La generazione cancellata (I) – Stefano MORETTI

Aquilone

Stefano Moretti è nato ad Alessandria nel 1952. Nel 1980 ha pubblicato presso Einaudi la raccolta di poesie Gattaccio randagio; su Prato pagano (n.3, aprile 1981) il racconto La nuova notte; su Linea d’Ombra (n. 19, luglio-agosto 1987) le liriche tratte da Il quaderno degli aquiloni.

Da IL QUADERNO DEGLI AQUILONI
(Linea d’Ombra, n. 19, luglio-agosto 1987, pp. 75-76)

I.

Alti volavano gli aquiloni
nel cielo di un gruppo di baracche,
come guidati appena dalle correnti.

Solo a tratti, piccole braccia nere
s’alzavano sapienti, in solitaria corsa,
a rompere il silenzio delle lamiere.

II.

Insegna un’arte antica
a far volare gli aquiloni
– a Manaus c’è persino un campionato –
ma qui gli aquiloni sembrano alzarsi
da soli, sorretti e scagliati
da un cielo possente.

Sempre una mano esperta, invece,
guida il loro volo, li regge ai balzi,
agli schiaffi, alle impennate,
alle immobili corse.

Qui a sera, su queste giovani sponde
del mare, vengono i ragazzi
a lanciare alti voli con gesti fermi,
come riavvolgessero la tenda del cielo.
E con l’ultimo brandello di chiaro
sotto il braccio se ne vanno poi scalzi,
a continuare inconsapevoli
in altre loro antiche scienze.

Come nostrani immigrati
sulle transenne delle stazioni,
come rondini a sera,
certo, mi ricordano
ch’è cambiato il cielo
e identico son io,

ma in un loro sguardo,
in quest’orizzonte più grande
che fa meno dolorante anche me,
disperso nell’allegra malinconia
d’essermi perso, sento che qui
vivere non è un’arte
ma lasciarsi alle correnti.

In balia di tiepidi venti,
di dolci vortici, aduste vite
paiono tenute da fili che leggeri
le adunano nel ristoro di spiagge
lucenti, nei golfi sabbiosi che in alto
chiudono il grigio dei graniti roventi,
circonfusi d’oceanici vapori,
e il verde di freschi spioventi,
in scenari dove l’umana
azione graffia appena un incanto
da primo giorno della creazione

e le dividono a sera nella stanchezza
del tempo vano, senza stagioni,
per strettoie e scalette che affiancando
incuranti i ricchi caseggiati
salgono il morro verso la favela

o le assiepano ancora sui grigi treni
che portano all’afoso suburbio
– periferia d’una periferia, priva
anche della grazia del mare –
verso le cento stazioni tutte uguali,
con i cavalcavia e i muraglioni
dalle scritte cubitali, cancellate
e rifatte, d’un vecchio sciopero.

Ignare esistenze sparpaglia
l’improvviso buio della sera,
come aquiloni finito il volo.
Lontane dalla storia comune
e dal dominio del loro stesso giorno,
lasciano i dolci scenari con l’ombra
di un’animale tenerezza negli occhi.
Membra svuotate dal sole e dalla fame,
o da cento fatiche quotidiane
sufficienti appena a reiterare
il giornaliero miracolo e l’ordinaria fine,
se ne vanno nella notte senza spine
sospese solo al loro perpetuo sognare.

III.

Per non so quale amore,
per la solita pena,
salgo le traballanti scale di legno
– tipo saloon del far west –
di una povera boate, e stasera
è un tango dolciastro e sguaiato
ad investirmi, voce straniera
che sembra uscire da una nostrana
sagra di paese. Qui assiepata
una folla ondeggiante segue
incantata lo show caro ai travestiti
di mezzo mondo, ovunque risarciti
dalla favola torbida e fasulla
dell’attrice morta come una regina.

