creazione; ed essa si costituisce precisamente nella «figura» del punto.
     La voce è ciò che si aggiunge, in quanto vocale, alla consonante, per dar vita alla parola: ma questa Voce non è la voce animale, il mero suono cui allude Leopardi; si tratta piuttosto di una Vocale prima della vocale. Essa è data da un punto, sia perché è noto che nella scrittura ebraica il punto sotteso alla consonante indica la vocale, sia perché – più ampiamente – il punto è l’inizio di ogni grandezza pur in assenza di qualunque grandezza: perciò questo punto nel quale si raccoglie la Voce (con la v maiuscola), è silenzio e voce (con la v minuscola), contemporaneamente. In quanto Voce esso è una chiave:

     In principio vi sarebbe stata, dunque, la chiave. Il bagliore, dalla forma che prendeva, rafforzandosi, assomigliava straordinariamente alla mela dell’albero desiderato della Conoscenza, tondo come un punto; quel punto di cui l’ebreo, più tardi, comprese di essere vocale precedente alla vocale, chiave del libro precedente alla chiave.
[Le Parcours, cit., pg. 27]

E più avanti:

     In principio era il punto e questo punto nascondeva un giardino.
Resi esperti dal passato, nella loro pratica quotidiana del testo, gli ebrei si accorsero che ogni parola aveva sue proprie radici. Della consonante fecero il tronco, e della vocale il ramo fecondo, come Dio aveva fatto di un punto abbagliante l’astro del giorno, e di un punto abbagliato l’astro della notte.

[Le Parcours, cit., pg. 28]

     Tocchiamo qui uno dei luoghi nei quali l’esegesi scopre una distanza tra due scrittori, proprio nell’apparente loro vicinanza estrema. Questa distanza non è tuttavia riconducibile entro la scelta soggettiva dell’uno e dell’altro; ma, proprio perché la scrittura precede in certo modo la concettualizzazione, essa significa qualcosa che ha a che fare con lo «Spirito del tempo», indipendentemente dalla volontà cosciente dello scrittore.
     Leopardi pensa la voce nel momento in cui essa si toglie: il canto degli uccelli, il muggito dei buoi, il mormorio delle fronde o del ruscello, sono tanti indizi di qualcosa che scompare: questi suoni, proprio nel loro scomparire conservano la memoria di un passato mitico e perduto per sempre. In tanto essi sono poetici, in quanto ricordano «le morte stagioni»: il loro togliersi indica la vita come qualcosa di estraneo e di straniero; qualcosa che si contrappone alla morte in modo irrimediabile. Morte e vita, così, si escludono a vicenda, così come si escludono essere e nulla, voce e silenzio, visibile e invisibile. Dietro il dileguarsi di una voce che proviene da lontano, Leopardi coglie l’infinita poeticità del venir meno, della decadenza, di una presenza tanto più evidente quanto si nasconde nell’assenza. In ciò consiste la malinconia leopardiana.

     Nel punto di Jabès, invece, la negatività si raccoglie in modo più radicale, proprio perché la Differenza tra essere e nulla, e quella, parallela, tra voce e silenzio, non assume l’aspetto di una contrapposizione ontologica (l’uomo e l’animale; l’animale e la natura ecc.), né quello di una contrapposizione temporale (passato e presente); ma, al contrario, la Differenza riposa in una appartenenza reciproca rivolta al futuro: non il y a, ma il y aura. Nel punto, la voce e il silenzio coesistono in modo così radicalmente negativo che nulla possiamo dire sia presente, proprio perché – mentre rompiamo il silenzio dicendo la cosa presente – siamo già andati oltre il limite che rende possibile la dif-ferenza: abbiamo già fatto un passo nel futuro. Abbiamo già messo un piede nella morte.
     Ecco perché Leopardi – rendendosi interprete di un’epoca nella quale si sta consumando la distruzione di ogni mito, e che vede dileguarsi l’età eroica degli dei, secondo la hölderliniana enunciazione: «fuggiti dal cielo dei mortali» – guarda all’Origine come a un luogo irrimediabilmente perduto. Leopardi appare così come il cantore struggente della caducità e della giovinezza che si dilegua.