Toccato abbraccio con lo sguardo
tutta questa gente che allegra
si stringe ai sudati suoi sogni.
Solo in questa loro commozione,
nella caparbia e timida passione
della fantasia, ritrovo l’esotico,
come solo nel comune avvincersi
ai sogni che lievitano la realtà
resiste l’unità di un’America Latina
sfolgorante e ormai spossata.

Mi fermo anch’io, desideroso d’oblio,
per non ripartire mai più.
Ma l’allegria invidiata,
studiata con occhio fisso,
si disfa in smorfie che poco
hanno di gioioso: un volto
in festa diventa al mio sguardo
ammirato una bocca che sghignazza
sotto un occhio che potrebbe piangere.
E il movimento che ricostruisce
l’unità ripristina le distanze:
la realtà ricomposta, solare si chiude
nel suo semplice disegno, indecifrabile
alla mente che straniera cerca
di interpretare i destini,
a chi almanacca con cieca determinazione
– senza dolcezza, senza abbandono –
sui fili imbrogliati della ragione.

IV.

Le tempeste del tuo respiro!

Prima tiepide burrasche, folate,
dolci bonacce e silenzi sospesi
riempivano il mio orecchio
con un ritmo che calava nel sonno.
E come aquiloni tenuti da una mano ferma
i miei pensieri non s’allontanavano da noi.

Ora invece nel silenzio i fantasmi sinistri
dell’immaginazione lievitano in cieli bui.

Abbiamo ballato una canzone lenta
– appoggiavi la fronte alla mia guancia –
proprio come gli altri innamorati,
ma con più sapienza e facilità,
senza ritmo e abbandono
dovessero cedere uno all’altro.

Ci stringevamo contenti.
Ma anche nel momento della felicità,
come per il rassegnato capriccio dell’età,
sentivamo entrambi l’acido
di una perfezione sempre lontana.

Stanco di autobus notturni,
rapito a chi non t’aspettava,
ti ha colto un sonno indifferente.
E insieme scopriamo solo più
la condanna dei nostri sogni distanti.

IX. Samba per un ragazzo del suburbio

Vestirai il tuo costume sontuoso,
il bianco, l’argento, le piume trionfanti,
il gonnellino indio sulle cosce scure,
il mantello serico sulle spalle potenti,
divisa forse abbondante,
ma sfarzosa come non l’hanno posseduta
nemmeno gli antichi guerrieri.

Con trecento tamburi e diecimila compagni
– orgiastica e scompigliata falange –
sgolato arriverai all’Avenida dei sogni,
al magico teatro dove l’onda s’infrange
e un compagno piange, ma di felicità.

Tra ali di folla osannante, t’inoltrerai
danzando nei vortici di personaggi da favola
che come i colori di una trottola
poi sempre in uno, ruotando, si fondono.

Il suo sguardo incantato ti seguirà
per tutta la notte, fino a un’alba limacciosa
e spossata; finché vostri sarete,
come fu già di noi un tempo.

Ma l’indomani, quando il ricordo non sarà
che brace, fra tanta cenere
tu tornerai a sognare:

re d’una notte, chi potrà mai farti abdicare?

X.

Ora il dolore ci accerchia.
Non son foglie che cadono
ma uomini che cedono,
ad uno ad uno.

Sinistro è il futuro
di chi guarda morire.

(Brasile 1983-85)

[I testi tratti da Il quaderno degli aquiloni sono stati messi in rete da Giorgio Di Costanzo.]

***

Da GATTACCIO RANDAGIO
(Torino, Einaudi, 1980)

Il gioco mortale

2.

E tutte le direzioni
ad un’unica meta dirigono:
il tuo volto sfatto.
A questo ogni giorno si accanisce
con le sue piccole gioie e i dolori da nulla.

Tu stesso nel gioco
accetti ogni tappa della strada degradante
come un dono tuo proprio,
il senso del tuo essere qui.