     Il fior degli anni, se bene è il meglio della vita, è cosa pur misera. Non per tanto, anche questo povero bene manca in sì piccolo tempo, che quando il vivente a più segni si avvede della declinazione del proprio essere, appena ne ha sperimentato la perfezione, né potuto sentire e conoscere pienamente le sue proprie forze, che già scemano. In qualunque genere di creature mortali, la massima parte del vivere è un appassire [11].

     Mentre dunque in Leopardi l’uscita dal silenzio produce il sentimento della «malinconia», in quanto è presupposta un’Origine silenziosa, il distacco dalla quale è fonte di degenerazione e di decadenza; in Jabès il silenzio fa parte integrante della parola «attuale», perché non c’è nessuna origine da cui de-cidersi (nel senso di «staccarsi»): la de-cisione è nella vita stessa. Per Leopardi la Differenza è possibile solo a condizione di non sapere e non vedere. Essa diviene sempre più improbabile in un mondo totalmente illuminato dalla ragione, in cui tutto è visto e pre-visto. Leopardi, perciò, tenta di inventare un linguaggio che si avvicini alle soglie del silenzio: per lui, come del resto per Jabès, il problema è comment-taire di fronte al mondo; trovare la parola che sappia tacere per sfuggire alla logica del discorso moderno che, nominando, distrugge la «natura», allo stesso modo in cui la «volontà di vedere» violenta le cose: le strappa al loro essenziale segreto.
     Ma in Jabès non c’è «malinconia», perchè non c’è nostalgia per un’origine perduta: il tracciato precede la traccia, e la scrittura inaugurale non è esattamente né il gramma di Derrida, né la traccia di Lévinas; essa appare piuttosto come una interrogazione forte, rivolta a un fondamento sempre negato della domanda stessa. L’Origine non sta alle nostre spalle, ma sempre, in ogni Attimo dell’esistenza, di fronte a noi.

     Il libro di Edmond Jabès si fa, così, interprete e portavoce delle domande che assillano l’uomo della tarda modernità, il quale non ritiene più di aver smarrito qualcosa, perché egli stesso è stato smarrito; vive in un continuo, perenne smarrimento: «Il a récupéré sa perte, en s’y enlisant, en s’y lisant» [Le Parcours, cit., pg 17]

(Continua…)

Note

[1] Il tema della voce intesa come luogo del negativo è stato sviluppato da Giorgio Agamben, Il linguaggio e la morte, Torino, Einaudi, 1982.
[2] G.W.F. Hegel. Citato da Agamben, op. cit., pg. 57.
[3] Giacomo Leopardi, Zibaldone, Milano, Mondadori, 1949, pg. 55 (la numerazione delle pagine è quella di Leopardi).
[4] Ibid.
[5] Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815), in Le poesie e le prose, II, Milano, Mondadori, 1949, pg. 217 – 456.
[6] G. Leopardi, Operette Morali, in Le poesie e le prose, I , cit., pg. 967-971.
[7] Ricordato anche da G. G. Scholem, La Kabbale et sa symbolique, Paris, 1966, pg. 164.
[8]) G. Leopardi, Operette Morali, cit., pg. 811-825.
[9]) G. Leopardi, Cantico del gallo silvestre, ivi, pg, 968.
[10] Ivi, pg. 971.
[11] Ivi, pg, 970.

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3 pensieri riguardo “LEOPARDI e JABÈS (II) – di Alberto FOLIN”

  1. ATEI? ALTROCHE’!

    Sabato 19 aprile h 18.30, prendendo spunto dall’infuocato libello di Arno Schmidt Ateo?: Altroché! (a cura di D. Borso e D. Pinto, Ipermedium ed.), conversazione con i filosofi Dario Borso ed Emanuele Ronchetti sulle ragioni dell’ateismo.

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