Io non riesco più a fingere allegria,
a nascondere la mutilazione di aver capito:
frugo in ogni direzione, anticipo le mete
per trattenerti.
Ma tu come un traditore mi scacci, perché
legge è non accorgersi di nulla.

Per te la festa, indisturbata, continua:
nell’orribile doppiezza delle cose
vincitori e vinti si confondono,
i carnefici mostrano da vicino
un sorriso familiare e innocente
e il massacro in immagini di gioia si presenta.

*

Il tesoro stregato

1.

Abbandonasti un mattino il letto di piume
assonnato ancora:
il mondo reclamava un principe ai suoi regni.

Nessuno riconobbe nella canicola cangiante
nel passo indolente per strade e strade
fino al centro luminoso e straniero
i vessilli della tua conquista.

E nella grazia dell’incognito
fu favola ogni pensiero
sogno ogni avventura..

Ora dal mondo giungono voci
di violenze e di massacri.
Ma solo menti sorde temono per te.

*

In una figura balenarono i tuoi occhi
e la vecchia dolcezza delle cose passate
mi assaliva per strade a te sconosciute.

Non ancora nell’ingorgo di passioni diverse
a cercare la mia vita,
ma già venato d’ombrose inquietudini
il mio cuore il tuo tranquillo amore
violava col suo ritmo incostante e tortuoso.

Poi come una distanza infinita
m’è apparso il tempo, polvere e polvere
che me aveva del tutto cambiato
e te solo dispersa, tanto che,
sconosciuti i tuoi percorsi,
nella tua muta ombra
solo me stesso potevo, a fatica, riconoscere.

Solo noi, a noi stessi mutati,
lascia il tempo alla fine.

*

L’alba

3.

     Alle radici dell’acqua
io voglio spegnere
la mia sete invincibile.

     Sapienti ragazzi
sono passati nel tempio
a rovesciare l’ordine costituito

     e al risveglio
una fredda vertigine percorre
le rovine del cuore, e come dai miei sogni
fuggiti, vi cerco, in banali
itinerari riparati, a me irraggiungibili,
e alla vostra voce squillante
ammutolisco
come se al telefono rispondessero i Santi.

     Ho colto battiti nelle più mute
sostanze, come di pietra sul fondo
del mare, e ha tremato l’orecchio gelido
ai tentativi di strappare il velo.

     Mai l’oscuro palpito dal cieco lume
s’è fatto liquida passione ed è sgorgato,
mai nella favola iridata s’è tramutato
il desiderio impossibile della mia vita
e immutato ritorna,
opposto all’alba,
ora gelato da inverni senza fine
ora sciolto da fiati caldi
che ghiacci traditori
abbandonano al mare.

*

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12 pensieri riguardo “La generazione cancellata (I) – Stefano MORETTI”

  1. Un abbraccio a Francesco Marotta: ti voglio bene.
    Ho appena sentito a telefono Elio Pecora, premio Mondello 2008. Era ora! Mi piacerebbe pubblicare (se lo desideri) qui, una mia vecchia intervista (1979) a Elio. Che ne pensi?

  2. Stefano, scusa se ti rispondo solo adesso: di Moretti conosco solo i testi citati nella nota; del resto, sto a quello che dice Giorgio.

    Giorgio, stiamo tutti aspettando l’intervista a Elio Pecora.
    Ti ho scritto qualche giorno fa: mandamela pure.

    Un caro saluto ad entrambi.

    fm

  3. Stefano, non per farmi gli affari tuoi, ma mentre lavori, scrivi, giri e aspetti, non troveresti due minuti per inviarmi un file con dei testi? Li pubblicherei con grande piacere.

    Un caro saluto.

    fm

    1. Caro Francesco Marotta, grazie dell’inivito, che accetterei volentieri se sapessi cosa ti interessa di più. Tanto di tempo ne abbiamo… Grazie. Saluti,
      Stefano

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